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Campi Flegrei: perché il decreto «urgente» non viene pubblicato? Il sospetto delle coperture finanziarie

di Francesco Santoianni

Diciassette giorni dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri, il provvedimento da oltre un miliardo di euro non è ancora comparso sulla Gazzetta Ufficiale. Musumeci parla di problemi burocratici. Ma a bloccarlo potrebbero essere i conti. Una storia che ricorda quanto denunciavamo anni fa sui finanziamenti per l’evacuazione delle popolazioni a rischio vulcanico.

Perché non è stato ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto-legge urgente per i Campi Flegrei?

La domanda appare più che legittima. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri il 13 ottobre 2026, avrebbe dovuto rappresentare una svolta nella gestione della crisi bradisismica, grazie a uno stanziamento annunciato di oltre un miliardo di euro nell’arco di dieci anni e all’istituzione di una struttura commissariale unica.

Eppure, a distanza di diciassette giorni, del decreto non c’è traccia sulla Gazzetta Ufficiale. E, quindi, le nuove disposizioni non possono ancora produrre effetti giuridici.

Una circostanza singolare, considerando che non stiamo parlando di un normale disegno di legge, destinato ad affrontare il lungo iter parlamentare, ma di un decreto-legge, cioè di uno strumento normativo che, secondo l’articolo 77 della Costituzione, può essere adottato dal Governo soltanto in casi straordinari di necessità e urgenza.

Evidentemente, però, l’urgenza che aveva giustificato l’annuncio del decreto non sembra essere altrettanto avvertita quando si tratta di renderlo effettivamente operativo.

«Un problema burocratico, non politico»

Interpellato il 29 ottobre dai giornalisti sulla mancata pubblicazione, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci ha fornito una spiegazione che difficilmente può dirsi soddisfacente: «È un problema burocratico, non politico: le procedure non le segue il ministro».[1]

Parole che hanno suscitato comprensibili reazioni tra gli amministratori locali. Il sindaco di Pozzuoli, Luigi Manzoni, ha ricordato che le popolazioni flegree non possono più aspettare. Anche il sindaco di Bacoli, Josi Della Ragione, ha sollecitato la pubblicazione del provvedimento.

Ma quali sarebbero questi misteriosi impedimenti burocratici? E perché, trattandosi di un’emergenza, non vengono superati con la stessa rapidità che il Governo rivendica quando annuncia nuovi interventi?

Quando un decreto-legge resta soltanto un annuncio

La questione presenta anche un risvolto giuridico che merita attenzione. L’articolo 15, comma 4, della legge 23 agosto 1988, n. 400, stabilisce testualmente: «Il decreto-legge è pubblicato, senza ulteriori adempimenti, nella Gazzetta Ufficiale immediatamente dopo la sua emanazione».[2]

Occorre, pertanto, distinguere tre momenti: la deliberazione del Consiglio dei ministri, l’emanazione da parte del Presidente della Repubblica e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Il primo passaggio è avvenuto il 13 ottobre. Non risulta invece pubblicamente chiarito se il testo definitivo sia già stato trasmesso al Presidente della Repubblica per l’emanazione. È proprio questo il punto. Il problema potrebbe non riguardare affatto la pubblicazione, ma i passaggi preliminari ancora necessari perché il provvedimento possa essere emanato. Tra questi assumono particolare importanza le verifiche tecniche e finanziarie.

Il decreto è fermo al Ministero dell’Economia?

È questa una delle ipotesi più interessanti, e forse la più plausibile tra quelle finora emerse.

Il 29 ottobre il Corriere del Mezzogiorno ha riferito che, secondo indiscrezioni raccolte negli ambienti regionali, il decreto potrebbe essere ancora sottoposto all’esame del Ministero dell’Economia e delle Finanze, proprio per la difficoltà di individuare le coperture necessarie agli interventi annunciati. Nello stesso articolo viene prospettata persino la possibilità che gli stanziamenti subiscano ridimensionamenti.[3]

Naturalmente non si tratta di una circostanza ufficialmente accertata. Ma è un’ipotesi tutt’altro che peregrina.

Un miliardo di euro distribuito su dieci anni rappresenta un impegno finanziario significativo, soprattutto quando si tratta di stabilire quali somme siano effettivamente nuove, quali provengano da fondi già stanziati, quali capitoli di bilancio debbano alimentarle e con quale calendario debbano essere rese disponibili.

D’altra parte, il problema si inserisce in una situazione economica nazionale tutt’altro che rassicurante. Le previsioni governative per il 2026 indicano una crescita del PIL di appena l’1% e un debito pubblico pari al 138,1% del PIL.[4] Una situazione che restringe i margini della finanza pubblica, mentre il nostro Paese continua ad aumentare gli impegni per la difesa e a destinare risorse, comprese forniture militari, al sostegno dell’Ucraina. Secondo le stime NATO, la sola spesa italiana per la difesa in senso stretto dovrebbe raggiungere nel 2026 i 48,31 miliardi di euro.[5] Il confronto non dimostra, naturalmente, che siano queste spese a ritardare il decreto per i Campi Flegrei, ma rende inevitabile interrogarsi sulle priorità che guidano l’allocazione delle risorse pubbliche.

È possibile, quindi, che il testo approvato politicamente dal Consiglio dei ministri non abbia ancora superato tutte le verifiche sulla sostenibilità finanziaria. E se così fosse, il cosiddetto problema burocratico evocato da Musumeci avrebbe una natura ben più sostanziale: non una semplice lentezza degli uffici, ma la difficoltà di trasformare gli impegni annunciati in risorse effettivamente disponibili.

Del resto, parlare di un miliardo di euro in dieci anni produce un effetto mediatico certamente maggiore che precisare quanti milioni saranno realmente spendibili nel 2026, quanti nel 2027 e a quali condizioni.

Campi Flegrei: il problema dei soldi non nasce oggi

La possibile difficoltà di reperire le coperture finanziarie richiama una questione che su Disastermanagement.it avevamo già sollevato diversi anni fa.

In un articolo intitolato «Rischio vulcanico: neanche un centesimo per gli evacuati», pubblicato originariamente nel dicembre 2016, denunciavamo un’incongruenza della pianificazione nazionale di emergenza per il Vesuvio e i Campi Flegrei.[6]

Il sistema prevedeva, e prevede, l’allontanamento delle popolazioni dalle zone rosse e la loro accoglienza in altre regioni italiane attraverso appositi accordi di gemellaggio. Una complessa operazione che, naturalmente, comporta costi enormi: trasporti, sistemazioni abitative, assistenza sanitaria, continuità scolastica, sostegno economico alle famiglie, servizi pubblici e molto altro. Ma chi avrebbe pagato?

Nel nostro articolo richiamavamo un documento della Conferenza Unificata Stato-Regioni del 26 maggio 2016, relativo all’aggiornamento della pianificazione di emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei.

In quel documento veniva registrata una precisa obiezione delle Regioni: le clausole di invarianza degli oneri a carico della finanza pubblica non sembravano compatibili con l’effettiva necessità di finanziare le attività previste. Le Regioni chiedevano, infatti, una copertura delle spese necessarie all’attuazione della pianificazione e raccomandavano che il Ministero dell’Economia predisponesse una circolare esplicativa per individuare le risorse utilizzabili.[7]

In sostanza, si delineava un paradosso: lo Stato pianificava l’evacuazione e l’accoglienza di centinaia di migliaia di persone, ma non individuava contestualmente uno stanziamento specifico e chiaramente utilizzabile per sostenere l’intera operazione. Una pianificazione che, almeno sotto il profilo finanziario, rischiava così di restare prevalentemente sulla carta.

Non è dimostrato che quella situazione del 2016 sia rimasta immutata fino a oggi: negli anni successivi sono stati adottati ulteriori provvedimenti e finanziamenti per i Campi Flegrei. Ma il precedente dimostra quanto il problema economico fosse già allora presente nella pianificazione del rischio vulcanico. E rende particolarmente significativa l’ipotesi che, dieci anni dopo, un nuovo provvedimento straordinario possa incontrare difficoltà proprio sul terreno delle coperture finanziarie.

Dalla pianificazione dell’evacuazione alla gestione del bradisismo

È necessario precisare che il decreto approvato il 13 ottobre non coincide con il piano nazionale di evacuazione vulcanica. Le misure annunciate riguardano principalmente la gestione della crisi bradisismica, la sicurezza degli edifici, l’assistenza alle persone coinvolte, gli interventi sulle infrastrutture e il coordinamento delle attività attraverso una nuova struttura commissariale.

La differenza è importante. Ma il problema di fondo rimane lo stesso: quanto vale un piano di protezione civile se le risorse economiche necessarie alla sua attuazione non sono certe, disponibili e tempestivamente utilizzabili?

Una questione che riguarda non soltanto i Campi Flegrei, ma la stessa credibilità del sistema italiano di Protezione civile. Perché pianificare un intervento senza garantirne la sostenibilità economica significa rischiare di costruire un sistema nel quale le responsabilità sono accuratamente distribuite tra le istituzioni, mentre i mezzi per assolverle vengono individuati soltanto quando l’emergenza è ormai esplosa.

Un miliardo annunciato. Ma quanto denaro effettivamente disponibile?

C’è un altro aspetto che meriterebbe di essere approfondito. Il decreto del 13 ottobre è stato presentato come un provvedimento capace di mobilitare oltre un miliardo di euro in dieci anni.

Ma fino alla pubblicazione del testo definitivo e delle relative disposizioni finanziarie, non è possibile stabilire con precisione quante siano le risorse aggiuntive rispetto a quelle già previste dalla legislazione vigente, né quanti fondi possano essere effettivamente utilizzati nell’immediato.

È una distinzione tutt’altro che secondaria. Uno stanziamento pluriennale, infatti, non equivale necessariamente a una disponibilità immediata. E la semplice indicazione di una cifra complessiva può nascondere una distribuzione delle risorse assai diversa da quella che l’annuncio politico lascia immaginare.

Per questo, se il decreto fosse effettivamente fermo al MEF, sarebbe indispensabile conoscere quali disposizioni siano oggetto di verifica e se i controlli stiano determinando modifiche agli importi originariamente annunciati.

Le domande alle quali il Governo dovrebbe rispondere

A questo punto, più che nuove rassicurazioni, servirebbero risposte precise. Il testo deliberato il 13 ottobre è stato completato e trasmesso al Quirinale? È ancora presso la Presidenza del Consiglio? La Ragioneria generale dello Stato ha formulato osservazioni sulle coperture finanziarie? Il miliardo di euro annunciato rappresenta integralmente nuove risorse oppure comprende stanziamenti già esistenti? Sono previste modifiche o riduzioni rispetto alla versione approvata dal Consiglio dei ministri?

E, soprattutto, quanto denaro sarà immediatamente disponibile per gli interventi che le popolazioni flegree aspettano da mesi? Sono domande che il Governo potrebbe chiarire pubblicamente senza compromettere alcuna procedura amministrativa.

La Protezione civile non può vivere di annunci

L’aspetto forse più paradossale dell’intera vicenda è che il decreto, annunciato come risposta urgente a una situazione di rischio, sembra essersi impantanato proprio nell’apparato amministrativo che dovrebbe renderne possibile l’attuazione.

Nessuno può escludere che si tratti realmente di un problema tecnico risolvibile in breve tempo. E non disponiamo di elementi sufficienti per affermare che il ritardo nasconda una decisione politica di ridurre gli stanziamenti.

Ma, alla luce delle indiscrezioni pubblicate, l’ipotesi di un problema di coperture finanziarie merita certamente maggiore attenzione della generica spiegazione burocratica fornita dal ministro Musumeci.

Se fosse confermata, ci troveremmo di fronte all’ennesima manifestazione di una contraddizione che accompagna da anni la gestione delle emergenze nel nostro Paese: la facilità con la quale vengono annunciati piani, commissariamenti e grandi stanziamenti contrapposta alla difficoltà di garantire risorse concrete e immediatamente spendibili.

Il precedente dei piani di evacuazione vulcanica dovrebbe insegnare qualcosa. Perché, alla fine, non sono i comunicati stampa, i piani decennali o le dichiarazioni ministeriali a mettere in sicurezza un territorio. Sono gli interventi realmente finanziati e attuati. E, nei Campi Flegrei, il tempo continua a passare.

Note e riferimenti

[1] RaiNews – TGR Campania, 29 ottobre 2026, «Campi Flegrei, il decreto in Gazzetta non c’è. Musumeci: Problema burocratico». Fonte online

[2] Legge 23 agosto 1988, n. 400, articolo 15, comma 4, «Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri». Fonte online

[3] Roberto Russo, «Campi Flegrei, il giallo del decreto: Mai pubblicato, che aspettano?», Corriere del Mezzogiorno, 29 ottobre 2026. Fonte online

[4] Ministero dell’Economia e delle Finanze, Documento programmatico di finanza pubblica 2026; per i dati citati si veda anche il dossier della Camera dei deputati. Fonte online

[5] Camera dei deputati, Servizio Studi, «Le spese per la difesa in ambito NATO 2026»; si veda anche il dossier sul decreto-legge n. 201/2025 per le forniture all’Ucraina. Fonte online

[6] Francesco Santoianni, «Rischio vulcanico: neanche un centesimo per gli evacuati», Disastermanagement.it. Fonte online

[7] Conferenza Unificata Stato-Regioni, seduta del 26 maggio 2016; DPCM 24 giugno 2016, Gazzetta Ufficiale n. 193 del 19 agosto 2016. Fonte online

Francesco Santoianni

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