ESERCITAZIONI

Come già detto, le innumerevoli esercitazioni di Difesa civile del secolo scorso (finalizzate ad alimentare la paranoia contro l’URSS) scomparvero nel 1979 con la stipula del trattato SALT2. Ricomparvero, ai tempi della Guerra del Golfo, per rispondere ad un ipotetico nuovo nemico: il bioterrorismo.

Già nel 1997 il ministro della Difesa William Cohen, al Senato USA, (anticipando il famoso discorso Colin Powell all’ONU, del 5 febbraio 2003)73 additando una boccettina piena di chissà cosa, dichiarava in TV: «Se Saddam Hussein spruzzasse questa quantità di antrace su una città come Washington, almeno la metà degli abitanti morirebbe. Basterebbe un solo respiro, e probabilmente sarebbero morti in cinque giorni.»74 Ne seguì una campagna vaccinale contro l’antrace che avrebbe dovuto interessare due milioni di soldati USA ma che fu sospesa per l’insorgere di numerosi e gravi effetti collaterali che, ai sensi di una norma emessa nel 1968, avrebbero dovuto essere risarciti dalle aziende produttrici dei vaccini. Norma abolita nel 2001, durante la misteriosa disseminazione di lettere contenenti spore di antrace, (a cui fece seguito un’altra campagna vaccinale contro l’antrace) ridando fiato al business vaccini, fino a quel momento marginale.

Intanto si susseguivano negli Stati Uniti e in tutti i paesi NATO innumerevoli esercitazioni contro il bioterrorismo; tra le più famose: Dark Winter, 2001; Pale Horse, 2002; Euratox, 2002, Atlantic Storm, 2005; Black ICE, 2007… Uno dei pochi studiosi che si è preso la briga di analizzare queste esercitazioni è stato il compianto Andrew McGovern75 il quale ha evidenziato, tra l’altro, che non servivano affatto a testare la pianificazione dell’emergenza (che dovrebbe essere finalità primaria di ogni esercitazione degna di questo nome). E qui è necessario un inciso. Tutti i piani di emergenza si basano su risorse (persone, materiali, documentazioni, mezzi di trasporto, reti di comunicazione…) e procedure per renderle immediatamente disponibili. Le procedure sono o automatiche o attivate da una catena di comando; quest’ultima è la parte più critica in situazioni di emergenza essendo spesso caratterizzata da conflitti di competenza, incomprensioni, carenza di informazioni… Per minimizzare gli effetti di questa labilità, sia i piani di emergenza sia le esercitazioni per testarli utilizzano il cosiddetto Metodo Delfi. Per illustrarlo due parole su una mia esperienza personale sui dettagli della quale, per tutta una serie di motivi, sarò costretto ad essere vago.

Molti anni fa, mentre cominciava a dilagare la psicosi bioterrorismo, a me e ad altri colleghi fu affidata, dalla struttura per la quale lavoravamo, la redazione di un Piano di emergenza per fronteggiare un allarme vaiolo in una ipotetica metropoli. Si badi bene: “allarme”, non “epidemia”. Non doveva, quindi, essere un Piano sanitario (ad esempio, per vaccinazioni o ricoveri ospedalieri) per fronteggiare il dilagare del contagio bensì un piano finalizzato esclusivamente a circoscrivere focolai dell’infezione. La scelta, come “scenario” del Piano di una, davvero improbabile infezione (il vaiolo, eradicato dalla comunità umana nel 1997, con la vaccinazione) era dettata dall’esigenza di confrontarsi con un virus molto contagioso e che, per le ecatombi che ha prodotto in passato, verosimilmente avrebbe determinato panico e il conseguente malfunzionamento o collasso delle strutture di emergenza.

L’analisi della vulnerabilità delle strutture di comando è una peculiarità del “Metodo Delfi”, adattato per i disastri da Howard A. Linstone76 che consiste, sostanzialmente, nel sottoporre agli addetti all’emergenza (normalmente, ai soli dirigenti di questa) “scenari” (e cioè quello che, verosimilmente, potrebbe succedere) per sapere le indicazioni che essi propongono per minimizzarne la gravità; successivamente si sottopongono queste indicazioni ad altri addetti all’emergenza per avere da essi altre indicazioni che vengono, poi, ri-sottoposti a tutti. Insomma, un continuo affinamento delle procedure che, dopo l’identificazione delle risorse, darà vita ad un Piano da testare con periodiche esercitazioni “table-top” e con qualche (considerato che hanno un costo elevato) esercitazione “full-scale”.

Ma torniamo al Piano per emergenza vaiolo.

Quello che, in tutta franchezza, subito ci riferirono i dirigenti delle strutture di emergenza fu che buona parte dei loro sottoposti avrebbero abbandonato il lavoro per la paura di portare a casa una infezione così temibile; situazione che, tra l’altro, – venendo, inevitabilmente, conosciuta dapprima dai familiari dei sottoposti, poi dai parenti e infine alla popolazione passando di bocca in bocca avrebbe garantito il dilagare del panico. Cosa fare, quindi? Militarizzare l’emergenza sperando che una minaccia di licenziamento o della prigione evitasse il collasso delle strutture preposte a circoscrivere il contagio? Dichiarare che non si trattava di vaiolo ma di una meno temibile infezione? Ordinare subito un generale lockdown?…

 Di quel piano ne ho perso le tracce e, probabilmente, giace in qualche polveroso archivio. Più o meno lo stesso destino conosciuto dal Piano pandemico influenzale (non aggiornato dal 2006) con il quale si sarebbe dovuta affrontare l’emergenza Covid del 2020.77 In realtà, a parere di chi scrive, una delle poche cose positive di quel Piano (presentato quasi come salvifico da numerosi media) stava nel titolo che rimandando ad una “influenza” evidenziava che si trattava di affrontare una delle tante epidemie a diffusione aerea che, proprio per il loro continuo riproporsi, non suscitano particolari apprensioni. Nonostante ciò, le epidemie influenzali non sono affatto banali episodi.  L’”Influenza asiatica” del 1957-58, ad esempio, colpì circa il 20% della popolazione mondiale, portandosi via circa due milioni di persone, quella “di Hong Kong” del 1968, un milione di persone. Per quest’ultima epidemia si stima che in Italia ci siano stati circa 40.000 decessi; che sarebbero stati molti di più se – così come è stato per il Covid – il panico, propagato dai media, avesse determinato la scomparsa dell’assistenza medica domiciliare.