Vesuvio e dintorni

Una caratteristica della pianificazione della protezione civile italiana, aggravatasi negli anni, è che essa è si direbbe finalizzata più che a garantire la sicurezza della popolazione, a tutelare chi dovrà dirigere l’emergenza. A questo vi è da aggiungere un’altra peculiarità. Nella stragrande maggioranza dei paesi industrializzati, i piani di emergenza – al pari, qui da noi, ad esempio, di un Piano urbanistico o di un progetto edilizio – vengono redatti e firmati da una precisa persona che si assume la responsabilità anche di eventuali carenze che impedirebbero la piena operatività del Piano; inoltre, negli USA, in numerosi stati, le istituzioni prima di trasformare il Piano di emergenza in norme che devono essere rispettate da tutti, ordinano un collaudo, pretendendo il parere di una struttura esterna di certificazione. Non così, in Italia dove i piani di emergenza vengono redatti da deresponsabilizzati Commissioni che poi li “approvano” rimandando a cose ancora da fare o a future “intese” con enti destinate a restare lettera morta.

A peggiorare le cose, come già detto, la proclamazione o la perpetuazione di uno stato di emergenza finalizzata al mero rafforzamento di strutture di potere che non devono dar conto quasi a nessuno del loro operato. Il caso dell’elefantiaco Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti 106 a Napoli istituito nel 1994 e perpetuatosi, tra sprechi, scandali e inefficienze, per ben otto anni senza risolvere praticamente nulla, certamente fa testo. A peggiorare ulteriormente le cose, la sostanziale trasformazione del Dipartimento della Protezione civile in una sorta di Grande Elemosiniere della ricerca scientifica considerando il suo ruolo di fatto, ad esempio, nell’erogazione di finanziamenti statali o europei inerenti studi geologici. Questa sostanziale subalternità della Scienza, oltre alla istituzione presso il Dipartimento di una Commissione Grandi Rischi, oggi affollata da ben 64 accademici, rischia di riproporre situazioni penose come quella del mancato allarme sismico verificatosi in Abruzzo nel marzo 2009.

Oggi (2023) la paura come sistema di governo e una pianificazione dell’emergenza finalizzata solo a tutelare chi dovrà dirigerla si stanno rivelando in tutta la loro gravità in questi giorni nei Campi flegrei e a Napoli dove, da decenni, si pretende di affrontare una emergenza (quale bradisismo e conseguenti terremoti che prefigurano una situazione di elevata indeterminatezza) esclusivamente con uno (sgangherato) Piano di evacuazione. Il risultato è un continuo stato di ansia (che potrebbe determinare, come è stato nell’emergenza bradisismo 1983, l’insorgere di numerose malattie psicosomatiche) e produrre lo scatenamento del panico con conseguenti morti e feriti gravi.

Ma potrebbe esserci una pianificazione e gestione dell’emergenza diversa da quella attuale? Una pianificazione e gestione simile a quella di non pochi paesi caratterizzati da rischio vulcanico. Che sia vicina agli interessi della gente e non serva soltanto ad incensare istituzioni quali Dipartimento alla protezione civile, INGV, Regione Campania… Che non serva soltanto ad alimentare un fiume di inutili consulenze o scenografiche, quanto inutili, esercitazioni?

Nel capitolo successivo un documento redatto dal Comitato Vivere tra i vulcani che, anche durante la crisi bradisismo del 2026 nei Campi Flegrei ha cercato di sensibilizzare la popolazione flegrea e, soprattutto,  i tanti “attivisti” lì presenti; i quali, così come è stato durante l’emergenza Covid, hanno finito per adattarsi ad una situazione imposta da una autoritaria, quanto fallimentare, gestione dell’emergenza. F.S.