CROWD CONTROL

Tornando a parlare di panico, il paradosso è che molte delle teorie per spiegare quelli che furono a New York fantomatici episodi si sono rivelate esatte alla luce dell’analisi di reali episodi di panico; ad esempio, quello che, il 24 Settembre 2015, coinvolse decine di migliaia di fedeli mussulmani a La Mecca e che comportò 769 morti (secondo il governo saudita) o 2411 (secondo Associated Press). La più importante di queste teorie vuole che “Nello scatenarsi del panico ha molto peso la convinzione o il timore di un possibile intrappolamento. Nel racconto di chi ha partecipato ad un caso di panico questa considerazione viene ripetuta moltissime volte. Non è vero che gli individui colpiti da panico credono o avvertono di essere definitivamente intrappolati. In questi casi, infatti, non si produce panico. Questi si manifesta, invece, solo quando, nel pericolo si avverte l’imminente chiusura di una possibile via di uscita”. 
Questa faccenda della possibile linea di fuga come elemento per lo scatenamento del panico si pose drammaticamente nel 1986 in Italia, durante l’emergenza Chernobyl, quando, giustamente secondo chi scrive, venne celato che la Sardegna registrava, tra tutte le regioni italiane, un insignificante tasso di radioattività. Questo impedì non solo un probabile e pericoloso assalto ai traghetti diretti verso l’isola ma che innumerevoli yacht privati salpassero di corsa, con il conseguente rischio di naufragi.

Un altro elemento che deve aversi per lo scatenamento del panico è il cosiddetto fattore di precipitazione e cioè un evento improvviso e, soprattutto, inaspettato che prefigura il pericolo. Si pone, quindi, l’esigenza di precedere il verificarsi di questo attraverso un annuncio e comportamenti rassicuranti. Non a caso i piloti degli aerei di linea annunciano l’arrivo di turbolenze e quindi di scuotimenti del velivolo che saranno poi scanditi da tranquillizzanti sorrisi delle hostess e degli steward.

La disciplina che studia i comunicati da diffondere durante un allarme rientra in un campo del Disaster management denominato Crowd control (e cioè “controllo della folla”) che veniva attentamente studiata e insegnata in una accademia della F.E.M.A (Federal Emergency Management Agency) dove, ricordo con nostalgia, troneggiava, all’ingresso, un ironico cartello con su scritto: “Se tu riesci a mantenere la calma mentre tutti sono in preda al panico, vuol dire che non ti è chiara la gravità della situazione”.

Ma torniamo ai comunicati di emergenza. Uno davvero efficace era già stato utilizzato a Detroit nel 1979 quando si seppe che un ordigno, con innesco a tempo, era stato depositato nello stadio cittadino gremito di 70.000 persone. Il problema che si poneva era come evacuare lo stadio in un tempo sufficientemente rapido senza che l’improvvisa sospensione della partita in corso con il con-seguente ordine di evacuazione provocasse la ressa alle uscite e quindi il panico con conseguenti morti e feriti. Freneticamente vennero contattati telefonicamente alcuni psicologi e criminologi convenzionati con la Civil defence e, nel giro di qualche minuto, gli altoparlanti trasmisero un comunicato apparentemente bizzarro: un incendio stava distruggendo le vetture parcheggiate nel grande piazzale antistante lo stadio, tutti gli automobilisti dovevano recarsi presso le proprie vetture per allontanarle dal luogo dell’incendio, la partita sarebbe ripresa dopo qualche tempo. Subito dopo la diramazione del comunicato, lo stadio cominciò (velocemente, ma ordinatamente) a svuotarsi, il diradamento della folla permise di identificare pacchi sospetti e l’ordigno venne localizzato e disinnescato. La gente seppe della cosa solo qualche giorno dopo.

L’episodio di Detroit ebbe un certo risalto dopo la strage nello stadio Heysel di Bruxelles (29 maggio 1985: 39 morti, 600 feriti) quando fu fatto notare che – considerata la la carenza delle forze preposte alla tutela dell’ordine pubblico e l’inesistenza di solide barriere – per tentare di calmare gli hooligans del Liverpool qualcosa poteva essere fatta utilizzando gli altoparlanti che, invece di inutili appelli a “mantenere la calma”, avrebbero potuto diramare un fac simile di comunicato di emergenza. Come quello, già a disposizione delle autorità belghe, redatto dallo psicologo Georg Sieber, (consulente per le olimpiadi di Monaco) che consigliava, in casi come questi di annunciare la morte di una bambina schiacciata dalla folla.

Gli schemi dei comunicati di emergenza, ovviamente, variano secondo molti fattori (il tipo di emergenza, il tessuto culturale nel quale si andranno ad impattare, il rapporto di fiducia più o meno esistente tra autorità e popolazione…) ma dovrebbero seguire tutti una fondamentale direttiva: la vulnerabilità di chi eroga il comunicato deve essere, il più possibile, la stessa della popolazione alla quale il comunicato è diretto. Soffermiamoci a tal riguardo su due comunicati di emergenza redatti nel nostro paese. Il primo, (non disprezzabile, anche perché chi scrive aveva collaborato, molti anni fa, alla sua stesura) per fronteggiare un risveglio del Vesuvio; il secondo, per incidente alla (mai realizzata) centrale elettronucleare di Caorso talmente sgangherato da essere frettolosamente ritirato dopo che se ne seppe, dai giornali, l’esistenza.

Sulla attuale, sgangherata, pianificazione dell’emergenza Vesuvio rimando alla sezione Piano Vesuvio e dintorni di questo sito. Qui solo poche parole. Le popolazioni dell’area vesuviana oggi – a differenza di quanto avveniva in passato – vedono nel risveglio del Vesuvio un evento foriero di sicura e improvvisa distruzione e morte; un inevitabile disastro dal quale allontanarsi il più rapidamente possibile. Per minimizzare gli effetti di questa percezione (che produrrebbe panico e gravi incidenti anche all’apparire di fenomeni “normali” per un’area vulcanica come un’improvvisa fumarola, un terremoto, un boato sotterraneo) fu redatto uno studio che suggeriva di comunicare la ripresa dell’attività vulcanica non già come prima notizia del telegiornale e, meno che mai, con una edizione straordinaria di questo. Al comunicato doveva seguire un servizio (già registrato) consistente in una pacata discussione da tenersi nei locali dell’Osservatorio vesuviano (posto, come è noto, sulla sommità del cono vulcanico) che doveva sottolineare come l’eruzione fosse stata una costante del Vesuvio dal 1631 al 1944 senza che ciò avesse mai provocato la fuga in massa dall’area.

Bisognava sottolineare, anzi, come, in passato, le eruzioni fossero state un elemento di richiamo per turisti e letterati, da Goethe a Byron… Questo il comunicato che annunciava il servizio: «Il Golfo di Napoli tornerà probabilmente ad essere incorniciato dal caratteristico pennacchio. Questo è il parere di scienziati e ricercatori del settore. La ripresa di una fumarola sulla sommità del Vesuvio tornerà, forse, ad attirare quei turisti e quei viaggiatori che, soprattutto nell’Ottocento, hanno fatto la fortuna del turismo napoletano. L’Osservatorio vesuviano fa presente che attualmente non esiste alcun problema per la popolazione residente sulle pendici del Vesuvio. Si invitano, comunque, turisti e curiosi a non recarsi sulla sommità del cratere per non congestionare la zona. Intanto ci colleghiamo con la sede dell’Osservatorio vesuviano, posta sulla sommità del cratere, dove si trovano […]. A Voi la linea».

Di tutt’altro tenore i comunicati che avrebbero dovuto annunciare il verificarsi di un incidente (e, quindi, il da farsi) alla popolazione adiacente la centrale elettronucleare di Caorso. Erano affidati a volantini di tre diversi colori (a seconda della gravità dell’emergenza) che dovevano essere distribuiti da personale protetto da tuta antiradiazioni fin nei più sperduti casolari delle campagne adiacenti la centrale. Fu fatto notare a tal riguardo che la reazione di una famiglia, magari svegliata in piena notte, da un vigile del fuoco o da un tecnico della centrale, avvolto in una spettrale tuta bianca e celato da una maschera antigas, che consegna un fogliettino che comincia con la fatidica frase “State calmi: non è accaduto nulla di grave” non sarebbe certamente stata quella auspicata dai piani di emergenza. Verosimilmente, la disperazione più nera si sarebbe impadronita della famigliola che avrebbe finito per assalire l’addetto al piano di emergenza per impadronirsi della tuta e della maschera antigas.

Ma le tecniche di Crowd control non si limitano certo a quelle finalizzate a scongiurare l’insorgere del panico. Nelle scienze militari, ad esempio, provocare l’insorgere del panico nelle truppe del nemico è uno strumento fondamentale per vincere la battaglia. Una tecnica antichissima: già nel 218 avanti Cristo il generale cartaginese Annibale si portò dietro 37 elefanti per terrorizzare le legioni romane e ancora prima lo “slogan” (dal gaelico sluaghghairm “grido di guerra”) unito al ritmare di bastoni sugli scudi serviva a tale scopo. In epoca napoleonica le tecniche di Crowd control cominciano ad affinarsi ad esempio indicando agli ufficiali (per evitare il suddetto fattore di precipitazione) di annunciare ai soldati l’imminenza di un attacco nemico, forgiando le proprie truppe con una propaganda finalizzata a presentare il nemico come un codardo o fucilando i soldati (e i commilitoni di questi) che rifiutano di combattere

Nell’agosto 1914, nasce in Gran Bretagna una struttura diretta Charles Masterman finalizzata principalmente a fiaccare il morale delle truppe nemiche. Considerato che la principale vulnerabilità dell’Impero austroungarico era data dal suo essere un mosaico di differenti popolazioni (che, tra l’altro, già prima dello scoppio della guerra stava conoscendo numerose crepe) la propaganda britannica, veicolata da milioni di volantini che lanciati da aerei sulle trincee nemiche, denunciava supposti favoritismi a soldati di etnia austriaca. In più si arrivò a far pervenire ai soldati al fronte falsi giornali, apparentemente prodotti a Vienna, che addebitavano sconfitte militari a battaglioni composti da soldati croati e sloveni. Il tutto mentre venivano lanciati sulle trincee tedesche e austroungariche false cartoline di prigionieri di guerra che dettagliavano le condizioni confortevoli con le quali venivano trattati.

La struttura creata da Charles Masterman – considerata l’antesignana della Psychological warfare (o guerra psicologica) – diede il via ad una serie di studi su come orientare il comportamento della popolazione in situazioni di stress; disciplina oggi denominata Crisis Management, nata sostanzialmente nel settembre 1982, quando, nell’area di Chicago, sette persone persero la vita dopo aver assunto compresse di Tylenol (un analgesico della McNeil- Johnson & Johnson) avvelenate con cianuro da criminali per estorcere denaro. Il comportamento della Johnson & Johnson e la sua franca strategia di comunicazione inaugurò un nuovo modello comunicativo nella gestione di specifiche crisi che ha fatto scuola.  Altri studi che hanno fatto scuola su come orientare il comportamento di popolazioni sotto stress sono stati quelli acquisiti nell’ambito del progetto MK ultra sul quale ci soffermeremo.