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Campi Flegrei, un Piano sulla carta: dove andrebbero davvero gli evacuati?

Ma cosa succederebbe se, ad esempio, di fronte ad una forte ripresa della sismicità nei Campi Flegrei, si paventasse la necessità di una evacuazione preventiva delle popolazioni verso regioni italiane? Certo, il 26 maggio 2016 è stata firmata la “Intesa sullo schema di Direttiva recante ‘Disposizioni per l’aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei’” che, ad esempio, indica che la Regione Lombardia dovrebbe accogliere gli evacuati di Pozzuoli. Ma, a tal riguardo, cosa è stato fatto di concreto in questi dieci anni?  A leggere gli atti disponibili,[1] ben poco; a sentire cosa mi hanno detto miei contatti della protezione civile di questa e di altre regioni italiane, praticamente nulla su concreto. Del resto, l’intesa del 2016 si concludeva, a pagina 3, con un emendamento che, tra l’altro, chiedeva sostanzialmente al Ministero dell’Economia i soldi per ospitare questi evacuati. Richiesta, ovviamente, rimasta senza risposta.[2]

Protezione civile anno zero? Si direbbe di sì, anche  considerando quello che è successo il 13 marzo 2025, quando – dopo un terremoto di magnitudo 4.4 che aveva spinto innumerevoli persone in preda al panico a sfondare i cancelli della ex base Nato di Bagnoli e a riversarsi dentro –  Vincenzo De Luca, governatore della Regione Campania dichiarò che avrebbe chiesto alla Protezione civile nazionale di trasformare quell’area abbandonata in area di raccolta per la popolazione.  Una richiesta, apparentemente, di buon senso ma che, come un’altra espressa dal sindaco di Napoli[3], fece domandare a molti sui social se poteva chiamarsi Protezione civile quella nella quale, dopo un grave evento, si suggeriscono soluzioni che non erano presenti nel Piano di protezione civile.

Ma per i Campi Flegrei esiste un Piano di protezione civile realmente unitario e immediatamente attuabile?  In teoria; in pratica no, anche perché chi scrive ritiene che un piano di protezione civile debba basarsi su risorse realmente disponibili e soprattutto debba avere un unico responsabile.

A questo punto bisogna soffermarsi su una situazione che ha dell’incredibile. In un’Italia dove per ogni alluvione, frana o altre calamità viene nominato un Commissario Straordinario – con i conseguenti tecnici, impiegati e portaborse – per l’area flegrea e vesuviana – incredibile a dirsi – non risulta istituita una struttura tecnico-amministrativa permanente, dotata di autonomia, personale e risorse proprie, alla quale siano attribuiti in modo esclusivo il completamento, l’integrazione e la verifica periodica della pianificazione vulcanica vesuviana e flegrea.[4]   Esistono solo funzionari di varie amministrazioni – (Dipartimento Protezione civile, Prefettura, Regione Campania, Comuni, Citta metropolitana, Azienda Regionale Mobilità…) strutture universitarie e consulenti vari – che si occupano di Piano Vesuvio o Piano Campi Flegrei tra una pratica e un’altra; commissioni che si riuniscono quando possono, studi scientifici, “aggiornamenti di Piano” annunciati sui media e scomparsi senza lasciar traccia, convegni, “esercitazioni”… e un rimpallo di responsabilità tra un ente e l’altro che, solitamente, finisce con lo scaricabarile sui sindaci.

Ben altra situazione in altri Paesi[5] dove piani di emergenza molto complessi, come quelli inerenti il rischio vulcanico, vengono commissionati dall’autorità pubblica ad un professionista o a un istituto scientifico che – al pari di un ingegnere che firma un progetto edile – apponendo la propria firma, si assume la responsabilità della validità del Piano. Inoltre, in alcuni Paesi, prima che le direttive del piano vengano assunte dall’autorità pubblica e trasformate in norme, il Piano di emergenza vulcanico (al pari di un collaudo) viene sottoposto ad un altro professionista che ne certifica la congruenza e la fattibilità.  Tutt’altra situazione in Italia dove i piani di emergenza per l’area flegrea e vesuviana (“approvati” dalle stesse deresponsabilizzanti commissioni che li hanno redatti) vengono presentati come in continuo “aggiornamento”, anche per qualche direttiva suggerita dal politico di turno o da qualche “esperto”. Non a caso la storia dei Piani di Protezione civile per i Campi Flegrei (e per il Vesuvio) si trascina dal 1984 [6] diventando una sorta di saga che ha prodotto, per lo più, studi già destinati ad essere pubblicati in qualche rivista scientifica, duplicati di analisi della vulnerabilità, consulenze a istituti universitari, documenti che rimandano a successivi approfondimenti, surreali opuscoli informativi ed esercitazioni di evacuazione, scaricabarile sui Comuni…[7]

Sarebbe il caso, quindi, che le mobilitazioni ancora in corso nei Campi Flegrei chiedessero anche una nuova ed efficace pianificazione dell’emergenza. A cominciare dalle destinazioni per gli evacuati, che, forse, invece di essere disseminati in lontane regioni potrebbero essere meglio accolti e integrarsi in comuni dell’entroterra campano. Proposta questa già fatta, ovviamente  da Vincenzo De Luca, riempiendo le pagine dei giornali; alcuni dei quali fecero anche notare che questa proposta era pure surrettiziamente contemplata dal decreto-legge 140/2023, convertito nella legge 183/2023, e – aggiungiamo noi –  presente in innumerevoli interrogazioni parlamentari, ricerche di studiosi, dichiarazioni di politici, annunci sui giornali…  che si susseguono da decenni dissolvendosi nel nulla. 

Intanto, le continue mobilitazioni dei cittadini dei Campi Flegrei stanno quasi scomparendo dalla maggior parte dei media mainstream E questo, verosimilmente, per non turbare l’anteprima della America’s Cup (prevista a pochissimi chilometri da Pozzuoli dal 24  al 27 al settembre). Intanto, sui social impazzano velenose, quanto surreali, accuse contro i terremotati, che, già “colpevoli di essere andati ad abitare in un’area rischio”, ora osano chiedere pure un sussidio. E, ovviamente, nessuno pensa a Venezia.[8]

Francesco Santoianni


[1] Le iniziative prodotte dalla Regione Lombardia:

Partecipazione all’esercitazione nazionale “Exe Flegrei 2019” dove, in collaborazione con Ferrovie dello Stato fu simulata la partenza, su un Frecciarossa, degli evacuati. La prova, però, si fermò a Napoli Centrale: il treno non portò realmente i partecipanti in Lombardia e quindi non furono testati sul campo i punti lombardi di arrivo, lo smistamento e l’ospitalità.

Relazione ufficiale trasmessa al Consiglio regionale lombardo nell’aprile 2025 affermante che la Regione «sta redigendo» il Piano di accoglienza della popolazione di Pozzuoli.

Delibera 6624 del 27 luglio 2026 con la quale si rinnova il “Protocollo d’intesa tra la Regione Lombardia, la Regione Campania e il Comune di Pozzuoli per rendere operativo il gemellaggio di cui alle direttive del Presidente del consiglio dei ministri relative all’aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei

DGR Lombardia n. XII/4277 del 30 aprile 2025, relativa alle direttive per le Aziende lombarde per l’edilizia residenziale, la Regione ha inserito uno specifico paragrafo sull’accoglienza dei cittadini di Pozzuoli. Questa DGR non pubblica il numero effettivo degli appartamenti reperiti, la loro ubicazione né i tempi necessari per renderli abitabili. DGR XII/4277 – direttive ALER, pp. 25-26. A seguito di questo atto, il 26 maggio 2025 la consigliera regionale Carmela Rozza contestava pubblicamente l’insufficienza della misura, osservando che per 76.000 persone sarebbe necessario coinvolgere l’intero patrimonio pubblico e privato e predisporre un piano organico.

Deliberazione 6624 del 27/07/2026 (vedi nota successiva)

Che cosa degli impegni presi dalla Regione Lombardia non risulta ancora pubblicamente definito

Nella documentazione reperibile non si trova un provvedimento della Giunta lombarda che approvi il Piano definitivo di trasferimento e accoglienza con i relativi allegati operativi.In particolare, non risultano pubblicati in modo completo: la stazione o le stazioni lombarde di arrivo; i punti di prima accoglienza; la ripartizione dei 76.952 evacuati tra province e comuni lombardi; il numero effettivo di posti disponibili in alberghi, strutture collettive e alloggi ALER; i tempi di attivazione delle strutture; le modalità di trasporto da Napoli alla Lombardia e poi sul territorio regionale; il dispositivo sanitario; il finanziamento preventivamente disponibile; un’esercitazione completa che arrivi fino ai punti di accoglienza lombardi.

[2] Il  27/07/2026 La Regione Lombardia, con deliberazione 6624  ha rinnovato l’intesa, specificando che la “deliberazione non comporta ulteriori nuovi oneri a  carico del bilancio regionale” e di “demandare ad un successivo atto l’approvazione del Piano Regionale per il  trasferimento e l’accoglienza della popolazione del Comune gemellato (Pozzuoli)”

 

[3] Il 12 marzo 2025, Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e commissario per Bagnoli, aveva proposto il recupero funzionale del Pontile Nord dell’ex Italsider, affinché potesse essere utilizzato anche come punto di attracco per evacuazioni via mare.

[4] Su questa questione e come rimediarvi si veda il Ddl proposto nel 2014 richiamato in questo articolo.

[5] Cfr. Masys A. “Disaster management: Enabling Resilience” Springer, 2019

[6] Piccola storia della pianificazione dell’emergenza vulcanica nei Campi Flegrei e nell’area vesuviana

 – 1984, marzo La prefettura di Napoli dà alle stampe l’opuscolo “Pianificazione dell’emergenza nell’area vesuviana in caso di allarme vulcanico”. Tra le tante bizzarrie del documento una si conquista le pagine dei giornali: i sinistrati dei comuni colpiti dall’eruzione del Vesuvio sarebbero stati alloggiati “negli alberghi dislocati possibilmente nei comuni dell’area vesuviana meno colpiti dall’evento eruttivo”. L’opuscolo non sarà mai distribuito alla popolazione.

– 1986, 15 febbraio. Il Prefetto di Napoli, in una affollata conferenza stampa, sollecita il Dipartimento della Protezione Civile a redigere un piano di emergenza vulcanica.

– 1988, 27 aprile. Viene istituita la “Commissione tecnico-scientifica a base interdisciplinare per lo studio dei problemi relativi alla individuazione dei rischi che comportano misure di protezione civile per i vari settori di rischio – settore rischio vulcanico”

– 1988, 30 giugno. Viene istituita la “Commissione incaricata di stabilire le linee guida per la valutazione del rischio connesso ad eruzione nell’area vesuviana”.

– 1990, maggio: Il Gruppo Nazionale per la Vulcanologia (GNV) consegna al Dipartimento della Protezione Civile il ponderoso studio “Scenario eruttivo del Vesuvio”, sollecitandolo a programmare la stesura di un Piano di emergenza.

– 1992, novembre. Secondo articoli di stampa, la “Commissione incaricata di stabilire le linee guida per la valutazione del rischio connesso ad eruzione nell’area vesuviana” avrebbe consegnato al Dipartimento della Protezione civile una relazione conclusiva che verrebbe tenuta segreta, nonostante le numerose richieste di visione da parte di amministrazioni comunali dell’area vesuviana.

– 1993, giugno. Sulla scorta dei lavori della precedente Commissione il Sottosegretario alla Protezione Civile, Vito Riggio, istituisce la ciclopica (64 membri) “Commissione incaricata di provvedere all’elaborazione di un Piano di emergenza dell’area vesuviana”. La commissione partorisce quattro sottocommissioni che, a loro volta, producono innumerevoli Gruppi di Lavoro.

– 1995, 25 settembre. Franco Barberi, viceministro alla Protezione Civile presenta il rapporto finale della Commissione: consiste nel documento “Pianificazione nazionale di emergenza dell’area vesuviana”, 31 Allegati e 22 Documenti Funzione.

– 1995, ottobre. Undici sindaci dell’area vesuviana protestano contro il documento della Commissione e l’esautoramento delle comunità locali nella redazione di questo, costituendosi in Coordinamento dei Comuni vesuviani

– 1996, 1° febbraio. Con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 247 la Commissione del 1993 viene perpetuata trasformandola nella “Commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani di emergenza dell’area vesuviana e flegrea connessi a situazioni di emergenza derivanti dal rischio vulcanico”. Questa nuova Commissione, dopo aver germogliato, come la precedente, una serie di sottocommissioni produce tre documenti (“Progetto per la pianificazione dei flussi di allontanamento dei 18 comuni dell’area vesuviana in situazione di emergenza. Parte 1: studio ed elaborazione viabilità intercomunale”; “Aggiunte e varianti alle parti A3, B e C2 della pianificazione nazionale dell’emergenza dell’area vesuviana 2001”; “Elementi di base per la pianificazione nazionale d’emergenza dell’area flegrea”).

– 2001, 20 marzo. Viene presentato alla Prefettura di Napoli il documento “Elementi di base per la pianificazione nazionale di emergenza dell’area flegrea”.

– 2001, agosto. Viene istituita una terza Commissione, che produce altri 5 Gruppi di Lavoro (Pianificazione dell’Emergenza; Attivazione della Struttura per funzioni di supporto; Potenziamento del Sistema Informativo Territoriale; Pianificazione Territoriale; Definizione della Pericolosità Vulcanica, Sorveglianza e Vulnerabilità; Educazione ed Informazione).

– 2002, 25 giugno. Con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 1828 viene ricostituita una nuova “Commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani di emergenza dell’area vesuviana e flegrea connessi a situazioni di emergenza derivanti dal rischio vulcanico” Secondo articoli giornalistici (mai pubblicamente smentiti), questa Commissione si è riunita due volte in sette anni.

– 2005, 8 settembre. Dichiarazione di Guido Bertolaso, Capo del Dipartimento della Protezione Civile “Per la fine dell’anno sarà pronto il nuovo Piano Vesuvio”

– 2007, 23 aprile. Guido Bertolaso, annuncia una “nuova strategia” che sovrintenderà al prossimo Piano di emergenza.

-2009, febbraio. Viene costituito il “Gruppo di lavoro incaricato della definizione dello scenario di riferimento vulcanico per l’area flegrea”

-2010, 31 marzo. La “Commissione nazionale incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani di emergenza dell’area vesuviana e flegrea per il rischio vulcanico” consegna il documento “Scenari Eruttivi e Livelli di Allerta per il Vesuvio”

– 2011, 18 febbraio. Il Capo del Dipartimento della Protezione civile, Franco Gabrielli annuncia la creazione di una commissione mista Dipartimento – Regione Campania che dovrebbe varare “al più presto” il “Piano di emergenza per l’area vesuviana e flegrea”.

– 2011, 14 settembre. Dieci cittadini presentano, alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, una denuncia per l’assenza di un Piano di emergenza per l’area vesuviana.

– 2013, 11 gennaio. A margine di una ennesima riunione per presentare un ennesimo studio scientifico sul “rischio Vesuvio”, Franco Gabrielli, Capo del Dipartimento della Protezione Civile, dalle colonne de Il Mattino, così risponde a chi gli chiede perché ancora non c’è un Piano nazionale: «Il piano nazionale non è altro che la risultanza dei piani di settore che ciascuna istituzione deve fare. È inutile stare nell’attesa messianica di un piano nazionale da parte del governo centrale.»

– 2013, 3 giugno. Dichiarazione di Gabrielli a Il Mattino “Presto il nuovo piano per i Campi Flegrei”

– 2013, 26 ottobre. Dichiarazione di Gabrielli a Repubblica “E’ problematico per noi avere una seria pianificazione sul versante del Vesuvio che è un vulcano attivo, purtroppo su quei territori penso a quelli dei Campi Flegrei riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione”.

– 2013, 30 ottobre. Dodici cittadini presentano alla Corte europea per i Diritti dell’Uomo una denuncia contro lo Stato italiano per la mancanza di un efficiente Piano di emergenza per l’area flegrea e vesuviana.

– 2014, 6 febbraio. Finalmente è convocata la Conferenza unificata Stato-Regioni dedicata al rischio Vesuvio dalla quale scaturisce dapprima la “Intesa sullo schema di Direttiva recante Disposizioni per l’aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico del Vesuvio” e poi la Direttiva del presidente del Consiglio dei ministri 16 novembre 2015 “Disposizioni per l’aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico del Vesuvio per le aree soggette a ricaduta di materiale piroclastico – Zona gialla.”

– 2016, 12 ottobre. Il Presidente della Giunta regionale della Campania Vincenzo De Luca annuncia che Il Piano di emergenza per l’area vesuviana sarà pronto al più presto.

–2017, 30 ottobre. Incontro del Dipartimento della Protezione civile con i sindaci dell’area vesuviana: “Siamo al lavoro conclusivo per la messa a punto del piano di evacuazione…”

–2018, 18 aprile. Revocata – dopo le proteste di associazioni animaliste – la disposizione, inserita nella bozza di Piano, che prevedeva la soppressione degli animali da compagnia in caso di evacuazione dell’area vesuviana.

……

Conoscere quanto sia costata finora questa perpetua “pianificazione” e chi ne sono stati i principali beneficiari in termini meramente economici è cosa ardua in quanto, su Internet, le somme sono disperse fra convenzioni con Centri di competenza, accordi con università e CNR, progetti finanziati congiuntamente con la Regione Campania, decreti di impegno e di pagamento. Inoltre, molte convenzioni riguardano contemporaneamente più vulcani o più rischi, per cui l’importo attribuibile specificamente al Piano di emergenza per i Campi Flegrei non è sempre separato. Forse una interrogazione parlamentare potrebbe fare luce su questo aspetto.

 

[7] Tra le varie dichiarazioni in tal senso quella di Nello Musumeci, ministro della Protezione civile del 21 maggio 2026 “Quella dell’eventuale delocalizzazione (delle popolazioni dei Campi Flegrei) è una scelta che devono prendere le comunità locali”, che riecheggia quanto già detto nel 2013 da Franco Gabrielli, Capo del Dipartimento della Protezione Civile:  “Il piano nazionale non è altro che la risultanza dei piani di settore che ciascuna istituzione deve fare. È inutile stare nell’attesa messianica di un piano nazionale da parte del governo centrale”.

 

[8] Si direbbe che quasi nessuno rifletta che, per salvare Venezia da inondazioni, (che si ripropongono dal 589 d.C.) si siano spesi 5,5 miliardi di euro per la realizzazione del Mose, per la manutenzione del quale si spendono, in media, cento milioni di euro ogni anno.

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