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Operazione Wandering Soul: quando la paura dei fantasmi diventò un’arma di guerra

Dalla guerra psicologica in Vietnam alle tecniche di manipolazione delle paure collettive. Un episodio poco conosciuto della storia del Disaster Management.

di Francesco Santoianni

Immaginate di trovarvi, di notte, nel folto della giungla vietnamita. All’improvviso, tra il frinire degli insetti, si diffondono lamenti strazianti, musiche funebri, invocazioni di bambini che chiamano il proprio padre. Poi, una voce spettrale annuncia di appartenere a un soldato morto, condannato a vagare eternamente perché il suo corpo non ha ricevuto una degna sepoltura.

Non è un racconto dell’orrore. È quanto realmente accadeva durante la guerra del Vietnam, quando le forze armate statunitensi misero a punto una delle più singolari operazioni di guerra psicologica della storia: Operation Wandering Soul, letteralmente «Operazione Anima Errante».

L’obiettivo era semplice: terrorizzare i guerriglieri vietcong e i soldati nordvietnamiti, inducendoli ad abbandonare le proprie posizioni, disertare o arrendersi. Ma ciò che rende particolarmente interessante questa vicenda è il metodo utilizzato: non la minaccia di un bombardamento o di un attacco imminente, bensì lo sfruttamento scientificamente pianificato di antiche credenze religiose e delle paure più profonde degli individui.

La paura di morire lontano da casa

Nella cultura tradizionale vietnamita, il rapporto tra vivi e morti occupa un posto fondamentale. Secondo credenze diffuse, chi muore lontano dalla propria terra e non riceve un’adeguata sepoltura rischia di trasformarsi in un’anima errante, condannata a vagare senza pace.

Per i soldati impegnati nella giungla, lontani dalle proprie famiglie e spesso impossibilitati a garantire il recupero dei corpi dei compagni caduti, questo timore poteva assumere una particolare intensità.

I responsabili statunitensi delle Psychological Operations (PSYOP) decisero di sfruttarlo, producendo registrazioni sonore che simulavano le voci dei morti.

I nastri contenevano musiche funebri buddiste, gemiti, rumori inquietanti, voci opportunamente alterate e richiami familiari. Uno dei più conosciuti sarebbe diventato celebre con il nome di Ghost Tape Number Ten, il «Nastro Fantasma Numero Dieci».¹

La realizzazione dei messaggi prevedeva anche la partecipazione di vietnamiti, così da conferire maggiore credibilità linguistica e culturale alle registrazioni.

La finzione doveva essere abbastanza convincente da indurre chi ascoltava a credere che quelle voci provenissero realmente dall’aldilà.

«Sono morto. Sono all’inferno. Tornate a casa!»

Uno dei messaggi, nella traduzione inglese successivamente divulgata, raccontava il tormento di un combattente ucciso lontano dai propri cari:

«Il mio corpo non c’è più. Sono morto, famiglia mia. Che tragedia! Amici miei, sono tornato per farvi sapere che sono morto. Sono all’inferno […] Amici, finché siete ancora vivi, tornate a casa! Tornate a casa prima che sia troppo tardi!».

Il messaggio associava alla paura della morte quella, ancora più angosciante per il destinatario, di un’eterna sofferenza dopo la morte.

Altre registrazioni contenevano la voce di una bambina che implorava: «Papà, papà, torna a casa!».

Questi messaggi venivano diffusi di notte, attraverso potenti altoparlanti installati su elicotteri, imbarcazioni e postazioni militari. L’oscurità, l’isolamento e la stanchezza dei combattenti dovevano amplificarne gli effetti psicologici.²

Il meccanismo era accuratamente costruito: prima si evocava una minaccia terrificante, poi si indicava una via per evitarla. Abbandonare il combattimento e tornare alla propria famiglia.

Non era soltanto propaganda. Era il tentativo di modificare il comportamento del destinatario agendo sulle sue paure e sulla sua rappresentazione della realtà.

Ma funzionava davvero?

I risultati furono tutt’altro che univoci.

Alcune testimonianze di militari statunitensi attribuirono alle registrazioni un effetto significativo sul morale dei combattenti avversari. Un ex ufficiale delle PSYOP riferì, ad esempio, che dopo una delle prime trasmissioni da un’imbarcazione nel delta del Mekong si sarebbero registrate tredici defezioni.

Tuttavia, non è possibile stabilire con certezza che quelle defezioni fossero conseguenza diretta dei messaggi.³

In altre occasioni gli effetti furono decisamente diversi da quelli desiderati.

I guerriglieri, comprendendo che si trattava di un artificio degli americani, aprivano il fuoco verso gli altoparlanti, talvolta rivelando così la propria posizione.

Eppure, anche questo risultato poteva essere considerato militarmente utile: un nemico che spara rivela la presenza delle proprie postazioni.

La vicenda presenta quindi un paradosso. Una tecnica apparentemente costruita per provocare fughe e diserzioni poteva funzionare anche quando il destinatario riconosceva l’inganno e reagiva in maniera aggressiva.

Le registrazioni non dovevano necessariamente convincere tutti dell’esistenza dei fantasmi. Poteva bastare che generassero inquietudine, impedissero il riposo e provocassero reazioni incontrollate.

Dalla guerra psicologica al Disaster Management

Ma perché occuparsi di questa vicenda su un sito dedicato al Disaster Management e alla Protezione civile?

Perché l’Operazione Wandering Soul costituisce un esempio particolarmente eloquente dell’impiego delle conoscenze psicologiche per orientare comportamenti individuali e collettivi attraverso la paura.

Naturalmente, le operazioni psicologiche militari non nascono con la guerra del Vietnam e non possono essere considerate un’invenzione del Disaster Management. Quest’ultimo, inteso come disciplina della gestione delle emergenze e dei disastri, possiede finalità e tradizioni differenti.

Esiste, tuttavia, un terreno di possibile sovrapposizione: lo studio del comportamento umano in condizioni di minaccia, incertezza, stress e paura.

In entrambi gli ambiti interessa comprendere come reagiscono le persone quando percepiscono un pericolo, quali messaggi ne influenzano le decisioni e quali condizioni possono favorire determinati comportamenti.

La differenza fondamentale riguarda gli obiettivi e l’etica dell’intervento. Nella comunicazione del rischio, la finalità dovrebbe essere quella di fornire informazioni attendibili che consentano alle persone di proteggersi. Nella guerra psicologica, invece, la comunicazione può essere deliberatamente ingannevole, finalizzata a provocare comportamenti funzionali agli interessi di chi la organizza.

Ciò non impedisce di riconoscere una parentela metodologica: entrambe possono ricorrere agli studi sulla percezione del pericolo, alla psicologia sociale e all’analisi delle reazioni collettive.

Wandering Soul dimostra soprattutto quanto sia importante, per chi intende influenzare una popolazione, conoscere le sue credenze, le sue abitudini culturali e le sue paure.

Non si trattava di fabbricare un timore dal nulla, ma di individuare una paura già esistente e trasformarla in uno strumento operativo.

Fabbricare la paura, suggerire la salvezza

Questo è forse l’aspetto più interessante della vicenda.

La struttura del messaggio utilizzato dagli americani era relativamente semplice: evocare una condizione terrificante, rappresentarla come conseguenza inevitabile di un determinato comportamento e indicare al destinatario la condotta necessaria per sfuggirvi.

Il soldato che prosegue il combattimento rischia di morire lontano da casa e diventare un’anima errante. Il soldato che abbandona la guerra può evitare quella sorte.

Naturalmente, un simile schema non è esclusivo della guerra psicologica. Richiami alla paura vengono utilizzati anche nelle campagne sanitarie, nella comunicazione politica e nella prevenzione dei rischi.

Ma proprio per questo diventa fondamentale interrogarsi sulla natura dei messaggi: la minaccia rappresentata è reale? Le conseguenze prospettate sono proporzionate al rischio? La soluzione suggerita è effettivamente capace di proteggere il destinatario oppure risponde principalmente agli interessi di chi comunica?

Nell’Operazione Wandering Soul la risposta appare evidente: la minaccia soprannaturale veniva inscenata allo scopo di ottenere un vantaggio militare.

Nella comunicazione contemporanea il confine può essere meno immediatamente riconoscibile. Ed è proprio per questa ragione che lo studio delle tecniche storiche di propaganda psicologica conserva una sua attualità.

La storia di Wandering Soul non dimostra che il Disaster Management discenda dalla guerra psicologica. Mostra, però, quanto la gestione della paura possa diventare uno strumento di potere quando chi controlla la comunicazione riesce a presentare come inevitabile una minaccia e come necessaria la risposta che intende ottenere.

Note e riferimenti bibliografici

1. Herbert A. Friedman, The “Wandering Soul” Tape of Vietnam, archivio storico delle Psychological Operations, Psywarrior.com. Comprende fotografie del materiale originale e la riproduzione delle istruzioni del 6th Psychological Operations Battalion, datate 24 giugno 1968, relative al nastro 059-6T.
https://www.psywarrior.com/wanderingsoul.html

2. Jan Philip Müller, Radiophonics of the Vietnam War: A Collection, «continent.», 2016. Studio delle tecniche di propaganda sonora, comprese le registrazioni utilizzate nell’Operazione Wandering Soul.
https://continentcontinent.cc/content/2-archives/3-issues/6-issue-5-3-2016/7-radiophonics-of-the-vietnam-war_a_collection/257_muller-radiophonics_of_the_vietnam_war_a_collection.pdf

3. Tuan Hoang, Film Review: Ghost Tape #10, «Journal of Vietnamese Studies», vol. 14, n. 4, 2019, pp. 80–83. L’autore esamina il documentario dedicato all’operazione e riporta testimonianze sui suoi presunti effetti, evidenziando anche le difficoltà nel ricostruirne le conseguenze.
https://doi.org/10.1525/vs.2019.14.4.80

4. Peter Watson, War on the Mind: The Military Uses and Abuses of Psychology, Basic Books, New York, 1978. Si veda in particolare il capitolo dedicato alle applicazioni militari della psicologia nella guerra del Vietnam.

5. America’s Psychological Warfare Still Haunts Vietnam, «Foreign Policy», 16 settembre 2023. Approfondimento storico sul ricorso alle credenze religiose vietnamite nelle operazioni psicologiche statunitensi.
https://foreignpolicy.com/2023/09/16/vietnam-war-psyops-ghosts/

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