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L’allarmistica storia del pericolo gas nei Campi Flegrei

Semplicemente surreale questa storia della linea 2 della metropolitana interrotta perché, nella galleria sotto il Monte Olibano, nel cuore dei Campi Flegrei, è stata rilevata una “concentrazione anomala di anidride carbonica”. Ma anomala rispetto a cosa considerato che, a quanto pare, fino a qualche giorno prima in quella galleria non esisteva nessun rilevatore? Colpa di Ferrovie dello stato, a dire dei giornali. E l’Osservatorio vesuviano? Ha mai fatto una qualche misurazione in quella galleria? Magari avremmo scoperto che quella “concentrazione anomala di anidride carbonica” c’è sempre stata. E che, verosimilmente, veniva, ogni mattina, spinta fuori dal passaggio del primo treno.

Ma perchè è nata questa storia (che si direbbe speculare a quella del  rischio maremoto che, nei prossimi tempi comporterà l’installazione di sirene di allarme a Napoli)? Per l’allarmismo inerente rischi davvero improbabili o addirittura inesistenti sul quale, da qualche tempo, governi e media basano il loro dominio? O si tratta dell’ennesimo fallimento di una protezione civile che, da decenni, non riesce a pianificare nulla che permetta alle popolazioni di convivere serenamente con il bradisismo? Cerchiamo di capirlo riassumendo i fatti.

Verso la fine del 2025, i bollettini dell’Osservatorio vesuviano segnalavano un aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’area flegrea, a seguito del sollevamento del suolo dovuto al bradisismo. Si badi bene: presenza di anidride carbonica assolutamente ovvia, considerato che si trattava di un’area vulcanica; aumento non repentino ma, verosimilmente,  in linea con il trend di crescita che si manifesta da anni: aumento non dissimile da quello registrato in altre occasioni e poi rientrato senza che ciò avesse provocato allarme. Nonostante ciò, titoli quali “Campi Flegrei, l’Osservatorio Vesuviano: “Il bradisismo non rallenta: 1300 tonnellate di Co2 nell’aria al giorno“, l’inesistenza di qualsiasi efficace campagna educativa sulla questione e una serie di ordinanze emesse dai sindaci (come quello di Pozzuoli o Napoli) istituzionalizzò la paura che una improvvisa e repentina coltre di malefica anidride carbonica  stava per soffocare l’area flegrea. Stesso effetto fece la notizia dell’Asl 2 che si era affrettata ad acquistare 35 maschere antigas, maschere, tra l’altro, assolutamente inutili.[1]

Tra le altre iniziative che hanno suscitato perplessità, quelle dell’Osservatorio vesuviano che, utilizzando nuove tecnologie, ha intensificato le misurazioni di emissioni di gas quali anidride carbonica e idrogeno solforato; tra queste perplessità, certamente convincenti quelle espresse (su gruppo Facebook  “Gli ottimisti dei Campi Flegrei – Osservatorio Scientifico Flegreo” dal geologo Carlo Migliore[2]

Intanto, in attesa della installazione di turbine, la galleria sotto il Monte Olibano continua a restare interdetta, bloccando la linea 2 della metropolitana e comportando innumerevoli problemi ai tanti che, quotidianamente, la utilizzavano.

Concludendo, una breve considerazione.

Ben venga, ovviamente, ogni iniziativa finalizzata a mitigare il rischio. Il problema è che l’enfatizzazione, soprattutto sui media, del “rischio gas” rischia di amplificare il panico che, verosimilmente, si manifesterebbe nell’area flegrea al manifestarsi di eventi interpretabili come “precursori” di una eruzione. Sul rischio panico e sulla rimozione della consapevolezza del rischio, dettata dalla enfatizzazione, abbiamo già scritto. Limitiamoci, quindi, a sperare che le prossime esercitazioni di protezione civile nell’area flegrea non vedano anche partecipanti bardati con maschere antigas.

Francesco Santoianni

 Perché è stata interrotta la linea 2 della metropolitana nella galleria dei Campi Flegrei?

 È stata rilevata una concentrazione di anidride carbonica giudicata anomala nella galleria sotto il Monte Olibano. L’articolo osserva però che fino a pochi giorni prima in quella galleria non esisteva alcun rilevatore, rendendo difficile stabilire rispetto a quale valore di riferimento la concentrazione fosse davvero “anomala”.

 L’aumento di CO₂ nell’area flegrea è un fenomeno nuovo?

 No. I bollettini dell’Osservatorio Vesuviano già a fine 2025 segnalavano un aumento della CO₂ legato al bradisismo in corso da anni, con un trend di crescita simile ad altri episodi passati poi rientrati senza generare allarme.

 L’anidride carbonica (CO₂) è pericolosa quanto il monossido di carbonio?

 No, sono sostanze diverse. La CO₂ non è tossica come il monossido di carbonio (che in Italia causa in media 400 morti l’anno), ma ad alte concentrazioni può causare asfissia spostando l’ossigeno nell’aria. In Italia i decessi da CO₂ restano rari e legati quasi sempre a incidenti in ambienti confinati o sul lavoro.

 Può ripetersi ai Campi Flegrei un disastro come quello del lago Nyos del 1986?

 L’articolo evidenzia che non esistono documentazioni storiche né condizioni geologiche paragonabili a quelle del lago Nyos (Camerun), dove nel 1986 una massiccia fuoriuscita di CO₂ causò 1800 morti. Ai Campi Flegrei mancano bacini lacustri con le stesse caratteristiche di accumulo del gas.

 Le maschere antigas acquistate dall’ASL2 servono davvero in caso di fuoriuscita di CO₂?

Secondo l’articolo, no: in ambienti saturi di CO₂ (privi di ossigeno) servirebbe un autorespiratore isolante come quello dei sommozzatori (APVR), mentre le comuni maschere antigas con filtro sono del tutto inefficaci in quella situazione.


[1] Per operare in sicurezza in ambienti saturi di anidride carbonica (CO₂), che sono per loro natura privi di ossigeno, bisogna utilizzare un APVR, Apparecchio di Protezione delle Vie Respiratorie di tipo isolante (la bombola dei sommozzatori, per capirci); i dispositivi filtranti, invece, sono del tutto inefficaci

L’anidride carbonica, a differenza dell’ossido di carbonio, con il quale viene spesso confuso (e che, ogni anno, in Italia, uccide, mediamente, 400 persone) non è tossica, ma ad alte concentrazioni sposta l’ossigeno provocando asfissia. I decessi da anidride carbonica in Italia sono rarissimi e, quasi esclusivamente, legati ad incidenti accidentali o sul lavoro (in particolare nel settore enologico (durante la fermentazione del mosto) o in ambienti confinati.

Per quanto riguarda il rischio vulcanico, oltre ad occasionali incidenti e realtà circoscritte come le colate di fango del vulcano Nyiragongo (Congo) che occasionalmente emettono pericolose quantità di anidride carbonica, l’unico disastro provocato da questo gas lo si è avuto nel 1986 a Nyos (Camerun) dove la popolazione abitava intorno ad un lago, posto all’interno di un profondo cratere vulcanico. Nottetempo l’anidride carbonica, già presente in grande concentrazione nelle acque del lago, risalì invadendo l’interno del cratere: 1800 morti.

Può riproporsi lo scenario Nyos nei Campi Flegrei? Non esistono documentazioni storiche a riguardo né esistono situazioni come quelle delle acque del lago Nyos ma, certamente, l’allarmismo di questi giorni nei Campi Flegrei spingerà qualche vulcanologo in cerca di notorietà a darsi da fare.

 

[2]  CO₂ nella galleria della Linea 2 e nella scuola Petronio: il nuovo bollettino apre alcune domande a cui sarebbe utile dare risposta.

Il bollettino mensile INGV di giugno dedica, per la prima volta, una sezione specifica al monitoraggio della CO₂ presso l’Istituto “Lucio Petronio” e all’interno della galleria della Linea 2 tra Pozzuoli Solfatara e Campi Flegrei. È sicuramente un elemento importante, perché certifica ufficialmente che è in corso un monitoraggio geochimico dedicato a due aree nelle quali erano state segnalate anomalie della concentrazione di CO₂. Nel caso della galleria viene pubblicato un grafico relativo al periodo 30 giugno – 5 luglio 2026, dal quale si osservano concentrazioni che hanno raggiunto valori fino a circa il 7% in volume, pari a 70.000 ppm. Fin qui i fatti.

La lettura del bollettino, però, porta a formulare alcune domande che ritengo del tutto legittime e che, se chiarite, contribuirebbero a rendere ancora più trasparente la comprensione del fenomeno e delle decisioni adottate. La prima riguarda la tempistica. La stazione geochimica dell’INGV risulta installata il 30 giugno 2026 e i dati pubblicati coprono soltanto i giorni successivi. Tuttavia la limitazione della circolazione ferroviaria è precedente. Su quali dati sono state quindi assunte le prime decisioni operative? Esistevano già sistemi di monitoraggio installati da RFI? Sono state effettuate campagne di misura con strumentazione portatile? Se sì, da chi e con quale frequenza? Il secondo aspetto riguarda l’interpretazione dei dati. Il grafico mostra chiaramente numerosi episodi di incremento della concentrazione di CO₂, ma la risoluzione con cui è stato pubblicato non consente di leggere gli orari, la durata degli episodi né il numero effettivo dei superamenti. Inoltre il testo riporta soltanto il valore massimo osservato (circa il 7% in volume) e una stima preliminare del flusso di CO₂, ma non viene pubblicata una tabella con lo storico delle misure, dalla quale sarebbe possibile ricostruire l’andamento temporale delle concentrazioni, conoscere il numero dei superamenti, la loro durata e la frequenza con cui si sono verificati. Non vengono inoltre indicate la soglia di sicurezza adottata, l’altezza dal suolo alla quale si sono verificati i superamenti e i criteri tecnici utilizzati per interpretarli. In altre parole, viene mostrato il dato di picco, ma non il contesto necessario per comprenderne il reale significato. Un altro elemento che ritengo molto importante è lo storico delle misure. Disporre dei dati precedenti al 30 giugno consentirebbe infatti di capire se il fenomeno abbia mostrato una progressiva escalation dei flussi di CO₂, coerente con l’evoluzione del degassamento dell’area, oppure se i valori osservati a inizio luglio rappresentino un fenomeno già consolidato o sostanzialmente stabile nel tempo. Questa informazione sarebbe preziosa non solo per comprendere le ragioni delle decisioni adottate, ma anche per ricostruire l’evoluzione geochimica del fenomeno. Da qui nasce anche un’altra domanda che, dal punto di vista scientifico, ritengo del tutto naturale: per quale motivo la rete permanente di monitoraggio geochimico dell’INGV non era già presente all’interno della galleria della Linea 2? Se quell’area era già nota per la presenza di degassamento diffuso, quali valutazioni avevano portato in passato a non installare una stazione permanente? Oppure il fenomeno è comparso solo recentemente, rendendo necessaria l’installazione della nuova strumentazione il 30 giugno 2026? Anche questo aspetto meriterebbe un chiarimento, perché aiuterebbe a capire se ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo oppure all’intensificazione di una situazione già esistente.

Anche la parte dedicata all’Istituto “Lucio Petronio” lascia spazio ad alcune riflessioni. Il bollettino afferma che la stazione è stata installata a seguito della segnalazione di concentrazioni anomale di CO₂ all’interno di alcuni locali della scuola. Tuttavia i grafici pubblicati non mostrano l’andamento della CO₂ negli ambienti interni, bensì esclusivamente il flusso di CO₂ dal suolo, le temperature del terreno e i parametri atmosferici rilevati all’esterno dell’edificio. È una scelta comprensibile dal punto di vista geochimico, perché consente di monitorare la sorgente del degassamento, ma lascia aperta una domanda importante: quali concentrazioni di CO₂ sono state effettivamente misurate all’interno dei locali che hanno portato alla segnalazione dell’anomalia? Esistono sensori permanenti anche all’interno dell’edificio oppure le misure sono state effettuate con altra strumentazione? Quali valori sono stati registrati e con quale frequenza? Anche in questo caso, conoscere questi dati aiuterebbe a comprendere meglio il collegamento tra il degassamento del suolo e gli effetti osservati all’interno della scuola.

È naturalmente possibile che tutte queste informazioni siano già state trasmesse in forma dettagliata agli enti competenti Dipartimento della Protezione Civile, RFI e agli altri organismi chiamati a valutare il rischio mentre il bollettino rappresenti soltanto una sintesi destinata alla divulgazione. Se così fosse, sarebbe comunque auspicabile che, una volta concluse le valutazioni tecniche, anche questi dati venissero resi pubblici, così da consentire ai cittadini e alla comunità scientifica di comprendere meglio il fenomeno e le motivazioni delle decisioni adottate.

Naturalmente queste domande non mettono in discussione il lavoro svolto dall’INGV, da RFI o dagli altri enti coinvolti, né le decisioni assunte a tutela della sicurezza. Al contrario, proprio perché si tratta di decisioni che incidono sulla vita quotidiana di migliaia di persone, credo sia nell’interesse di tutti poter disporre del quadro tecnico più completo possibile. Per questo motivo ritengo che sarebbe auspicabile rendere disponibili:

  • lo storico completo delle misure di CO₂ effettuate nella galleria, anche prima del 30 giugno 2026;
  • il dataset completo delle misure successive, con la risoluzione temporale originale;
  • le soglie operative adottate;
  • il numero e la durata dei superamenti registrati;
  • i criteri tecnici che hanno portato alle decisioni sulla circolazione ferroviaria;
  • i dati relativi alle concentrazioni di CO₂ all’interno dei locali della scuola Petronio, che hanno originato l’intervento di monitoraggio.

Una maggiore disponibilità di queste informazioni consentirebbe a cittadini, tecnici e ricercatori di comprendere meglio l’evoluzione del fenomeno e di valutare le scelte adottate sulla base di un quadro informativo completo, verificabile e scientificamente documentato.

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