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Gestione deI panico e comunicati nelle emergenze

Non fatevi prendere dal panico! È ormai un classico dei disaster-movies. E che cozza contro il motto (stava su una targa affissa, molti anni fa, in una sede del FEMA – Federal Emergency Management Agency) che recita: “Se tutti si fanno prendere dal panico e tu rimani calmo, vuol dire che non hai capito ancora la gravità della situazione.” Sì, ma, allora, cosa comunicare in caso di emergenza? Ci arriviamo subito. Ma prima qualche parola sulle principali emozioni che si manifestano in caso di emergenza: la paura, l’angoscia e il panico.

Paura, angoscia e panico

La paura[1] è una caratteristica presente, più o meno accentuatamente, in tutti gli animali superiori ed è un riflesso indispensabile per potere sfuggire dal pericolo.  Negli esseri umani sono sostanzialmente tre le reazioni alla paura e sono tropismi; comportamenti, cioè, che abbiamo ereditato dai nostri antenati animali.

 La prima (abbastanza rara) è la catalessi: un fenomeno di automatismo psiconeurotico che immobilizza il soggetto rendendolo incapace di fare alcunché; questa è una reazione che abbiamo ereditato dagli animali predati i quali si fingono morti per evitare di essere sbranati dai predatori, che solitamente non divorano le carogne.  Un’altra reazione è lo sbiancarsi o il rizzarsi di capelli e peli (tipica nei gatti): una tecnica questa che permette all’animale aggredito di confondere o di sembrare “più grande” agli occhi dell’animale aggressore. La terza reazione (la più diffusa) è l’iperattività, determinata dalla immissione di un surplus di adrenalina, con la conseguente accelerazione delle pulsazioni cardiache e della respirazione, la redistribuzione vascolare a vantaggio dei muscoli, la contrazione della milza, l’immediato aumento degli zuccheri nel sangue… il tutto finalizzato a rendere disponibile un surplus di energia destinato al contrattacco o alla fuga.

Mentre la paura è dettata dalla immediata percezione della minaccia (l’aggressore, i muri che crollano durante un terremoto, l’esplosione di una bomba…) l’angoscia è vissuta come attesa dolorosa di fronte ad una minaccia tanto più temibile in quanto non chiaramente identificata.

L’angoscia per una morte percepita come qualcosa di impalpabile, di sfuggente capace di colpire da un momento all’altro, senza preavviso, è stato un elemento che ha caratterizzato oltre alle grandi epidemie (peste, vaiolo, colera…) anche numerosi incidenti industriali, come Chernobyl, nei quali la sostanza nociva emessa non veniva direttamente percepita. La reazione di un individuo sottoposto a questo stress è, solitamente, il chiudersi in un isolamento carico di depressione che, in alcuni casi, sfocia in malattia o esplosioni di violenza.

In passato, durante le gravi epidemie il compito di incanalare queste tensioni spettava alle processioni religiose o alle esecuzioni degli “untori”. Si badi bene che queste manifestazioni pubbliche (al di là della strumentalizzazione che cercava di farne il Potere) erano invocate, in qualche caso imposte, dalla popolazione che aveva così la possibilità di visualizzare la fonte del male (la divinità che non intercedeva per salvare la comunità o l’untore) scaricando su questi simboli gli stress che il disastro andava accumulando.

Oggi il Disaster management delinea alcune direttive per affrontare questi due diversi tipi di emozioni. Come già detto, la reazione alla paura comporta solitamente una fisiologica e immediata iperattività dell’individuo. In questi casi si consiglia a colui che potrebbe essere una figura leader della comunità (ad esempio l’insegnante in una scolaresca) di “incanalare” questa iperattività, questa necessità di “fare qualcosa” (che si registra, ad esempio, durante un terremoto) verso un obbiettivo non nocivo anzi utile in quel momento (come ad esempio ordinare di allontanarsi dalle finestre, mettersi con le spalle al muro, rifugiarsi sotto i banchi…). Chi volesse risolvere, invece, l’inevitabile tempesta di movimenti inconsulti con rituali appelli a “stare calmi” o a “non farsi prendere dal panico”, non solo non sortirebbe alcun effetto positivo ma perderebbe immediatamente quella credibilità datagli dall’essere stato il primo ad aver dato un ordine immediatamente dopo la percezione della minaccia ambientale.

Più complessa è la gestione dell’angoscia che, secondo quella che è considerata la “Bibbia del Disaster Management”[2]  dovrebbe essere affrontata dalle autorità e dai media con una efficace e responsabile informazione e, laddove è possibile, permettendo la “visualizzazione “della fonte dell’angoscia”. Per quanto riguarda quest’ultima direttiva l’unica iniziativa intelligente – in quarant’anni di protezione civile – l’ho vista durante l’emergenza bradisismo nel 1983, quando fu deciso (non si sa da chi) di affiggere in una piazza di Pozzuoli i sismogrammi dei terremoti appena verificatisi.

Oltre la paura e l’angoscia, una terza emozione può caratterizzare un disastro: il panico. Parlare di “panico” è innanzitutto una scorrettezza linguistica. Il termine è, infatti, un aggettivo e deriva da “timor panico”, cioè timore che Pan, dio dei boschi, incuteva nei pastori dell’Arcadia. Questa trasposizione da aggettivo a sostantivo non è che la prima di una lunga serie di inesattezze legate al concetto di panico che, generalmente viene visto come un inevitabile e irrazionale comportamento di ogni folla (ad esempio l’assalto alle scialuppe di salvataggio o il riversarsi verso le uscite) che determina schiacciamenti, soffocamenti, feriti, morti…  Generalmente si conosce del panico la sua versione cinematografica dove l’esigenza di spettacolarità porta spesso ad enfatizzare. In realtà quasi mai durante un disastro la folla si comporta nella maniera cinica e irrazionale che conosciamo dai film e questo perché, affinché possa verificarsi lo scatenarsi del panico, e cioè di un comportamento collettivo autodistruttivo, devono registrarsi quattro fattori: un’ansietà diffusa precedente al disastro, la mancanza di una qualificata leadership, la veloce e progressiva chiusura dell’unica via di uscita, il verificarsi di un fattore di precipitazione.

Il panico e i comunicati di emergenza

Il primo studio sul panico riguardò la strage verificatasi al Campo Chodynka di Mosca il 18 maggio 1896 quando, durante i festeggiamenti per l’incoronazione dello Zar morirono circa 2.000 persone; altri casi studiati che hanno fatto scuola sono stati la ressa davanti ad un rifugio antiaereo di Tokyo, (2 aprile 1942: 1.500 morti), l’incendio della discoteca Cocoanut di Boston (28 novembre 1942: 492 morti… Certamente, il caso di panico più famoso è quello che si sarebbe verificato a New York il 30 ottobre 1938 a seguito di una trasmissione radiofonica, condotta da Orson Welles, annunciante lo sbarco di marziani che stavano mettendo sotto assedio la città. In realtà, (al pari della famosa “Paura dell’anno mille”) questo “panico generalizzato” (fuga di innumerevoli persone, interruzione dei servizi di emergenza, feriti, morti..) sul quale credo di aver letto almeno trenta libri, molti scritti da blasonati “esperti”, non ci sarebbe stato, essendo stato inventato di sana pianta dai giornali, interessati a screditare come fonte di notizie la Radio (che stava cominciando a prosciugare i loro introiti pubblicitari).  Nonostante ciò, questo e altri supposti episodi di “panico” vengono periodicamente sbandierati, verosimilmente per attestare l’intrinseca inaffidabilità e pericolosità della cosiddetta “folla” e la conseguente esigenza di irregimentarla: una operazione cominciata nel 1895 con il successo del libro di Gustave  “Psicologia delle folle” del quale ci piace riportare la sua più celebre definizione: «In determinate circostanze, e soltanto in tali circostanze, un agglomerato di uomini possiede caratteristiche nuove ben diverse da quelle dei singoli individui che lo compongono. La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità si orientano alla medesima direzione. Si forma così un’anima collettiva, senza dubbio transitoria, ma con caratteristiche molto precise. La collettività diventa allora […] una folla organizzata o se preferiamo, una folla psicologica. Tale folla forma un solo corpo ed è sottomessa alla legge dell’unità mentale delle folle..»  .

Il Crowd Control

Tornando a parlare di panico, il paradosso è che molte delle teorie per spiegare quelli che furono a New York fantomatici episodi si sono rivelate esatte alla luce dell’analisi di reali episodi di panico; ad esempio, quello che, il 24 Settembre 2015, coinvolse decine di migliaia di fedeli mussulmani a La Mecca e che comportò 769 morti (secondo il governo saudita o 2411, secondo Associated Press). La più importante di queste teorie[vii] vuole che “Nello scatenarsi del panico ha molto peso la convinzione o il timore di un possibile intrappolamento. Nel racconto di chi ha partecipato ad un caso di panico questa considerazione viene ripetuta moltissime volte. Non è vero che gli individui colpiti da panico credono o avvertono di essere definitivamente intrappolati. In questi casi, infatti, non si produce panico. Questi si manifesta, invece, solo quando, nel pericolo si avverte l’imminente chiusura di una possibile via di uscita”.

Questa faccenda della possibile linea di fuga come elemento per lo scatenamento del panico si pose drammaticamente nel 1986 in Italia, durante l’emergenza Chernobyl, quando, giustamente secondo chi scrive, venne celato che la Sardegna registrava, tra tutte le regioni italiane, un insignificante tasso di radioattività. Questo impedì non solo un probabile e pericoloso assalto ai traghetti diretti verso l’isola ma che innumerevoli yacht privati salpassero di corsa, con il conseguente rischio di naufragi.

Un altro elemento che deve aversi per lo scatenamento del panico è il cosiddetto fattore di precipitazione e cioè un evento improvviso e, soprattutto, inaspettato che prefigura il pericolo. Si pone, quindi, l’esigenza di precedere il verificarsi di questo attraverso un annuncio e comportamenti rassicuranti. Non a caso i piloti degli aerei di linea annunciano l’arrivo di turbolenze e quindi di scuotimenti del velivolo che saranno poi scanditi da tranquillizzanti sorrisi delle hostess e degli steward.

La disciplina che studia i comunicati da diffondere durante un allarme rientra in un campo del Disaster management denominato Crowd control (e cioè “controllo della folla”).

Uno degli antesignani di questi comunicati così realizzati davvero efficace era già stato utilizzato a Detroit nel 1989[3] quando si seppe che un ordigno, con innesco a tempo, era stato depositato nello stadio cittadino gremito di 70.000 persone. Il problema che si poneva era come evacuare lo stadio in un tempo sufficientemente rapido senza che l’improvvisa sospensione della partita in corso con il conseguente ordine di evacuazione provocasse la ressa alle uscite e quindi il panico con conseguenti morti e feriti. Freneticamente vennero contattati telefonicamente alcuni psicologi e criminologi convenzionati con la Civil Defence e, nel giro di qualche minuto, gli altoparlanti trasmisero un comunicato apparentemente bizzarro: un incendio stava distruggendo le vetture parcheggiate nel grande piazzale antistante lo stadio, tutti gli automobilisti dovevano recarsi presso le proprie vetture per allontanarle dal luogo dell’incendio, la partita sarebbe ripresa dopo qualche tempo. Subito dopo la diramazione del comunicato, lo stadio cominciò (velocemente, ma ordinatamente) a svuotarsi, il diradamento della folla permise di identificare pacchi sospetti e l’ordigno venne localizzato e disinnescato. La gente seppe della cosa solo qualche giorno dopo.

L’episodio di Detroit ebbe un certo risalto dopo la strage nello stadio Heysel di Bruxelles (29 maggio 1985: 39 morti, 600 feriti) quando fu fatto notare che – considerata la carenza delle forze preposte alla tutela dell’ordine pubblico e l’inesistenza di solide barriere – per tentare di calmare gli hooligans del Liverpool qualcosa poteva essere fatta utilizzando gli altoparlanti che, invece di inutili appelli a “mantenere la calma”, avrebbero potuto diramare un fac simile di comunicato di emergenza. Come quello, già a disposizione delle autorità belghe, redatto dallo psicologo Georg Sieber, (consulente per le olimpiadi di Monaco) che consigliava, in casi come questi di annunciare la morte di una bambina schiacciata dalla folla.

Gli schemi dei comunicati di emergenza, ovviamente, variano secondo molti fattori (il tipo di emergenza, il tessuto culturale nel quale si andranno ad impattare, il rapporto di fiducia più o meno esistente tra autorità e popolazione…) ma dovrebbero seguire tutti una fondamentale direttiva: la vulnerabilità di chi eroga il comunicato deve essere, il più possibile, la stessa della popolazione alla quale il comunicato è diretto. Soffermiamoci a tal riguardo su due comunicati di emergenza redatti nel nostro paese. Il primo, (non disprezzabile, anche perché chi scrive aveva collaborato, molti anni fa, alla sua stesura) per fronteggiare un risveglio del Vesuvio; il secondo, per incidente alla (mai realizzata) centrale elettronucleare di Caorso talmente sgangherato da essere frettolosamente ritirato dopo che se ne seppe, dai giornali, l’esistenza.

Sulla attuale, sgangherata, pianificazione dell’emergenza Vesuvio e Campi Flegrei rimando alla sezione di questo sito. Qui solo poche parole. Le popolazioni dell’area vesuviana oggi – a differenza di quanto avveniva in passato – vedono nel risveglio del Vesuvio un evento foriero di sicura e improvvisa distruzione e morte; un inevitabile disastro dal quale allontanarsi il più rapidamente possibile. Per minimizzare gli effetti di questa percezione (che produrrebbe panico e gravi incidenti anche all’apparire di fenomeni “normali” per un’area vulcanica come un’improvvisa fumarola, un terremoto, un boato sotterraneo) fu redatto uno studio che suggeriva di comunicare la ripresa dell’attività vulcanica non già come prima notizia del telegiornale e, meno che mai, con una edizione straordinaria di questo. Al comunicato doveva seguire un servizio (già registrato) consistente in una pacata discussione da tenersi nei locali dell’Osservatorio vesuviano (posto, come è noto, sulla sommità del cono vulcanico) che doveva sottolineare come l’eruzione fosse stata una costante del Vesuvio dal 1631 al 1944 senza che ciò avesse mai provocato la fuga in massa dall’area.

Bisognava sottolineare, anzi, come, in passato, le eruzioni fossero state un elemento di richiamo per turisti e letterati, da Goethe a Byron… Questo il comunicato che annunciava il servizio: «Il Golfo di Napoli tornerà probabilmente ad essere incorniciato dal caratteristico pennacchio. Questo è il parere di scienziati e ricercatori del settore. La ripresa di una fumarola sulla sommità del Vesuvio tornerà, forse, ad attirare quei turisti e quei viaggiatori che, soprattutto nell’Ottocento, hanno fatto la fortuna del turismo napoletano. L’Osservatorio vesuviano fa presente che attualmente non esiste alcun problema per la popolazione residente sulle pendici del Vesuvio. Si invitano, comunque, turisti e curiosi a non recarsi sulla sommità del cratere per non congestionare la zona. Intanto ci colleghiamo con la sede dell’Osservatorio vesuviano, posta sulla sommità del cratere, dove si trovano […]. A Voi la linea».

Di tutt’altro tenore i comunicati che avrebbero dovuto annunciare il verificarsi di un incidente (e, quindi, il da farsi) alla popolazione adiacente la centrale elettronucleare di Caorso. Erano affidati a volantini di tre diversi colori (a seconda della gravità dell’emergenza) che dovevano essere distribuiti da personale protetto da tuta antiradiazioni fin nei più sperduti casolari delle campagne adiacenti la centrale. Fu fatto notare a tal riguardo che la reazione di una famiglia, magari svegliata in piena notte, da un vigile del fuoco o da un tecnico della centrale, avvolto in una spettrale tuta bianca e celato da una maschera antigas, che consegna un fogliettino che comincia con la fatidica frase “State calmi: non è accaduto nulla di grave” non sarebbe certamente stata quella auspicata dai piani di emergenza. Verosimilmente, la disperazione più nera si sarebbe impadronita della famigliola che avrebbe finito per assalire l’addetto al piano di emergenza per impadronirsi della tuta e della maschera antigas.

Per un approfondimento degli argomenti qui trattati rimando al mio libro “Disaster Management – Protezione civile. Emergenza e soccorso: pianificazione e gestione”, Edizioni Accursio 2007, attualmente fuori commercio e che è possibile leggere integralmente a questo indirizzo.


[1] J. Delumeau: “La paura in Occidente – Storia della paura nell’età moderna”, Il Saggiatore, 2004

[2] FEMA: “Guide for All-Hazard Emergency Operations Planning”, Fema, 1999

[3] A proposito dell’episodio della bomba nello stadio di Detroit qui citato. Dopo la scoperta di quello che effettivamente fu “il celebre panico verificatosi a New York nel 1938”, spero che questo episodio (che pure trovava spazio in numerosi testi) non sia un’altra enfatizzazione dei media.

 Qual è la differenza tra paura, angoscia e panico secondo il Disaster Management?

La paura è la reazione immediata a una minaccia chiaramente percepita (un aggressore, un terremoto in corso) e genera tipicamente iperattività fisiologica. L’angoscia è invece l’attesa dolorosa di fronte a una minaccia non chiaramente identificata (come una contaminazione invisibile). Il panico, infine, è un comportamento collettivo distruttivo che si scatena solo in presenza di condizioni molto specifiche, non semplicemente per un forte spavento.

 È vero che le folle reagiscono sempre nel panico durante i disastri, come nei film?

 No, l’articolo chiarisce che quasi mai la folla si comporta nella maniera irrazionale mostrata dal cinema. Perché si scateni un vero panico collettivo devono verificarsi contemporaneamente quattro fattori: ansietà diffusa preesistente, assenza di una leadership qualificata, la percezione di una via di fuga che si sta rapidamente chiudendo, e un evento improvviso che fa da innesco.

 Il celebre “panico di massa” causato dalla trasmissione radiofonica di Orson Welles nel 1938 è realmente accaduto?

 Secondo l’articolo no: quell’episodio, con fughe di massa e feriti, sarebbe stato in realtà inventato dai giornali dell’epoca, interessati a screditare la radio come mezzo d’informazione concorrente per la pubblicità.

 Come fu gestito con successo un allarme bomba allo stadio di Detroit nel 1989 evitando il panico?

 Invece di annunciare l’ordigno e ordinare un’evacuazione diretta (che avrebbe rischiato di scatenare la ressa alle uscite), le autorità diffusero un annuncio apparentemente innocuo: un incendio stava interessando le auto nel parcheggio esterno, invitando gli automobilisti a spostarle. Lo stadio si svuotò rapidamente e ordinatamente, permettendo di individuare e disinnescare l’ordigno.

Qual è il principio fondamentale che dovrebbe guidare la redazione di un comunicato di emergenza?

 Secondo l’articolo, chi scrive ed eroga il comunicato dovrebbe condividere il più possibile la stessa condizione di vulnerabilità della popolazione a cui si rivolge, evitando toni paternalistici o rassicurazioni generiche (“state calmi”) che rischiano di risultare controproducenti o di minare la credibilità di chi le pronuncia.

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