Negli anni ’70 le strutture di Difesa civile (nei Paesi del patto NATO e in quelli del Patto di Versavia) conobbero un netto ridimensionamento a seguito dell’affermarsi di un concetto strategico che «regolava» allora la dottrina di conflitto nucleare: la «Mutua Distruzione Assicurata» (o MAD, secondo l’acronimo americano, meglio conosciuta come «equilibrio del terrore»). In pratica, alla potenza attaccata con armi nucleari restava, immediatamente dopo l’impatto degli ordigni sul proprio territorio, una capacità di rappresaglia tale da assestare alla potenza prima attaccante il cosiddetto «danno inaccettabile». Secondo questa dottrina ogni sistema finalizzato a difendere il proprio territorio da un attacco nucleare nemico doveva essere bandito. La popolazione stessa doveva restare ostaggio inerme nelle mani dell’attaccante e pertanto le strutture di Difesa civile (costruzione di bunker antiatomici destinati alla popolazione, esercitazioni di evacuazione delle metropoli…) dovevano essere sospese o fortemente limitate; in questo senso andavano, ad esempio, i protocolli del Trattato ABM-SALT1 che vietava, tra l’altro, la costruzione e la installazione di missili destinati ad abbattere missili attaccanti.
A partire dalla seconda metà degli anni ’80 questa dottrina ha conosciuto un ribaltamento, allorché si è imposta la teoria, ancora oggi dominante, del «Conflitto nucleare limitato» e cioè la possibilità di condurre un «primo attacco» (First Strike) attivando una struttura difensiva capace di annullare o di minimizzare in maniera «soddisfacente» gli effetti della rappresaglia. Questa nuova strategia, resa possibile principalmente dalla costruzione e dall’installazione di missili dotati di una precisione tale da colpire i missili avversari nelle postazioni di lancio e da «scudi stellari», non esclude che «qualche ordigno» (principalmente quelli lanciati da sottomarini) possa colpire il proprio territorio. Ed è per fronteggiare questa «circoscritta emergenza» che sono state riesumate le strutture di Difesa civile.
Considerato il disfacimento del blocco sovietico, comunque, queste strutture avevano una scarsa importanza fin quando, l’11 settembre 2001, l’attentato alle Twin Towers e la successiva istituzione negli USA della imponente struttura che fa capo all’Office Homeland Security ha determinato una crescita esponenziale degli stanziamenti destinati negli USA e in altri Paesi alle strutture di Difesa civile.
Ma ora parliamo della FEMA.
La FEMA (Federal Emergency Management Agency) nasce immediatamente dopo l’accidentale fuoriuscita di una nube radioattiva alla centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania il 28 marzo 1979, e la conseguente evacuazione di 4.000 persone. Incidente che fu percepito dalla popolazione come un gravissimo disastro sostanzialmente perché avvenne dopo appena dodici giorni (16 marzo 1979) dall’uscita del film The China Syndrome (“Sindrome cinese”) un disaster movie di successo basato su un catastrofico incidente nucleare.
Il conseguente clamore fece venire alla luce una lunga serie di incidenti nucleari verificatisi negli USA che erano stati celati alla popolazione e “piani di emergenza” che non prevedevano una preventiva informazione alla popolazione adiacente agli impianti sui rischi che correva e sulle procedure da attuare in caso di emergenza. Lo scandalo che ne seguì determinò lo scioglimento di tutta una serie di enti e strutture preposte alla pianificazione e gestione dell’emergenza e, con un’ordinanza firmata (1º aprile 1979) dal presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter la nascita della FEMA, un, purtroppo effimero, nuovo corso nel Disaster management, sganciato dalle sue origini militari e basato sulla completa informazione e formazione della comunità.
Fino ad allora, i piani di emergenza erano sostanzialmente piani di soccorso che strutture come Guardia nazionale, Forze armate, Vigili del fuoco… dovevano attuare, mentre la popolazione doveva sostanzialmente limitarsi ad attendere i soccorsi. Con la nascita del FEMA la strategia della pianificazione dell’emergenza cambia ed è la comunità a dover operare per la sua autoprotezione. Si identificano così figure leader nella comunità (sindaco, insegnanti, personalità…) ai quali è demandato il compito di strutturare locali piani di emergenza da attivare subito dopo il disastro. È una rivoluzione copernicana nel campo dell’emergenza in quanto le comunità e i suoi leader per potere operare in situazioni di emergenza devono essere preventivamente informati sui rischi presenti nel loro territorio; conoscere, ad esempio, le probabilità di accadimento e gli scenari di incidenti in determinate aziende ubicate sul loro territorio. Anche per questo, negli USA, i piani di emergenza, insegnati e discussi nelle scuole, divennero un elemento di crescita democratica garantendo lo sviluppo di una consapevolezza del rischio.
La stessa architettura dei piani di emergenza cambiò radicalmente. Fino ad allora erano sostanzialmente un rigido elenco di disposizioni che qualcuno doveva attuare attenendosi a inamovibili ordini. Con il FEMA tutto cambia e i piani cominciarono, finalmente, ad interessarsi anche della labilità della catena di comando e del probabile collasso dei sistemi organizzativi in situazioni di emergenza che dovevano, invece, essere fortificati utilizzando strumenti quali il «Metodo Delfi», » (sul quale ci soffermeremo) e la Ricerca Operativa (Operations Research).
Insomma, bei tempi. Che, comunque, finirono alla fine del secolo scorso quando, con l’irrompere della minaccia terrorismo, il Disaster management conobbe una clamorosa involuzione conclusasi con la sostanziale scomparsa della FEMA. I risultati si sono visti nell’agghiacciante gestione dell’alluvione di New Orleans del settembre 2005; un evento, si badi bene, dal punto di vista naturale non certo peggiore delle tante alluvioni che hanno colpito gli Stati Uniti negli ultimi decenni ma che una gestione dell’emergenza, di taglio grettamente militare e poliziesco, ha trasformato in una catastrofe di una gravità assolutamente inedita per un paese a capitalismo avanzato.
La genesi del disastro di New Orleans, infatti, è da far risalire, oltre che alle inadempienze nella manutenzione del sistema di argini e dighe, nello smantellamento della FEMA che, nel 2002, passò dalla direzione del mitico James Witt alle ferree dipendenze dell’orwelliano quanto inefficiente Department of Homeland Security. Furono così tagliati fondi alla protezione civile, (l’85% del bilancio del FEMA era stato destinato a scenari antiterrorismo) fatti licenziare decine e decine di funzionari colpevoli di denunciare la pericolosità della situazione, mandata sul fronte irakeno la struttura operativa della protezione civile americana (la National Guard), imposto un velo di segretezza su tutti i piani di emergenza (rendendoli così assolutamente inutili) e messo a capo della FEMA un, fino ad allora sconosciuto, avvocato, tale Michael Brown, senza alcuna esperienza nella gestione delle emergenze, avendo fatto, fino alla sua nomina alla direzione della FEMA, il rappresentante a Washington di una lobby di allevatori di cavalli. Il risultato è stato più di duemila morti e 82 miliardi di dollari di danni.
