Comunemente con il termine “ingegneria sociale” si identifica il cosiddetto “Mind Hacking” e cioè tecniche di inganno e manipolazione per indurre una persona a compiere determinate azioni (solitamente, comunicare al truffatore che, sfruttando la sua buona fede, l’ignoranza, la disattenzione o la paura, è riuscito ad abbindolarlo su internet, dati personali riservati per accedere al conto corrente). Meno nota una altra accezione del termine Social Engineering, inteso, cioè, come progetto per ridefinire, in situazioni di crisi, i ruoli di classi e strati sociali. 66 . A tal riguardo, in Italia il caso più studiato è certamente il cosiddetto “Terremoto della Calabrie”
L’epoca d’oro del Regno di Napoli era cominciata nel 1734 con la creazione di uno stato indipendente regnato dapprima da Carlo di Borbone e poi dal suo terzogenito Ferdinando. Dopo un lungo periodo di dominazione coloniale con viceré prima spagnoli e poi austriaci, che si erano limitati a sfruttarne le risorse, l’autorità di un re residente a Napoli e l’influenza nella corte dei Borbone di intellettuali quali Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani… finalmente, avrebbe potuto permettere di arginare il parassitismo di una nobiltà forte dei suoi patroni stranieri e di una Chiesa asservita a Roma. L’evento con il quale si tentò di mettere in atto questo progetto fu Il colossale “Terremoto delle Calabrie” del 5 febbraio 1783 quando un sisma (stimato in magnitudo 7.1 della scala Richter) scosse per circa tre minuti l’intero Mezzogiorno, provocando la morte di circa 30.000 persone solo in Calabria. Ma questo fu solo il punto massimo di una crisi sismica protrattasi per tre mesi.
Le conseguenze di questi eventi furono sbalorditive: “il paesaggio stesso subì una straordinaria metamorfosi che permetteva appena ai paesani di riconoscere l’aspetto dei luoghi conosciuti. Il terreno si aprì in larghe voragini, facendo inabissare paesi, fiumi, colline; vennero vomitati torbidi laghi e torrenti che travolsero i pochi superstiti; i fiumi mutarono il loro corso mentre le coste vennero flagellate da maremoti di inaudita violenza”. Centinaia di paesi con tutti gli abitanti furono cancellati in una manciata di secondi, e per molti dei sopravvissuti il disastro non fu che l’inizio di un lungo calvario. «Attorniati da macerie informi o da resti sconsolati di incendi, tra il lezzo dei cadaveri e l’orrore delle cataste che ne andavano incenerendo i miseri resti. In mezzo a gente ancora rabbrividente e tutta stonata, i calabresi furono costretti a vivere, per mesi, per anni, in compagnia della paura e della morte. E poi le malattie da raffreddamento, le epidemie, le infezioni, i disagi fisici e morali della convivenza; e, nel contempo, il sordo rancore e il sospetto e l’intolleranza, subentrati ai primi slanci di mutua fraternità; e poi i furti, le violenze, le usure. Tanto bastò perché i contemporanei parlassero di un nuovo mondo sorto sulle ceneri dell’antico. Ma per riportare l’umanità ai suoi tristi primordi».
La prima emergenza fu finanziata dai Borbone espropriando molti beni della Chiesa; ma la risoluzione più drastica fu l’abolizione o sospensione di tutti i conventi, monasteri e luoghi pii della Calabria, con il contemporaneo allontanamento di tutti i religiosi (smistati presso altri conventi o le famiglie d’origine) e con il conseguente sequestro di tutti i relativi beni mobili e immobili, rendite, diritti e giurisdizioni. Il 10 maggio 1784 viene istituito un ente straordinario – la Cassa Sacra – che esautorava gli enti ecclesiastici mettendo in vendita le loro proprietà. Si sperava così, oltre ad ottenere le risorse economiche necessarie alla ricostruzione, anche di moltiplicare il numero dei proprietari con l’avvantaggiare la piccola proprietà coltivatrice, di accrescere di conseguenza la scarsa popolazione della Calabria.
«Molte volte le calamità distruggono le nazioni senza risorgimento, ma talvolta son principio di risorgimento e di riordinamento di esse. Tutto dipende da come si ristorano» annotava nel 1783 Ferdinando Galiani, uno dei più stimati intellettuali alla corte dei Borboni. Del resto le speranze di potere “sfruttare” il verificarsi di disastri per innescare migliorie politiche e sociali erano già sorte dopo il cosiddetto “terremoto di Lisbona” del 1755: una catastrofe (100.000 morti) che nella fase della ricostruzione alimentò una resa dei conti tra potere statale e aristocrazia terriera che sfociò, nel 1758, con il tentativo di assassinio del re Giuseppe I. Verosimilmente, fu proprio l’analisi della situazione del Portogallo post-sisma a spingere il governo del Regno di Napoli a ridimensionare il progetto di riordino sociale e politico in Calabria, auspicato dai suoi intellettuali.
La storia della Cassa Sacra è illuminante a tal proposito. Con le risorse di questa fu possibile alloggiare le popolazioni sinistrate in baracche; contestualmente partì una grande opera di prosciugamento e bonifica degli innumerevoli ristagni, in gran parte prodottisi a seguito del terremoto, e di ricostruzione di vie di comunicazione mulini, forni, magazzini; furono, inoltre, rilocalizzati più di trenta centri urbani che sorgevano in aree pericolose, (è il caso di Reggio, Palmi, Bagnara, Mileto…) edificandoli con nuove norme urbanistiche
Ma ben presto la ricostruzione si arenò per via dell’enorme costo che non poteva certo essere coperto con la requisizione e messa in vendita del patrimonio della Chiesa calabrese. Ci sarebbe stato bisogno di ben altro: ad esempio – come propugnava Giuseppe Maria Galanti, Gaetano Filangieri, Ferdinando Galiani e altri intellettuali napoletani e calabresi – la requisizione e spezzettamento dei latifondi in mano ai nobili che avrebbero dovuto essere messi a disposizione dei contadini. Sarebbe stato così garantito un generale aumento della produzione agricola e, quindi, del reddito che avrebbe favorito anche una rapida e generale ricostruzione. Così non fu. E la Cassa Sacra, mettendo sul mercato terre non spezzettate in piccoli lotti (e che potevano, quindi, essere acquistate solo da chi aveva molti soldi, cioè i nobili e i “notabili”) finì per concentrare nelle loro mani le migliori terre espropriate alla Chiesa. Per di più, la perdita degli usi civici che, in parte, erano garantiti dalla proprietà ecclesiastica costrinse i contadini, proprietari di piccoli appezzamenti, a indebitarsi ad alto interesse con i nobili e “notabili”, i quali finirono così per impossessarsi di altre terre.
Svanirono le speranze di sfruttare quel disastro sismico per ridisegnare nuovi assetti economici e politici che garantisse al Regno delle Due Sicilie un inserimento nell’impetuoso decollo dell’economia europea. Per lo stato unitario il discorso è diverso: il suo progetto prevedeva al Nord grosse concentrazioni di capitale produttivo mentre al Sud era assegnato il ruolo di fornitore di materie prime e, soprattutto, di manodopera a basso costo. Il terremoto diventava, quindi, occasione per accelerare l’emigrazione; ad esempio edificando baracche destinate a deteriorarsi ben presto o reclutando gli individui più validi, attraverso uffici di emigrazione rinati in fretta dalle macerie.
