Due morti, una tossina rarissima, investigatori italiani e laboratori tedeschi. Ma quali verifiche permettono di trasformare un risultato scientifico in una certezza giudiziaria?
A Pietracatella, piccolo centro del Molise, una madre e sua figlia muoiono nel dicembre 2025 dopo essere state ricoverate per quello che inizialmente sembra un grave caso di intossicazione alimentare. Tre mesi dopo, una scoperta del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia cambia radicalmente il quadro: nei campioni biologici delle due vittime sarebbe stata identificata la ricina, una delle sostanze tossiche più pericolose conosciute.
Da quel momento, quella che sembrava una tragedia familiare diventa un’indagine per duplice omicidio premeditato. Si moltiplicano interrogatori, sequestri, perquisizioni, accertamenti informatici. Vengono coinvolti anche specialisti tedeschi. Ma a quasi un anno dalla morte delle due donne resta senza risposta una domanda fondamentale: come sarebbe arrivata la ricina in quella casa? E, soprattutto, quali elementi permettono di ricostruire il passaggio da un risultato di laboratorio alla certezza che due persone siano state deliberatamente avvelenate?
Tutto comincia a Pavia
Tra il 27 e il 28 dicembre 2025 muoiono Antonella Di Ielsi, cinquant’anni, e sua figlia Sara Di Vita, quindici anni. Le circostanze inducono inizialmente a sospettare un’intossicazione alimentare. Una spiegazione tutt’altro che sorprendente, considerata la sintomatologia descritta nelle prime ricostruzioni della vicenda. Nel marzo 2026 arriva però la svolta: il Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, diretto da Carlo Locatelli, comunica di aver identificato la ricina nei campioni delle due vittime.
Una scoperta clamorosa. Non soltanto perché la ricina è una sostanza estremamente tossica, ma perché i casi documentati di avvelenamento volontario con questa sostanza sono molto rari e presentano notevoli difficoltà di accertamento. Lo stesso Locatelli, in un’intervista riportata da Open il 5 ottobre 2026, ha sottolineato la difficoltà delle analisi, spiegando che gli esami sono stati ripetuti numerose volte prima di considerare attendibili i risultati.[1]
Una precisazione importante, che tuttavia apre un’altra questione: ripetere un esame nello stesso laboratorio equivale a sottoporlo a una verifica indipendente? Non necessariamente. Nelle indagini tossicologiche, soprattutto quando si cercano sostanze insolite, occorre distinguere tra la ripetibilità di un risultato, la sua specificità e la sua conferma attraverso tecniche analitiche indipendenti. Sono aspetti diversi, ciascuno con un proprio significato.
C’è poi un’altra circostanza interessante. In una successiva intervista, pubblicata il 20 ottobre, Locatelli ha riferito che le concentrazioni di ricina misurate nei campioni prelevati prima e dopo il decesso erano risultate differenti. Una circostanza che il tossicologo ha attribuito alla diversa distribuzione della sostanza nel sangue dopo la morte.[2] È una spiegazione scientificamente plausibile, ma il confronto tra campioni biologici raccolti in momenti differenti pone inevitabilmente problemi di interpretazione che meritano approfondimento.
Questo non significa che il Centro Maugeri abbia sbagliato. Significa che, per valutare autonomamente la solidità scientifica dell’accertamento, sarebbe utile conoscere nel dettaglio le metodiche impiegate, i controlli effettuati e le procedure di conferma. Informazioni che, almeno nelle fonti pubbliche esaminate, non risultano disponibili in misura sufficiente per esprimere un giudizio indipendente.
Una caccia al veleno che arriva in Germania
La scoperta della ricina ha imposto agli investigatori di cercare una spiegazione alla presenza di una sostanza tanto insolita. Come è stata introdotta nell’abitazione? Attraverso un alimento? Una bevanda? Un’altra modalità di esposizione? Chi avrebbe potuto procurarsela? Per rispondere a queste domande sono stati coinvolti gli specialisti del Robert Koch-Institut di Berlino e della polizia federale tedesca.[3] Alla fine di luglio 2026 viene effettuato un lungo sopralluogo nell’abitazione delle vittime, nell’ambito di un accertamento giudiziario in contraddittorio. Vengono raccolti e inventariati 131 campioni. Altri settanta circa, costituiti da prodotti alimentari sequestrati nell’abitazione, sono sottoposti agli accertamenti tedeschi.
L’obiettivo è individuare eventuali tracce della tossina nei reperti e, possibilmente, risalire al mezzo attraverso il quale sarebbe stata somministrata. Ma la ricerca si rivela tutt’altro che semplice. Il 27 ottobre l’ANSA comunica che gli specialisti tedeschi hanno ottenuto una nuova proroga di trenta giorni per completare le analisi. Un’altra potrebbe essere concessa a fine novembre. Di conseguenza, non sono attesi risultati ufficiali prima della fine di dicembre 2026.[4] Dunque, a dieci mesi dalla tragedia, il quadro investigativo resta incompleto. Questo ritardo non dimostra che l’ipotesi dell’avvelenamento sia certamente sbagliata. Mostra però quanto sia difficile passare dall’identificazione di una sostanza tossica nei campioni biologici alla ricostruzione delle circostanze in cui sarebbe avvenuta l’esposizione.
Ricina: un veleno da guerra?
La ricina è una proteina estremamente tossica naturalmente presente nei semi del ricino (Ricinus communis), pianta originaria delle regioni tropicali, ma largamente diffusa anche nei nostri territori, dove viene coltivata come ornamentale e può crescere spontaneamente. Il ricino è conosciuto soprattutto per il suo olio, utilizzato da secoli come lassativo e oggi impiegato in numerosi settori industriali, dalla cosmetica alla produzione di lubrificanti e materiali chimici. Occorre però evitare un equivoco piuttosto diffuso: l’olio di ricino correttamente prodotto non contiene ricina in quantità tossicologicamente significative. La tossina, infatti, non passa normalmente nella frazione oleosa, ma rimane nei residui solidi della lavorazione dei semi, che devono essere opportunamente trattati prima di determinati utilizzi.[5]
A rendere particolarmente pericolosa la ricina è il suo meccanismo d’azione: una volta penetrata nelle cellule, interferisce con la produzione delle proteine necessarie al loro funzionamento, provocando danni che possono interessare diversi organi. La sintomatologia varia notevolmente secondo la modalità di esposizione. In caso di ingestione possono comparire vomito, diarrea, dolori addominali, disidratazione e, nelle forme più gravi, danni a fegato, reni e altri organi. L’inalazione provoca invece principalmente disturbi respiratori. Non esiste attualmente un antidoto specifico di impiego clinico consolidato: le cure si basano soprattutto sul trattamento dei sintomi e sul sostegno delle funzioni vitali.[6] Ma la ricina ha anche una storia meno conosciuta, che riguarda direttamente la guerra chimica, i servizi segreti e il terrorismo.
Dalla pianta di ricino ai programmi militari
L’interesse militare per questa tossina risale almeno alla prima metà del Novecento. Durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti studiarono la ricina come possibile agente bellico. Le ricerche, tuttavia, non portarono alla sua adozione su larga scala come arma da combattimento. La ricina possiede infatti caratteristiche che ne rendono complesso l’impiego militare: l’efficacia dipende fortemente dalla modalità di esposizione e la sua disseminazione controllata presenta difficoltà che non possono essere ignorate. Questi limiti non ne hanno impedito lo studio come possibile arma, ma hanno contribuito a distinguerla dagli agenti chimici tradizionalmente destinati all’impiego sui campi di battaglia.
Proprio per la sua origine naturale e per il suo effetto tossico, la ricina occupa una posizione particolare nel panorama delle sostanze suscettibili di impiego bellico. Non è un microrganismo patogeno: non si riproduce nell’organismo, non provoca un’infezione e non si trasmette da una persona all’altra. È invece una tossina di origine biologica. Questa distinzione non è puramente terminologica. Nel linguaggio della difesa CBRN, la ricina è considerata una biotossina, ma la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche la comprende tra le sostanze sottoposte ai controlli più rigorosi. Compare infatti nella Tabella 1 dell’Annesso sulle sostanze chimiche, insieme a composti come il sarin, il soman, il VX e l’iprite. In quella tabella figurano soltanto due tossine di origine naturale: la ricina e la saxitossina.[7]
L’inserimento nella Tabella 1 non significa che la ricina venga normalmente impiegata come arma militare, ma ne riconosce la particolare pericolosità e la possibilità di utilizzo ostile. In Italia la legge 18 novembre 1995, n. 496, che ratifica la Convenzione sulle armi chimiche, stabilisce un rigoroso regime di controllo delle sostanze interessate, prevedendo specifici divieti e autorizzazioni per le attività consentite.[8]
Il caso dell’”ombrello bulgaro”
Il caso storicamente più famoso di utilizzo criminale della ricina riguarda Georgi Markov, scrittore e giornalista bulgaro dissidente, morto a Londra nel settembre 1978. Markov aveva abbandonato la Bulgaria comunista e lavorava per emittenti occidentali, tra cui la BBC. Il 7 settembre 1978, mentre si trovava nei pressi del ponte di Waterloo, avvertì una puntura alla gamba dopo un contatto con uno sconosciuto munito di ombrello. Nei giorni successivi le sue condizioni peggiorarono rapidamente, fino alla morte. Le indagini portarono alla scoperta di un minuscolo dispositivo metallico nella gamba della vittima, associato alla somministrazione di ricina. La vicenda è passata alla storia come quella dell’«ombrello bulgaro», diventando uno dei più celebri episodi di assassinio politico attribuito ai servizi segreti dell’Europa orientale durante la Guerra fredda.[9]
Il caso Markov dimostra che la ricina non è soltanto una curiosità tossicologica: è stata effettivamente utilizzata come strumento di assassinio. Ma dimostra anche quanto eccezionali e particolari siano le circostanze dei casi storicamente documentati.
Un veleno per il terrorismo?
L’interesse per la ricina è riemerso anche negli studi sul terrorismo contemporaneo. La possibilità che una tossina di origine vegetale possa essere utilizzata intenzionalmente contro singoli individui o collettività rientra tra gli scenari considerati dalle autorità sanitarie e di sicurezza. I Centers for Disease Control and Prevention statunitensi la includono infatti nelle proprie schede dedicate alle emergenze chimiche, ricordando sia gli studi militari del passato sia i possibili impieghi terroristici.[10]
È bene precisare, tuttavia, che l’elevata tossicità di una sostanza non coincide automaticamente con la sua efficacia come arma di distruzione di massa. Perché un agente tossico possa provocare numerose vittime, contano non soltanto le sue proprietà intrinseche, ma anche le modalità di esposizione, la quantità effettivamente assorbita e le condizioni ambientali.Non a caso, la ricina è diventata soprattutto un elemento ricorrente negli scenari di avvelenamento mirato e nelle valutazioni di sicurezza relative a possibili atti terroristici.
Ed è proprio questa storia a rendere ancora più singolare la vicenda di Pietracatella. Se qualcuno avesse effettivamente utilizzato la ricina per uccidere una madre e una figlia, ci troveremmo davanti a un episodio criminale particolarmente insolito. Un’ipotesi che, proprio per la sua eccezionalità, richiede prove altrettanto solide.
Il problema delle prove scientifiche
Qui il caso di Pietracatella richiama, pur nelle evidenti differenze, un’altra vicenda giudiziaria italiana: quella dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. In quel procedimento, tornato ripetutamente all’attenzione dei media, sono emerse controversie anche sulla conservazione e sul successivo smaltimento di alcuni materiali biologici esaminati dal RIS di Parma. Secondo quanto riferito dall’Adnkronos il 6 ottobre 2026, il RIS sostiene che lo smaltimento degli eluiti, ossia materiali intermedi di lavorazione, sia avvenuto nel rispetto delle regole. Su questo punto esistono tuttavia contestazioni e interpretazioni differenti.[11]
Non è nostra intenzione stabilire chi abbia ragione. Il caso dimostra piuttosto quanto sia delicato il rapporto tra accertamento scientifico e procedimento giudiziario. Un’analisi, anche quando eseguita con strumenti sofisticati, non diventa automaticamente una verità incontestabile. Occorre sapere come sono stati raccolti i campioni, come sono stati conservati, quali procedure sono state utilizzate, quali controlli sono stati effettuati e quali possibilità esistono di ripetere gli accertamenti. Nel caso di Pietracatella, il coinvolgimento di specialisti tedeschi e il ricorso a un accertamento in contraddittorio costituiscono strumenti importanti di garanzia. Resta però una distinzione essenziale: cercare tracce della ricina in una casa non equivale, di per sé, a verificare nuovamente e in modo indipendente l’identificazione iniziale della tossina nei campioni delle vittime. Si tratta di due questioni differenti, benché entrambe fondamentali.
Un’indagine che continua ad allargarsi
Nel frattempo, gli investigatori hanno seguito anche la pista informatica. Nel mese di ottobre sono state disposte verifiche su numerosi computer appartenenti a diversi istituti scolastici del Molise, alla ricerca di eventuali consultazioni online riguardanti la ricina.[12] Una pista che ha generato anche notizie successivamente smentite.
Il 2 ottobre la procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, ha infatti negato che gli investigatori avessero già individuato un computer o un indirizzo IP riconducibile a presunte ricerche sulla ricina effettuate nella zona di Pietracatella.[13] Successivamente sono proseguiti gli accertamenti informatici, ma la distinzione tra un’attività investigativa in corso e un risultato effettivamente acquisito resta fondamentale. È un meccanismo ben conosciuto nella cronaca giudiziaria. Un’ipotesi investigativa viene divulgata, ripresa da altri giornali, arricchita di particolari e talvolta finisce per assumere, agli occhi del pubblico, la consistenza di un fatto accertato. Quando arriva una smentita, questa raramente ottiene la stessa visibilità della notizia iniziale. E così il lettore rischia di trovarsi di fronte a un’indagine parallela, costruita più sulle indiscrezioni che sui fatti verificati.
E se fosse stato un incidente?
Tra le ipotesi emerse nel corso delle indagini figura anche quella di un avvelenamento accidentale. È una possibilità prospettata da Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, e che la procuratrice Elvira Antonelli, nelle dichiarazioni riportate dalla TGR Molise, ha giudicato poco probabile. Va però segnalato che gli stessi consulenti della Procura hanno chiarito come gli accertamenti medico-scientifici non permettano, da soli, di determinare se l’assunzione della sostanza sia stata accidentale oppure provocata da terzi.[14] È una distinzione fondamentale. La presenza di una sostanza tossica, la quantità eventualmente individuata nei campioni e la ricostruzione delle modalità di esposizione sono elementi collegati, ma non intercambiabili.
La conclusione che una morte sia stata provocata deliberatamente richiede un quadro probatorio più ampio della sola identificazione di un veleno. Fino a quando non saranno chiarite le circostanze dell’esposizione e le eventuali responsabilità, resta dunque necessario distinguere ciò che è stato accertato da ciò che viene ipotizzato.
Sì, ma perché ce ne occupiamo noi di Disaster Management e Protezione civile?
Qualcuno, arrivato a questo punto, potrebbe legittimamente domandarsi che cosa c’entri una vicenda di cronaca giudiziaria con un sito che si occupa di Disaster Management e Protezione civile. La risposta è semplice: c’entra, e parecchio.
Una delle questioni centrali del Disaster Management è proprio la capacità di riconoscere tempestivamente una situazione anomala, identificarne le cause e adottare le misure necessarie per limitarne le conseguenze. Un problema che non riguarda soltanto terremoti, alluvioni o incidenti industriali. Riguarda anche le emergenze provocate da sostanze chimiche e biologiche, siano esse accidentali oppure deliberatamente diffuse. Ed è qui che la vicenda di Pietracatella acquista un significato che va oltre la cronaca.
Per identificare una sostanza come la ricina, secondo le ricostruzioni disponibili, è stato necessario ricorrere alle competenze altamente specialistiche di un centro antiveleni italiano. Successivamente sono stati coinvolti anche laboratori tedeschi, specializzati negli accertamenti su materiali e ambienti potenzialmente contaminati. Una collaborazione internazionale che, di per sé, non dimostra alcuna inefficienza del sistema italiano. La cooperazione scientifica è normale, oltre che auspicabile. Ma pone inevitabilmente alcune domande.
Che cosa accadrebbe se, anziché due persone in una casa di Pietracatella, ci trovassimo davanti a decine di persone colpite contemporaneamente da una sostanza tossica sconosciuta? Quanti laboratori italiani sarebbero in grado di identificarla rapidamente? Quali strutture sanitarie potrebbero riconoscere tempestivamente i sintomi di un’esposizione non comune? E chi coordinerebbe l’attività dei soccorritori, degli ospedali, dei laboratori e delle autorità di pubblica sicurezza?
Non sono interrogativi teorici. La preparazione alle emergenze CBRN — chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari — costituisce uno degli ambiti nei quali il confine tra Protezione civile, Difesa civile e sicurezza nazionale diventa particolarmente sottile. In uno scenario del genere, il problema non sarebbe soltanto identificare la sostanza responsabile. Bisognerebbe anche stabilire se il pericolo sia ancora presente, evitare ulteriori esposizioni, proteggere soccorritori e personale sanitario, informare la popolazione senza creare allarmismi e coordinare gli accertamenti necessari. Il tutto mentre i mezzi di comunicazione, inevitabilmente, cercherebbero risposte immediate.
È proprio in circostanze del genere che possono emergere le conseguenze di una comunicazione del rischio approssimativa, di informazioni premature o di un’eccessiva fiducia in accertamenti che richiederebbero ulteriori verifiche. La vicenda di Pietracatella suggerisce quindi una riflessione più generale: non basta che il sistema disponga di esperti capaci di individuare una sostanza pericolosa. Occorre anche che sia in grado di verificarne tempestivamente l’identificazione, interpretarne correttamente i risultati e tradurli in decisioni proporzionate.
È questa una delle lezioni fondamentali del Disaster Management. Del resto, dopo la diffusione delle notizie sul caso di Pietracatella, lo stesso Locatelli ha riferito di un aumento delle richieste di verifiche sulla ricina provenienti dagli ospedali italiani.[15] Un fenomeno comprensibile, che dimostra però come l’attenzione mediatica possa influenzare anche la percezione del rischio e la domanda di accertamenti sanitari. La gestione delle emergenze comincia spesso molto prima dell’intervento dei soccorritori. Comincia dal modo in cui un evento viene riconosciuto, interpretato e comunicato.
La domanda ancora senza risposta
A Pietracatella due persone sono morte in circostanze drammatiche. Gli accertamenti tossicologici hanno portato gli investigatori a seguire la pista della ricina, aprendo un’inchiesta per duplice omicidio premeditato, attualmente contro ignoti.[16] Da allora sono trascorsi mesi di sopralluoghi, interrogatori, sequestri e verifiche scientifiche. Eppure manca ancora, almeno nelle informazioni rese pubbliche, la ricostruzione completa del presunto avvelenamento.
Non sappiamo attraverso quale mezzo la tossina sarebbe arrivata alle vittime. Non sappiamo chi l’avrebbe introdotta nell’abitazione. E non conosciamo abbastanza dettagli tecnici da poter valutare autonomamente la forza probatoria dell’accertamento iniziale. Questo non autorizza a sostenere che i laboratori abbiano sbagliato, né a ignorare gli elementi scientifici già acquisiti. Autorizza però a porre domande. Perché la scienza applicata alle indagini giudiziarie non dovrebbe essere considerata infallibile solo perché si presenta con il linguaggio della scienza. E perché, quando da un risultato di laboratorio dipende l’intera direzione di un’inchiesta, poter verificare quel risultato diventa tanto importante quanto averlo ottenuto.
Il giallo di Pietracatella, per il momento, resta aperto. E la ricerca della verità non può prescindere da una verifica rigorosa delle prove sulle quali si fonda.
Francesco Santoianni — www.disastermanagement.it
[1]Open, 5 ottobre 2026, intervista a Carlo Locatelli sulla difficoltà di identificazione della ricina. https://www.open.online/2026/10/05/pietracatella-avvelenate-ricina-locatelli/
[2]Open, 20 ottobre 2026, dichiarazioni di Locatelli sulle concentrazioni nei campioni. https://www.open.online/2026/10/20/medico-carlo-locatelli-ricina-avvelenamento-madre-figlia-pietracatella/
[3]LaPresse, 15 luglio 2026, intervento del Robert Koch-Institut. https://www.lapresse.it/cronaca/2026/07/15/campobasso-madre-e-figlia-uccise-dalla-ricina-a-pietracatella-sul-posto-gli-esperti-del-robert-koch-institut/
[4]ANSA, 27 ottobre 2026, proroga alle analisi tedesche. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/27/morte-avvelenate-berlino-ottiene-la-proroga-sulle-analisi-dei-reperti-risultati_ec143ca5-e818-4fe3-8f27-1b1f6936e293.html
[5]Worbs S. et al., “Ricinus communis Intoxications in Human and Veterinary Medicine”, Toxins, 2011. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3210461/
[6]CDC, “Ricin”, Chemical Emergencies, scheda su esposizione e trattamento. https://www.cdc.gov/chemical-emergencies/chemical-fact-sheets/ricin.html
[7]OPCW, Chemical Weapons Convention, Annex on Chemicals, Schedule 1. https://www.opcw.org/chemical-weapons-convention/annexes/annex-chemicals/schedule-1
[8]Legge 18 novembre 1995, n. 496, ratifica della Convenzione sulle armi chimiche. https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.codiceRedazionale=095G0541&atto.dataPubblicazioneGazzetta=1995-11-25
[9]CDC, “Ricin”, richiamo storico al caso di Georgi Markov. https://www.cdc.gov/chemical-emergencies/chemical-fact-sheets/ricin.html
[10]OPCW, Practical Guide for Medical Management of Chemical Warfare Casualties. https://www.opcw.org/sites/default/files/documents/ICA/APB/Practical_Guide_for_Medical_Management_of_Chemical_Warfare_Casualties.pdf
[11]Adnkronos, 6 ottobre 2026, posizione del RIS sui materiali del caso Garlasco. https://www.adnkronos.com/cronaca/caso-garlasco-reperti-distrutti-posizione-riis_4o8yYXwjLXz9i41fNT4pbq
[12]TGR Molise, 17 ottobre 2026, verifiche informatiche e perquisizioni. https://www.rainews.it/tgr/molise/video/2026/10/piste-perquisizioni-pietracatella-tupputi-e1e55d0e-f3c9-476c-9cea-12f774b94436.html
[13]ANSA, 2 ottobre 2026, smentita della Procura su computer e ricina. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/02/morte-avvelenate-la-procura-nessuna-scoperta-su-pc-e-ricina_f8d75e0f-7b14-4535-a104-76b48549914c.html
[14]TGR Molise, 7 ottobre 2026, dichiarazioni sull’ipotesi accidentale. https://www.rainews.it/amp/tgr/molise/video/2026/10/ntita-accidentalit-1200-logomp4-f18ec09f-49f2-478d-820e-1ae93d88433b.html
[15]Open, 20 ottobre 2026, richieste di analisi agli ospedali italiani. https://www.open.online/2026/10/20/medico-carlo-locatelli-ricina-avvelenamento-madre-figlia-pietracatella/
[16]ANSA, 10 settembre 2026, proroga delle indagini per duplice omicidio contro ignoti. https://www.ansa.it/amp/molise/notizie/2026/09/10/morte-avvelenate-la-procura-chiede-una-proroga-delle-indagini_2e728f7a-d2a2-496c-9c5c-7b082917a964.html














