L’11 dicembre 1999 una strana Circolare, pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 290, passò nell’indifferenza generale, facendo, comunque, aggrottare le sopracciglia dei pochissimi che nel nostro Paese si occupavano di Disaster management. Stabiliva che l’affrontamento della minaccia “Millenium Bug” o “Baco del Millennio” (un supposto malfunzionamento che alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 avrebbe provocato il blocco di numerosi computer e la conseguente paralisi di importanti servizi) sarebbe stata diretta, non già dal Dipartimento della Protezione civile, bensì dal Sottosegretario di Stato (Franco Bassanini) in qualità di capo del Centro Decisionale Nazionale (CDN) ubicato a Forte Braschi a Roma. Cosa fosse questo CDN lo spiegava la suddetta circolare « (….) ha il compito di: raccogliere e valutare in termini di impatto i dati relativi alla situazione del Paese, informando l’autorità politica; trasmettere al Comitato di Ministri e, eventualmente, al Presidente del Consiglio dei Ministri, notizie sull’evolversi del quadro globale; distribuire le informazioni ai soggetti interessati; fornire la comunicazione nei confronti dei media; effettuare il necessario coordinamento tra le amministrazioni e le infrastrutture; fornire orientamenti e indirizzi in caso di inconvenienti di rilevante entità». Le identiche competenze del Dipartimento della Protezione civile. Peccato che nessuno ne sapesse nulla dell’esistenza di questa struttura (ubicata a Forte Braschi, allora sede del SISDE e del SISMI, i nostrani servizi segreti) anche perché mai riportata in alcun documento ufficiale o legislativo.
Una struttura segreta per gestire una emergenza nazionale?
Già nel dicembre 1984 all’indomani della strage sul rapido 904 (nella galleria di Val di Sambro) l’ex ministro Rino Formica, denunciava l’esistenza di un «(…) organismo non ufficiale, anzi giuridicamente inesistente, preposto a garantire con ogni mezzo, la collocazione internazionale dell’Italia all’interno dello schieramento atlantico, in situazioni di crisi» e nel numero del 10 febbraio 1985 de «L’Espresso» un articolo di Pietro Calderoni (dedicato alla strage del rapido 904) rivelava l’esistenza di un protocollo segreto, siglato tra il 1979 e il 1980, che costituiva all’interno dei nostri servizi segreti un «Centro per il controllo strategico delle crisi politiche» facente capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri50. Una struttura della cosiddetta “Cooperazione Civile e Militare” oggi acclarata come facente parte della NATO.
Questo progressivo inglobamento della Protezione civile italiana nella Difesa civile (clamorosamente attestata – legge n. 246/2000 – dal trasferimento del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco all’interno del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile) con il corollario dell’imposizione del segreto di Stato anche a documenti che avrebbero dovuto essere pubblici (come i verbali del Comitato tecnico scientifico, durante l’emergenza Covid) ha finito anche per ridurre l’accuratezza dei piani di Protezione civile. Mi sia concesso, a tal proposito, citare una esperienza personale.
Lavorando, per conto di un ente pubblico, su un piano di emergenza anti-blackout (il 28 settembre 2003 se ne era verificato uno davvero grave in Italia) avevo chiesto ad alcune aziende di telefonia di conoscere l’autonomia dei gruppi elettrogeni che in Campania che alimentavano i loro impianti in caso di blackout. Mi fu risposto che questa informazione (che non avevo avuto nessuna difficoltà ad ottenere negli anni precedenti) necessitava di un NOS (Nulla Osta di Sicurezza che non ho mai chiesto, anche perché non mi sarebbe mai stato concesso). Altra doccia fredda qualche tempo dopo. Redigendo un piano di emergenza sismica per l’area napoletana mi ero imbattuto in un rischio inaspettato: decine di migliaia di bombe all’iprite (un gas militare vescicante) che le truppe USA nel 1944-45 avevano gettato, per disfarsene, nel golfo di Napoli. Bombe che, già corrose dal tempo, in caso di terremoto, avrebbero potuto rompersi facendo risalire e diffondere nell’atmosfera la temibile iprite. Tempo prima, su internet, avevo già visto una mappa (prodotta da due ricercatori statunitensi) con la dislocazione di quelle bombe nei fondali del golfo di Napoli e cercai di recuperala per redigere gli scenari del Piano di emergenza sismica. Nulla da fare: scomparsa da Internet e anche la visione di quella mappa (come seppi, classificata come “segreto militare”) necessitava di un Nulla Osta di Sicurezza. Il tutto, verosimilmente, per scongiurare l’improbabile ipotesi che qualche terrorista, consultata la mappa, potesse recuperare nei fondali, a duemila metri di profondità nel golfo di Napoli, una bomba corrosa ed estrarre da questa iprite; gas che potrebbe essere molto più comodamente realizzato con sostanze oggi acquistabili dovunque e con un procedimento descritto minuziosamente in molti testi di chimica industriale.
La storia del binomio Protezione civile – Difesa civile in Italia meriterebbe molto più spazio. Cominciando con gli sforzi fatti, in passato, dalla Sinistra per evitare che, in assenza della dicitura “naturali” a “calamità”, la proclamazione di uno stato di emergenza (con la conseguente sospensione di alcuni diritti) potesse aversi anche di fronte a scioperi o tumulti52 arrivando al penoso scimmiottamento della Homeland Security Agency (con l’enfatizzazione di improbabili minacce di bio-terrorismo) o soffermandoci su quello che, a parere di chi scrive, è stato il punto di non ritorno di una degenerazione della nostrana protezione civile: la Missione Arcobaleno del 1999 quando, durante la guerra alla Iugoslavia, venivano costruiti inservibili “insediamenti” (ufficialmente destinati per i profughi kossovari) ubicati , in posti impervi, a pochissimi chilometri dalla frontiera, destinati, verosimilmente, ad essere teste di ponte per una invasione da parte di colonne di “insorti” al soldo delle potenze Nato.
Oggi la protezione civile italiana, che pure negli anni “90 del secolo scorso aveva visto situazioni di eccellenza, si direbbe completamente asservita allo schema: “problema, reazione, soluzione” già denunciato dal filosofo Zygmunt Bauman53 e brillantemente sintetizzato dal pur famigerato David Icke (sì, proprio quello dei Rettiliani) “È lo schema: problema, reazione, soluzione. Inventano o ingigantiscono un problema chiedendo “collaborazione” alla popolazione. <<Usate il preservativo! Non mangiate questo o quello! Controllate subito sintomi sospetti! Non fatevi prendere dal panico!… >> Tutto per creare un asservimento psicologico e quindi politico.” A peggiorare le cose, illusori strumenti quali IT-alert, il sistema nazionale di allarme pubblico della Protezione civile italiana, che, tramite una inamovibile app su tutti gli smartphone, avvertirà la popolazione di un imminente pericolo e – si spera – di cosa concretamente fare per fronteggiarlo. Un broadcasting di emergenza che si direbbe assolutamente inutile in assenza di una consapevole e informata popolazione.
Facciamo un esempio: i piani di emergenza nucleare per incidenti a convogli militari55, redatti dalle prefetture di città che ospitano navi e sottomarini a propulsione nucleare. Quindi, i cittadini di Napoli, Gaeta, La Maddalena… sanno già cosa fare in caso di allarme nucleare? Nonostante questi piani prevedano una “informazione preventiva alla popolazione”, nessuno sa cosa fare. Anzi, quasi nessuno tra la popolazione sa dell’esistenza di questi piani. Stessa cosa per l’area di Piombino (in futuro, quella di Vado ligure) costretta ad ospitare a poche centinaia di metri dalle abitazioni la nave gasiera Golar Tundra che stipa 170 mila metri cubi di gas liquefatto; e questo per sopperire al gas russo (gas 8 volte meno costoso e che ci veniva fornito tramite i molto più sicuri gasdotti) oggi scartato per via dell’adesione dell’Italia alla guerra in Ucraina. Potrà il sistema IT-alert mitigare il rischio? Molto probabilmente avrà la stessa efficacia del suddetto sistema di allarme che era stato previsto per la centrale elettronucleare di Caorso.
