Francesco Santoianni
Tecniche d’interrogatorio e comunicazione d’emergenza
In una precedente ricostruzione abbiamo visto come gli studi sul condizionamento mentale nati durante la Guerra fredda siano confluiti in un documento divenuto celebre: il manuale della CIA «KUBARK Counterintelligence Interrogation». Da qualche anno, in rete, circolano testi secondo i quali la gestione dell’emergenza Covid altro non sarebbe stata che la trasposizione, su un’intera popolazione, delle tecniche di quel manuale. È una tesi che merita di essere presa sul serio. Proprio per questo va sottoposta a verifica: separando ciò che è documentato da ciò che è interpretazione plausibile e da ciò che, allo stato degli atti, non è dimostrato.
Un manuale per spezzare la resistenza
Il «KUBARK Counterintelligence Interrogation» porta la data del luglio 1963 («KUBARK» era il criptonimo con cui la CIA indicava se stessa) ed è rimasto segreto fino al 1997, quando fu declassificato a seguito di una richiesta presentata dal Baltimore Sun in base al Freedom of Information Act.[1] Non è un trattato teorico: è un prontuario operativo per interrogare fonti «resistenti», cioè prigionieri che non vogliono collaborare.
Il cuore del manuale è la sezione dedicata alle tecniche coercitive. Qui gli estensori, rifacendosi agli studi sui prigionieri americani in Corea, individuano tre elementi chiave per demolire la resistenza: «debility, dependency, and dread», debilitazione, dipendenza e terrore.[2] Ma avvertono anche del rischio opposto: se questo stato viene prolungato troppo, il prigioniero «may sink into a defensive apathy from which it is hard to arouse him», può sprofondare in un’apatia difensiva da cui è difficile risvegliarlo.[3] Un prigioniero apatico non serve a nessuno: serve un prigioniero piegato, ma ancora disposto a collaborare.
Da qui una serie di indicazioni che, lette oggi, colpiscono. La prima: «The threat of coercion usually weakens or destroys resistance more effectively than coercion itself». La minaccia della coercizione, cioè, è più efficace della coercizione stessa; e la minaccia del dolore può generare paure più devastanti del dolore.[4] La seconda: tenere il soggetto in uno stato di turbamento attraverso «constant disruptions of patterns», continue rotture delle sue abitudini, per fargli provare la sensazione di essere stato strappato «from the known and the reassuring», da ciò che gli è noto e lo rassicura.[5] La terza: alternare la pressione a un atteggiamento benevolo, tanto che l’interrogato finisce per vedere nell’interrogatore una «father-figure», una figura paterna.[6] Il manuale descrive anche la tecnica del poliziotto buono e di quello cattivo («Mutt-and-Jeff») e quella della confusione («Alice in Wonderland»), che mira a sconvolgere le aspettative e le reazioni condizionate dell’interrogato con domande e affermazioni contraddittorie.[7]
C’è però un dettaglio che chi sovrappone meccanicamente il KUBARK alla pandemia spesso ignora. Il manuale sconsiglia le minacce di morte: la minaccia estrema, scrivono i suoi autori, «is likely to induce sheer hopelessness», rischia di indurre una totale disperazione, e quindi di rendere il prigioniero inservibile.[8] Lo scopo non è il terrore puro: è la paura dosata.
Biderman e la «tabella della coercizione»
Molti dei testi che hanno applicato questi concetti all’emergenza Covid non citano direttamente il KUBARK, ma uno studio che ne è una delle fonti: «Communist Attempts to Elicit False Confessions from Air Force Prisoners of War», pubblicato nel settembre 1957 dal sociologo Albert D. Biderman sul Bulletin of the New York Academy of Medicine.[9] Biderman analizzò le testimonianze degli aviatori americani catturati in Corea, molti dei quali avevano firmato confessioni sulla guerra batteriologica, e ne ricavò una tabella delle tecniche di coercizione: isolamento, monopolizzazione della percezione, debilitazione ed esaurimento, minacce, indulgenze occasionali, dimostrazione di onnipotenza, degradazione, imposizione di richieste banali.
Il collegamento con il KUBARK non è una forzatura: il manuale della CIA cita espressamente Biderman.[10] E la «tabella» ha avuto una seconda vita che ne conferma l’efficacia operativa: nel 2002, come rivelò il New York Times nel 2008, istruttori militari statunitensi tennero agli interrogatori di Guantánamo un corso basato proprio su quello schema, riprodotto quasi parola per parola.[11] Una tabella nata, almeno ufficialmente, per descrivere le tecniche «comuniste» era diventata un manuale americano.
Va invece corretta una affermazione che circola spesso insieme a questi testi: Donald Ewen Cameron, lo psichiatra che nell’Allan Memorial Institute di Montreal sottopose i suoi pazienti a elettroshock, farmaci e «psychic driving», non fu il direttore del Progetto MKUltra. Il programma era diretto da Sidney Gottlieb; Cameron era uno dei ricercatori che la CIA finanziava, attraverso una fondazione di copertura.[12] E non risulta documentato che lo studio di Biderman attribuisse ai nordcoreani tecniche già in uso nella clinica di Cameron: Biderman lavorava sulle testimonianze dei prigionieri rimpatriati.
La lettura «Covid»
Veniamo ai testi che hanno applicato queste tecniche all’emergenza. Il più diffuso, circolato su Facebook senza firma, sostiene che, più della violenza fisica, a piegare un prigioniero sia l’alternanza di segnali contraddittori: punizioni e piccole concessioni, durezza e improvvisa umanità. I segnali contrastanti impediscono alla vittima di preparare una strategia di resistenza; le concessioni le lasciano la speranza di migliorare la propria condizione, e quindi la spingono a collaborare. Secondo l’anonimo autore, non sarebbe difficile riconoscere queste tattiche nel comportamento dei governi: dal «piccolo sacrificio di due settimane» per tornare alla normalità «più forti di prima» alla chiusura di tutte le attività a tempo indeterminato, poi le «timide aperture sotto rigide condizioni», fino al vaccino presentato come unica via d’uscita.[13]
Il testo non riporta citazioni testuali del KUBARK, ma la sua parafrasi non è campata in aria: l’«apatia difensiva», la rottura delle abitudini, l’alternanza tra pressione e benevolenza sono nel manuale. Più sistematico è un secondo testo che passa in rassegna, voce per voce, la tabella di Biderman confrontandola con le misure adottate in Italia.[14] L’isolamento («togliere il supporto sociale alla capacità di resistere della vittima») diventa il lockdown; la «monopolizzazione della percezione» e l’eliminazione degli «stimoli antagonisti» diventano la caccia alle fake news e l’etichetta di «negazionista» per chiunque dissenta; le «minacce» diventano il bollettino quotidiano dei morti e frasi come «niente sarà più come prima»; le «indulgenze occasionali» diventano il passaggio dalla zona rossa a quella arancione, le promesse sulle festività, la riconquista di spazi di libertà presentata come premio per il comportamento virtuoso; l’«imposizione di richieste banali» diventa la regolamentazione minuziosa di mascherine, distanze e ingressi nei locali, che avrebbe lo scopo di «sviluppare l’abitudine all’accondiscendenza».
Suggestivo. Ma una somiglianza tra effetti non prova un’identità di intenzioni. Per passare dall’analogia alla dimostrazione servirebbe un documento in cui chi gestiva la comunicazione dichiarasse di voler usare la paura come strumento per ottenere obbedienza. Ebbene, documenti del genere esistono. Non in Italia, almeno per ora; ma in due dei principali paesi europei.
Quando la paura diventa una raccomandazione ufficiale
Il 22 marzo 2020 il gruppo di scienze comportamentali che consigliava il governo britannico, lo SPI-B (Scientific Pandemic Influenza Group on Behaviours), presentò al comitato scientifico SAGE un documento intitolato «Options for increasing adherence to social distancing measures», opzioni per aumentare il rispetto delle misure di distanziamento sociale.[15] Vi si legge: «The perceived level of personal threat needs to be increased among those who are complacent, using hard-hitting emotional messaging». Il livello di minaccia personale percepita va aumentato, tra chi si mostra troppo tranquillo, con messaggi emotivi d’impatto. Lo stesso documento suggerisce di valutare il ricorso alla «disapprovazione sociale» e a leggi che rendano obbligatorie le misure.[16]
Ancora più esplicito è un documento riservato del Ministero dell’Interno tedesco, «Wie wir COVID-19 unter Kontrolle bekommen» («Come mettere sotto controllo il COVID-19»), redatto nella seconda metà di marzo 2020 e diffuso ad altri ministeri e alla Cancelleria.[17] In un paragrafo intitolato «Worst case verdeutlichen!» («Rendere evidente lo scenario peggiore!») si legge che, per ottenere la «Schockwirkung», l’effetto shock desiderato, bisogna rendere concrete le conseguenze del contagio. E si spiega come: soffocare, non riuscire a respirare, è per ogni essere umano una «Urangst», una paura ancestrale; i malati gravi respinti dagli ospedali «sterben qualvoll um Luft ringend zu Hause», muoiono a casa tra atroci sofferenze cercando aria. Quanto ai bambini, il documento raccomanda di smentire l’idea che soffriranno poco dell’epidemia: si contageranno facilmente e potrebbero portare il virus ai genitori, e perdere un genitore è «la cosa più terribile che un bambino possa vivere».[18]
Qui non siamo più nel campo delle suggestioni. Due governi europei hanno messo per iscritto che la paura andava aumentata deliberatamente, sfruttando le angosce più profonde. È esattamente il principio del KUBARK secondo cui la minaccia è più efficace della coercizione. Questo non significa che i loro estensori avessero letto il manuale della CIA. Significa qualcosa di forse più inquietante: che quel principio, nato nelle stanze degli interrogatori, era diventato senso comune nella «scienza comportamentale» al servizio dei governi.
Il caso italiano
Per l’Italia il quadro documentale è diverso. I fatti sono noti: il lockdown nazionale del marzo 2020, il bollettino quotidiano della Protezione Civile con il conteggio dei morti, le zone a colori introdotte nel novembre 2020, il succedersi di aperture e chiusure, il vaccino presentato come unica via d’uscita, il green pass. E all’inizio di aprile 2020 il sottosegretario all’editoria Andrea Martella istituiva presso la Presidenza del Consiglio una «Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al COVID-19 sul web e sui social network», con il compito, tra l’altro, di collaborare con piattaforme e motori di ricerca.[19] Chi volesse leggervi l’«eliminazione degli stimoli antagonisti» di cui parlava Biderman ha un fatto documentato su cui ragionare.
Ciò che manca, allo stato attuale, è un documento italiano paragonabile a quelli britannico e tedesco: una direttiva scritta che indichi la paura come strumento deliberato. Non sappiamo se non sia mai esistito o se semplicemente non sia ancora venuto alla luce. Per saperlo bisognerebbe richiedere gli atti: i verbali integrali del Comitato Tecnico Scientifico, i documenti di pianificazione della comunicazione istituzionale, la relazione finale dell’Unità di monitoraggio.[20] Fino ad allora, per il caso italiano, l’analogia con il KUBARK resta un’interpretazione, plausibile ma non dimostrata.
Dove l’analogia si ferma
Un’analisi onesta deve indicare anche i limiti del confronto. Il primo: il KUBARK presuppone il controllo totale su un singolo prigioniero, rinchiuso in una cella, con l’obiettivo di estorcergli informazioni. Una popolazione, anche in pieno lockdown, conservava altre fonti di informazione, poteva ricorrere ai tribunali (e non poche sanzioni sono state dichiarate illegittime), poteva dissentire. Il secondo: l’alternanza di segnali contraddittori, che i testi circolati in rete leggono come una tecnica, può essere spiegata anche con l’improvvisazione politica, con i conflitti tra governo e Regioni, con la scarsa conoscenza del virus nei primi mesi. Chi sostiene la tesi della manipolazione deliberata deve fare i conti con questa obiezione, e non può liquidarla.
La risposta più solida, a mio parere, non sta nel cercare una discendenza diretta dal manuale della CIA, che nessun documento attesta, ma nel riconoscere una genealogia comune. Gli studi sul condizionamento degli anni Cinquanta e Sessanta, quelli di Biderman e di MKUltra, non sono rimasti chiusi negli archivi dei servizi segreti: sono confluiti nella psicologia della persuasione, nei corsi di formazione per giornalisti e quadri della difesa civile, e infine nella moderna «scienza comportamentale» che i governi hanno usato durante la pandemia. Il documento SPI-B e quello del Ministero dell’Interno tedesco ne sono la prova.
Conclusione
Si possono dunque trovare analogie tra le direttive del KUBARK e alcune direttive che regolarono l’informazione durante l’emergenza Covid? Sì, e in almeno due casi, quello britannico e quello tedesco, non sono semplici somiglianze ma principi identici messi nero su bianco in documenti ufficiali: aumentare deliberatamente la paura per ottenere obbedienza. Per l’Italia i fatti sono compatibili con quella lettura, ma la prova documentale manca ancora. Non è un motivo per abbandonare la tesi. È un motivo per cercare quei documenti, perché in una democrazia voler sapere come e perché un governo ha deciso di spaventare i propri cittadini non è complottismo: è il presupposto stesso della trasparenza.
Le considerazioni qui esposte sono tratte e rielaborate da alcuni capitoli di un libro che sto scrivendo, Disaster Management – Ingegneria sociale. Dalla Protezione civile alla politica della paura, nel quale cerco di ricostruire le trasformazioni della Protezione civile, i suoi rapporti con la Difesa civile e l’utilizzazione delle emergenze come possibili strumenti di governo delle società. Mi auguro che questo lavoro, come tanti altri libri che ho pubblicato negli anni, possa trovare un editore interessato ad affrontare argomenti che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico.
[1]CIA, «KUBARK Counterintelligence Interrogation», luglio 1963. Il documento, declassificato nel 1997 in seguito a una richiesta FOIA del Baltimore Sun, è consultabile sul sito del National Security Archive: https://nsarchive2.gwu.edu/torture_archive/docs/Document%2010.pdf. I numeri di pagina citati in questo capitolo si riferiscono alla numerazione originale del manuale.
[2]KUBARK, cit., p. 83.
[3]Ibidem.
[4]KUBARK, cit., sezione «Threats and Fear».
[5]KUBARK, cit., pp. 86-87.
[6]KUBARK, cit., p. 90.
[7]KUBARK, cit., pp. 23-25 (dove la tecnica «Mutt-and-Jeff» è annunciata) e sezione sulle tecniche di interrogatorio, dove è descritta la tecnica «Alice in Wonderland».
[8]KUBARK, cit., p. 92.
[9]A. D. Biderman, «Communist Attempts to Elicit False Confessions from Air Force Prisoners of War», Bulletin of the New York Academy of Medicine, vol. 33, n. 9, settembre 1957, pp. 616-625. Testo integrale: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1806204.
[10]KUBARK, cit., p. 91.
[11]S. Shane, «China Inspired Interrogations at Guantánamo», The New York Times, 2 luglio 2008.
[12]S. Kinzer, «Poisoner in Chief: Sidney Gottlieb and the CIA Search for Mind Control», Henry Holt, 2019. Sui finanziamenti a Cameron si veda anche N. Klein, «Shock Economy», cap. 1, «La camera di tortura».
[13]Il testo, anonimo, è circolato su Facebook verosimilmente nella seconda metà del 2021 (vi si parla di «quasi due anni» di emergenza). [Nota per l’autore: indicare, se reperibili, autore, data e URL.]
[14][Nota per l’autore: indicare autore, testata, data e URL dell’articolo che applica la tabella di Biderman alla gestione italiana dell’emergenza; dal testo («quest’ultimo anno») sembra databile all’inizio del 2021.]
[15]Scientific Pandemic Influenza Group on Behaviours (SPI-B), «Options for increasing adherence to social distancing measures», 22 marzo 2020, documento presentato alla riunione SAGE del 23 marzo 2020: https://www.gov.uk/government/publications/options-for-increasing-adherence-to-social-distancing-measures-22-march-2020.
[16]Ibidem.
[17]Bundesministerium des Innern, «Wie wir COVID-19 unter Kontrolle bekommen», marzo 2020, documento classificato «VS – Nur für den Dienstgebrauch». Testo pubblicato da abgeordnetenwatch.de il 7 aprile 2020: https://www.abgeordnetenwatch.de/node/3582; il Ministero lo ha poi reso disponibile sul proprio sito il 20 maggio 2020.
[18]Ibidem, par. 4a, «Worst case verdeutlichen!».
[19]«La squadra del governo contro la disinformazione online», AGI, 5 aprile 2020: https://www.agi.it/politica/news/2020-04-05/coronavirus-fake-news-martella-8215421/.
[20]Gli atti da richiedere con istanza di accesso civico generalizzato (d.lgs. 33/2013) sono, tra gli altri: i verbali integrali del Comitato Tecnico Scientifico di febbraio-aprile 2020; gli atti del Dipartimento per l’informazione e l’editoria e della Protezione Civile relativi alla pianificazione della comunicazione istituzionale; la relazione finale dell’Unità di monitoraggio istituita dal sottosegretario Martella.














