Ancora oggi, in Italia, il termine “Disaster management” viene comunemente inteso come mera “Protezione civile” e cioè quel complesso di forze (esercito, strutture pubbliche, volontari…) destinato a soccorrere le popolazioni in caso di emergenza attuando uno o più piani di emergenza. In realtà, come meglio specificato nella sezione “Protezione civile” di questo sito, il Disaster Management inteso come disciplina per intervenire in situazioni di stress collettivo, è caratterizzato da una intrinseca ambiguità e risulta arduo ricostruire la sua origine ed evoluzione; sia perché molti studi e documentazioni su di esso risultano ancora secretati, sia perché sono state molte le discipline (Sociologia, Antropologia, Psicologia, Ingegneria sociale, Urbanistica, Scienze militari..) che si sono occupati di esso. Qui limitiamoci a soffermarci su alcuni studi e gruppi di ricerca che, a parere di chi scrive, hanno più contribuito a modellare il particolare tipo di Disaster management contemplato in questo sito.
I più autorevoli testi sulla storia del Disaster Management fanno risalire la sua origine alle ricerche (effettuate, negli anni 1950-51, per conto del Pentagono) dell’urbanista Tracy B. Augur su cosa fare per minimizzare gli effetti di un attacco nucleare sovietico. Più o meno negli stessi anni nella Confederazione Elvetica, uno staff di urbanisti facenti capo all’Università di Friburgo cominciava ad approfondire tutta una serie di concetti che costituivano il cosiddetto «Piano Wahlen», che aveva garantito alla Svizzera l’inviolabilità e l’autosufficienza durante il secondo conflitto mondiale.
Si trattava, sostanzialmente di studi sulla vulnerabilità territoriale (disciplina prefigurata dalle considerazioni di Giovanni Botero) e cioè come preservare o distruggere quelle strutture (ponti, linee elettriche, ferrovie, acquedotti, stabilimenti, edifici pubblici…) che costituiscono le life-line (reti indispensabili per garantire la sopravvivenza di una società). Già nel 1943, comunque, altri studi sulla vulnerabilità (in questo caso psicologico-sociale) erano stati svolti in Gran Bretagna, all’interno di una Commissione presieduta da Frederick Lindemann, consulente scientifico di Winston Churchill, per permettere al generale sir Artur Harris, del Comando Bombardieri Strategici britannico, di meglio pianificare bombardamenti di inaudita ferocia sulle città tedesche.
Di certo, l’uso del terrore per scompaginare la psiche del nemico in guerra non era una novità ma quello che colpisce, dalla parziale lettura dei verbali (ancora in parte secretati) della commissione presieduta da Lindemann, è considerare come nemico non già i militari ma, prioritariamente la popolazione civile. Diventava, quindi, prioritario scompaginare la psiche di questa non solo attraverso efferati bombardamenti (come quelli del febbraio 1945 su Dresda, di scarsa valenza militare) ma anche con espedienti quali il far sorvolare le città tedesche, ormai prive di contraerea, da stormi di bombardieri che non sganciavano bombe, per inculcare nella popolazione un devastante senso di “gratitudine” verso il nemico.
Nel dopoguerra gli studi della Commissione Lindemann finalizzati ad orientare il comportamento di una popolazione sotto stress finirono per alimentarne altri intrapresi, soprattutto negli Stati Uniti, da commissioni che vedevano la presenza di psichiatri, militari, giornalisti. Scopo di questi studi (finora ne sono stati desecretati più di 300) suscitare paure e angosce nella popolazione dello stato canaglia di turno. Studi che alimentarono una disciplina denominata Psychological Warfare (Guerra psicologica).
Inevitabilmente, questa disciplina finì per fondersi con gli studi di Edward Louis Bernays, considerato il padre dell’”ingegneria sociale” e, cioè delle tecniche per utilizzare la psicologia del subconscio per manipolare la popolazione.
Ma prima di inoltrarci in questi studi e le loro applicazioni oggi, un rapido cenno sulle principali emozioni che si manifestano in caso di emergenza: la paura, l’angoscia e il panico.
