LA “GUERRA FREDDA”

Negli anni “50 la “guerra fredda” tra USA e URSS vede l’utilizzo del Disaster management come mera arma di propaganda. Nel 1953, viene istituito, l’Office of Civil Defence Planning che proponeva, soprattutto, la costruzione di innumerevoli “rifugi antiatomici” e lo svolgimento di periodiche “esercitazioni di difesa civile”.

Cominciano così a tenersi dovunque (nelle scuole, negli uffici, perfino nelle prigioni e nelle chiese) surreali esercitazioni “antibomba” mentre la rete televisiva NBC inchiodava ogni settimana davanti ai teleschermi 18 milioni di americani con la trasmissione “Survival”, caratterizzata da filmati che oggi appaiono sbalorditivi. In uno di questi, ad esempio, un padre, chiuso in uno sgangherato “rifugio antiatomico” costruito alla buona in cantina e posto a qualche metro di distanza dal punto di impatto dell’ordigno nucleare, qualche attimo dopo l’esplosione così rincuorava i familiari: «Bene! È stato meno peggio del previsto! Ramazzate i vetri rotti e usciamo fuori per vedere cos’è successo». Un altro filmato mostrava un cartone animato, Bert la Tartaruga, che così arringava i bambini di una scuola elementare che stava per essere centrata da una bomba atomica: «Appena vedete il lampo di luce, gettatevi sotto i banchi e aspettate lì che i vostri genitori vengano a prendervi!» 

Nel clima di fiduciosa euforia che investiva allora la Civil Defence, quasi nessuno osò esporre dubbi sulla validità di queste “campagne educative” o su “piani di emergenza” come quello redatto, nel 1955, dall’urbanista Harman Khan, (grazie al quale gli Stati Uniti avrebbero potuto sopportare, addirittura, un bombardamento nucleare sovietico di 80.000 megatoni) o sulle “prove di evacuazione” (come l’Operation Alert che, nel maggio 1955, coinvolse 28 milioni di persone) che si riducevano a una sorta di picnic di massa nei paraggi delle città. Nel 1961 fu varato un gigantesco programma di costruzione di rifugi antiatomici collettivi che, comunque, ben presto si arenò per via dell’enorme costo; per lo stesso motivo venne messo da parte il National Industrial Dispersion Policy: un piano che doveva favorire la dispersione dell’apparato produttivo americano per renderlo meno vulnerabile a un attacco nucleare. Ci si ridusse, quindi, a foderare con qualche lastra di piombo corridoi e scantinati di scuole e uffici ribattezzandoli “fallout shelters” (rifugi antiradiazioni), segnalati da cartelli gialli che, ancora oggi, troneggiano in molti edifici pubblici statunitensi.      
L’aspetto più significativo di queste iniziative di difesa civile è stato il loro concentrarsi sugli aspetti meramente distruttivi degli ordigni nucleari sottacendo sugli effetti della successiva contaminazione radioattiva, elemento questo sostanzialmente ignorato nei “piani di emergenza” redatti dall’Office of Civil Defence Planning. Non a caso, considerato che, proprio in quegli anni, caratterizzati da innumerevoli test nucleari nell’atmosfera (come quelli nei pressi di Las Vegas, ammirati da vicino da migliaia di spettatori), del rischio radiazioni ionizzanti non se ne parlava, nemmeno sulle riviste scientifiche. Del resto, questa colpevole carenza nella definizione degli “scenari del disastro” (e cioè i vari modi nei quali può manifestarsi) è una caratteristica propria dei piani di Difesa civile, che si direbbero facciano più gli interessi di chi ha commissionati che di coloro che dovranno subirli. Una caratteristica che si è riversata in non pochi piani di Protezione civile.

In effetti, ogni Piano di protezione civile degno di questo nome racchiude in sé qualcosa di scabroso in quanto con le sue disposizioni rischia di evidenziare situazioni solitamente sottaciute all’opinione pubblica. E se si considera che il Piano dovrebbe essere, non solo conosciuto da tutti, ma anche testato e perfezionato in frequenti esercitazioni ci si renderà conto del perché, anche in Italia, i Piani di emergenza restano, solitamente, chiusi in un cassetto.