
Ancora oggi, in Italia, il termine “Disaster management” viene comunemente inteso come mera “Protezione civile” e cioè quel complesso di forze (esercito, strutture pubbliche, volontari…) destinato a soccorrere le popolazioni in caso di emergenza attuando uno o più piani di emergenza. In realtà, il Disaster Management inteso come disciplina per intervenire in situazioni di stress collettivo, è caratterizzato da una intrinseca ambiguità e risulta arduo ricostruire la sua origine ed evoluzione; sia perché molti studi e documentazioni su di esso risultano ancora secretati, sia perché sono state molte le discipline (Sociologia, Antropologia, Psicologia, Ingegneria sociale, Urbanistica, Scienze militari..) che si sono occupati di esso. Qui limitiamoci a soffermarci su alcuni studi e gruppi di ricerca che, a parere di chi scrive, hanno più contribuito a modellare il particolare tipo di Disaster management contemplato in questo sito.
I più autorevoli testi sul Disaster Management[i] fanno risalire la sua origine alle ricerche (effettuate, negli anni 1950-51, per conto del Pentagono) dell’urbanista Tracy B. Augur su cosa fare per minimizzare gli effetti di un attacco nucleare sovietico. Più o meno negli stessi anni nella Confederazione Elvetica, uno staff di urbanisti facenti capo all’Università di Friburgo cominciava ad approfondire tutta una serie di concetti che costituivano il cosiddetto «Piano Wahlen», che aveva garantito alla Svizzera l’inviolabilità e l’autosufficienza durante il secondo conflitto mondiale.
Si trattava, sostanzialmente di studi sulla vulnerabilità territoriale e cioè come preservare o distruggere quelle strutture (ponti, linee elettriche, ferrovie, acquedotti, stabilimenti, edifici pubblici…) che costituiscono le life-line (reti indispensabili per garantire la sopravvivenza di una società). Già nel 1943, comunque, altri studi sulla vulnerabilità (in questo caso psicologico-sociale) erano stati svolti in Gran Bretagna, all’interno di una Commissione presieduta da Frederick Lindemann, consulente scientifico di Winston Churchill, per permettere al generale sir Artur Harris, del Comando Bombardieri Strategici britannico, di meglio pianificare bombardamenti di inaudita ferocia sulle città tedesche.
Di certo, l’uso del terrore per scompaginare la psiche del nemico in guerra non era una novità ma quello che colpisce, dalla parziale lettura dei verbali (ancora in parte secretati) della commissione presieduta da Lindemann, è considerare come nemico non già i militari ma, prioritariamente la popolazione civile. Diventava, quindi, prioritario scompaginare la psiche di questa non solo attraverso efferati bombardamenti (come quelli del febbraio 1945 su Dresda, di scarsa valenza militare) ma anche con espedienti quali il far sorvolare le città tedesche, ormai prive di contraerea, da stormi di bombardieri che non sganciavano bombe, per inculcare nella popolazione un devastante senso di “gratitudine” verso il nemico.
Nel dopoguerra gli studi della Commissione Lindemann finalizzati ad orientare il comportamento di una popolazione sotto stress finirono per alimentarne altri intrapresi, soprattutto negli Stati Uniti, da commissioni che vedevano la presenza di psichiatri, militari, giornalisti. Scopo di questi studi (finora ne sono stati desecretati più di 300) suscitare paure e angosce nella popolazione dello stato canaglia di turno. Studi che alimentarono una disciplina denominata Psychological Warfare (Guerra psicologica).
Inevitabilmente, questa disciplina finì per fondersi con gli studi di Edward Louis Bernays, considerato il padre dell’”ingegneria sociale” e, cioè delle tecniche per utilizzare la psicologia del subconscio per manipolare la popolazione. Ma prima di inoltrarci in questi studi e le loro applicazioni oggi, un rapido cenno sulle principali emozioni che si manifestano in caso di emergenza: la paura, l’angoscia e il panico.
PAURA, ANGOSCIA, PANICO
La paura è una caratteristica presente, più o meno accentuatamente, in tutti gli animali superiori ed è un riflesso indispensabile per potere sfuggire dal pericolo. Negli esseri umani sono sostanzialmente tre le reazioni alla paura e sono tropismi; comportamenti, cioè, che abbiamo ereditato dai nostri antenati animali.
La prima (abbastanza rara) è la catalessi: un fenomeno di automatismo psiconeurotico che immobilizza il soggetto rendendolo incapace di fare alcunché; questa è una reazione che abbiamo ereditato dagli animali predati i quali si fingono morti per evitare di essere sbranati dai predatori, che solitamente non divorano le carogne.
Un’altra reazione è lo sbiancarsi o il rizzarsi di capelli e peli (tipica nei gatti): una tecnica questa che permette all’animale aggredito di confondere o di sembrare “più grande” agli occhi dell’animale aggressore.
La terza reazione (la più diffusa) è l’iperattività, determinata dalla immissione di un surplus di adrenalina, con la conseguente accelerazione delle pulsazioni cardiache e della respirazione, la redistribuzione vascolare a vantaggio dei muscoli, la contrazione della milza, l’immediato aumento degli zuccheri nel sangue… il tutto finalizzato a rendere disponibile un surplus di energia destinato al contrattacco o alla fuga.[ii]
Mentre la paura è dettata dalla immediata percezione della minaccia (l’aggressore, i muri che crollano durante un terremoto, l’esplosione di una bomba…) l’angoscia è vissuta come attesa dolorosa di fronte ad una minaccia tanto più temibile in quanto non chiaramente identificata.
L’angoscia per una morte percepita come qualcosa di impalpabile, di sfuggente capace di colpire da un momento all’altro, senza preavviso, è stato un elemento che ha caratterizzato oltre alle grandi epidemie (peste, vaiolo, colera…) anche numerosi incidenti industriali, come Chernobyl, nei quali la sostanza nociva emessa non veniva direttamente percepita. La reazione di un individuo sottoposto a questo stress è, solitamente, il chiudersi in un isolamento carico di depressione che, in alcuni casi, sfocia in malattia o esplosioni di violenza.
In passato, durante le gravi epidemie il compito di incanalare queste tensioni spettava alle processioni religiose o alle esecuzioni degli “untori”. Si badi bene che queste manifestazioni pubbliche (al di là della strumentalizzazione che cercava di farne il Potere) erano invocate, in qualche caso imposte, dalla popolazione che aveva così la possibilità di visualizzare la fonte del male (la divinità che non intercedeva per salvare la comunità o l’untore) scaricando su questi simboli gli stress che il disastro andava accumulando.
Oggi il Disaster management delinea alcune direttive[iii] per affrontare questi due diversi tipi di emozioni. Come già detto, la reazione alla paura comporta solitamente una fisiologica e immediata iperattività dell’individuo. In questi casi si consiglia a colui che potrebbe essere una figura leader della comunità (ad esempio l’insegnante in una scolaresca) di “incanalare” questa iperattività, questa necessità di “fare qualcosa” (che si registra, ad esempio, durante un terremoto) verso un obbiettivo non nocivo anzi utile in quel momento (come ad esempio ordinare di allontanarsi dalle finestre, mettersi con le spalle al muro, rifugiarsi sotto i banchi…). Chi volesse risolvere, invece, l’inevitabile tempesta di movimenti inconsulti con rituali appelli a “stare calmi” o a “non farsi prendere dal panico”, non solo non sortirebbe alcun effetto positivo ma perderebbe immediatamente quella credibilità datagli dall’essere stato il primo ad aver dato un ordine immediatamente dopo la percezione della minaccia ambientale.
Più complessa è la gestione dell’angoscia che, secondo quella che è considerata la “Bibbia del Disaster management”[iv] dovrebbe essere affrontata dalle autorità e dai media con una efficace e responsabile informazione e, laddove è possibile, permettendo la “visualizzazione “della fonte dell’angoscia”. Per quanto riguarda quest’ultima direttiva l’unica iniziativa intelligente – in quarant’anni di protezione civile – l’ho vista durante l’emergenza bradisismo nel 1983, quando fu deciso (non si sa da chi) di affiggere in una piazza di Pozzuoli i sismogrammi dei terremoti appena verificatisi.
Oltre la paura e l’angoscia, una terza emozione può caratterizzare un disastro: il panico. Parlare di “panico” è innanzitutto una scorrettezza linguistica. Il termine è, infatti, un aggettivo e deriva da “timor panico”, cioè timore che Pan, dio dei boschi, incuteva nei pastori dell’Arcadia. Questa trasposizione da aggettivo a sostantivo non è che la prima di una lunga serie di inesattezze legate al concetto di panico che, generalmente viene visto come un inevitabile e irrazionale comportamento di ogni folla (ad esempio l’assalto alle scialuppe di salvataggio o il riversarsi verso le uscite) che determina schiacciamenti, soffocamenti, feriti, morti…[v] Generalmente si conosce del panico la sua versione cinematografica dove l’esigenza di spettacolarità porta spesso ad enfatizzare. In realtà quasi mai durante un disastro la folla si comporta nella maniera cinica e irrazionale che conosciamo dai film e questo perché, affinché possa verificarsi lo scatenarsi del panico, e cioè di un comportamento collettivo autodistruttivo, devono registrarsi quattro fattori: un’ansietà diffusa precedente al disastro, la mancanza di una qualificata leadership, la veloce e progressiva chiusura dell’unica via di uscita, il verificarsi di un fattore di precipitazione.
Il primo studio sul panico riguardò la strage verificatasi al Campo Chodynka di Mosca il 18 maggio 1896 quando, durante i festeggiamenti per l’incoronazione dello Zar morirono circa 2.000 persone; altri casi studiati che hanno fatto scuola sono stati la ressa davanti ad un rifugio antiaereo di Tokyo, (2 aprile 1942: 1.500 morti), l’incendio della discoteca Cocoanut di Boston (28 novembre 1942: 492 morti… Certamente, il caso di panico più famoso è quello che si sarebbe verificato a New York il 30 ottobre 1938 a seguito di una trasmissione radiofonica, condotta da Orson Welles, annunciante lo sbarco di marziani che stavano mettendo sotto assedio la città. In realtà, (al pari della famosa “Paura dell’anno mille” ) questo “panico generalizzato” (fuga di innumerevoli persone, interruzione dei servizi di emergenza, feriti, morti..) sul quale credo di aver letto almeno trenta libri, molti scritti da blasonati “esperti”, non ci sarebbe stato, essendo stato inventato di sana pianta dai giornali, interessati a screditare come fonte di notizie la Radio (che stava cominciando a prosciugare i loro introiti pubblicitari). Nonostante ciò, questo e altri supposti episodi di “panico” vengono periodicamente sbandierati, verosimilmente per attestare l’intrinseca inaffidabilità e pericolosità della cosiddetta “folla” e la conseguente esigenza di irregimentarla: una operazione cominciata nel 1895 con il successo del libro di Gustave “Psicologia delle folle”[vi]del quale ci piace riportare la sua più celebre definizione: «In determinate circostanze, e soltanto in tali circostanze, un agglomerato di uomini possiede caratteristiche nuove ben diverse da quelle dei singoli individui che lo compongono. La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità si orientano alla medesima direzione. Si forma così un’anima collettiva, senza dubbio transitoria, ma con caratteristiche molto precise. La collettività diventa allora […] una folla organizzata o se preferiamo, una folla psicologica. Tale folla forma un solo corpo ed è sottomessa alla legge dell’unità mentale delle folle..» .
Tornando a parlare di panico, il paradosso è che molte delle teorie per spiegare quelli che furono a New York fantomatici episodi si sono rivelate esatte alla luce dell’analisi di reali episodi di panico; ad esempio, quello che, il 24 Settembre 2015, coinvolse decine di migliaia di fedeli mussulmani a La Mecca e che comportò 769 morti (secondo il governo saudita o 2411, secondo Associated Press). La più importante di queste teorie[vii] vuole che “Nello scatenarsi del panico ha molto peso la convinzione o il timore di un possibile intrappolamento. Nel racconto di chi ha partecipato ad un caso di panico questa considerazione viene ripetuta moltissime volte. Non è vero che gli individui colpiti da panico credono o avvertono di essere definitivamente intrappolati. In questi casi, infatti, non si produce panico. Questi si manifesta, invece, solo quando, nel pericolo si avverte l’imminente chiusura di una possibile via di uscita”.
Questa faccenda della possibile linea di fuga come elemento per lo scatenamento del panico si pose drammaticamente nel 1986 in Italia, durante l’emergenza Chernobyl, quando, giustamente secondo chi scrive, venne celato che la Sardegna registrava, tra tutte le regioni italiane, un insignificante tasso di radioattività. Questo impedì non solo un probabile e pericoloso assalto ai traghetti diretti verso l’isola ma che innumerevoli yacht privati salpassero di corsa, con il conseguente rischio di naufragi.
Un altro elemento che deve aversi per lo scatenamento del panico è il cosiddetto fattore di precipitazione e cioè un evento improvviso e, soprattutto, inaspettato che prefigura il pericolo. Si pone, quindi, l’esigenza di precedere il verificarsi di questo attraverso un annuncio e comportamenti rassicuranti. Non a caso i piloti degli aerei di linea annunciano l’arrivo di turbolenze e quindi di scuotimenti del velivolo che saranno poi scanditi da tranquillizzanti sorrisi delle hostess e degli steward.
La disciplina che studia i comunicati da diffondere durante un allarme rientra in un campo del Disaster management denominato Crowd control (e cioè “controllo della folla”) che veniva attentamente studiata e insegnata in una accademia della F.E.M.A (Federal Emergency Management Agency) dove, ricordo con nostalgia, troneggiava, all’ingresso, un ironico cartello con su scritto: “Se tu riesci a mantenere la calma mentre tutti sono in preda al panico, vuol dire che non ti è chiara la gravità della situazione”.
Ma torniamo ai comunicati di emergenza. Uno davvero efficace era già stato utilizzato a Detroit nel 1979 [viii]quando si seppe che un ordigno, con innesco a tempo, era stato depositato nello stadio cittadino gremito di 70.000 persone. Il problema che si poneva era come evacuare lo stadio in un tempo sufficientemente rapido senza che l’improvvisa sospensione della partita in corso con il con-seguente ordine di evacuazione provocasse la ressa alle uscite e quindi il panico con conseguenti morti e feriti. Freneticamente vennero contattati telefonicamente alcuni psicologi e criminologi convenzionati con la Civil defence e, nel giro di qualche minuto, gli altoparlanti trasmisero un comunicato apparentemente bizzarro: un incendio stava distruggendo le vetture parcheggiate nel grande piazzale antistante lo stadio, tutti gli automobilisti dovevano recarsi presso le proprie vetture per allontanarle dal luogo dell’incendio, la partita sarebbe ripresa dopo qualche tempo. Subito dopo la diramazione del comunicato, lo stadio cominciò (velocemente, ma ordinatamente) a svuotarsi, il diradamento della folla permise di identificare pacchi sospetti e l’ordigno venne localizzato e disinnescato. La gente seppe della cosa solo qualche giorno dopo.
L’episodio di Detroit ebbe un certo risalto dopo la strage nello stadio Heysel di Bruxelles (29 maggio 1985: 39 morti, 600 feriti) quando fu fatto notare che – considerata la la carenza delle forze preposte alla tutela dell’ordine pubblico e l’inesistenza di solide barriere – per tentare di calmare gli hooligans del Liverpool qualcosa poteva essere fatta utilizzando gli altoparlanti che, invece di inutili appelli a “mantenere la calma”, avrebbero potuto diramare un fac simile di comunicato di emergenza. Come quello, già a disposizione delle autorità belghe, redatto dallo psicologo Georg Sieber, (consulente per le olimpiadi di Monaco) che consigliava, in casi come questi di annunciare la morte di una bambina schiacciata dalla folla.[ix]
Gli schemi dei comunicati di emergenza, ovviamente, variano secondo molti fattori (il tipo di emergenza, il tessuto culturale nel quale si andranno ad impattare, il rapporto di fiducia più o meno esistente tra autorità e popolazione…) ma dovrebbero seguire tutti una fondamentale direttiva: la vulnerabilità di chi eroga il comunicato deve essere, il più possibile, la stessa della popolazione alla quale il comunicato è diretto. Soffermiamoci a tal riguardo su due comunicati di emergenza redatti nel nostro paese. Il primo, (non disprezzabile, anche perché chi scrive aveva collaborato, molti anni fa, alla sua stesura) per fronteggiare un risveglio del Vesuvio; il secondo, per incidente alla (mai realizzata) centrale elettronucleare di Caorso talmente sgangherato da essere frettolosamente ritirato dopo che se ne seppe, dai giornali, l’esistenza.
Sulla attuale, sgangherata, pianificazione dell’emergenza Vesuvio e Campi Flegrei rimando alla sezione di questo sito. Qui solo poche parole. Le popolazioni dell’area vesuviana oggi – a differenza di quanto avveniva in passato – vedono nel risveglio del Vesuvio un evento foriero di sicura e improvvisa distruzione e morte; un inevitabile disastro dal quale allontanarsi il più rapidamente possibile. Per minimizzare gli effetti di questa percezione (che produrrebbe panico e gravi incidenti anche all’apparire di fenomeni “normali” per un’area vulcanica come un’improvvisa fumarola, un terremoto, un boato sotterraneo) fu redatto uno studio[x] che suggeriva di comunicare la ripresa dell’attività vulcanica non già come prima notizia del telegiornale e, meno che mai, con una edizione straordinaria di questo. Al comunicato doveva seguire un servizio (già registrato) consistente in una pacata discussione da tenersi nei locali dell’Osservatorio vesuviano (posto, come è noto, sulla sommità del cono vulcanico) che doveva sottolineare come l’eruzione fosse stata una costante del Vesuvio dal 1631 al 1944 senza che ciò avesse mai provocato la fuga in massa dall’area.
Bisognava sottolineare, anzi, come, in passato, le eruzioni fossero state un elemento di richiamo per turisti e letterati, da Goethe a Byron… Questo il comunicato che annunciava il servizio: «Il Golfo di Napoli tornerà probabilmente ad essere incorniciato dal caratteristico pennacchio. Questo è il parere di scienziati e ricercatori del settore. La ripresa di una fumarola sulla sommità del Vesuvio tornerà, forse, ad attirare quei turisti e quei viaggiatori che, soprattutto nell’Ottocento, hanno fatto la fortuna del turismo napoletano. L’Osservatorio vesuviano fa presente che attualmente non esiste alcun problema per la popolazione residente sulle pendici del Vesuvio. Si invitano, comunque, turisti e curiosi a non recarsi sulla sommità del cratere per non congestionare la zona. Intanto ci colleghiamo con la sede dell’Osservatorio vesuviano, posta sulla sommità del cratere, dove si trovano […]. A Voi la linea».
Di tutt’altro tenore i comunicati[xi] che avrebbero dovuto annunciare il verificarsi di un incidente (e, quindi, il da farsi) alla popolazione adiacente la centrale elettronucleare di Caorso. Erano affidati a volantini di tre diversi colori (a seconda della gravità dell’emergenza) che dovevano essere distribuiti da personale protetto da tuta antiradiazioni fin nei più sperduti casolari delle campagne adiacenti la centrale. Fu fatto notare a tal riguardo che la reazione di una famiglia, magari svegliata in piena notte, da un vigile del fuoco o da un tecnico della centrale, avvolto in una spettrale tuta bianca e celato da una maschera antigas, che consegna un fogliettino che comincia con la fatidica frase “State calmi: non è accaduto nulla di grave” non sarebbe certamente stata quella auspicata dai piani di emergenza. Verosimilmente, la disperazione più nera si sarebbe impadronita della famigliola che avrebbe finito per assalire l’addetto al piano di emergenza per impadronirsi della tuta e della maschera antigas.
Il Disaster Management in Italia
Anche in Italia, il Disaster Management sta progressivamente soppiantando la Protezione Civile sulla scia di allarmi per emergenze enfatizzate o, in alcuni casi, inventate di sana pianta: basti pensare alla “Mucca Pazza” del 1986, al “Millennium Bug” del 1999, alle “lettere all’Antrace” del 2001… al “vaiolo delle scimmie” del 2026…
Questa trasformazione sta avendo pesanti ripercussioni anche sulle strutture preposte prioritariamente all’affrontamento di emergenze non prodotte dall’uomo (per capirci, la “tradizionale“ protezione civile di qualche decennio fa); basti analizzare quante risorse stanno drenando dal bilancio, non certo florido, del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, le innumerevoli esercitazioni per affrontare un fantomatico “bioterrorismo” o quanti analisti in vulnerabilità, psicologi, militari, esperti… vengono oggi impiegati, ad esempio, per pianificare sanzioni a qualche “stato canaglia” o per imporre l’asservimento a format economici e sociali. Per di più, questa progressiva militarizzazione delle strutture preposte all’emergenza (così come è successo negli USA per il FEMA – Federal Emergency Management Agency) sta portando alla loro progressiva incapacità di assumere una posizione autonoma persino rispetto alle direttive dei padroni dei media, come testimonia la gestione dell’emergenza Covid in Italia o l’ancora più fallimentare pianificazione dell’emergenza vulcanica nell’area vesuviana o flegrea.
Ciò premesso, rimandando per approfondimenti al testo del mio libro “Disaster Management – Protezione civile. Emergenza e soccorso. Pianificazione e gestione” (che può essere letto interamente qui) o al mio libro “Disaster management: dalle oche del Campidoglio al Grande Reset – Come salvare o distruggere una società delineiamo alcuni aspetti peculiari del Disaster Management in Italia
L’11 dicembre 1999 una strana Circolare, pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 290, passò nell’indifferenza generale, facendo, comunque, aggrottare le sopracciglia dei pochissimi che nel nostro Paese si occupavano di Disaster management. Stabiliva che l’affrontamento della minaccia “Millenium Bug” o “Baco del Millennio” (un supposto malfunzionamento che alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 avrebbe provocato il blocco di numerosi computer e la conseguente paralisi di importanti servizi) sarebbe stata diretta, non già dal Dipartimento della Protezione civile, bensì dal Sottosegretario di Stato (Franco Bassanini) in qualità di capo del Centro Decisionale Nazionale (CDN) ubicato a Forte Braschi a Roma. Cosa fosse questo CDN lo spiegava la suddetta circolare « (….) ha il compito di: raccogliere e valutare in termini di impatto i dati relativi alla situazione del Paese, informando l’autorità politica; trasmettere al Comitato di Ministri e, eventualmente, al Presidente del Consiglio dei Ministri, notizie sull’evolversi del quadro globale; distribuire le informazioni ai soggetti interessati; fornire la comunicazione nei confronti dei media; effettuare il necessario coordinamento tra le amministrazioni e le infrastrutture; fornire orientamenti e indirizzi in caso di inconvenienti di rilevante entità». Le identiche competenze del Dipartimento della Protezione civile. Peccato che nessuno ne sapesse nulla dell’esistenza di questa struttura (ubicata a Forte Braschi, allora sede del SISDE e del SISMI, i nostrani servizi segreti) anche perché mai riportata in alcun documento ufficiale o legislativo.
Una struttura segreta per gestire una emergenza nazionale?
Già nel dicembre 1984 all’indomani della strage sul rapido 904 (nella galleria di Val di Sambro) l’ex ministro Rino Formica, denunciava l’esistenza di un «(…) organismo non ufficiale, anzi giuridicamente inesistente, preposto a garantire con ogni mezzo, la collocazione internazionale dell’Italia all’interno dello schieramento atlantico, in situazioni di crisi» e nel numero del 10 febbraio 1985 de «L’Espresso» un articolo di Pietro Calderoni (dedicato alla strage del rapido 904) rivelava l’esistenza di un protocollo segreto, siglato tra il 1979 e il 1980, che costituiva all’interno dei nostri servizi segreti un «Centro per il controllo strategico delle crisi politiche» facente capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una struttura della cosiddetta “Cooperazione Civile e Militare” oggi acclarata come facente parte della NATO.
Questo progressivo inglobamento della Protezione civile italiana nella Difesa civile (clamorosamente attestata – legge n. 246/2000 – dal trasferimento del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco all’interno del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile) con il corollario dell’imposizione del segreto di Stato anche a documenti che avrebbero dovuto essere pubblici (come i verbali del Comitato tecnico scientifico, durante l’emergenza Covid) ha finito anche per ridurre l’accuratezza dei piani di Protezione civile. Mi sia concesso, a tal proposito, citare una esperienza personale.
Molti anni fa, lavorando per conto di un ente pubblico, su un piano di emergenza anti-blackout (il 28 settembre 2003 se ne era verificato uno davvero grave in Italia) avevo chiesto ad alcune aziende di telefonia di conoscere l’autonomia dei gruppi elettrogeni che in Campania che alimentavano i loro impianti in caso di blackout. Mi fu risposto che questa informazione (che non avevo avuto nessuna difficoltà ad ottenere negli anni precedenti) necessitava di un NOS (Nulla Osta di Sicurezza che non ho mai chiesto, anche perché non mi sarebbe mai stato concesso). Altra doccia fredda qualche tempo dopo. Redigendo un piano di emergenza sismica per l’area napoletana mi ero imbattuto in un rischio inaspettato: decine di migliaia di bombe all’iprite (un gas militare vescicante) che le truppe USA nel 1944-45 avevano gettato, per disfarsene, nel golfo di Napoli. Bombe che, già corrose dal tempo, in caso di terremoto, avrebbero potuto rompersi facendo risalire e diffondere nell’atmosfera la temibile iprite. Tempo prima, su internet, avevo già visto una mappa (prodotta da due ricercatori statunitensi) con la dislocazione di quelle bombe nei fondali del golfo di Napoli e cercai di recuperala per redigere gli scenari del Piano di emergenza sismica. Nulla da fare: scomparsa da Internet e anche la visione di quella mappa (come seppi, classificata come “segreto militare”) necessitava di un Nulla Osta di Sicurezza. Il tutto, verosimilmente, per scongiurare l’improbabile ipotesi che qualche terrorista, consultata la mappa, potesse recuperare nei fondali, a duemila metri di profondità nel golfo di Napoli, una bomba corrosa ed estrarre da questa iprite; gas che potrebbe essere molto più comodamente realizzato con sostanze oggi acquistabili dovunque e con un procedimento descritto minuziosamente in molti testi di chimica industriale.
È da evidenziare che, in Italia, questa trasformazione della Protezione Civile in Difesa Civile (disciplina che, come già detto, si occupa anche di disastri intenzionalmente provocati (come guerre e terrorismo) e, quindi in Disaster Management, è avvenuta senza alcun dibattito parlamentare. Nulla di paragonabile alle mobilitazioni delle forze di sinistra che, fino agli anni “70 del secolo scorso, pretendevano l’apposizione del termine “naturali” dopo quello di “calamità” temendo che lo Stato di Emergenza, con la conseguente sospensione di alcuni diritti costituzionali, potesse essere proclamato automaticamente anche in caso di scioperi o tumulti. Un atteggiamento ben presto scomparso e che permise la cosiddetta Missione Arcobaleno del 1999 quando, durante la guerra alla Iugoslavia, la protezione civile italiana favorì la creazione di inservibili “insediamenti” (ufficialmente destinati per i profughi kossovari) ubicati in posti impervi, a pochissimi chilometri dalla frontiera con la Serbia, destinati, verosimilmente, ad essere teste di ponte per una invasione da parte di colonne di “insorti” al soldo delle potenze Nato.
Oggi la protezione civile italiana, che pure, decenni fa, aveva visto situazioni di eccellenza, oggi si direbbe avere seguito pedissequamente l’involuzione conosciuta dal FEMA (Federal Emergency Management Agency) oggi completamente asservita alla DHS (United States Department of Homeland Security, responsabile per la pubblica sicurezza sul suolo degli Stati Uniti d’America occupandosi di: antiterrorismo, sicurezza delle frontiere, sicurezza informatica oltre che prevenzione e gestione dei disastri naturali). Una situazione sulla quale ci si soffermerà e che ha impedito alla protezione civile italiana di potere degnamente pianificare e gestire l’affrontamento di emergenze quali il Covid e il rischio vulcanico nelle aree vesuviana e flegrea. Analizziamo questo in un’altra pagina e nella sezione articoli del sito.
[i] AA. VV. “Disaster Response Strategies” Fema, 2012
[ii] M.R. Ciceri “La paura”, Il Mulino, 2001
[iii] F. Santoianni “Disaster management – Protezione Civile”, Accursio Edizioni 2007
[iv] AA.VV. “Guide for All-Hazard Emergency Operations Planning”, Fema, 2001
[v] E. L. Quarantelli “The Nature and Conditions of Panic” in «American Journal of Sociology» Vol. 60, 1954
[vi] G. Le Bon “Psicologia delle folle”, TEA, 2004
[vii] E.L. Quarantelli “Evacuation Behavior and Prolems, Findings and Implications from the Research Literature” The Ohio State University – Disaster Research Center, 1986
[viii] Dopo la scoperta di quello che effettivamente fu “il celebre panico verificatosi a New York nel 1938”, spero che questo episodio (che pure trovava spazio nei manuali di addestramento del Fema e in numerosi testi accademici) non sia un’altra enfatizzazione dei media.
[ix] R. Fisher, “Crowd control”, edizioni Elseviser, 2017
[x] F. Santoianni e altri “Definition of the constraints and models for emergency management in the Mount Vesuvius area” International Conference on Active Volcanoes and Risk Mitigation, Napoli 27 agosto – 1° settembre 2023
[xi] F. Santoianni “Disaster management – Protezione Civile”, Accursio Edizioni 2007









