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Terremoto ai Campi Flegrei: la lezione della scossa del 31 luglio 2026

Sul web è già diventato un tormentone la dichiarazione del professore Edoardo Cosenza (già assessore regionale alla Protezione civile e ora assessore al Comune di Napoli) “(Se va) in crisi la faglia più grande (dei Campi Flegrei), il massimo che può avvenire è un 4.4 di magnitudo” clamorosamente smentita dal terremoto (magnitudo 4.7) che ha scosso i Campi flegrei il 31 luglio.[1] Terremoto che – nonostante, i danni che, dai video on line, appaiono davvero limitati (sostanzialmente, lesioni in alcune tamponature, distacco di intonaci e mattonelle, caduta di alcuni  massi da una sovrastante cava di pietra) – ha dato la stura sui media ad allarmismi di inedita veemenza (si veda, a tal riguardo, soprattutto, la parte finale di questo servizio Rai) e, nella popolazione a scene di panico.

Si aggrava così, nei Campi Flegrei, una già fallimentare gestione dell’emergenza (basata, sostanzialmente, sulla promessa di una evacuazione generale da attuare in 72 ore) che, lungi dal far “convivere con il bradisismo”, così come salmodiato da tutti i politicanti e dai media, ha istituzionalizzato la pericolosa credenza dell’eruzione come fenomeno imprevedibile, improvviso e immediatamente distruttivo. Una credenza rafforzata dalla ormai generale diffidenza verso una Protezione civile che si direbbe attui strampalate iniziative solo per poi colpevolizzare la popolazione che non vi partecipa.[2]

Urge, quindi, per l’area flegrea un Piano di protezione civile degno di questo nome. Un piano finalizzato soprattutto a rapportarsi con situazioni di indeterminatezza tipiche del rischio vulcanico; quando, cioè, non si sa se fenomeni avvertiti dalla popolazione quali i terremoti evolveranno in una eruzione oppure (come già nel 1970 o nel 1983) si attenueranno progressivamente.

Ma come potrebbe articolarsi questo agognato Piano? Sono molti i piani redatti all’estero per permettere alle popolazioni di convivere con sciami sismici di origine vulcanica come quelli di São Jorge, Taupō, Grindavík… Non è il caso di analizzarli qui ma basti sapere che la strategia di questo tipo di piani, finalizzata ad avere una popolazione collaborativa e non isterica, è riproporre quella memoria storica che aveva permesso in passato alle popolazioni di convivere con le emergenze vulcaniche; per capirci, quella delle popolazioni vesuviane che dal 1631 al 1944, durante le eruzioni, restavano, spesso, sul posto  a spalare le ceneri che l’eruzione del Vesuvio accumulava sui tetti o dei Puteolani che nel 1970 si scontrarono per giorni con la polizia che li voleva costringere ad abbandonare Rione Terra.

Intanto, in attesa dell’agognato Piano, qualcosa di tranquillizzante potrebbe essere fatta da subito. Ad esempio, soffermarsi sul perché il terremoto del 31 luglio (con magnitudo 4.7 e ipocentro a 3 km) abbia determinato danni davvero contenuti mentre il terremoto di Casamicciola del 28 luglio 1883 (magnitudo stimata: 5, ipocentro stimato: 2 Km.) si è portato via 2.300 persone.[3]

Francesco Santoianni


[1] Il 2 agosto, il professore Cosenza, ha risposto su Facebook alle reazioni suscitate, dopo il terremoto, dalla sua dichiarazione in Consiglio comunale, con un lungo post, incomprensibile ai più. Non risulta, invece, nessuna risposta da parte di Fabio Siciliano, Capo del Dipartimento della Protezione civile, che – il 18 febbraio 2025, durante un incontro pubblico con i cittadini dedicato al bradisismo, presso la sede del Centro operativo comunale della Protezione civile di Pozzuoli, a Monterusciello – rispondeva così ad un cittadino che gli chiedeva cosa sarebbe successo se si fosse verificato in zona un terremoto di magnitudo 5  «La scossa di quinto grado? Cadono i palazzi e conto i morti. Funziona così».

[2] Oltre alle strampalate “esercitazioni” di protezione civile, disertate dalla popolazione verosimilmente per la loro totale inutilità, (secondo Nello Musumeci, ministro alla Protezione civile, invece, “per una sorta di incoscienza, di minimizzazione del rischio” , un posto di rilievo spetta alla Legge 7 dicembre 2023, n. 183 e alla legge 8 agosto 2024, n. 111 che, con un fondo di 100 milioni di euro, avrebbero dovuto permettere la riqualificazione antisismica del tessuto edilizio dei Campi flegrei. Al bando per ottenere finanziamenti non ha partecipato nessuno e il perché, oltre alla ristrettezza dei tempi per la presentazione delle domande (tra il 15 giugno e il 31 luglio) per una procedura tecnico-edilizia estremamente complessa che richiedeva un condominio organizzato, immobili documentalmente regolari, progettisti immediatamente disponibili e proprietari capaci di finanziare metà dell’intervento. Infatti, a differenza di quanto è avvenuto per il bonus facciate o ascensori, lo Stato avrebbe pagato soltanto il 50% della spesa; si badi bene non sulla fattura finale a completamento lavori, ma sul minore importo tra costo effettivo e costo convenzionale, determinato mediante valori parametrici per metro quadrato. Se le opere necessarie fossero costate più del parametro riconosciuto, la differenza sarebbe rimasta interamente a carico dei proprietari, aggiungendosi al 50% già non finanziato. A ciò si sommavano l’incertezza sui tempi dell’istruttoria, l’organizzazione del cantiere, l’eventuale necessità di lasciare temporaneamente le abitazioni e, soprattutto la incompatibilità per edifici che registravano abusi edilizi i quali, quindi, avrebbero dovuto essere sanati prima della partecipazione alla domanda di finanziamento; in più erano esclusi dal bando edifici già beneficiari di contributi previsi per vecchi terremoti. Contro questo bando si sono espressi numerosi comitati di cittadini, dei Campi flegrei che già avevano proposto provvedimenti più snelli ed efficaci per affrontare la vulnerabilità di edifici dell’area flegrea a terremoti.

[3] L’eccezionale distruttività del terremoto di Casamicciola sarebbe dipesa, da fattori che risultano assenti nei Campi flegrei. Innanzitutto, a Casamicciola,  l’area maggiormente devastata si trovava soprattutto sui versanti settentrionali del Monte Epomeo caratterizzati da versanti ripidi, depositi vulcanoclastici, coltri detritiche, materiali sciolti accumulati sui versanti, terreni modificati dall’attività idrotermale facilmente destabilizzabili; questo determinò numerose frane e rotture del suolo che devastarono i soprastanti edifici, molti dei quali in muratura povera, costruiti senza criteri antisismici e/o già lesionati dal terremoto del 4 marzo 1881; costruzioni caratterizzate da pietrame irregolare o scarsamente squadrato; malte povere o degradate; muri costituiti da paramenti non ben collegati fra loro; assenza di cordoli; assenza o insufficienza di catene e tiranti; collegamenti deboli fra pareti ortogonali;  solai e coperture non efficacemente ancorati alle murature;  aperture irregolari e pareti indebolite;  aggiunte e sopraelevazioni realizzate senza un comportamento strutturale unitario.

Cfr. Cubellis E., Luongo G., “Il contesto fisico”, in Il terremoto del 28 luglio 1883 a Casamicciola nell’Isola di Ischia, pp. 49–123 in “Servizio Sismico Nazionale, 1998, Il terremoto del 28 luglio 1883 a Casamicciola nell’Isola di Ischia, Presidenza del Consiglio dei ministri, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato”

Qual è stata la magnitudo del terremoto che ha colpito i Campi Flegrei il 31 luglio 2026?

Il terremoto del 31 luglio 2026 ha avuto magnitudo 4.7 e un ipocentro situato a circa 3 chilometri di profondità. Nonostante ciò, i danni segnalati sono risultati complessivamente contenuti.

Quali danni ha provocato il terremoto del 31 luglio 2026?

I danni osservati hanno riguardato soprattutto lesioni nelle tamponature, distacchi di intonaci e rivestimenti e la caduta di alcuni massi da una cava. Non si sono verificati crolli degli edifici, ma la scossa ha provocato forte paura e scene di panico nella popolazione.

Il terremoto del 31 luglio indica che è imminente un’eruzione?

Una singola scossa, anche se forte rispetto alla normale sismicità dell’area, non permette da sola di concludere che un’eruzione sia imminente. Nei sistemi vulcanici i terremoti devono essere valutati insieme ad altri parametri, come deformazioni del suolo, emissioni di gas, temperatura e andamento complessivo dello sciame sismico.

Che rapporto esiste tra bradisismo e terremoti nei Campi Flegrei?

Il bradisismo è il sollevamento o l’abbassamento lento del suolo provocato dai processi che avvengono nel sistema vulcanico. Le deformazioni delle rocce possono generare fratture e terremoti, spesso superficiali e localizzati nell’area flegrea.

Il terremoto di Casamicciola del 1883 è paragonabile a quello dei Campi Flegrei?

I due terremoti possono essere confrontati per la magnitudo relativamente contenuta e la superficialità dell’ipocentro, ma gli effetti furono profondamente diversi. A Casamicciola pesarono la fragilità delle costruzioni, le condizioni geomorfologiche dei versanti del Monte Epomeo e fenomeni franosi che non si sono manifestati con la stessa intensità durante il terremoto flegreo del 31 luglio 2026.

Perché la popolazione dei Campi Flegrei reagisce spesso con forte paura alle scosse?

Secondo questo articolo, la paura prodotta dal percepimento del terremoto viene amplificata da una comunicazione ufficiale che finisce per far interpretare una scossa sismica come prodomo di una eruzione, vista come evento imprevedibile, improvviso e immediatamente distruttivo .

In che cosa dovrebbe consistere un piano efficace per i Campi Flegrei?

Un piano efficace non dovrebbe limitarsi all’evacuazione in caso di eruzione. Dovrebbe prevedere una corretta informazione, procedure per gli sciami sismici prolungati, controlli sulla vulnerabilità degli edifici, assistenza alle persone fragili, aree di attesa realmente utilizzabili, comunicazioni regolari e comprensibili e misure che consentano alla popolazione di convivere con periodi di incertezza.

Esistono all’estero piani per convivere con sciami sismici di origine vulcanica?

Sì. Esperienze sviluppate in aree vulcaniche come São Jorge nelle Azzorre, Taupō in Nuova Zelanda e Grindavík in Islanda mostrano l’importanza di una comunicazione continua, di scenari progressivi e di misure adattabili all’evoluzione della crisi, senza ridurre l’intera pianificazione alla sola evacuazione generale.

Come si può comunicare il rischio senza provocare panico?

Secondo questo articolo, la comunicazione inerente il rischio vulcanico, dovrebbe richiamare a quella memoria storica e a quei comportamenti che hanno permesso alle popolazioni (ad esempio quelle vesuviane, per 350 anni) di convivere con le eruzioni.

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