La tragedia del Nepal mostra che un allarme può arrivare quando la catastrofe è già in corso. Un paradosso che riguarda anche i Campi Flegrei, dove IT-alert è previsto per un’imminente eruzione, ma non per le conseguenze dei terremoti provocati dal bradisismo.
Tibet: il crollo del ghiacciaio
Dopo la piena quasi identica del luglio 2025 e gli studi che avevano previsto velocissime onde catastrofiche provenienti dagli altopiani del Tibet, la tragedia del Bhote Koshi–Trishulidel 26 agosto 2026[1] poteva essere, almeno in parte, mitigata con sistemi di early warning (rapido allarme)? Una prima disamina ci permette di formulare alcune ipotesi.
Secondo quanto appare da foto satellitari, il crollo di un ghiacciaio avrebbe ostruito temporaneamente il fiume Lhende Khola, generando una diga naturale che ha ceduto pochi minuti dopo. L’enorme massa di acqua, fango e detriti si è, quindi, riversata nei fiumi Lhende Khola e Bhote Koshi, ingrossando il fiume Trishuli che ha spazzato via, e poi sepolto nel fango, interi centri abitati, tra cui Syafru Besi e Timure, 40 chilometri di strade, 19 ponti e l’importante struttura doganale di Gyirong, tra Nepal e Cina. L’improvvisa ondata di piena si è poi riversata dalla regione tibetana cinese in Nepal attraverso il passo di Rasuwagadhi, mentre le autorità nepalesi ne sarebbero state all’oscuro. La corrente impetuosa ha raggiunto Syabrubesi in pochi minuti e si è propagata lungo il fiume Trishuli verso le regioni a valle, causando 750 morti e migliaia di dispersi. Perdite di vite che, secondo le polemiche di questi giorni, avrebbero potuto essere evitate o ridotte se solo avesse funzionato un sistema di early warning, dal 2024 cino-nepalese. [2]
Nonostante non sia ancora del tutto chiaro cosa sia accaduto, l’allarme emanato in ritardo ha subito determinato una caccia al colpevole. E, a tal riguardo, l’ambasciata cinese a Kathmandu ha pubblicato un chiarimento ufficiale sulla sua pagina Facebook, smentendo le affermazioni, di media nepalesi e statunitensi, secondo i quali la perdita di vite umane sarebbe stata causata dalla mancata emissione di avvisi tempestivi da parte della Cina (Tibet) al Nepal; in più il comunicato dell’ambasciata ha fatto notare che solo 16 minuti dopo, dal momento in cui l’alluvione oltrepassava il confine tra i due stati, il Dipartimento di Idrologia e Meteorologia del Nepal trasmetteva informazioni – tramite l’Autorità Nazionale per la Riduzione e la Gestione del Rischio di Disastri (NDRRMA) – all’Amministrazione Distrettuale di Rasuwa delegata alla diffusione dei comunicati di emergenza. Quindi, in grave ritardo venivano inviati messaggi di rapido allarme ai telefoni dei residenti sulle sponde del fiume Lhende Khola (lungo il quale correva la frana) che ordinavano di raggiungere punti elevati del territorio.
Da parte sua Sauhard Joshi, del Dipartimento di Idrologia e Meteorologia, ha dichiarato che il ritardo nell’emissione degli allarmi tempestivi è stato determinato dalla mancanza di condivisione di informazioni transfrontaliere. “L’alluvione ha attraversato il confine con il Nepal intorno alle 8:40 e ha raggiunto Syabrubesi in 10 minuti“, ha affermato. “Se fossimo stati informati mentre l’alluvione si stava intensificando, in Tibet le vittime umane si sarebbero potute ridurre significativamente“. Mentre l’esperto idrologico Binod Parajuli ha confermato che, in base alle informazioni ricevute alle 8:56 dall’amministrazione distrettuale di Rasuwa (Nepal) tramite la NDRRMA, gli avvisi di alluvione via telefono sono stati inviati alle comunità a valle prima delle 9:00. Ci sono poi le dichiarazioni su Facebook dell’ex ministro nepalese Gokul Baskota (che scagionano le autorità cinesi) alle quali si contrappongono le dichiarazioni del governo del Nepal. Intanto tutti aspettano la pubblicazione di foto satellitari (cinesi e statunitensi) e i dati registrati (e non trasmessi) da apparecchiature di monitoraggio installate in territorio nepalese. E tutto questo mentre c’è chi sostiene che, anche se avesse funzionato, il sistema di allarme telefonico avrebbe ottenuto scarsi risultati considerando che la credibilità del sistema di allerta era stata minata dai continui bollettini di allerta per “imminenti alluvioni” mai verificatisi.
I limiti dei sistemi di early warning
Un allarme può anticipare un pericolo, ma non garantisce che esso sia compreso, che raggiunga tutti e che le persone abbiano realmente il tempo e la possibilità di mettersi in salvo.
Sirene, sensori, satelliti, boe oceanografiche, reti sismiche e messaggi inviati sui telefoni cellulari hanno trasformato il modo in cui le società affrontano le catastrofi. Oggi uragani, alluvioni, tsunami, eruzioni vulcaniche e, in alcuni casi, terremoti possono essere individuati o annunciati con un anticipo che varia da pochi secondi a diversi giorni. Questa capacità ha salvato e continuerà a salvare molte vite. Ma intorno ai sistemi di early warning si è sviluppata anche una fiducia talvolta eccessiva. L’idea che una tecnologia possa “avvisare in tempo” rischia di far dimenticare che un sistema di allertamento è soltanto l’ultimo anello visibile di una catena molto più complessa. E basta che uno solo degli anelli si spezzi perché l’allarme perda gran parte della sua efficacia.
Il problema, infatti, non consiste esclusivamente nel prevedere o riconoscere il fenomeno. Occorre anche stabilire chi è minacciato, decidere rapidamente se lanciare l’allarme, formulare un messaggio comprensibile, recapitarlo alle persone interessate e assicurarsi che queste sappiano — e possano — adottare un comportamento utile. Allertare, infatti, non significa prevedere con certezza. La prima ambiguità riguarda lo stesso significato di early warning: un sistema di allertamento non è necessariamente un sistema capace di prevedere quando avverrà un evento.
Nel caso dei terremoti, ad esempio, l’earthquake early warning non prevede il sisma prima che abbia inizio. Lo rileva quando la rottura della faglia è già avvenuta e cerca di sfruttare la maggiore velocità delle onde sismiche P, meno distruttive ma più veloci, e dei segnali di telecomunicazione rispetto alle onde S che producono lo scuotimento più intenso. L’US Geological Survey spiega che questi sistemi possono offrire da pochi secondi ad alcune decine di secondi di preavviso. Nelle aree più vicine all’epicentro, tuttavia, l’allarme può arrivare contemporaneamente alle scosse o addirittura dopo. È la cosiddetta blind zone, la zona cieca del sistema. Secondo un’analisi dello stesso USGS sui limiti dell’allerta sismica, nelle zone sottoposte agli scuotimenti più forti il tempo disponibile è spesso inferiore a dieci secondi. Un intervallo che può essere prezioso per bloccare automaticamente un treno, interrompere un processo industriale, aprire le porte di un ascensore o mettere al sicuro apparecchiature mediche, ma che difficilmente consente l’evacuazione di un edificio o di un quartiere. L’espressione “allerta precoce”, quindi, può indurre il pubblico a immaginare una previsione che in molti casi non esiste.[3]
Per fenomeni meteorologici, alluvioni, cicloni e alcune crisi vulcaniche il preavviso può essere molto più lungo. Ma, aumentando l’anticipo, tende ad aumentare anche l’incertezza. I modelli non descrivono il futuro come un fatto già avvenuto: costruiscono scenari probabilistici sulla base dei dati disponibili. Una perturbazione può cambiare traiettoria; le precipitazioni possono risultare inferiori o superiori alle stime; un vulcano può mostrare segnali di agitazione senza arrivare all’eruzione; una frana apparentemente imminente può non verificarsi.
Le autorità devono quindi decidere se lanciare precocemente l’allarme, accettando un maggior numero di falsi allarmi oppure attendere dati più sicuri, riducendo però il tempo disponibile per reagire. È un dilemma che non può essere completamente eliminato da sensori più precisi o algoritmi più sofisticati. L’USGS ha mostrato, per esempio, che abbassare la soglia necessaria per inviare un’allerta sismica aumenta il tempo di preavviso, ma anche la possibilità di avvertire persone che non saranno poi interessate da scuotimenti pericolosi. Alzare la soglia, invece, limita gli avvisi inutili ma può produrre allarmi troppo tardivi. La scelta della soglia non è dunque soltanto tecnica. È una decisione politica e sociale: stabilisce quale rapporto tra falsi allarmi e mancati allarmi una collettività è disposta ad accettare.
Poi, c’è il problema dei falsi e mancati allarmi. Nessun sistema può garantire contemporaneamente che tutti gli eventi pericolosi siano annunciati e che ogni allarme sia seguito da una catastrofe. Un falso allarme si verifica quando viene annunciato un evento che non si manifesta, oppure risulta molto meno grave del previsto. Un mancato allarme si verifica quando un fenomeno pericoloso non viene individuato in tempo o viene sottovalutato. Il falso allarme non è necessariamente il risultato di un errore. Può rappresentare l’esito inevitabile di una decisione precauzionale adottata in condizioni di incertezza. E neppure il fatto che un’evacuazione si concluda senza vittime o distruzioni dimostra che fosse inutile: l’evento può avere cambiato traiettoria oppure le misure adottate possono averne ridotto le conseguenze. Ciò non significa, però, che i falsi allarmi siano privi di costi. Evacuazioni, chiusure di scuole, interruzioni dei trasporti e sospensioni delle attività economiche possono produrre danni considerevoli. Se gli avvisi sono troppo frequenti, poco chiari o sproporzionati, può inoltre svilupparsi quella che viene definita warning fatigue: una progressiva perdita di attenzione e fiducia. Il problema è spesso sintetizzato con la favola del ragazzo che gridava “al lupo”. La realtà è più complessa. Le ricerche non dimostrano che ogni falso allarme determini automaticamente l’incredulità della popolazione. Le conseguenze dipendono da come l’errore viene spiegato, dalla credibilità dell’autorità, dalla coerenza dei messaggi e dalla capacità di chiarire perché la decisione era ragionevole sulla base delle informazioni allora disponibili.
Un’altra cosa da tenere a mente è che l’allarme è una catena, non un dispositivo.
Secondo la definizione dell’UNDRR, l’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di disastri, un sistema di early warning realmente efficace comprende quattro componenti: conoscenza del rischio; individuazione, monitoraggio e previsione del pericolo; comunicazione e diffusione dell’allerta; preparazione e capacità di risposta. Questa impostazione è importante perché impedisce di identificare l’intero sistema con il mezzo che trasmette il messaggio. Una sirena, un’applicazione o un SMS non costituiscono, da soli, un sistema di allerta. Se non si conoscono le persone esposte, se le mappe di rischio sono incomplete, se il messaggio non contiene istruzioni praticabili o se mancano vie di fuga e strutture di accoglienza, la rapidità della comunicazione serve a poco. Il rapporto globale 2025 sui sistemi di allerta multirischio della World Meteorological Organization e dell’UNDRR segnala che 119 Paesi, pari al 60 per cento del totale, dichiarano di disporre di sistemi multirischio. Ma la semplice esistenza formale di un sistema non ne dimostra la completezza: possono restare carenze nella conoscenza del rischio, nel monitoraggio, nella comunicazione oppure nella capacità di trasformare l’allarme in azione.
Altro aspetto da non sottovalutare il cosiddetto “problema dell’ultimo metro”. Un centro operativo può produrre una previsione corretta e trasmettere tempestivamente un bollettino. Ma questo non significa che l’informazione raggiunga tutte le persone in pericolo. È il problema dell’“ultimo metro”: la distanza tra la disponibilità dell’informazione e il singolo individuo che dovrebbe utilizzarla. Possono restare esclusi: anziani e persone con disabilità; turisti che non conoscono la lingua o il territorio; immigrati e comunità linguistiche minoritarie; persone senza telefono o con il dispositivo spento; abitanti di zone prive di copertura; ricoverati e ospiti di strutture assistenziali; persone che lavorano in ambienti rumorosi o sotterranei; comunità isolate o prive di infrastrutture affidabili. Anche un messaggio tecnicamente ricevuto può non essere letto, compreso o ritenuto attendibile. Per questo un sistema robusto deve essere multicanale: telefonia mobile, radio, televisione, sirene, altoparlanti, pannelli stradali, social media, contatto porta a porta e reti associative locali. Il terremoto e lo tsunami dell’Oceano Indiano del 26 dicembre 2004 rappresentano il caso più drammatico. Nell’area non esisteva allora un sistema regionale coordinato paragonabile a quello della costa pacifica delle Americhe, come ricostruisce l’UNESCO. Ma il disastro dimostrò anche che rilevare uno tsunami non basta: occorrono autorità nazionali e locali capaci di ricevere l’informazione, valutarla e trasferirla rapidamente alle comunità costiere.
Ma fra allarme e azione esiste un passaggio psicologico e sociale frequentemente sottovalutato. Chi riceve un avviso tende spesso a cercare conferme: guarda fuori dalla finestra, telefona a familiari, consulta i social, accende la televisione o aspetta indicazioni da persone considerate più autorevoli. Questo comportamento può sembrare irrazionale, ma deriva dalla necessità di interpretare un messaggio che interrompe improvvisamente la normalità e può imporre decisioni gravose.
Un allarme generico come “pericolo di alluvione” non dice necessariamente: quali strade saranno interessate; entro quanto tempo; se si debba evacuare o salire ai piani superiori; quali percorsi siano sicuri; dove debbano recarsi le persone fragili; chi debba occuparsi di bambini, malati e anziani. Lo studio sull’alluvione della valle dell’Ahr del 2021, pubblicato su Natural Hazards and Earth System Sciences, ha rilevato che solo il 17,5 per cento delle persone coinvolte ricevette un avviso contenente istruzioni di evacuazione. Molti compresero la necessità di allontanarsi soltanto quando l’acqua li aveva già raggiunti. Secondo la simulazione realizzata dai ricercatori, una migliore diffusione degli avvisi, insieme a una maggiore preparazione e percezione del rischio, avrebbe potuto ridurre fortemente le vittime. Il caso mostra che una previsione meteorologica corretta può non trasformarsi in un’efficace azione di protezione civile.
Altro problema: l’allarme può arrivare, ma la popolazione può non avere alternative Dire alle persone di evacuare non significa metterle nelle condizioni di farlo. Una famiglia senza automobile, una persona allettata, un anziano solo o chi teme di perdere casa, animali e mezzi di sostentamento possono vanificare le istruzioni ricevute. Lo stesso accade quando le vie di fuga sono congestionate, i trasporti pubblici non sono predisposti o le aree di accoglienza non sono conosciute. La vulnerabilità economica e sociale diventa quindi parte integrante del sistema di allertamento. Due persone che ricevono nello stesso momento lo stesso messaggio non dispongono necessariamente della medesima capacità di reagire.
Un sistema di early warning che attribuisce ogni responsabilità al destinatario — “sei stato avvisato, ora mettiti in salvo” — rischia di trasformare l’autoprotezione in un alibi istituzionale. L’allerta non sostituisce la pianificazione, l’assistenza alle persone fragili, la disponibilità di mezzi di trasporto e l’organizzazione dell’evacuazione. Inoltre, il fattore tempo può essere ingannevole. Il tempo di preavviso viene generalmente considerato l’indicatore principale dell’efficacia di un sistema. Ma non sempre più tempo produce automaticamente una risposta migliore.[4]
Un avviso molto anticipato può essere incerto e apparire poco urgente. Uno troppo tardivo può essere preciso, ma ormai inutilizzabile. Inoltre, il tempo tecnicamente disponibile non coincide con quello realmente utilizzabile dalla popolazione. Da un preavviso di trenta minuti devono essere sottratti: il tempo necessario alle autorità per decidere; quello impiegato per formulare e autorizzare il messaggio; il tempo di trasmissione; quello necessario al destinatario per leggerlo e verificarlo; il tempo richiesto per prepararsi e raggiungere un luogo sicuro. Il risultato può essere un margine operativo di pochi minuti. Se l’azione richiesta è incompatibile con quel margine, l’allarme rischia di produrre soltanto ansia o movimenti disordinati.
Un altro aspetto critico dell’early warning è dato dai rischi connessi all’automazione. L’intelligenza artificiale e l’elaborazione automatica di grandi quantità di dati possono ridurre i tempi necessari per individuare anomalie e costruire scenari. Ma introducono anche nuovi problemi: dipendenza dalla qualità e quantità dei dati; errori provocati da sensori difettosi; difficoltà nel comprendere le ragioni di una decisione algoritmica; sottovalutazione di eventi mai osservati in precedenza; vulnerabilità informatiche; eccessiva fiducia degli operatori nei risultati del sistema; difficoltà nell’attribuire responsabilità in caso di errore. L’automazione è particolarmente utile quando pochi secondi fanno la differenza. Ma tanto maggiore è l’automatismo, tanto più importante diventa stabilire in anticipo soglie, procedure, responsabilità e azioni conseguenti. Un algoritmo può stabilire che un parametro ha superato una soglia. Non può decidere autonomamente quale livello di rischio una società sia disposta ad accettare.
Il limite forse più insidioso è culturale. La presenza di sensori, centrali operative e applicazioni può indurre istituzioni e cittadini a credere che il rischio sia ormai sotto controllo. Questa fiducia può ridurre gli investimenti in interventi meno visibili ma decisivi: manutenzione del territorio, riduzione della vulnerabilità degli edifici, pianificazione urbanistica, formazione, esercitazioni, vie di evacuazione e assistenza alle persone fragili. Un sistema di allertamento non impedisce a un fiume di esondare, a un edificio vulnerabile di crollare o a un incendio di propagarsi. Può soltanto offrire una finestra temporale nella quale tentare di ridurre l’esposizione. Se quella finestra non è sostenuta da una pianificazione concreta, l’allarme rischia di diventare un trasferimento di responsabilità: la tecnologia ha inviato il messaggio, ma la popolazione è rimasta sola davanti al pericolo.
Ma come rendere gli allarmi realmente efficaci? Un buon sistema non dovrebbe essere valutato soltanto contando quanti messaggi ha inviato o quanti telefoni ha raggiunto. Dovrebbe essere verificato sulla base delle azioni che ha reso possibili. Occorre quindi: usare più canali di comunicazione contemporaneamente; predisporre messaggi brevi, comprensibili e operativi; indicare chiaramente area, pericolo, tempi e comportamento richiesto; prevedere comunicazioni accessibili alle persone con disabilità; tradurre gli avvisi nelle lingue maggiormente utilizzate sul territorio; coinvolgere associazioni, scuole, strutture sanitarie e reti di vicinato; organizzare esercitazioni realistiche e periodiche; verificare non solo l’invio, ma anche la ricezione e la comprensione; spiegare pubblicamente falsi allarmi e mancate allerte; collegare ogni livello di allerta ad azioni già pianificate; predisporre trasporti e assistenza per chi non può evacuare autonomamente; mantenere una componente umana capace di valutare situazioni impreviste.
I sistemi di early warning sono indispensabili, ma non sono onnipotenti. Possono guadagnare minuti, ore o giorni, ma non possono eliminare l’incertezza, la vulnerabilità sociale, gli errori organizzativi e i limiti della previsione scientifica. La loro efficacia non dipende soltanto dalla velocità dei computer o dalla potenza delle antenne. Dipende dalla fiducia costruita prima dell’emergenza, dalla chiarezza delle responsabilità, dalla qualità della pianificazione e dalla concreta possibilità delle persone di compiere l’azione richiesta. Il vero prodotto di un sistema di allerta non è il messaggio. È l’azione tempestiva che quel messaggio riesce a generare. Quando questa azione non è stata prevista, spiegata, provata e resa materialmente possibile, persino l’allarme tecnologicamente più avanzato rischia di essere soltanto un suono che annuncia una catastrofe già in corso.
IT-alert e Campi Flegrei
Perché i terremoti nei Campi Flegrei non fanno scattare It-Alert[5], il sistema di early warning della Protezione civile italiana? Perché, secondo le procedure attualmente vigenti It-Alert non deve essere attivato per i terremoti né per le scosse prodotte dal bradisismo.[6] Ai Campi Flegrei il sistema è operativo per il rischio vulcanico, ma soltanto davanti a uno scenario di attività eruttiva imminente, collegato alla dichiarazione della fase operativa di allarme. Il documento operativo nazionale è molto esplicito: per Vesuvio e Campi Flegrei IT-alert è previsto per fenomeni che facciano ritenere imminente un’attività eruttiva; per fenomeni quali il bradisismo e l’attività fumarolica nelle aree già note, invece, «non si ritiene a oggi utile» impiegare il sistema. L’attivazione manuale avviene, quindi, quando viene dichiarata la fase di allarme per attività eruttiva imminente. (Indicazioni operative IT-alert per gli eventi vulcanici, pp. 11 e 15 )
Resta però una questione discutibile sul piano del Disaster Management. Una scossa forte e superficiale può provocare: danni agli edifici, interruzioni elettriche e dei trasporti, fuga disordinata della popolazione, necessità di raggiungere aree di attesa, diffusione immediata di informazioni false o contraddittorie. E il sisma del 31 luglio 2026 ha effettivamente causato danni localizzati, interruzioni elettriche, sospensioni precauzionali del trasporto pubblico, apertura di aree di accoglienza e attivazione del Centro operativo comunale. Pertanto sarebbe stato tecnicamente possibile concepire un messaggio informativo post-evento, per esempio: «Forte terremoto avvertito nell’area flegrea. Non utilizzare gli ascensori, verificare eventuali danni, raggiungere le aree di attesa solo se necessario e seguire le comunicazioni ufficiali». Ma questa funzione, come già detto, non rientra nelle procedure nazionali di IT-alert per i Campi Flegrei essendo IT-Alert destinato per comunicare un pericolo vulcanico imminente e l’avvio di precise azioni di protezione civile, compreso l’allontanamento della popolazione. In sintesi: IT-alert non è scattato perché il terremoto, pur molto forte per l’area e potenzialmente dannoso, non equivaleva alla dichiarazione di un’imminente eruzione. La domanda politicamente e tecnicamente più interessante non è quindi “perché il sistema non ha funzionato?”, ma perché le procedure non prevedono ancora un messaggio post-sisma nei Campi Flegrei quando la scossa produce danni, disservizi e comportamenti collettivi potenzialmente pericolosi?
Ma, a parere di chi scrive, c’è una questione ancora più grave. Aprire la gestione di una emergenza vulcanica con un early warning rischia di legittimare una paura purtroppo radicata nei Campi Flegrei: quella di una eruzione come evento imprevedibile, improvviso e immediatamente distruttivo. Un evento dal quale salvarsi con una precipitosa fuga. Sulla pericolosità di questa percezione, legittimata dalla attuale pianificazione dell’emergenza vulcanica nei Campi Flegrei, abbiamo già scritto. Non è il caso di ritornarci sopra qui.
31 agosto 2026
FONTI
Approfondimenti scientifici liberamente consultabili
- Ilan Kelman e Michael H. Glantz, Early Warning Systems Defined, analisi concettuale dei sistemi di allerta.
- Markus Sättele, Michael Bründl e Daniel Straub, Quantifying the effectiveness of early warning systems for natural hazards, studio sui criteri con cui valutarne affidabilità ed efficacia.
- Torsten Busker e altri, Comparing flood forecasting and early warning systems in northwestern Europe, confronto tra i sistemi europei dopo le alluvioni del luglio 2021.
- Annegret H. Thieken e altri, New insights into flood warning reception and emergency response
- Investigating an Emerging Climate Hazard: Transboundary Glacial Floods on the China-Nepal Border
- Glacial lake outburst floods: A shared risk across the Hindu Kush Himalayas
- Bhote Koshi catastrophe exposes limits of Nepal’s flood warning system
- Rasuwagadhi flooding exposes gaps in neighbourly data-sharing
- Expert reaction to flash floods in Nepal-Tibet.
LIBRI
- Jochen Zschau, Andreas Küppers (a cura di), “Early Warning Systems for Natural Disaster Reduction”, Springer, 2003.
- Michael K. Lindell, e Ronald W. Perry, “Communicating Environmental Risk in Multiethnic Communities, SAGE, 2004”
- Damon P. Coppola, “Introduction to International Disaster Management, Butterworth-Heinemann/Elsevier, 2019
[1] Nell’altopiano dell’Himalaya imprevisti scioglimenti dei ghiacciai (detti GLOF) che alimentano catastrofiche frane e inondazioni si verificano da secoli. Il primo episodio registrato, verificatosi nel 1935 a Taraco, nel bacino del Sun Koshi, fece registrare un numero imprecisato, ma comunque altissimo, di vittime; analoga situazione nel 1964, 1968, 1977; l’11 luglio 1981: 200 vittime; il 5 maggio 2012: 70 vittime; il 2 agosto 2014: 156 morti accertati… Fonte : Earth System Science Data
[2] Nella dorsale Cina-Nepal dell’Himalaya dal 2024 esiste, o avrebbe dovuto esistere, uno dei più avanzati sistemi di early warning (rapido allarme) al mondo per GLOF (Glacial Lake Outburst Flood) basato su telerilevamento, modellazione idrodinamica, sensori in situ per individuare in anticipo i segnali che precedono il collasso di un lago glaciale e sistemi di comunicazione rapida per garantire allerte tempestive alle comunità a valle. Questo sistema nel 2024 ha visto l’integrazione della rete early warning cinese-tibetana con quella nepalese.
[3] Un esempio significativo è il terremoto del Tōhoku dell’11 marzo 2011, di magnitudo 9.0. Secondo la ricostruzione ufficiale della JMA, l’allerta fu emessa 8,6 secondi dopo che la prima onda P era stata rilevata dalla stazione sismica più vicina. In alcune zone il messaggio precedette le oscillazioni più forti, anche se la vastità eccezionale della rottura mise in luce difficoltà nella stima iniziale della magnitudo e nell’individuazione dell’intera area interessata. È da evidenziare che in Giappone questo sistema (che, ad esempio, rallenta o arresta i treni ad alta velocità, ferma alcuni ascensori al piano più vicino, interrompe lavorazioni industriali pericolose…) è caratterizzato da alcune criticità: una prima stima basata su pochi secondi di segnale può sottovalutare o sopravvalutare la magnitudo; terremoti simultanei o molto ravvicinati possono essere difficili da distinguere; rumori, guasti o segnali anomali possono produrre falsi allarmi; la conformazione geologica locale può amplificare le onde in modo non perfettamente prevedibile… Su questo argomento cfr. F. Santoianni “Disaster Management – Protezione civile” leggibile e scaricabile a questo indirizzo.
[4] A tal riguardo, sono emersi commenti pubblici in merito ai bollettini di routine pubblicati dal Dipartimento di Idrologia e Meteorologia sulla sua pagina Facebook “Nepal Flood Alert” martedì sera alle 21:20 e mercoledì mattina. Gli avvisi mettevano in guardia contro l’innalzamento del livello delle acque nei piccoli fiumi di Rasuwa e Nuwakot, con un elevato rischio di inondazioni improvvise localizzate, portando alcuni critici ad affermare che l’inazione del governo, nonostante i precedenti avvertimenti, abbia causato la devastazione del 27 Agosto 2026
L’idrologo Joshi ha chiarito che quegli avvisi erano normali allerte stagionali per i piccoli corsi d’acqua durante le piogge monsoniche. “L’ondata di piena di mercoledì mattina a Rasuwagadhi è stata un’improvvisa e catastrofica inondazione; è impossibile prevedere con precisione la data e l’ora esatte di tali eventi”, ha spiegato Joshi. “Tuttavia, la rapida diffusione di avvisi tempestivi una volta che l’evento si verifica può ridurre drasticamente l’entità della distruzione.” Considerate le minacce di tracimazioni di laghi glaciali e valanghe ad alta quota, il professore Kattel ha raccomandato di dare priorità allo scambio di informazioni transfrontaliere, alla preparazione alle emergenze e a meccanismi di risposta congiunta coordinata.
[5] IT-alert utilizza la tecnologia cell broadcast, che permette di inviare messaggi a tutti i dispositivi presenti in un gruppo di celle telefoniche, senza conoscere i numeri dei destinatari e senza sovraccaricare la rete. È una tecnologia diversa dagli SMS: più veloce, più affidabile, indipendente dal traffico telefonico e progettata per le emergenze. Tuttavia, la stessa Protezione civile precisa che IT-alert non sostituisce gli altri mezzi di comunicazione e presenta limiti strutturali: un telefono spento o non collegato alla rete non riceve il messaggio; possono esserci problemi con dispositivi o sistemi operativi meno recenti; nelle zone senza copertura l’allarme non arriva; la forma delle celle telefoniche non coincide perfettamente con l’area di rischio; il messaggio può raggiungere persone esterne alla zona interessata, fenomeno definito overshooting; chi trasmette non può sapere con certezza quali telefoni abbiano ricevuto l’avviso; la comunicazione è unidirezionale e non consente al destinatario di confermare la ricezione o chiedere chiarimenti. Il sito ufficiale di IT-alert sottolinea inoltre che il sistema “da solo non basta”: presuppone conoscenza del territorio, consapevolezza dei rischi, familiarità con i piani di protezione civile e conoscenza dei comportamenti di autoprotezione.
Questo sistema nasce a seguito della Direttiva UE 2018/1972, che ha introdotto il Public Warning System nel nuovo Codice europeo delle comunicazioni elettroniche. La direttiva imponeva agli Stati membri di dotarsi, entro il 21 giugno 2022, di un sistema capace di inviare allarmi pubblici ai telefoni cellulari in caso di gravi emergenze o disastri imminenti. Dopo una serie di atti normativi, (Decreto legge 32/2019; DPCM 19 giugno 2020 n.110; Direttiva PCM 23 ottobre 2020) La sperimentazione inizia ufficialmente il 1° ottobre 2020, con test tecnici interni agli operatori telefonici. Nel 2022 arrivano le prime prove sul campo: esercitazioni a Stromboli e nello Stretto di Messina, dove IT alert viene testato in scenari di rischio vulcanico e sismico. Il 28 giugno 2023 viene effettuato il primo test su larga scala in Toscana; segue una campagna di test regionali in Sardegna, Sicilia, Calabria, Emilia Romagna, poi Campania, Lombardia, Marche, Friuli Venezia Giulia, e infine Piemonte, Puglia, Umbria; il 14 settembre 2023: primo test simultaneo nazionale. Durante questi mesi, milioni di cittadini ricevono il caratteristico messaggio IT-alert, accompagnato da questionari online per valutare efficacia, comprensione e copertura del segnale. La sperimentazione viene prorogata fino al 13 febbraio 2024, come previsto dalla Direttiva del Ministro per la protezione civile del 7 febbraio 2023. Dal 13 febbraio 2024, IT alert diventa operativo per diversi scenari di rischio nazionali: incidenti nucleari o emergenze radiologiche incidenti rilevanti in stabilimenti industriali collasso di grandi dighe attività vulcanica (Vesuvio, Campi Flegrei, Vulcano) Per altri rischi – maremoto generato da sisma, attività vulcanica dello Stromboli, precipitazioni intense – la sperimentazione è stata prorogata di un anno.
[6] Nel caso del terremoto di magnitudo 4,7 del 31 luglio 2026, ad esempio, la scossa è stata ricondotta alla crisi bradisismica: non sono emersi elementi indicativi di una risalita di magma; è rimasto confermato il livello di allerta vulcanica giallo; non è stata dichiarata la fase operativa di allarme, che farebbe scattare le procedure di allontanamento della popolazione.













