COVID: IL MODELLO ITALIANO

Sul perché il nostro Paese abbia fatto da battistrada ad uno sciagurato modello di gestione dell’emergenza Covid impostosi poi a quasi tutto il mondo occidentale sono state fatte numerose congetture, soprattutto dopo l’arrivo, il 12 marzo 2020, di una delegazione del governo cinese (la prima nel mondo, nonostante casi e morti di Covid si fossero già verificatisi in numerosi altri paesi) che, ovviamente, si congratulava con le autorità italiane per il lockdown che avevano imposto il 9 marzo. Circostanza che scatenava le critiche di chi vedeva l’Italia già suddita di Pechino avendo stipulato – unico tra i paesi europei – nel marzo 2019, il Trattato commerciale Belt & Road Initiative (o “Via della Seta”).

Di certo, ai primi, del 2020 l’Italia presentava vistosi elementi di vulnerabilità sociale utili per imporre quella che poi è stata la gestione dell’emergenza Covid. Intanto un traballante governo composto da due forze contrapposte e tenute insieme da un Presidente del consiglio ansioso di presentarsi come “uomo solo al comando” (e quindi alla mercede di qualche suo spin-doctor); poi l’esigenza di un governo di liberarsi da una opposizione di centro-destra che dominava la stragrande maggioranza delle Regioni.

Verosimilmente, quest’ultima necessità è stata all’origine dell’altrimenti inspiegabile impianto normativo che ha supportato la gestione dell’emergenza Covid in Italia, basato, prevalentemente, non già sul Testo Unico delle Leggi Sanitarie (ex regio decreto 1265/1934) tutt’ora in vigore e che dà allo Stato pieni poteri in caso di epidemia, bensì sul confuso Codice della Protezione civile (D.L. n.1/2018) che estende questi poteri alle Regioni. Questa “responsabilizzazione” delle Regioni in una emergenza nella quale il Governo deteneva, comunque, il monopolio dell’informazione, e (tramite il suo Comitato Tecnico Scientifico) della “Scienza”, lasciando ai governatori delle regioni il compito di barcamenarsi tra i politici che avevano reso possibile la loro nomina e una popolazione in preda alla paura ha finito per spappolare partiti come la Lega o Forza Italia. Tra l’altro, va detto che l’utilizzo del Codice della Protezione civile nella gestione dell’emergenza Covid avrebbe dovuto rendere inapplicabile il DPCM dell’8 marzo 2020 che istituiva il lockdown (e tanti altri, come, ad esempio, quelli che impedivano al “contagiato Covid” di lasciare la sua abitazione) e forse, anche per questo, il rispetto di queste disposizioni è stato affidato non a norme che contemplavano una precisa pena (dichiarate illegittime in non poche sentenze), ma ad una paura dettata da una terroristica informazione92. Ma inoltriamoci nella cronistoria dell’emergenza Covid in Italia.93

Nei primi mesi del 2020, il governo italiano (forse affidandosi alle dichiarazioni di un, ancora oggi, autorevole virologo, che assicurava essere zero il rischio Covid per il nostro Paese), non predisponeva praticamente nulla per affrontare una epidemia, neanche la fornitura di dispositivi di bio-protezione a medici e infermieri. Ancora peggio, patrocinava iniziative come #milanononsiferma (che invitava i cittadini a godersi la vita affollando bar, strade e negozi) o inneggiava al presidente della Repubblica che andava a salutare scolari appena tornati dalle vacanze in Cina, che, senza nessun controllo, rientravano in classe. Il tutto condito da irresponsabili dichiarazioni sulla efficienza del nostro Sistema sanitario che avrebbe certamente retto ad un eventuale impatto del virus e, cosa altrettanto grave, rassicurando che tutto era stato predisposto per affrontare quella che, comunque, veniva considerata una improbabile emergenza sanitaria.  Nulla veniva detto sui tagli che avevano ridotto al lumicino la Sanità in Italia e che – anche per lo scioglimento del Centro nazionale di epidemiologia e sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità– non esisteva nessun reale Piano per affrontare una epidemia.

Alla fine di febbraio, i primi tamponi positivi e i primi “morti per Covid” facevano crollare come un castello di carte l’ottimismo generale. E con notizie sempre più allarmanti che cominciavano a diffondere i media, il governo si rese conto che, invece di continuare a rassicurare, doveva fare “qualcosa”. Si passò, quindi, alla istituzione di “zone rosse” dove, accertata la presenza di “positivi” tutti venivano chiusi a casa; zone rosse che divennero oggetto di mercanteggiamento tra Governo, regioni e Confindustria che non si mettevano d’accordo su quale fosse la percentuale di “positivi” oltre la quale doveva scattare la quarantena. “Zone rosse” che istituzionalizzarono la credenza che l’unica soluzione all’emergenza Covid doveva essere l’isolamento forzato del contagiato, pur asintomatico; e questo nonostante i contagiati dal virus Sars-Cov-2 in Italia erano – come documentato da numerosi ricerche – già decine di milioni.

Ben altro veniva fatto in altri paesi. In Germania, ad esempio, Angela Merkel, il 7 marzo 2020, annunciava che il virus Sars-Cov-2 avrebbe contagiato in poche settimane il 70 per cento della popolazione tedesca. E, attivando le misure previste dal Piano di emergenza (l’uso della mascherina e la sospensione di affollati eventi, per rallentare l’avanzata del contagio e ridurre così l’altezza di un picco epidemico che, altrimenti, avrebbe potuto far collassare le strutture ospedaliere), rassicurava, giustamente, i suoi concittadini spiegando che il Sars-Cov-2 era generalmente asintomatico e pericoloso sostanzialmente per gli anziani. Stessa cosa succedeva in Israele dove, il 20 marzo 2020, Naftali Bennett, ministro preposto alle emergenze, proponeva la sola protezione degli anziani lasciando contemporaneamente circolare il virus per ottenere così, in breve tempo, una immunità di gregge.94 o in Gran Bretagna. Più in generale, le misure del governo italiano, che, scimmiottavano quelle prese in Cina, furono, nel marzo 2020, oggetto, addirittura, di derisione da parte di molti governi e dei loro giornali. Cambiarono idea quando si accorsero che il “modello italiano” e la conseguente dilagante ipocondria riusciva a irregimentare la gente e sbaragliare le opposizioni. Ma su questo ci torneremo.

Il 9 marzo 2020, per un virus già conosciuto per il suo elevato tasso di contagiosità, il suo essere asintomatico nel 90-95% dei casi ed essere pericoloso quasi esclusivamente per gli anziani, il presidente del Consiglio – contro il parere del Comitato tecnico scientifico, nella insensata pretesa di bloccare il contagio – imponeva, per 69 giorni, a tutti gli italiani di chiudersi in casa. E per convincerli ad accettare il lockdown, il Governo ricorreva – oltre ad una terroristica informazione – ad un fraudolento espediente: considerare contagiati SOLO coloro che risultavano positivi ai pochi tamponi disseminati qua e là dalle Regioni e considerare come “morti per Covid” TUTTI coloro che, prima o dopo la morte (spesso avvenuta per gravi patologie pregresse), risultavano positivi al tampone. Presentare, per un virus – lo ripetiamo, molto contagioso, ma asintomatico nel 90-95% dei contagiati – un tasso di letalità (morti su contagiati) elevatissimo (12%) faceva, quindi, collassare il sistema sanitario impedendo (anche grazie ad una Circolare del ministero della Salute che prevedeva consulti via telefono) visite mediche al domicilio di persone, positive al tampone, che mostravano qualche sintomo sospetto; persone le quali, quando i sintomi si aggravavano, venivano spedite in ospedali, dove “normalmente” si registrano ogni anno decine di migliaia di morti per infezioni ospedaliere e dove venivano “curate” con terapie sbagliate quali l’intubazione (anche per una insensata circolare del ministero della Salute che, sconsigliando le autopsie, impediva di scoprire che il Covid uccideva per la creazione di trombi).

La “prima fase dell’epidemia”, quindi, faceva registrare ufficialmente “35.000 morti per Covid”. E chiunque metteva in discussione questa cifra o, più in generale, la gestione dell’emergenza già veniva additato come “negazionista” o “nemico della Scienza”. Nessun articolo dei media mainstream, comunque, riusciva a spiegarsi il perché della concentrazione di gran parte di questi morti in Lombardia; anche perché nessuno faceva notare che la Regione Lombardia, a differenza di tante altre, effettuava tamponi anche agli asintomatici i quali, scovati come “positivi” finivano per essere confinati nelle RSA o negli ospedali trasformandoli così in “focolai di Covid”.

Ma accenniamo al ruolo della “scienza” nell’emergenza Covid in Italia. Solitamente durante emergenze quali le epidemie il rapporto tra scienza e direzione politica dell’emergenza è conflittuale in quanto il politico deve tener conto anche del consenso che potrebbe perdere applicando le indicazioni provenienti da una scienza sulla quale egli non ha, formalmente, nessun controllo. Per tale motivo, in passato le epidemie venivano affrontate nominando un direttore dell’emergenza (oggi si direbbe un “disaster manager”) avente pieni poteri. Uno degli esempi più famosi è certamente il medico Gian Filippo Ingrassia che, nel 1576, salvò Palermo dalla peste. In Europa, forse l’unica nazione che ha seguito questa strada (a parere di chi scrive con ottimi risultati) è stata la Svezia, nominando l’epidemiologo Anders Tegnell Direttore unico dell’emergenza.

Cosa ben diversa in Italia dove il Governo ha preferito ricorrere ad una ad una masnada di “esperti” – 24 quelli intruppati nel Comitato tecnico scientifico e tanti altri in innumerevoli comitati scientifici; circa 70 i consulenti Covid di ministri e governatori regionali ai quali bisogna aggiungere quelli delle 19 “task force” coordinate da Vittorio Colao, consulente Covid per il Governo –  solo per creare una deresponsabilizzante situazione per permettere al potere politico di fare quello che voleva.

Gli esempi di questo asservimento della “scienza” al potere politico sono innumerevoli. Uno, davvero penoso, fu il caso di un “esperto” che, intervistato agli albori dell’emergenza, sul perché il tasso di letalità del virus in Italia risultasse 28 volte superiore a quello che si registrava in Germania rispondeva che questo dipendeva dalla “particolare resistenza dei tedeschi” e dalla “estrema solitudine nella quale vivono gli anziani in Germania”. “Teoria”, il giorno dopo sbandierata da legioni di servili giornalisti. Intanto ferveva il “dibattito” sulla utilità delle mascherine Nel marzo 2020, sarebbe stato, certamente, utile indossarle anche all’aperto (considerando che, schermando parte delle goccioline di Flugge che veicolano il virus avrebbero potuto rallentare l’avanzata del contagio e quindi ridurre il picco epidemico verificatosi il 13 marzo) ma – visto che, grazie all’inazione del Governo, le mascherine non erano disponibili – per gli “esperti” erano inutili (al pari di “mascherine artigianali” che quasi chiunque avrebbe potuto realizzare). Diventeranno obbligatorie anche all’aperto nell’autunno 2020 quando, diventato endemico il virus Sars-Cov-2, le mascherine (finalmente disponibili per tutti) erano assolutamente inutili.

Un altro esempio è dato dallo studio del 13 marzo 2021 “Indicazioni ad interim sulle misure di prevenzione e controllo delle infezioni da SARS-CoV-2 in tema di varianti e vaccinazione anti-COVID-19”, firmato dal “Gruppo di Lavoro ISS Prevenzione e Controllo delle Infezioni” (composto da ben 26 esperti) che, tra l’altro, proponeva surrettiziamente, per arginare la diffusione del virus, la distanza di due metri a tavola. Leggiamo un brano di questo studio: “Non vi sono evidenze scientifiche che dimostrino la necessità di un incremento della distanza di sicurezza a seguito della comparsa delle nuove varianti virali; tuttavia, si ritiene che un metro rimanga la distanza minima da adottare e che sarebbe opportuno aumentare il distanziamento fisico fino a due metri”. Ma se non ci sono evidenze scientifiche, perché mai “sarebbe opportuno aumentare il distanziamento fisico fino a due metri”? A chi servirà mai questo studio? Sicuramente ai governatori regionali i quali, per “venire incontro” alle implorazioni dei ristoratori, certamente ridurranno i due metri di qualche centimetro. Grazie a questo sistema, l’emergenza Covid è servita a trasformare i diritti dei cittadini in pietose concessioni dei governatori regionali, i quali hanno così acquisito una popolarità talmente elevata che ha permesso ad essi di entrare in rotta di collisione con i rispettivi partiti, quasi sempre di Centro-Destra.

Con questo, pressoché totale, asservimento della “scienza” e dei media al governo e la demonizzazione di chiunque proponeva una diversa gestione dell’emergenza (e, pertanto, accusato di propagare “fake news”), si è riusciti ad inculcare all’opinione pubblica la percezione di un virus estremamente letale per difendersi dal quale – essendo ufficialmente negata l’esistenza di efficaci cure – l’unica soluzione era affidarsi ciecamente alle misure di distanziamento e di isolamento del “contagiato” regolate da tamponi.

Nella primavera 2020, con la fine dell’epidemia cominciata a febbraio, si pose per il Governo l’esigenza di procrastinare l’emergenza, sia per attestare lo stato di necessità che avrebbe dovuto giustificare i finanziamenti del Recovery Fund, sia per mantenere un generale – e assolutamente inedito – asservimento piscologico e, quindi, politico. A garantire questa manovra, una circolare del ministero della Salute che permetteva di identificare la positività al virus basandosi, non più su tre, ma su un singolo gene target di SARS-CoV-2; questo, unito alla indeterminatezza dei cicli di replicazione ai quali dovevano essere sottoposti i tamponi, permetteva di scovare di identificare come “positivi” innumerevoli persone non infettate dal virus. Nasce così la “Fase Due”, che vede la disseminazione di un numero elevatissimo di tamponi e, soprattutto, il comando dell’emergenza passare nelle mani dei governatori delle Regioni.

Esemplare è quello che si è verificato in Campania dove i tamponi disseminati durante la Fase Uno erano stati pochissimi, alimentando la credenza di una Campania miracolosamente risparmiata dall’epidemia. Da maggio in poi, invece, il numero dei tamponi disseminati (dei quali non veniva reso noto a quanti cicli di amplificazione erano stati sottoposti e, quindi, la loro fallacia a falsi positivi o falsi negativi) aumentò a dismisura risultando quasi tutti negativi. Questo dipendeva, verosimilmente, dalla circostanza che le persone erano già “guarite” (da una infezione asintomatica nel 95% dei casi) e, quindi, dalla impossibilità per tamponi a basso numero di cicli di amplificazione di identificare tracce di quello che rimaneva del virus nella cavità naso-faringea. Furono, invece presentati come la “prova” che il governatore (in una regione che registra nell’area napoletana una densità di popolazione tra le più alte d’Europa) era riuscito miracolosamente a “salvare” la Campania da un contagio che aveva colpito il resto d’Italia. Non a caso, si scatenò proprio in Campania una forsennata caccia ai “focolai di Covid” (come quelli di Mondragone, Portici, Valle dell’Irno, Atripalda…) nei quali l’imposizione di una ferrea quarantena fu salutata entusiasticamente da una popolazione che si riteneva scampata al virus; entusiasmo tradottosi nella trionfale rielezione del governatore della Campania.

Nella primavera 2020, la diffusione dell’infezione aveva conosciuto una stabilizzazione diventando il virus Sars-Cov-2 endemico nella popolazione. Questo avrebbe potuto essere attestato da una indagine finalizzata ad accertare l’immunità che, come è noto, si articola in immunità umorale (che ha una breve durata ed è   mediata da linfociti B e anticorpi) e una più persistente immunità cellulare (mediata da linfociti T e interazioni cellula-cellula). Mentre l’analisi della seconda è rilevabile con procedure costose e complesse, la seconda, già, nella primavera 2020, veniva effettuata, quasi dovunque, con economici tamponi sierologici. Ad esempio, a Solto Collina, un paese di 1800 abitanti nel Bergamasco dove l’amministrazione comunale aveva pensato bene di convenzionarsi con un laboratorio privato per fare effettuare test sierologici e verificare quanti abitanti avessero sviluppato anticorpi al virus Sars-COV-2. Si raccolsero così 124 campioni di sangue che attestavano, in molti, la presenza di anticorpi subito salutati – giustamente – dalla popolazione come prova della guarigione. Festa rovinata dalla imposizione a tutti coloro che, avendo fatto i test sierologici, risultavano “guariti” e a tutti i loro familiari di mettersi in quarantena fino a quando non sarebbe stato effettuato il tampone che dovrà risultare negativo. E cioè dopo almeno un mese. Ancora peggio per la strombazzata Indagine sierologica nazionale, che sarebbe dovuta partire il 25 maggio 2020 coinvolgendo 150.000 persone ridottesi a poche decine di migliaia quando si venne a sapere che i soggetti risultati “guariti” avrebbero anch’essi subito la stessa sorte degli abitanti di Solto Collina. Ma la cosa più incredibile di questa Indagine fu che non prevedeva un periodico screening alla stessa persona. Risultava, quindi, impossibile intercettare gli stati di immunità (che possono durare qualche settimana) conseguenti alle periodiche “infezioni” determinate da un virus ormai presente dovunque.  Nulla da meravigliarsi, dunque se questa surreale “Indagine sierologica nazionale” attestò che solo il 2,5% degli italiani era entrato a contatto con il virus. Certamente, ben altre percentuali ci sarebbero state se il Servizio sanitario nazionale si fosse degnato di chiedere ai laboratori diagnostici privati (ai quali, si rivolgevano a pagamento milioni di Italiani) il numero di persone trovate con anticorpi.

Con l’estate 2020 (caratterizzata da grottesche “misure profilattiche” come la distanza di ben quattro metri tra gli ombrelloni aperti su arroventate spiagge, pannelli di plexiglas messi dovunque…) aumentarono a dismisura il numero dei tamponi effettuati scovando sempre nuovi “positivi” con i quali continuare a terrorizzare la popolazione. A ottobre “nuova ondata” dell’epidemia alimentata dai tanti positivi morti per influenza e per patologie che il collasso della medicina territoriale e delle strutture ospedaliere aveva impedito di curare. Servirà a convincere gli italiani ad accettare i vaccini.

Se l’emergenza Covid si è trasformata in un’ecatombe è perché questa è stata presentata non come una endemia da affrontare proteggendo le categorie a rischio e sviluppando cure che, in altri paesi si erano rivelati efficaci, ma con come un breve periodo da affrontare stringendo i denti in attesa del messianico arrivo di un vaccino. In realtà nulla lasciava presagire che un vaccino anti-Covid, avrebbe funzionato, soprattutto per l’estrema variabilità del virus Sars-Cov-2. E, ancora nell’ottobre 2020, autorevoli ricercatori lo davano disponibile non prima della fine del 2021 fin quando, nel novembre 2020 la Pfizer e poi Astrazeneca annunciarono la realizzazione di un vaccino “efficace al 95%” che, comunque, prometteva solo una mitigazione dei sintomi del Covid, non garantendo né una stabile immunità al vaccinato né impedendo a questi di trasmette l’infezione; il tutto senza nulla potere dire su effetti negativi a lungo termine o su danni genetici che avrebbe potuto determinare sui nascituri dei vaccinati.

Sarebbe stato logico, quindi, che un tale vaccino fosse destinato solo agli anziani e agli immunodepressi per i quali il Covid costituisce una significativa minaccia. Così non è stato e ben presto la vaccinazione anti-Covid – nell’illusione che potesse garantire una immunità di gregge e, quindi, la scomparsa del virus – già diventata obbligatoria nel marzo 2021 per le categorie sanitarie, è stata surrettiziamente imposta a tutti attraverso il cosiddetto green pass. Questo strumento che permette ai vaccinati e a coloro che si sottopongono a tampone una provvisoria (dodici mesi per i vaccinati, alcuni giorni per i negativi a tampone) “libertà” di potere accedere a tutta una serie di luoghi tra cui il posto di lavoro. Da un punto di vista sanitario il green pass è una assurdità considerando che nella stragrande maggioranza dei casi il vaccino non impedisce al vaccinato di contagiare. In linea puramente teorica, quindi, il green pass da tampone risulterebbe più “sicuro” in quanto, almeno, esclude la presenza del virus dalle mucose; in realtà essendo diventata l’ultima trincea per coloro che non vogliono perdere il lavoro e la dignità firmando un “consenso informato” all’inoculazione di un vaccino del quale non si sa praticamente nulla è diventato uno stigma dei “no vax” additati sui media come la causa del proseguimento del contagio. Anche per questo, nel novembre del 2021, il green pass da tampone è stato abolito per alcune categorie di lavoratori.

A questo punto, sorge una domanda: avrebbe potuto esserci, in Italia, una diversa gestione dell’emergenza Covid? Certamente sì: e le voci di chi evidenziava le incongruenze di questa provenivano anche dall’establishment scientifico. Basti a quella di Massimo Galli, direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano e già membro del Comitato Tecnico Scientifico: «Sono fuori di me, perché vaccinare chi è guarito dal Covid? (…) Cominciamo ad avere delle reazioni avverse. Dove? Non tra vaccinati che non hanno mai visto prima il virus, ma in quelli che il virus lo hanno già visto; come, in fondo ci si poteva anche aspettare. (…) Se non ci poniamo il problema di capire chi si sta vaccinando, se è già stato infettato oppure no, facciamo disastri.»95; oppure alle dichiarazioni dell’Epidemiologo Donato Greco, poi diventato membro del Comitato tecnico scientifico: «La previsione di un vaccino miracoloso, che risolve il problema COvid-19 è irrealistica e dannosa; abbiamo da vent’anni degli ottimi vaccini contro l’influenza stagionale efficaci fino al 90% contro l’influenza confermata, ne facciamo uso di massa, ma non modifichiamo di una virgola l’andamento stagionale delle epidemie influenzali» oppure quelle sulla inaffidabilità dei tamponi  espresse dal virologo Giorgio Palù, poi diventato presidente dell’AIFA…

Oltre a queste considerazioni, c’erano esperienze che avrebbero potuto suggerire una ben altra gestione dell’emergenza. Ad esempio, le cure che, in Italia, si sono ridotte all’applicazione dell’inutile protocollo governativo “Tachipirina e vigile attesa”. Eppure quelle somministrate da non pochi medici che già nel marzo 2020, disattendendo le disposizioni del Governo, si recavano a casa dei loro pazienti strappandoli alla morte o da un altrettanto nefasto ricovero ospedaliero avrebbero dovuto far riflettere. E, ancora di più la situazione di paesi che sono ricorsi subito ad efficaci farmaci. Ad esempio, il Giappone (a luglio 2021, solo il 30% della popolazione vaccinata, 126 milioni di abitanti, una densità e una anzianità di popolazione tra le più alte del mondo), dove, già agli inizi dell’emergenza, l’utilizzo dell’antivirale Avigan, i morti per Covid (per lo più over 85) ha fatto sì che i morti complessivi per Covid siano stati finora 18.000 (contro i 133.000 dell’Italia.

Nonostante ciò in Italia e in molti altri paesi europei le cure per il Covid sono state ufficialmente negate perché solo così, ai sensi del Regolamento CE 507/2006 (art.4), è stato possibile autorizzare la somministrazione di un vaccino sperimentale.98 Non a caso in quanto, come già detto, tutta l’emergenza Covid è stata vista non come una endemia da affrontare proteggendo con cure le categorie a rischio, ma con come un breve periodo da affrontare stringendo i denti in attesa del messianico arrivo di un vaccino che garantisse una “immunità di gregge”.  Ma perché persiste questa scelta nonostante un anno di vaccinazioni abbia dimostrato che una immunità di gregge non può essere ottenuta con questi vaccini e questo virus? Sostanzialmente perché questo legittimerà l’esigenza di perpetuare per decenni uno stato di emergenza nel quale i diritti diventano mere concessioni dei governanti i quali potranno sospenderle, a loro piacimento, in nome di un imperscrutabile “aggravamento dell’emergenza” da essi attestato, ad esempio, con l’annuncio di famigerate varianti del virus, magari certificate con tamponi già rivelatisi assolutamente inaffidabili.