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Ma davvero il nostro pianeta è flagellato da sempre più numerosi disastri climatici di inedita violenza?

Ma davvero il nostro pianeta è flagellato da sempre più numerosi disastri meteorologici e climatici di inedita violenza? Si direbbe di sì sfogliando report come l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite “The Global Assessment Report on Disaster Risk Reduction (GAR) 2025,” o l’ Atlas of Mortality and Economic Losses from Weather, Climate and Water Extremes (1970–2019) della World Meteorological Organization; testi che, ad esempio, non contemplano eventi quali l’alluvione del fiume Yangtze-Huai in Cina che, nel 1931, che si portò via quattro milioni di persone o il ciclone Bhola (Pakistan orientale, 1970) che uccise 500.000 persone.  In realtà, se si leggono bene i suddetti report si scoprirà che i disastri meteorologici e climatici verificatisi negli ultimi decenni appaiono sempre più numerosi solo perché sono migliorati i sistemi di avvistamento e di catalogazione e fanno registrare più danni in quanto sono state urbanizzate nuove e immense aree a rischio. Mentre l’unico dato consolante (il numero delle vittime di questi disastri risulta essersi ridotto ad un terzo di quanto si registrava mediamente prima del 1970) resta in secondo piano.[1]

Anche per questo, media e governi (soprattutto quelli europei), al primo nubifragio, alluvione, tromba d’aria… si abbandonano all’allarmismo. Ad esempio per l’alluvione di Valencia dell’ottobre 2024 (duecento morti) un disastro commemorato dall’Unione Europea con bandiere a mezz’asta e addebitato da questa al cambiamento climatico prodotto dall’aumento antropico della percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera (Anthropogenic Climate Change).  Spiegazione che, tra l’altro, non tiene conto delle numerose e gravissime alluvioni (1802: 500 morti; 1897: 761 morti;  1821: 350 morti …)  che avevano colpito l’area di Valencia nei secoli scorsi; quando, cioè, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera era molto inferiore a quella odierna.

Ma l’aspetto più irritante di questo allarmismo è, oltre al tacciare di “negazionismo” chiunque si permetta di far notare le incongruenze della teoria dell’Anthropogenic Climate Change, è il voler chiudere ogni discussione sulla questione affermando che questa teoria “è fatta propria dal 97% degli scienziati”. Non è così: il mantra del consenso del 97% degli scienziati è un colossale falso e proviene da un meta-studio del 2013 (e da allora presentato come una verità indiscutibile) di John Cook,[2] del Center for Climate Change Communication, il quale ha (o avrebbe) esaminato quasi 12.000 documenti di ricerca (o questionari inviati) sui temi del clima e dell’ambiente per vedere se incolpano o meno gli esseri umani per il cambiamento climatico. E, secondo Cook, il 97 per cento degli studi e dei documenti sarebbe d’accordo sul fatto che il riscaldamento ha una causa antropica.

 In realtà, se si legge con attenzione il meta-studio redatto da Cook si scoprirà che solo lo 0,54% dei lavori è dell’opinione che gli esseri umani siano all’origine di almeno il 50% del cambiamento climatico.  Ma, allora, come è stato possibile il travisamento  del “97% degli scienziati”?  A tal riguardo sono stati pubblicati numerosi articoli, qui limitiamoci a sintetizzare l’essenziale.

Il meta-studio di Cook classifica i 12 mila documenti o questionari in sette categorie: la categoria 1 vede gli esseri umani responsabili per oltre il 50% del cambiamento climatico; la categoria 2 vede gli umani responsabili, ma non specifica in che misura; la categoria 3 vede gli umani responsabili almeno un po’ responsabili; la categoria 4 non commenta la teoria dell’l’influenza umana sul clima; la categoria 5 è più contraria che favorevole alla teoria dell’influenza umana sul cambiamento climatico;  la categoria 6 raccoglie chi è ancora più contrario a questa teoria; la categoria 7 si oppone all’influenza umana, affermando che tale influenza è inferiore al 50%.

Come è evidente, le categorie reali in questa suddivisione sono solo tre: “Gli esseri umani sono responsabili per più del 50%”, “Nessuna informazione sull’influenza umana”, “Gli esseri umani sono responsabili per meno del 50%” Le altre quattro categorie, senza percentuali chiare, si sovrappongono inevitabilmente e questo apre la porta alla manipolazione, soprattutto se non si da’ particolare importanza ad una questione importantissima: le varie categorie contengono diverse percentuali di documenti (o questionari) e precisamente: categoria 1: 64 opere, ovvero 0,54%; categoria 2: 922 opere, ovvero 7,72%; categoria 3: 2.910 opere, ovvero 24,36%; categoria 4: 7.970 opere, ovvero 66,73%; categoria 5: 54 opere, ovvero 0,45%; categoria 6: 15 opere, ovvero 0,13%; categoria 7: 9 opere, ovvero 0,08%.

Da questo dovrebbe apparire evidente che solo lo 0, 54 per cento delle ricerche climatologiche (e dei questionari) dichiara che l’influsso antropico sul clima supera il 50%. Ma, allora, da dove salta fuori l’affermazione secondo la quale il 97 percento degli scienziati affermano che il cambiamento climatico è causato dall’uomo? Da una procedura davvero disinvolta. Intanto si calcolano le 7.790 opere della categoria 4, ovvero quelle che non si esprimono sul ruolo antropico e vengono quindi messe da parte come se fossero schede bianche in una votazione (nonostante rappresentino la assoluta maggioranza degli studi). Poi, siccome solo 64 dei 3.974 studi rimanenti sono dell’opinione che gli esseri umani siano responsabili di oltre il 50 per cento del cambiamento climatico si fa finta che anche le categorie 2 e 3 (che in realtà ipotizzano solo un ruolo marginale e comunque indefinito) siano assimilabili alla categoria 1 portando il totale a 3896 studi, cui si oppongono solo le 78 ricerche che escludono un ruolo antropico. Insomma, un escamotage per non dire che solo una piccola parte degli scienziati climatici crede all’Anthropogenic Climate Change, sostenendo, di conseguenza le varie misure anti Co2 formulati dalla UE.

Ma come è stato possibile che questo farlocco meta-studio, smascherato già dieci anni fa, non venga preso in considerazione dai tanti scienziati che, anzi, oggi, trincerandosi dietro le considerazioni di John Cook, chiedono continui finanziamenti? La risposta più convincente è stata data da climatologi che avendo osato mettere in dubbio il dogma del dell’Anthropogenic climate change, nonostante il loro prestigio accademico, si sono visti tagliare ogni finanziamento alle loro ricerche. Non ci credete? Guardate questo video.

Francesco Santoianni

 I disastri meteorologici e climatici sono davvero aumentati rispetto al passato?

 I report internazionali mostrano più eventi registrati rispetto a decenni fa, ma questo dipende soprattutto dal miglioramento dei sistemi di rilevamento e dalla maggiore urbanizzazione di aree a rischio, non necessariamente da un aumento reale della frequenza dei fenomeni. Un dato spesso trascurato: il numero di vittime per questi disastri si è ridotto a un terzo rispetto a prima del 1970.

 Le grandi alluvioni come quella di Valencia del 2024 sono un fenomeno nuovo, legato al cambiamento climatico antropico?

 No. L’area di Valencia è stata colpita da alluvioni gravissime già in secoli passati (1802, 1821, 1897), in un’epoca in cui la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera era molto più bassa di oggi, un dato che mette in discussione l’attribuzione automatica di ogni evento estremo recente al cambiamento climatico di origine umana.

 È vero che il 97% degli scienziati concorda sul fatto che il riscaldamento globale sia causato dall’uomo?

 Questa cifra deriva da un meta-studio del 2013 di John Cook che, analizzato nel dettaglio, mostra che solo lo 0,54% dei circa 12.000 studi esaminati attribuisce esplicitamente all’uomo oltre il 50% del cambiamento climatico. Il 97% nasce da un raggruppamento controverso di categorie molto diverse tra loro.

 Come si arriva matematicamente al dato del “97% degli scienziati”?

 Escludendo dal conteggio le opere che non si esprimono sul ruolo umano (quasi il 67% del totale) e poi assimilando alla categoria “responsabilità umana” anche studi che indicano un ruolo solo parziale o non quantificato, si arriva artificialmente a un totale di 3.896 studi “a favore” contro appena 78 contrari.

 Perché gli scienziati critici verso la teoria del cambiamento climatico antropico non si esprimono più apertamente?

Secondo l’articolo, diversi climatologi che hanno messo in dubbio questa teoria, pur avendo prestigio accademico, si sono visti tagliare i finanziamenti alla ricerca, un elemento che scoraggerebbe il dissenso pubblico sul tema.


[1] Si badi bene che nel novero di questi calcoli, rientrando anche i cosiddetti “disastri climatici”, vengono anche inseriti desertificazioni e carestie. Ma la desertificazione ha, generalmente, cause (ipersfruttamento del suolo, esodo di agricoltori verso le città…) ben diverse dal mero innalzamento delle temperature. Basti pensare che il deserto del Sahara ha assunto le sue sembianze attuali circa 5.500 anni fa, trasformandosi rapidamente da una savana lussureggiante in un ambiente arido. Questo ciclo di inaridimento è stato causato non dall’innalzamento delle temperature ma da variazioni dell’asse di rotazione terrestre, che modificano l’intensità dei monsoni e spostano periodicamente le fasce climatiche.

[2] Di fronte alle numerose (e, a parere di chi scrive, del tutto legittime) critiche che sono state esposte sulla sua “ricerca”, John Cook ha risposto con questo (a parere di chi scrive, irrilevante) lungo articolo.

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