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Campi Flegrei: sicurezza, esodo o convivenza con il bradisismo?

Mentre sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’ennesimo decreto[1] per fronteggiare l’emergenza, nei Campi Flegrei (in particolare a Pozzuoli) migliaia di persone continuano a manifestare per strada la loro rabbia contro un sistema di protezione civile che, tanto per fare qualche esempio, non è riuscito neanche a spendere i soldi già stanziati da anni per mettere in sicurezza alcuni macigni su un costone (che, scossi dal terremoto del 31 luglio, sono precipitati su alcune auto in sosta)  né i 100 milioni di euro stanziati nel 2024 per la riqualificazione antisismica del tessuto edilizio dei Campi flegrei.

Migliaia di persone che, verosimilmente, come è accaduto in passato nei Campi Flegrei, in assenza di una analisi sulle vere cause della situazione (e, quindi, di una linea politica) finiranno per disperdersi o trasformarsi in postulanti del politico di turno. Sarebbe quindi opportuno che i tanti attivisti che, anche questa volta, al verificarsi di uno sciame sismico si sono precipitati nell’area flegrea nella speranza di “politicizzare” le manifestazioni di protesta, riflettessero su alcune questioni.

Intanto sulla gestione dell’emergenza che, in assenza di un Piano di protezione civile degno di questo nome e presentando surrettiziamente un’eruzione come un evento improvviso, imprevedibile e immediatamente distruttivo (e, quindi, da affrontare con un’evacuazione che in 72 ore svuoterebbe l’area di tutti i suoi abitanti) ha istituzionalizzato, anche attraverso surreali “esercitazioni”, il panico e il precipitoso riversarsi per strada della popolazione alla percezione di una scossa, letta come l’annuncio di una imminente eruzione.

Un’altra questione che meriterebbe attenzione è quella della percezione, nell’immaginario collettivo, del terremoto del 31 luglio trasformato in una sorta di catastrofe; un terremoto definito “il più forte registrato negli ultimi 40 anni”, ma che non ha prodotto il crollo di alcun edificio.[2] Come approfondito in questo articolo, questa constatazione, unita al confronto sugli effetti prodotti da un terremoto di eguale magnitudo (quello di Casamicciola del 28 luglio 1883) potrebbe servire a dare una lettura più tranquillizzante del rischio nei Campi Flegrei e permettere di strutturare quella cultura del “convivere con il bradisismo” periodicamente invocata dalle autorità e dai loro media.

Ma se, invece, nella speranza di “mobilitare le masse”, si vuole enfatizzare, a tutti i costi, il rischio, si abbia almeno la coerenza di indicare la “soluzione”. Che, a quel punto, non potrebbe essere altro che l’esodo della popolazione dall’area. Al momento, non è stato predisposto neanche un centesimo per ospitarla. Ma questo non significa che la strategia dell’esodo non possa essere presa in considerazione e migliorata con qualche proposta. Ne parliamo in un prossimo articolo.

Francesco Santoianni


[1] I contenuti del decreto legge, approvato dal Consiglio dei ministri del 4 agosto 2026, sono già trapelati sui media e dovrebbero consistere, tra l’altro, in: contributi per le famiglie la cui abitazione principale è stata sgomberata perché inagibile in conseguenza dei terremoti (non solo quelli del 31 luglio- 1° agosto 2026, ma anche quelli precedenti); riparazione dei danni e riqualificazione antisismica del tessuto edilizio dei Campi flegrei (con un contributo pubblico del 70% della spesa); ennesima “analisi della vulnerabilità” degli edifici nell’area del bradisismo; introduzione del concetto di “Primo Cratere” per l’area più colpita. Tra le critiche più puntuali alle norme di questo decreto quelle del Presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania “La prima riguarda il riconoscimento di un contributo fino al 70% per la riparazione e ricostruzione degli immobili danneggiati dagli eventi sismici; una scelta che rappresenta una netta discontinuità rispetto a tutte le precedenti ricostruzioni post-sisma, nelle quali è stato riconosciuto un contributo fino al 100%. La seconda riguarda la totale assenza di risorse dedicate al consolidamento dei costoni tufacei”.

[2] Al momento (8 agosto 2026) risultano 125 edifici sgomberati a Pozzuoli. Ma questo numero non equivale al numero degli edifici formalmente classificati inagibili mediante scheda AeDES. Gli sgomberi possono infatti derivare anche direttamente da prescrizioni e fonogrammi dei Vigili del Fuoco dopo un primo sopralluogo, mentre le verifiche AeDES, che vengono attivate successivamente, possono servire anche a revocare precedenti ordinanze di sgombero.

Una scheda AeDES può concludersi con esiti diversi: A: edificio agibile; B: temporaneamente inagibile, ma agibile con provvedimenti di pronto intervento; C: parzialmente inagibile; D: da rivedere con approfondimento; E: inagibile; F: inagibile per rischio esterno. Questa scheda può essere compilata anche da tecnici privati (ad esempio, quelli messi a disposizione dall’Ordine degli Ingegneri) in possesso della necessaria certificazione per i quali, comunque, a differenza del personale sanitario e amministrativo impegnato nell’emergenza Covid, non opera alcuno “scudo penale” che possa proteggerli da imperizie. Questo, secondo alcuni osservatori, potrebbe spingere il tecnico, di fronte ad una perizia effettuata in pochissimo tempo e senza la possibilità di effettuare analisi strutturali approfondite, a sovrastimare il danno subito dall’edificio.

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