A proposito di Social Engineering legato ai terremoti, mi sia consentito di esporre una piccola esperienza personale. Come già detto per quarant’anni, per conto di tutta una serie di enti, mi sono occupato di Protezione civile e, già nel lontano 1980, seguivo da vicino l’operato del compianto Giuseppe Zamberletti impegnato nei soccorsi prima e nella ricostruzione susseguente al disastroso terremoto del 23 novembre 1980. Oggi la gestione di quella emergenza, paragonandola a quanto era stato fatto dopo il terremoto verificatosi nel Friuli nel 1976, viene quasi demonizzata, ma ben pochi riflettono che, di fronte ad un gigantesco terremoto, come quello del 1980 che aveva pienamente investito ben cinque regioni, fondamentale per meglio calibrare la gestione dell’emergenza fu la contestata decisione di Zamberletti di erogare subito (e senza particolare controlli) innumerevoli contributi a privati per riattare i loro immobili se lievemente lesionati. Procedura che, certamente, avrà determinato qualche frode ma che, sfrondando l’emergenza, permise alla gestione di questa di concentrarsi sui casi che necessitavano di interventi più impegnativi.
Una strategia opposta a quella conseguente al terremoto in Abruzzo del 6 aprile 2009 e che mi vide, delegato dall’ente per il quale lavoravo, responsabile di una tendopoli ubicata in un paesino di circa mille abitanti abbarbicato su una montagna. Caratteristica di questo paesino era, oltre ai suoi pochissimi immobili abitati lesionati gravemente dal sisma, la presenza, al suo centro, delle macerie del catastrofico (31.000 morti) “Terremoto della Marsica” del 1915, circostanza questa che trasformò il paesino nella scenografia ideale per innumerevoli “reportages” televisivi e, nell’opinione pubblica, nell’emblema di una catastrofe sismica di inaudita gravità.
E fu proprio l’enfasi mediatica – che mitizzò uno straordinario impegno del Paese di fronte ad uno dei tanti terremoti che, periodicamente lo colpiscono e una protezione civile nazionale idolatrata dai media – a dare la stura ad una serie di interventi surreali come l’interruzione (protrattasi per quasi un anno!) della fornitura di acqua luce e gas nel centro dell’Aquila per impedire che i tanti che lì vivevano (e che avrebbero potuto facilmente riparare i pochi danni subiti dalla loro abitazione) potessero rientrare nelle loro case invece di alloggiare in accampamenti o negli alberghi della costa adriatica. A peggiorare la situazione, l’iniziale pretesa del Governo di passare direttamente dalle tende a nuove abitazioni in cemento armato (C.A.S.E. Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) o, addirittura, ad un “L’Aquila 2” (ossia una nuova, compatta, cittadina antisismica) saltando la fase dei prefabbricati. Ciò dilatò in modo abnorme la fase del Soccorso che, invece, dovrebbe durare il meno possibile.
Questa fase, nella quale il territorio viene alimentato esclusivamente da risorse provenienti dall’esterno, infatti, rischia di far cristallizzare una grave situazione dove, oltre alla scomparsa dei negozi e del tessuto economico interno, fa crescere a dismisura il potere di chi gestisce i soccorsi e passivizza la popolazione (che, in Abruzzo, si limitò per un lungo periodo, a rivendicare benefici economici, come l’esenzione dalle tasse, o lo snellimento delle procedure burocratiche).70. Tra i pochi ad opporsi a questa situazione il movimento “Popolo delle carriole” e, per quello che mi riguarda, alcuni nuclei familiari ospitati nella tendopoli che gestivo i quali avanzarono una proposta: spostare le tende nei pressi delle loro abitazioni per permettere a questi di dormire lì la notte (dove, altrimenti la paura di una nuova scossa non li avrebbe fatto dormire) e di riprendere il lavoro nei campi ubicati lì vicino senza doversi sobbarcare ogni giorno in un lungo tragitto.
Proposta assolutamente ragionevole che, infatti, smistai alla Protezione civile e alle autorità locali avendone un netto rifiuto. Sul perché, in molti casi, le strutture preposte al soccorso preferiscano sposare soluzioni – spesso, la militarizzazione del territorio – consone più ai loro interessi che a quello delle popolazioni ci soffermeremo.
