Disaster Management e Difesa civile

L’evoluzione della Difesa civile

Dopo gli attentati dell’undici settembre 2001, quasi dovunque, le strutture di Protezione civile hanno conosciuto un progressivo inglobamento in quelle di Difesa civile, (preposte queste ultime ad affrontare anche quelle “calamità” prodotte intenzionalmente quali guerre, attentati terroristici, sommosse…); questo processo, carico di conseguenze negative[1], sta andando avanti anche nel nostro Paese, nella quasi assoluta indifferenza dell’opinione pubblica e degli stessi cultori di Disaster Management .

La storia del moderno concetto di Difesa civile (Civil Defence) comincia, sostanzialmente, durante la seconda guerra mondiale quando lo sviluppo dell’arma aerea, capace di colpire il retroterra produttivo e logistico delle truppe al fronte, determinò l’esigenza di proteggere le popolazioni civili. Nel secondo dopoguerra, l’entrata in scena dei missili a testata nucleare, e la “guerra fredda” spinsero il Dipartimento alla Difesa statunitense a commissionare al fisico Ralph E. Lapp uno studio sulle conseguenze di un attacco nucleare sovietico e un piano di emergenza per minimizzarne gli effetti sulla popolazione e sull’apparato produttivo. Il piano di Lapp diede vita ad un gigantesco programma di Civil Defence:[2] dovunque (nelle scuole, negli uffici, perfino nelle prigioni e nelle chiese) si svolgevano esercitazioni “antibomba” mentre la rete televisiva NBC inchiodava ogni settimana davanti ai teleschermi 18 milioni di americani con la trasmissione “Survival”, caratterizzata da filmati che oggi appaiono sbalorditivi. In uno di questi, ad esempio, un padre, chiuso in uno sgangherato “rifugio antiatomico” costruito alla buona in cantina e posto a qualche metro di distanza dal punto di impatto dell’ordigno nucleare, qualche attimo dopo l’esplosione così rincuorava i familiari: <<Bene! È stato meno peggio del previsto! Ramazzate i vetri rotti e usciamo fuori per vedere cos’è successo>>. Un altro filmato mostrava un cartone animato, Bert la Tartaruga, che così arringava i bambini di una scuola elementare che stava per essere centrata da una bomba atomica: <<Appena vedete il lampo di luce, gettatevi sotto i banchi e aspettate lì che i vostri genitori vengano a prendervi!>> [3]

 Nel clima di fiduciosa euforia che investiva allora la Civil Defence, quasi nessuno osò esporre dubbi sulla validità di queste “campagne educative” o su “piani di emergenza” come quello redatto, nel 1955, dall’urbanista Harman Khan, (grazie al quale gli Stati Uniti avrebbero potuto sopportare, addirittura, un bombardamento nucleare sovietico di 80.000 megatoni) o sulle “prove di evacuazione” (come l’Operation Alert che, nel maggio 1955, coinvolse 28 milioni di persone) che si riducevano a una sorta di picnic di massa nei paraggi delle città. Nel 1961 fu varato un gigantesco programma di costruzione di rifugi antiatomici collettivi che, comunque, ben presto si arenò per via dell’enorme costo; per lo stesso motivo venne messo da parte il National Industrial Dispersion Policy: un piano che doveva favorire la dispersione dell’apparato produttivo americano per renderlo meno vulnerabile a un attacco nucleare. Ci si ridusse, quindi, a foderare con qualche lastra di piombo corridoi e scantinati di scuole e uffici ribattezzandoli “Fallout Shelters” (rifugi antiradiazioni), segnalati da cartelli gialli che, ancora oggi, troneggiano in molti edifici pubblici statunitensi.[4]  

Negli anni ‘70 le strutture di Difesa civile (nei Paesi del patto NATO e in quelli del Patto di Versavia) conobbero un netto ridimensionamento a seguito dell’affermarsi di un concetto strategico che “regolava” allora la dottrina di conflitto nucleare: la “Mutua Distruzione Assicurata” (o MAD, secondo l’acronimo americano, meglio conosciuta come “equi­librio del terrore”). In pratica, alla potenza attaccata con armi nucleari restava, immediata­mente dopo l’impatto degli ordigni sul proprio territorio, una capacità di rappresaglia tale da assestare alla potenza prima attaccan­te il cosiddetto “danno inaccettabile”. Secondo questa dottrina ogni sistema finalizzato a difendere il proprio territorio da un attacco nucleare ne­mico doveva essere bandito. La popolazione stessa doveva restare ostag­gio inerme nelle mani dell’attaccante e pertanto le strutture di Difesa civile (costru­zione di bunker antiatomici destinati alla popolazione, esercitazioni di evacuazione delle metropoli…) dovevano essere sospese o forte­mente limitate; in questo senso andavano, ad esempio, i protocolli del Trattato ABM‑SALT 1 che vietava, tra l’altro, la costruzione e la in­stallazione di missili destinati ad abbattere missili attaccanti.

A partire dalla seconda metà degli anni ’80 questa dottrina ha conosciuto un ribaltamento, allorché si è imposta la strategia (oggi dominante dopo l’uscita, nel 2026, degli USA dal Trattato nucleare New Start) del “Conflitto nucleare limitato” e cioè la possibilità di condurre un “primo attacco” (First Strike) attivando una struttura difensiva capa­ce di annullare o di minimizzare in maniera “soddisfacente” gli effet­ti della rappresaglia. Questa nuova strategia, resa possibile principalmente dalla costruzione e dall’installazione di missili dotati di una precisione tale da colpire i missili avversari nelle postazioni di lancio e da “scudi stellari”, non esclude che “qualche ordigno” (principalmente quelli lanciati da sottomarini) possa colpire il proprio territorio. Questo, unito alla costituzione negli USA del Department Homeland Security (che inglobato il FEMA), ha determinato, negli USA e in altri paesi, una crescita esponenziale degli stanziamenti destinati alle strutture di Difesa civile

La Difesa civile in Italia

In Italia le strutture di Difesa civile continuano ad essere avvolte da un alone di riservatezza se non, addirittura, di segretezza e, per quanto è dato sapere, l’unico documento ufficiale, ancora oggi, resta il testo (approvato dal Capo di Stato Maggiore ed edito, nel 1983, dallo Stato Maggiore della Difesa – Stato Maggiore della Difesa – Cen­tro Militare Studi per la Difesa civile) “La Cooperazione Civile Militare”)[5] che definisce il termine “Difesa civile” come il “Complesso delle misure da predisporre e delle attività da compiere per fronteggiare emergenze determinate da un evento naturale, da un incidente involontario oppure da un fatto ca­lamitoso intenzionalmente provocato dall’uomo; oppure da una crisi nazionale e/o internazionale oppure da un conflitto bellico”.

Oltre al suddetto testo, un altro documento di estremo interesse è stato pubblicato dal Ministero della Difesa: “La Difesa Civile In Italia”[6] Questo documento merita di essere attentamente analizzato anche perché rivela l’esistenza di strutture per affrontare emergenze, anche non intenzionalmente provocate, che, a quanto pare, non sono mai state mai rese pubbliche né, tanto meno, discusse in Parlamento e che sarebbero riportate nel “Manuale nazionale per la gestione delle crisi”, (che sarebbe stato approvato il 24 marzo 1994 dal Presidente del Consiglio dei Ministri), e nel Manuale del “Sistema Precauzionale Nazionale”, edizione 1996, (che sarebbe stato approvato dal Ministro della Difesa il 21 gennaio 1998). È il caso, ad esempio della “Centrale di allarme della protezione civile”, “situata in un’area esterna alla Capitale” o di una “cellula di comando e di collegamento con il Centro Decisionale Nazionale” che ogni dicastero sarebbe obbligato a predisporre “sin dal tempo di pace”. La parte più inquietante del documento, comunque, è “che siano predisposti appositi strumenti legislativi (decreti cassetto) che al verificarsi dell’esigenza devono essere emanati dal Governo”; questi decreti devono, tra l’altro, riguardare la “militarizzazione dei cittadini” e “modifiche a leggi di carattere generale: DDL volto a modificare il R.D. n. 38/1945 per allinearlo alle norme costituzionali, modifica degli artt. 214 e 219 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, per adeguare il tema “Stato di guerra” con quelli di “Pericolo pubblico” e “Grave pericolo pubblico“, ancora più preoccupante ci sembra poi il seguente passo: “in situazione di emergenza o per motivi di urgenza il Capo di Stato Maggiore della Difesa è autorizzato a dichiarare quelle misure la cui mancanza potrebbe compromettere l’assolvimento di missioni militari; tali dichiarazioni subito dopo l’emanazione devono però essere sottoposte agli organi di vertice per l’indispensabile consenso governativo.” [7]

Ciò detto, accenniamo ad alcune iniziative di Difesa civile che sono state attuate nel nostro Paese a seguito della psicosi di massa[8] su un “probabile attentato” con armi biologiche, chimiche e nucleari susseguente all’attentato alle Twin Towers di New York l’11 settembre 2001. In Italia le reazioni dell’opinione pubblica alle supposte minacce di attentati terroristici susseguenti all’11 settembre sono state abbastanza contenute. Non c’è stata, ad esempio la corsa ad accaparrarsi ciprofloxacina o doxiciclina, (farmaci atti alla cura del carbonchio da antrace e, per di più, poco costosi) o l’ossessione per le “buste all’antrace” che si è verificata in altri paesi europei. A partire dal 2004, comunque, anche in Italia si stanno moltiplicando tutta una serie di, per ora circoscritte, “esercitazioni” di Difesa civile in funzione antiterrorismo che, se continuasse l’andazzo generale, rischiano di istituzionalizzare la stessa euforica e incosciente fiducia nella Difesa Civile che ha caratterizzato negli anni “50 gli Stati Uniti o che, negli ultimi anni, ha legittimato imponenti e allarmistiche sceneggiate, prima tra tutte l’esercitazione Dark Winter.[9]

Rimandando per un approfondimento al mio libro “Disaster Management – Protezione civile” che è possibile leggere integralmente qui, concludiamo  con alcune considerazioni sulla priorità che stanno avendo iniziative atte a fronteggiare attentati basati su armi biologiche, chimiche o nucleari rispetto ad altre iniziative, finalizzate a fronteggiare rischi naturali; una tendenza, questa, che, ad esempio, ha permesso al governo Blair nel dicembre 2002 di stanziare ingenti somme per un ineffabile “piano di emergenza” finalizzato a fronteggiare un attacco con virus del vaiolo[10] o che ha portato la Comunità europea a realizzare, nell’ottobre 2002, l’imponente esercitazione di Difesa civile EURATOX 2002.[11]

Intanto va detto che (con buona pace di innumerevoli articoli, thriller e film consacrati a questo argomento) oggi un isolato attentato bioterroristico, avrebbe scarsissime possibilità di scatenare una devastante epidemia. E questo perché, a differenza di un attacco biologico condotto da un esercito[12] (che dapprima, con bombardamenti convenzionali, distrugge strutture di comando, sistemi sanitari, edifici, provoca l’ammassamento di colonne di profughi… e poi sferra l’attacco con germi patogeni o tossine) il bioterrorismo, sferra l’attacco, verosimilmente puntiforme, contro un territorio integro, capace di reagire.

Confermano questa ipotesi, oltre ad autorevoli ricerche,[13] almeno due episodi registrati dalle cronache. Il primo si verificò in Inghilterra il 2 agosto 1962 quando un ricercatore, George Bacon, prima di morire, portò all’esterno la peste polmonare che aveva contratto nei laboratori di guerra batteriologica di Porton Down; il secondo si ebbe il 25 agosto 1978 quando il virus del vaiolo, uscito accidentalmente da un laboratorio dell’Università di Birmingham, uccise tre persone. Perché due temibili microrganismi quali lo Yersinia pestis (per giunta reso più letale dalle ricerche che si tenevano a Porton Down) o il Variola mayor, entrambi trasmessi tramite la respirazione e affrontati solo dopo alcuni giorni dai primi decessi, non hanno prodotto una catastrofica epidemia? Sono stati redatti numerosi studi a tal proposito e tutti hanno valutato insufficienti le iniziali misure sanitarie attuate e marginale, per quanto riguarda l’emergenza di Birmin­gham, il ruolo avuto dalla vaccinazione antivaiolosa, obbligatoria per tutti in Europa fino a qualche anno fa ma scarsamente praticata in Inghilterra. Ma, allora, perché non ci fu la catastrofe? Il perché sarebbe da ricercare, (oltre che in ancora non chiari meccanismi regolanti la dinamica delle epidemie) nella “tenuta” delle strutture sanitarie che non sono collassate al solo annuncio dell’infezione. In questo senso, forse l’elemento che potrebbe trasformare un attentato bioterroristico in una catastrofe è proprio l’irresponsabile enfasi che molti mass media stanno oggi dedicando a questa minaccia e che potrebbe, proprio essa, scatenare un panico di massa con il conseguente abbandono del posto di lavoro e, quindi, il dilagare dell’epidemia.


[1] L’intrinseca pericolosità dell’assorbimento della Protezione civile nella Difesa civile è stata evidenziata dalle migliaia di morti dell’alluvione di New Orleans del settembre 2005; un evento, si badi bene, dal punto di vista naturale non certo peggiore delle tante alluvioni che hanno colpito gli Stati Uniti negli ultimi decenni ma che una inedita gestione dell’emergenza, di taglio grettamente militare e poliziesco ha trasformato in una catastrofe di gravità assolutamente inedita per un paese a capitalismo avanzato.

La genesi del disastro di New Orleans, infatti, è da far risalire, oltre che alle inadempienze nella manutenzione del sistema di argini e dighe, nello smantellamento di quella che fino a qualche anno fa era considerata la migliore struttura di protezione civile del mondo: il FEMA (Federale Emergency Management Agency) che, nel 2002, passa dalla direzione del mitico James Witt alle ferree dipendenze della neonata struttura di Difesa Civile USA: l’orwelliano quanto inefficiente Department of Homeland Security. Vengono così tagliati fondi alla protezione civile, (l’85% del bilancio del FEMA viene destinato a scenari antiterrorismo) fatti licenziare decine e decine di funzionari colpevoli di denunciare la pericolosità della situazione, mandata sul fronte irakeno la struttura operativa della protezione civile americana (la National Guard), imposto un velo di segretezza su tutti i piani di emergenza (rendendoli così assolutamente inutili) e messo a capo della struttura un, fino ad allora sconosciuto, avvocato, tale Michael Brown , senza alcuna esperienza nella gestione delle emergenze, avendo fatto, fino alla sua nomina alla direzione del FEMA, il rappresentante a Washington di una lobby di allevatori di cavalli.  Per un approfondimento sulla gestione dell’emergenza Katrina cfr. Mike Davis “Capitalismo da catastrofe

[2] A seguito dello studio di Lapp, ad esempio, venne istituito l’Office of Civil De­fence Planning trasformato, nel 1951, in Federal Civil Defence Board e nel 1979 nell’attuale Federal Emergency Management Agency. Ipiani nazio­nali di Difesa civile prodotti negli USA affidavano la protezione della popolazione a rifugi antiatomici e all’evacuazione verso aree non coin­volte dagli effetti della contaminazione, mentre la sopravvivenza del­l’apparato produttivo era garantita dalla dispersione e rilocazione di questo su tutto il territorio nazionale. Buona parte del programma di Difesa civile statunitense è, co­munque, rimasto lettera morta; non così in Svizzera, che vanta oggi il più efficiente sistema di Difesa civile, il cui aspetto più noto è costi­tuito dai bunker antiatomici monofamiliari che, dal 1950, vengono costruiti con contributi statali. Per l’operatore di Protezione civile l’a­spetto più interessante del sistema di Difesa civile elvetico è comun­que costituito dal Piano di Emergenza Nazionale che costituisce argomento di approfondimento e discussione nelle università e sui mass media .

[3] Sulle illusorie iniziative della Difesa Civile statunitense si veda il sito www.civildefensemuseum.com

[4] Per una disamina della storia del moderno concetto di Difesa civile Cfr. A.K. Kaleb “Defence Civil”, Harmstrong 1998.

[5] Il documento, nell’oramai lontano 1984, è stato ottenuto dallo scrivente (che, va da sé, non è in possesso di alcun Nulla Osta di Sicurezza) con una semplice richiesta all’Ufficio Pubbliche Relazioni del Ministero della Difesa.

[6] Il documento, datato 6 marzo 2002, è stato scaricato da Internet

[7] ibidem pag. 8. È da segnalare, tra l’altro, che il 25 marzo 2004 e l’8 ottobre 2004 nella sua risposta a interrogazioni parlamentari il Sottosegretario di Stato per l’interno, Maurizio Balocchi, non riferiva nulla su queste strutture. A questo punto, forse è opportuno riportare a cosa si riferiscano i citati art del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. Art. 214: “Nel caso di pericolo di disordini il Ministro dell’interno con l’assenso del Capo del Governo o i Prefetti, per delegazione, possono dichiarare, con decreto, lo stato di pericolo pubblico.” Art. 215: Durante lo stato di pericolo pubblico il Prefetto può ordinare l’arresto o la detenzione di qualsiasi persona, qualora ciò ritenga necessario per ristabilire o per conservare l’ordine pubblico.” Art. 216. “Oltre quanto è disposto dall’art. 2, qualora la dichiarazione di pericolo pubblico si estenda all’intero territorio del regno, il Ministro dell’interno può emanare ordinanze, anche in deroga alle leggi vigenti, sulle materie che abbiano comunque attinenza all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica. I contravventori alle ordinanze predette sono puniti con l’arresto non inferiore a un anno, salvo le maggiori pene stabilite dalle leggi. La disposizione precedente si applica anche a coloro che contravvengono alle ordinanze del Prefetto emesse durante lo stato di dichiarato pericolo pubblico, in forza dei poteri che gli sono conferiti dall’art. 2.” Art. 217: “Qualora sia necessario affidare all’autorità militare la tutela dell’ordine pubblico, il Ministro dell’interno, con l’assenso del Capo del Governo, o i Prefetti, per delegazione, possono dichiarare, con decreto, lo stato di guerra. Sono applicabili, in tal caso, le disposizioni degli articoli precedenti. La facoltà di emanare ordinanze spetta all’autorità che ha il comando delle forze militari. I contravventori sono puniti a termini del primo capoverso dell’articolo precedente.“ Art. 218: “Durante il dichiarato stato di guerra le autorità civili continuano a funzionare per tutto quanto non si riferisce all’ordine pubblico. Per ciò che riguarda l’ordine pubblico le autorità civili esercitano quei poteri che l’autorità militare ritiene di delegare ad esse.” Art. 219: “Durante il dichiarato stato di guerra sono giudicate dai Tribunali militari le persone imputate di delitti contro la personalità dello Stato previsti nel titolo primo del libro secondo del codice penale. Gli imputati di delitti contro l’ordine pubblico, la pubblica amministrazione, le persone e il patrimonio sono giudicati dall’Autorità giudiziaria ordinaria.”

[8] Non è certamente qui la sede per abbandonarsi a “dietrologie” domandandosi retoricamente se gli “allarmi terrorismo”, enfatizzati da molti mass media, non abbiano avuto come fondamentale scopo quello di compattare un “fronte interno” finalizzato a supportare una guerra preventive contro i cosiddetti “stati canaglia”. È opportuno, comunque sottolineare come tutte le “minacce terroristiche” (da quella dell’avvelenamento dell’acquedotto di Roma, all’uso di una improbabile “bomba atomica sporca”, al tizio che voleva far esplodere un aereo con esplosivo nascosto nelle suole delle scarpe, a “corrieri del terrore” in viaggio con fiale contenenti abominevoli agenti biologici o chimici…) siano svaporate nel giro di qualche settimana mentre le indagini sulla disseminazione, tramite posta, di spore di antrace negli USA ,che ha gettato nel panico tutto il mondo, hanno svelato responsabilità diametralmente opposte a quelle ipotizzate in un primo tempo.

[9] L’esercitazione della Homeland Security “Dark Winter”, tenutasi negli USA il 22 e 23 giugno 2002, nonostante sia stata progettata da blasonati istituti (quali lo Center for Strategic and International Studies e la Johns Hopkins University) e il suo elevatissimo costo (stimato in 40 milioni di dollari) è stata, a detta di numerosi esperti di Disaster management e studiosi di armi biologiche, una delle peggiori iniziative mai realizzate dalla Difesa civile USA.

 Intanto la credibilità dello scenario sul quale si basava l’esercitazione. Dark Winter ipotizzava la disseminazione intenzionale, (a Oklahoma City, a Filadelfia e ad Atlanta) del vaiolo, un virus eradicato dal nostro pianeta nel 1979 e ora, (dopo un incidente verificatosi nell’agosto 1978, in un reparto dell’Università di Birmin­gham) ibernato a 78 gradi sotto zero in frigoriferi blindati custoditi in soli due laboratori (ad Atlanta e a Mosca) supersorvegliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità; il vaiolo, pertanto, e anche per le consistenti scorte di vaccino ancora disponibili sarebbe una delle ultime “risorse” sulle quali un terrorista o uno “stato canaglia” riporrebbe le sue speranze. Un’altra critica mossa all’esercitazione è stata la supposta diffusione esponenziale del contagio che avrebbe impedito, secondo “Dark Winter”, l’attuazione di valide misure di profilassi. A tal proposito non pochi epidemiologi hanno aspramente contestato l’algoritmo che, secondo “Dark Winter”, avrebbe dovuto scandire il propagarsi dell’infezione e hanno ricordato che nello stato di New York, nel 1947, di fronte all’insorgere di un caso di vaiolo umano si riuscì a vaccinare in una sola settimana ben 6.350.000 persone.

Nonostante ciò “Dark Winter”, al pari di una ancora peggiore esercitazione di Difesa civile, realizzata il 17 maggio 2002 dal FEMA, (nella quale un attacco con peste bubbonica, illogicamente, uccideva istantaneamente centinaia di spettatori di in un teatro di Denver) è stata immortalata in innumerevoli servizi televisivi e in talk show finendo per cementare tra gli americani, (oltre alla convinzione dell’opportunità di una guerra preventiva contro un lungo elenco di “stati canaglia”) un senso di disperazione che potrebbe risultare pericolosissimo. In tal senso gli assalti alle farmacie e agli ospedali, per procurarsi ad ogni costo farmaci e vaccini, e il collasso delle strutture di emergenza prospettati, da queste esercitazioni rischiano di essere un copione che potrebbe essere davvero recitato dalle popolazioni in una situazione di reale allarme bioterrorismo.

[10] Così come denunciato da alcune organizzazioni ecologiste, con fondi destinati a ridurre i danni della prossima alluvione del Tamigi è stato finanziato un davvero strampalato piano di emergenza, per fronteggiare una epidemia di vaiolo conseguente ad un attentato terroristico, per il quale sono state spese cifre davvero ingenti andate nell’acquisto di innumerevoli tute NBC, nell’acquisto di 20 milioni di dosi di vaccino e nella ristrutturazione di edifici da adibire a lazzaretto. Al di là dei costi, il Piano basa il suo essere su procedure davvero insolite in un paese democratico come il rastrellamento preventivo di immigrati clandestini e senzatetto che, si teme, rifiutando essi di essere censiti e, quindi, vaccinati, potrebbero costituire una minaccia per la sicurezza sanitaria. Cfr. www.peacelink.to/civildefnce/blair

[11] EURATOX 2002, svoltasi il 27 e 28 ottobre 2002 a Canjuers, nel sud della Francia, è stata la prima esercitazione di protezione civile congiunta in Europa e ha visto la partecipazione di ben 800 persone provenienti da 6 Stati della Comunità europea tra cui l’Italia. L’esercitazione, che ha simulato interventi atti a fronteggiare l’esplosione di una bomba radioattiva in un cinema e un attacco terroristico a base di iprite e sarin spruzzati da un areo ultraleggero su un campo di calcio durante una partita, ha aperto il Primo Forum Europeo della Protezione civile, tenutosi a Bruxelles a fine novembre 2002, dedicato quasi interamente alle misure da attuarsi per la protezione da possibili attacchi terroristici. Cfr. www.interieur.gouv.fr/

[12] La guerra batterio­logica risale almeno al 1347 quando truppe tartare, impegnate nell’asse­dio del presidio genovese di Caffa sul Mar Nero, catapultarono all’inter­no della fortezza cadaveri di appestati. Trasportata dalle navi dei geno­vesi in fuga, la Morte Nera sbarcò in Europa dove sterminò in appena tre anni 20 milioni di persone. Quattro secoli dopo, la propagazione intenzionale di infezioni sconosciute e quindi micidiali per le popolazioni nemiche costella l’espansione del colonialismo europeo: nel 1763 Sir Jef­frey Amherst, governatore della “Nova Scotia” diffonde tra i pellerossa coperte infettate di vaiolo; più o meno nello stesso periodo gli inglesi mandano tra i Maori (che popolavano allora la Nuova Zelanda) gruppi di prostitute infettate dalla sifilide: ben presto le popolazioni indigene so­no sterminate e le loro praterie sono finalmente “terra vergine” per i coloni europei. Durante la seconda guerra mondiale i giapponesi disseminano in Manciuria, la peste, il colera, la leptospirosi tramite le tonnellate di microrganismi prodotti nella installazione “Unita 731” diretta dal profes­sore Shiro Ishii. Crollato l’Impero del Sol Levante, Ishii (responsabile, tra l’altro della sperimentazione su prigionieri di guerra di armi batte­riologiche) non solo non viene condannato come criminale di guerra al Processo di Tokio, ma è invitato negli Stati Uniti a collaborare al fun­zionamento del più grosso centro di guerra batteriologica americano: Fort Detrick dove, dal 1942 venivano selezionati, prodotti e stivati in bombe o testate missilistiche germi di malattie quali peste, morva, tifo petecchiale, carbonchio…

 Come rivelato da documenti solo recentemente declassificati, gli americani già nel 1940 avevano cominciato a sviluppare questo sistema d’arma nella illusione che la produzione industriale del­la penicillina (uno dei progetti meglio custoditi della seconda guerra mondiale e che impegnò qualche cosa come 7.000 scienziati) avrebbe garantito ad essi l’invulnerabilità contro le armi batte­riologiche. Svanito il monopolio della penicillina, gli anni ’50 e ’60 vedono una frenetica corsa per la produzione di microrganismi sempre più micidiali. Negli USA sorgono ben nove impianti di guerra batteriologica, in Gran Bretagna si costruisce la “fab­brica di microbi” di Porton Down, stessa cosa viene fatta in URSS sul­le coste del Mar Caspio.

 Verso la fine degli anni ’60, comunque, le armi batteriologi­che cominciano ad essere snobbate dai vari Stati Maggiori: le continue ricerche sui microrganismi e sui farmaci avevano fini­to, infatti, per ridurre a zero i microrganismi “segreti” contro i quali, cioè, il nemico non aveva alcuna difesa. Anche per que­sto motivo le armi batteriologiche vengono messe al bando con un trattato internazionale siglato nel 1972. Nonostante questo divieto, verso la metà degli anni ’80 la corsa alle armi batteriologiche riprende con vigore, anche se ca­muffata con l’esigenza di “dotarsi di strumenti di difesa” da at­tacchi batteriologici. Il perché è da ricercarsi nella manipola­zione del DNA che permette di inventare e creare microrganismi assolutamente sconosciuti al nemico ma ben studiati dall’attaccante che può, quindi, vaccinare preventivamente le proprie popolazioni o truppe (o accatastare determinati farmaci), prima di sferrare l’attacco. Spronato dai militari e dalle multinazionali della biotecnologia, le armi bat­teriologiche, grazie ad un incremento di budget annuale di 900 milioni di dol­lari, ritrovano il loro posto negli arsenali. Nel maggio 1989, 800 ricercatori americani, tra i quali tre Premi Nobel per la me­dicina, lanciano un appello “contro questa nuova rovinosa corsa all’arma batteriologica che rischia di mettere a disposizione di qualche terrorista o sanguinario dittatore un arma dotata di una potenza fino a ieri inimmaginabile”. Naturalmente l’appello cade nel vuoto e le ricerche per inventare nuovi e più micidiali microrganismi continuano.

Nel settembre del 1990 la rivelazione sui mass media: anche Saddam ha l’arma batteriologica. La notizia (non supportata, comunque, da nessuna inequivocabile prova) determina una nuova corsa alla realizzazione di “vaccini” per proteggersi da nuove armi batteriologiche. Ma per realizzare nuovi vaccini bisogna preventivamente “inventare” nuovi microorganismi patogeni prima che vengano realizzati dal “nemico”. E così, mentre le autorità cubane denunciano un attacco biologico contro le loro coltivazioni (che sarebbe stato condotto nel 1997 dagli Americani con la disseminazione, tramite aerei, di un insetto manipolato geneticamente: il Thrips Palmi) i centri di ricerca per la guerra batteriologica (come Edgewood, vicino Baltimora e Fort Detrick, nello Stato del Maryland, forti di un incremento di budget di 200 milioni di dollari ottenuto nel 1998) continuano a lavorare alacremente.

Per una storia della guerra batteriologica cfr. F. SANTOIANNI “L’ultima epidemia. La guerra batteriologica dalla peste all’AIDS?” Edizioni Cultura della Pace 1991; vedi anche J. MILLER – S. ENGELBERG – W. BROAD “Germi Le armi batteriologiche: la storia una guerra segreta” Longanesi 2002

[13] Nel 1977 sono stati declassificati e resi pubblici rapporti sugli esiti di una serie di “esperimenti” effettuati a partire dal luglio 1956 quando, per ordine del Dipartimento alla Difesa statunitense, fiale contenenti germi di Serratia marcescens e di Bacillus subtilis furono rotte nei condotti dell’aria condizionata della metropolitana di New York e dell’aeroporto di Washington mentre altri germi furono diffusi nel Kittatinny Tunnel e nel Tuscarote Tunnel dell’autostrada della Pennsylvania… Sono seguite altre 239 (duecentotrentanove!) disseminazioni di agenti batteriologici in aree statunitensi densamente popolate; tutte finalizzate a stimare, – tramite una rete di sensori e il monitoraggio di eventuali ricoveri ospedalieri per “lievi ma insoliti disturbi” – l’area di contagio in caso di un attacco batteriologico sovietico. I rapporti sugli esiti di questi esperimenti delineano, comunque, un aspetto oggi tranquillizzante: il contagio, nonostante la notevole quantità di agenti patogeni impiegati, ha avuto un andamento davvero blando e non si è esteso al di là della popolazione direttamente esposta alla disseminazione degli agenti patogeni. Cfr. E. Geissler et al. (eds) “Biological and toxin weapons: research, development and use” Sipri Chemical and Biological Warfare Series, No. 18. Oxford: Oxford University Press, 1999; vedi anche P. Williams e D. Wallace “Unit 731: Japan’s Secret Biological Warfare in World War II”, Hodder and Stoughton, London, 1989. Sui reali effetti di un attentato bioterroristico cfr anche A. Lamb “Biological Weapons – the Facts not the Fiction” in Clin Med JRCPL 2001;1:502-4; vedi anche S. Wessely, Kc. Hyams, R. Bartholomew, “Psychological implications of chemical and biological weapons”. British Medical Journal 2001;323:878-879)

Un’altra considerazione che ridimensiona di molto l’allarme bioterrorismo è data dalla disamina delle gesta della setta giapponese Aum Shinrikyo che, prima di attaccare, nel marzo 1995, con gas Sarin la metropolitana di Tokio uccidendo 12 persone, aveva spruzzato, dai tetti degli edifici adiacenti e da un camion, decine di chili di spore di antrace contro il parlamento giapponese e il palazzo imperiale, senza riuscire a provocare alcuna vittima. La setta inoltre, (pure dotata di notevole competenza tecnologica e di ingenti finanziamenti) non è riuscita ad isolare il ceppo letale del Clostridium botulinum, tra le 675 varianti esistenti, per sferrare un progettato attacco biologico alle basi americane di Yokosuka e Yokohama.

La stessa minaccia costituita dalla disseminazione di antrace compiuta tramite posta negli USA andrebbe ridimensionata. È estremamente facile procurarsi spore di antrace, tutt’altra cosa è trasformarla in un’arma. Per produrre antrace “weaponized”, infatti, ci vogliono attrezzature sofisticatissime che di certo non sono state utilizzate dagli ancora oggi ignoti terroristi. In mancanza di queste la “minaccia antrace” si riduce a poca cosa. Non a caso, le centinaia di buste infette spedite negli USA hanno ucciso “solo” sei persone le quali, aprendo frettolosamente le buste, hanno inalato almeno centomila spore. Per di più, come è stato recentemente fatto notare, quattro di queste sei persone sono state curate con un farmaco – il Levaquin – che ora si è scoperto non essere efficace per curare l’antrace da inalazione.

 Cosa si intende per “Difesa civile” secondo la definizione ufficiale italiana del 1983?

 Il documento “La Cooperazione Civile Militare” la definisce come il complesso di misure e attività per fronteggiare emergenze causate da eventi naturali, incidenti, calamità intenzionalmente provocate dall’uomo, crisi nazionali/internazionali o conflitti bellici.

 Perché la strategia della “Mutua Distruzione Assicurata” (MAD) portò, negli anni ’70, a un ridimensionamento delle strutture di Difesa civile?

 Secondo questa dottrina strategica, qualsiasi sistema difensivo contro un attacco nucleare andava bandito, perché la popolazione doveva restare “ostaggio” per garantire l’equilibrio del terrore tra le due superpotenze — di conseguenza bunker e piani di evacuazione vennero sospesi o fortemente limitati.

 Cosa rivela il documento “La Difesa Civile in Italia” del Ministero della Difesa (2002)?

 L’esistenza di strutture per la gestione delle crisi — come una “Centrale di allarme” fuori Roma e una “cellula di comando” presso ogni ministero — mai rese pubbliche né discusse in Parlamento, insieme alla previsione di “decreti cassetto” riguardanti anche la militarizzazione dei cittadini in situazioni di emergenza.

 Un attentato bioterroristico isolato può davvero scatenare un’epidemia devastante?

 Secondo l’articolo, le probabilità sono scarse: a differenza di un attacco biologico militare (che colpisce un territorio già indebolito da bombardamenti), il bioterrorismo colpisce un territorio integro e capace di reagire — come dimostrano gli episodi di Porton Down (1962) e dell’Università di Birmingham (1978), nessuno dei quali causò un’epidemia su larga scala.

Cosa dimostra il caso della setta giapponese Aum Shinrikyo riguardo alla reale minaccia bioterroristica?

 Nonostante ingenti finanziamenti e competenze tecnologiche, prima dell’attacco con gas Sarin del 1995 la setta aveva tentato senza successo di diffondere spore di antrace contro il parlamento giapponese, senza causare vittime, e non riuscì mai a isolare il ceppo letale di botulino necessario per un attacco biologico contro basi americane.

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