
Anche per molti degli addetti ai lavori, il termine “Disaster management” viene inteso come mera “Protezione civile” e cioè, comunemente, quel complesso di forze (Vigili del fuoco, militari, dipendenti pubblici, volontari…) destinato a soccorrere le popolazioni in caso di una calamità naturale, o come “Difesa civile” nella quale lo stesso complesso di forze soccorre le popolazioni civili (cioè, non militari) in caso di un evento intenzionalmente provocato dall’uomo (guerre, terrorismo, tumulti…).
In realtà, l’attuale Disaster Management (che in molte nazioni sta inglobando la protezione civile e la difesa civile) è qualcosa di ben diverso[1]; è una disciplina che, superando la dicotomia tra Protezione civile e Difesa civile non si occupa di affrontare specifiche emergenze bensì, principalmente, di orientare il comportamento collettivo in situazioni di emergenza. Situazioni di emergenza che, in alcuni casi, sono state intenzionalmente create proprio dalla struttura di Disaster Management. Il disastro, quindi, non è più soltanto una sciagura (per la quale vanno protetti i civili) ma può essere una risorsa da incanalare o, addirittura, da creare per ottenere qualche obiettivo.[2

Il Disaster Management, (quale disciplina che accomuna anche studi e ricerche che oggi potremmo definire di Ingegneria sociale, Sociologia, Antropologia, Psicologia, Urbanistica, Scienze militari…) nasce[3] sostanzialmente dalle ricerche (effettuate, negli anni 1950-51, per conto del Pentagono) dell’urbanista Tracy B. Augur su cosa fare per minimizzare gli effetti di un attacco nucleare sovietico. Più o meno negli stessi anni nella Confederazione Elvetica, uno staff di urbanisti facenti capo all’Università di Friburgo cominciava ad approfondire tutta una serie di concetti che costituivano il cosiddetto «Piano Wahlen», che aveva garantito alla Svizzera l’inviolabilità e l’autosufficienza durante il secondo conflitto mondiale ma che era servito, soprattutto, a rafforzare la determinazione del Paese a garantire la propria indipendenza. Questi piani erano, prevalentemente, analisi della vulnerabilità territoriale e cioè come preservare le life-line (reti indispensabili per garantire la sopravvivenza di una società). Già nel 1943, comunque, altri studi sulla vulnerabilità (in questo caso psicologico-sociale) erano stati svolti in Gran Bretagna, all’interno di una Commissione presieduta da Frederick Lindemann, consulente scientifico di Winston Churchill, per permettere al generale sir Artur Harris, del Comando Bombardieri Strategici britannico, di meglio pianificare bombardamenti di inaudita ferocia sulle città tedesche.
Di certo, l’uso del terrore per scompaginare la psiche del nemico in guerra non era una novità ma quello che colpisce, dalla parziale lettura dei verbali (ancora in parte secretati) della commissione presieduta da Lindemann, è il considerare come principale obiettivo non già i militari ma la popolazione civile. Diventava, quindi, prioritario scompaginare la psiche di questa non solo attraverso efferati bombardamenti (come quelli del febbraio 1945 su Dresda, di scarsa valenza militare) ma anche con espedienti quali, ad esempio, il far sorvolare le città tedesche, ormai prive di contraerea, da stormi di bombardieri che non sganciavano bombe, per inculcare nella popolazione un devastante senso di “gratitudine” verso il nemico.
Nel dopoguerra gli studi della Commissione Lindemann finalizzati ad orientare il comportamento di una popolazione sotto stress finirono per alimentarne altri intrapresi, soprattutto negli Stati Uniti, da commissioni e gruppi di lavoro che vedevano la presenza di psichiatri, militari, giornalisti. Scopo di questi studi (finora ne sono stati desecretati più di 300) era suscitare paure e angosce nella popolazione di uno stato nemico. Studi che alimentarono una disciplina denominata Psychological Warfare (Guerra psicologica)[4] e che diedero vita, nel 1951, ad un Comitato Strategico di questa (Psychological Strategy Board), incaricato di coordinare l’azione delle varie agenzie governative e degli ormai innumerevoli gruppi di ricerca.
Inevitabilmente, questa disciplina finì per fondersi con gli studi di Edward Louis Bernays, considerato il padre dell’”ingegneria sociale” (e, cioè delle tecniche per utilizzare la psicologia del subconscio per manipolare la popolazione) con gli studi del Tavistock Institute of Human Relations di Londra e con le ricerche effettuate nell’ambito del progetto MK-Ultra della CIA. Nonostante siano passati decenni da queste ricerche, molti documenti (certamente interessanti a giudicare dai soli titoli) per i quali, ai sensi del Freedom of Information Act, alcuni ricercatori avevano chiesto chiesta la desecretazione, non sono ancora disponibili al pubblico; ad esempio, quelli redatti dai gruppi di ricerca diretti dallo psichiatra John Rawlings Rees, già consulente dell’esercito britannico durante la seconda guerra mondiale e direttore medico della Tavistock Clinic e molti documenti prodotti da gruppi di ricerca condotti dallo psichiatra Ewen Cameron, responsabile medico del Progetto MK-Ultra.

Intanto, parallelamente a questi studi di taglio militare e contro-insurrezionale, la Sociologia dei disastri – creata dall’accademico statunitense Enrico Quarantelli, fondatore, nel 1963, del Disaster Research Center presso l’università Columbus nell’Ohio – dava vita ad un inedito connubio tra Protezione civile e Difesa civile e, quindi, tra studi finalizzati a salvare le popolazioni (o le loro società) e studi finalizzate al loro asservimento (di cui sopra). La chiave di volta di questa operazione fu il termine “disastro”; termine che, ad esempio, può ascriversi indifferentemente ad un grave terremoto o a una guerra. E visto che questo termine avrebbe potuto permettere di dare una patina di rispettabilità a ricercatori impegnati, invece, in attività davvero losche, il termine “Disaster Management” divenne l’etichetta sotto la quale mimetizzare attività certamente non umanitarie.
Nella seconda metà degli anni “70 negli Usa, l’etichetta “Disaster Management” era già diventata per innumerevoli istituti di ricerca, e università… che si erano affrettati ad adottarla, una garanzia per accedere a contributi pubblici o di fondazioni. E per produrre studi destinati ad essere pagati senza nessun controllo di qualità.
La pacchia finì nel 1979 con l’incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island.
La fallimentare gestione di quella emergenza evidenziò che gli Stati Uniti era privi di una struttura nazionale capace di fronteggiare disastri essendo questa attività svolta da una miriade di agenzie federali e strutture locali. Per di più, l’incidente di Three Mile Island, tenuto nascosto per giorni, mostrò l’importanza di una Protezione civile che si basasse sulla consapevolezza del rischio da parte delle popolazioni. Da ciò scaturì il Piano presidenziale di riorganizzazione della Protezione civile negli USA e la nascita della Federal Emergency Management Agency (FEMA). A parere di chi scrive, comincia così l’”età d’oro della Protezione civile”, sganciata dalle sue origini militari e basata su una diffusa informazione e formazione della comunità. Durerà fino al 2001 quando la paranoia conseguente all’attentato alle Torri gemelle e alla disseminazione di lettere contenenti antrace diede vita alla tenebrosa quanto inefficiente DHS (United States Department of Homeland Security) che assorbì il FEMA e ridiede spazio a vecchi e loschi progetti di ricerca inerenti il Disaster Management.
Il Disaster Management in Italia
In Italia, il termine «protezione civile» appare, per la prima volta nel lessico politico nel 1950 ma bisognerà aspettare fino al 1981 per avere una organica legge di protezione civile.[5] Il perché da ricercarsi in questioni come il termine “naturali” che i partiti di sinistra chiedevano fosse apposto dopo il termine “calamità” escludendo, così, la possibilità che anche disastri come tumulti o altre situazioni di origine squisitamente politica potessero essere presi a pretesto per l’imposizione di uno Stato di emergenza (che prevede, tra l’altro, la sospensione di alcuni diritti costituzionali). A parere di chi scrive, comunque, sia la legge 996/70, sia il suo regolamento di esecuzione del 1981 (varato a seguito della debacle dei soccorsi dopo il terremoto del novembre 1980), pur essendo leggi di Difesa civile, non favorirono, affatto, la nascita di realtà ascrivibili come Difesa civile, bensì promossero per decenni lo strutturarsi nel nostro Paese di strutture di mera Protezione civile quali organizzazioni di volontariato e, negli enti territoriali, numerosi uffici ed iniziative.
La situazione cambiò agli albori di questo secolo quando, sulla scia di minacce enfatizzate o, addirittura inventate (ad esempio, il “Millennium Bug” del 1999 o le “lettere all’Antrace” del 2001) la psicosi del terrorismo e la conseguente militarizzazione della società, che già dominava gli USA, si diffuse anche in Italia. Questa situazione ebbe pesanti ripercussioni anche sulle strutture italiane di Protezione civile drenando, ad esempio, ingenti fondi per combattere un fantomatico “bioterrorismo” e militarizzando (con la legge n. 246/2000) il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. In più si è avuto spesso imposizione del segreto di Stato anche a documenti che avrebbero dovuto essere pubblici, peggiorando così la stessa pianificazione dell’emergenza. Mi sia concesso, a tal proposito, citare due esperienze capitatemi.
Nel 2004, lavorando per conto di un ente pubblico su un piano di emergenza anti-blackout (il 28 settembre 2003 se ne era verificato uno davvero grave in Italia) avevo chiesto ad alcune aziende di telefonia di conoscere l’autonomia dei gruppi elettrogeni che in Campania alimentavano i loro impianti in caso di blackout. Mi fu risposto che questa informazione (che non avevo avuto nessuna difficoltà ad ottenere negli anni precedenti) ora necessitava di un NOS (Nulla Osta di Sicurezza) che, ovviamente, non avevo.
Altra doccia fredda qualche tempo dopo. Redigendo un piano di emergenza sismica per l’area napoletana mi ero imbattuto in un rischio inaspettato: decine di migliaia di bombe all’iprite (un gas militare vescicante) che le truppe USA nel 1944-45 avevano gettato, per disfarsene, nel golfo di Napoli. Bombe che, già corrose dal tempo, in caso di terremoto, avrebbero potuto rompersi facendo risalire e diffondere nell’atmosfera il temibile gas. Tempo prima, su internet, avevo già visto una mappa (prodotta da due ricercatori statunitensi) con la dislocazione di quelle bombe nei fondali del golfo di Napoli e cercai di recuperala per redigere gli scenari del Piano di emergenza sismica. Nulla da fare: scomparsa da Internet e anche la visione di quella mappa (come seppi, classificata come “segreto militare”) necessitava di un Nulla Osta di Sicurezza. Il tutto, verosimilmente, per scongiurare la davvero improbabile ipotesi che qualche terrorista, consultata la mappa, potesse recuperare nei fondali, a duemila metri di profondità nel golfo di Napoli, una bomba corrosa ed estrarre da questa iprite; gas che potrebbe essere molto più comodamente realizzato con sostanze oggi acquistabili dovunque e con un procedimento descritto minuziosamente in molti testi di chimica industriale.
È da evidenziare che, in Italia, questa progressiva trasformazione della Protezione civile in Difesa Civile – e la conseguente imposizione di una cultura del Disaster Management – è avvenuta senza alcun dibattito parlamentare e senza che nessuna associazione di rilievo del variegato mondo della protezione civile avesse da dire alcunché. Neanche davanti alla cosiddetta “Missione Arcobaleno” del 1999 quando, durante la guerra alla Iugoslavia, la protezione civile italiana favorì la creazione di inservibili “insediamenti” (ufficialmente destinati per i profughi kossovari) ubicati in posti impervi, a pochissimi chilometri dalla frontiera con la Serbia, destinati, verosimilmente, ad essere null’altro che teste di ponte per una invasione da parte di colonne di “insorti” al soldo delle potenze Nato.
Un altro episodio che avrebbe dovuto suscitare allarme avvenne l’11 dicembre 1999. Quel giorno una strana circolare, venne pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 290. Stabiliva che l’affrontamento della minaccia “Millenium Bug” o “Baco del Millennio” (un supposto malfunzionamento che alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 avrebbe provocato il blocco di numerosi computer e la conseguente paralisi di importanti servizi) sarebbe stata diretta, non già dal Dipartimento della Protezione civile, bensì dal Sottosegretario di Stato (Franco Bassanini) in qualità di capo del Centro Decisionale Nazionale (CDN) ubicato a Forte Braschi a Roma. Cosa fosse questo misterioso CDN lo spiegava la suddetta circolare « (….) ha il compito di: raccogliere e valutare in termini di impatto i dati relativi alla situazione del Paese, informando l’autorità politica; trasmettere al Comitato di Ministri e, eventualmente, al Presidente del Consiglio dei Ministri, notizie sull’evolversi del quadro globale; distribuire le informazioni ai soggetti interessati; fornire la comunicazione nei confronti dei media; effettuare il necessario coordinamento tra le amministrazioni e le infrastrutture; fornire orientamenti e indirizzi in caso di inconvenienti di rilevante entità». Le identiche competenze del Dipartimento della Protezione civile. Peccato che nessuno ne sapesse nulla dell’esistenza di questa struttura (ubicata a Forte Braschi, allora sede del SISDE e del SISMI, i nostrani servizi segreti) anche perché mai riportata in alcun documento ufficiale o legislativo.[6]
Da allora, a parere di chi scrive, le cose sono ulteriormente peggiorate anche per la scomparsa di ogni critica da una componente fondamentale della protezione civile italiana: le organizzazioni di volontariato. Una situazione dettata, dapprima, dalla delega della Protezione civile (legislazione concorrente, secondo la legge costituzionale 3/2001) alle Regioni trasformatesi, ben presto in elemosiniere delle organizzazioni di volontariato ma, soprattutto dalla gestione dell’emergenza terremoto dell’Aquila (2009)[7] nella quale la prima fase fu dilatata oltre ogni logica perpetuando l’esistenza di tendopoli per molti mesi con il conseguente impiego di volontari rimborsati e che, pagati, hanno bivaccato per mesi nelle tendopoli senza fare alcunché.
Questa scomparsa di ogni senso critico da parte delle associazioni di volontariato (verosimilmente dettata dal timore di poter perdere finanziamenti pubblici) ha permesso che potessero esserci, senza alcun ripensamento, fallimentari gestioni dell’emergenza, prime tra tutte quelle per l’area flegrea o vesuviana e per il Covid, sulle quali ci si soffermerà.
[1] È da evidenziare, inoltre, che i termini “Protezione civile” e “difesa civile” indicano una finalità; il termine “Disaster Management”, (che può essere tradotto in “gestione dei disastri” e che nasce in ambito aziendale per indicare l’insieme delle attività di amministrazione, direzione, organizzazione e conduzione di un’impresa o di una situazione specifica) una procedura.
[2] Le considerazioni sul disastro come elemento positivo in quanto permette di meglio far sviluppare la società sono di antica data; si veda, ad esempio: A. Tagliapietra “Sulla catastrofe. L’Illuminismo e la filosofia del disastro”, edizioni Bruno Mondadori, 2004
[3] AA. VV. “Disaster Response Strategies” Fema, 2012
[4] Osgood, Kenneth (2002). “Hearts and Minds: The Unconventional Cold War”. Journal of Cold War Studies. 4 (2): 85–107. doi:10.1162/152039702753649656. S2CID 57569857.
[5] Il primo tentativo di dotare il nostro Paese di una struttura nazionale di Protezione civile risale al 1950 con il disegno di legge «Disposizioni per la protezione delle popolazioni civili in caso di guerra o calamità (difesa civile)» seguirà nel 1956 il disegno di legge «Norme sulla protezione civile in caso di eventi bellici e calamità naturali» e, infine nel 1970 la legge «Norme sul soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite da calamità – Protezione civile» che fu dotata di un regolamento esecutivo solo nel 1981. Su questi punti, il secondo capitolo del mio libro “Disaster Management – Protezione civile” riprodotto integralmente a questo indirizzo.
[6] Già nel dicembre 1984 all’indomani della strage sul rapido 904 (nella galleria di Val di Sambro) l’ex ministro Rino Formica, denunciava l’esistenza di un «(…) organismo non ufficiale, anzi giuridicamente inesistente, preposto a garantire con ogni mezzo, la collocazione internazionale dell’Italia all’interno dello schieramento atlantico, in situazioni di crisi» e nel numero del 10 febbraio 1985 de «L’Espresso» un articolo di Pietro Calderoni (dedicato alla strage del rapido 904) rivelava l’esistenza di un protocollo segreto, siglato tra il 1979 e il 1980, che costituiva all’interno dei nostri servizi segreti un «Centro per il controllo strategico delle crisi politiche» facente capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una struttura della cosiddetta “Cooperazione Civile e Militare” oggi acclarata come facente parte della NATO.
[7] L’enfasi mediatica – che mitizzò uno straordinario impegno del Paese di fronte ad uno dei tanti terremoti che, periodicamente lo colpiscono e una protezione civile nazionale idolatrata dai media – diedero la stura ad una serie di interventi surreali come l’interruzione (protrattasi per quasi un anno!) della fornitura di acqua luce e gas nel centro dell’Aquila per impedire che i tanti che lì vivevano (e che avrebbero potuto facilmente riparare i pochi danni subiti dalla loro abitazione) potessero rientrare nelle loro case invece di alloggiare in tendopoli o negli alberghi della costa adriatica. A peggiorare la situazione, l’iniziale pretesa del Governo di passare direttamente dalle tende a nuove abitazioni in cemento armato (C.A.S.E. Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) o, addirittura, ad un “L’Aquila 2” (ossia una nuova, compatta, cittadina antisismica) saltando la fase dei prefabbricati. Ciò dilatò in modo abnorme la costosissima fase del Soccorso che, invece, dovrebbe durare il meno possibile.
Qual è la differenza tra Disaster Management e la tradizionale Protezione civile/Difesa civile?
Secondo l’articolo, mentre Protezione civile e Difesa civile indicano una finalità (soccorrere le popolazioni), il Disaster Management è piuttosto una disciplina orientata a governare il comportamento collettivo durante le emergenze — comprese, in alcuni casi, emergenze create intenzionalmente dalla stessa struttura che dovrebbe gestirle.
Da quali studi nasce storicamente il Disaster Management?
L’articolo ne rintraccia le origini nelle ricerche del 1950-51 dell’urbanista Tracy B. Augur per il Pentagono sulla minimizzazione degli effetti di un attacco nucleare, e negli studi del 1943 della Commissione Lindemann in Gran Bretagna sulla vulnerabilità psicologico-sociale delle popolazioni sotto bombardamento.
Chi ha fondato la Sociologia dei disastri e quale ruolo ha avuto?
L’accademico statunitense Enrico Quarantelli, fondatore nel 1963 del Disaster Research Center. Secondo l’articolo, la sua opera avrebbe creato un connubio tra studi finalizzati a salvare le popolazioni e studi orientati, invece, al loro controllo comportamentale.
Cosa segnò la nascita della FEMA negli Stati Uniti?
L’incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island del 1979, che rivelò l’assenza negli USA di una struttura nazionale unica per fronteggiare i disastri, portò alla riorganizzazione della Protezione civile e alla nascita della Federal Emergency Management Agency.
Quando nasce in Italia una legge organica di Protezione civile, e perché così tardi?
Solo nel 1981, con oltre trent’anni di ritardo rispetto ai primi tentativi del 1950. L’articolo attribuisce il ritardo, tra le altre cause, al dibattito politico sul limitare l’uso dello stato di emergenza alle sole calamità “naturali”, escludendo esplicitamente tumulti o eventi di natura politica.
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