La paura è una caratteristica presente, più o meno accentuatamente, in tutti gli animali superiori ed è un riflesso indispensabile per potere sfuggire dal pericolo. Negli esseri umani sono sostanzialmente tre le reazioni alla paura e sono tropismi; comportamenti, cioè, che abbiamo ereditato dai nostri antenati animali.
La prima (abbastanza rara) è la catalessi: un fenomeno di automatismo psiconeurotico che immobilizza il soggetto rendendolo incapace di fare alcunché; questa è una reazione che abbiamo ereditato dagli animali predati i quali si fingono morti per evitare di essere sbranati dai predatori, che solitamente non divorano le carogne.
Un’altra reazione è lo sbiancarsi o il rizzarsi di capelli e peli (tipica nei gatti): una tecnica questa che permette all’animale aggredito di confondere o di sembrare “più grande” agli occhi dell’animale aggressore.
La terza reazione (la più diffusa) è l’iperattività, determinata dalla immissione di un surplus di adrenalina, con la conseguente accelerazione delle pulsazioni cardiache e della respirazione, la redistribuzione vascolare a vantaggio dei muscoli, la contrazione della milza, l’immediato aumento degli zuccheri nel sangue… il tutto finalizzato a rendere disponibile un surplus di energia destinato al contrattacco o alla fuga.
Mentre la paura è dettata dalla immediata percezione della minaccia (l’aggressore, i muri che crollano durante un terremoto, l’esplosione di una bomba…) l’angoscia è vissuta come attesa dolorosa di fronte ad una minaccia tanto più temibile in quanto non chiaramente identificata.
A tal propositi citiamo un brano del bel libro di J. Delumeau “La paura in Occidente. Storia della paura nell’età moderna” (Il Saggiatore, 2018)
“Tagliati fuori dal resto del mondo, gli abitanti si separano gli uni dagli altri all’interno stesso della città maledetta, temendo di contagiarsi a vicenda. Si tengono chiuse le finestre di casa e non si scende in strada; si cerca di resistere, chiusi in casa propria, con le provviste che si sono potute accumulare. (…) Così, nella città assediata dalla peste, la presenza degli altri non è più un conforto: il familiare trambusto nella strada, i rumori quotidiani che davano il ritmo ai lavori ed ai giorni, l’incontro coi vicini sull’uscio di casa: tutto ciò è scomparso. Silenzio totale delle campane, lugubre quiete, quando nel passato si sentiva da lontano un certo brusìo o un rumore confuso che colpiva piacevolmente i sensi e che rallegrava […], non si alza più nemmeno fumo dai camini sui tetti delle case, come se non ci fosse nessuno; tutto è sbarrato e proibito. (…) Silenzio opprimente, ed anche universo di diffidenza verso il vicino, l’amico. E anche i vincoli di umana carità erano permeati di terrore e – cosa orribile e indegna a dirsi – anche la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio.”
L’angoscia per una morte percepita come qualcosa di impalpabile, di sfuggente capace di colpire da un momento all’altro, senza preavviso, è stato un elemento che ha caratterizzato oltre alle grandi epidemie (peste, vaiolo, colera…) anche numerosi incidenti industriali, come Chernobyl, nei quali la sostanza nociva emessa non veniva direttamente percepita. La reazione di un individuo sottoposto a questo stress è, solitamente, il chiudersi in un isolamento carico di depressione che, in alcuni casi, sfocia in malattia o esplosioni di violenza.
In passato, durante le gravi epidemie il compito di incanalare queste tensioni spettava alle processioni religiose o alle esecuzioni degli “untori”. Si badi bene che queste manifestazioni pubbliche (al di là della strumentalizzazione che cercava di farne il potere) erano invocate, in qualche caso imposte, dalla popolazione che aveva così la possibilità di visualizzare la fonte del male (la divinità che non intercedeva per salvare la comunità o l’untore) scaricando su questi simboli gli stress che il disastro andava accumulando.
Oggi il Disaster management delinea alcune direttive38 per affrontare questi due diversi tipi di emozioni. Come già detto, la reazione alla paura comporta solitamente una fisiologica e immediata iperattività dell’individuo. In questi casi si consiglia a colui che potrebbe essere una figura leader della comunità (ad esempio l’insegnante in una scolaresca) di “incanalare” questa iperattività, questa necessità di “fare qualcosa” (che si registra, ad esempio, durante un terremoto) verso un obbiettivo non nocivo anzi utile in quel momento (come ad esempio ordinare di allontanarsi dalle finestre, mettersi con le spalle al muro, rifugiarsi sotto i banchi…). Chi volesse risolvere, invece, l’inevitabile tempesta di movimenti inconsulti con rituali appelli a “stare calmi” o a “non farsi prendere dal panico”, non solo non sortirebbe alcun effetto positivo ma perderebbe immediatamente quella credibilità datagli dall’essere stato il primo ad aver dato un ordine immediatamente dopo la percezione della minaccia ambientale.
Più complessa è la gestione dell’angoscia che, secondo quella che è considerata la “Bibbia del Disaster management” (e cioè “Guide for All-Hazard Emergency Operations Planning”, pubblicato dal Fema, 2001) dovrebbe essere affrontata dalle autorità e dai media con una efficace e responsabile informazione e, laddove è possibile, permettendo la “visualizzazione “della fonte dell’angoscia”. Per quanto riguarda quest’ultima direttiva l’unica iniziativa intelligente – in quarant’anni di protezione civile – l’ho vista durante l’emergenza bradisismo nel 1983, quando fu deciso (non si sa da chi) di affiggere in una piazza di Pozzuoli i sismogrammi dei terremoti appena verificatisi.
Oltre la paura e l’angoscia, una terza emozione può caratterizzare un disastro: il panico. Parlare di “panico” è innanzitutto una scorrettezza linguistica. Il termine è, infatti, un aggettivo e deriva da “timor panico”, cioè timore che Pan, dio dei boschi, incuteva nei pastori dell’Arcadia. Questa trasposizione da aggettivo a sostantivo non è che la prima di una lunga serie di inesattezze legate al concetto di panico che, generalmente viene visto come un inevitabile e irrazionale comportamento di ogni folla (ad esempio l’assalto alle scialuppe di salvataggio o il riversarsi verso le uscite) che determina schiacciamenti, soffocamenti, feriti, morti…
Generalmente si conosce del panico la sua versione cinematografica dove l’esigenza di spettacolarità porta spesso ad enfatizzare. In realtà quasi mai durante un disastro la folla si comporta nella maniera cinica e irrazionale che conosciamo dai film e questo perché, affinché possa verificarsi lo scatenarsi del panico, e cioè di un comportamento collettivo autodistruttivo, devono registrarsi quattro fattori: un’ansietà diffusa precedente al disastro, la mancanza di una qualificata leadership, la veloce e progressiva chiusura dell’unica via di uscita, il verificarsi di un fattore di precipitazione. Il primo studio sul panico riguardò la strage verificatasi al Campo Chodynka di Mosca il 18 maggio 1896 quando, durante i festeggiamenti per l’incoronazione dello Zar morirono circa 2.000 persone; altri casi studiati che hanno fatto scuola sono stati la ressa davanti ad un rifugio antiaereo di Tokyo, (2 aprile 1942: 1.500 morti), l’incendio della discoteca Cocoanut di Boston (28 novembre 1942: 492 morti… Certamente, il caso di panico più famoso è quello che si sarebbe verificato a New York il 30 ottobre 1938 a seguito di una trasmissione radiofonica, condotta da Orson Welles, annunciante lo sbarco di marziani che stavano mettendo sotto assedio la città. In realtà, (al pari della famosa “Paura dell’anno mille” ) questo “panico generalizzato” (fuga di innumerevoli persone, interruzione dei servizi di emergenza, feriti, morti..) sul quale credo di aver letto almeno trenta libri, molti scritti da blasonati “esperti”, non c’è mai stato essendo stato inventato di sana pianta dai giornali, interessati a screditare come fonte di notizie la Radio (che stava cominciando a prosciugare i loro introiti pubblicitari) Nonostante ciò, questo e altri supposti episodi di “panico” vengono periodicamente sbandierati, verosimilmente per attestare l’intrinseca inaffidabilità e pericolosità della cosiddetta “folla” e la conseguente esigenza di irregimentarla: una operazione cominciata nel 1895 con il successo del libro di Gustave “Psicologia delle folle” del quale ci piace riportare la sua più celebre definizione: «In determinate circostanze, e soltanto in tali circostanze, un agglomerato di uomini possiede caratteristiche nuove ben diverse da quelle dei singoli individui che lo compongono. La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità si orientano alla medesima direzione. Si forma così un’anima collettiva, senza dubbio transitoria, ma con caratteristiche molto precise. La collettività diventa allora […] una folla organizzata o se preferiamo, una folla psicologica. Tale folla forma un solo corpo ed è sottomessa alla legge dell’unità mentale delle folle..» E parlando di folla è arrivato il momento di parlare del suo controllo e cioè del “Crowd Control”.
