Che cosa avrebbero fatto gli americani se un giorno, invece della campanella, nelle scuole avesse suonato la sirena dell’attacco atomico? La risposta ufficiale era semplice: bambini sotto i banchi, adulti nei rifugi, funzionari ai loro posti. Quella dei ricercatori, invece, era molto meno scontata. Perché, mentre Washington preparava le esercitazioni antibomba, qualcuno aveva cominciato a chiedersi se il vero nemico fosse la bomba oppure il panico delle masse.
Dalla bomba sovietica a Project East River
Nel 1949 l’URSS fece esplodere il suo primo ordigno atomico. Due anni dopo la Difesa civile americana era impegnata su due fronti: proteggere le città e capire come si sarebbero comportati i loro abitanti. Project East River, promosso nel 1951 dalla Federal Civil Defense Administration con altre strutture federali e il Dipartimento della Difesa, produsse una vasta analisi della vulnerabilità nazionale. Il rapporto del 1952 influenzò le decisioni sui sistemi d’allarme e sulla difesa continentale.[1]Non creò da zero le esercitazioni antiaeree, ma contribuì a collocarle nella preparazione complessiva a una guerra nucleare.
La domanda meno appariscente era questa: dopo un bombardamento, i cittadini avrebbero continuato a seguire gli ordini? Le fabbriche avrebbero lavorato? Le comunità si sarebbero disgregate? Non erano interrogativi soltanto umanitari: la continuità produttiva e il mantenimento delle strutture pubbliche erano condizioni necessarie per proseguire il conflitto.
Quando i militari finanziavano gli studi sul panico
Fra il 1949 e il 1954 il National Opinion Research Center dell’Università di Chicago condusse ricerche finanziate dall’Army Chemical Corps. L’idea iniziale, oggi sorprendente per la sua rigidità, era che i disastri potessero produrre automaticamente stress estremo, crollo delle istituzioni e comportamenti antisociali. Per verificare questa ipotesi i ricercatori raggiunsero comunità colpite da calamità reali: tornado, esplosioni e altri eventi potevano funzionare come un imperfetto laboratorio della guerra.[2][3]
E qui arrivò l’imprevisto. Invece delle masse impazzite dei film, gli studiosi incontravano persone che aiutavano i vicini, soccorrevano sconosciuti, improvvisavano gruppi di lavoro. Il panico non era assente, ma era assai meno frequente di quanto raccontassero certe rappresentazioni ufficiali e giornalistiche. Nel 1954 Enrico L. Quarantelli individuò condizioni precise per il panico: sentirsi intrappolati, percepire impotenza collettiva e isolamento personale.[4]Charles E. Fritz avrebbe poi denunciato come «miti» molte idee convenzionali sul comportamento nei disastri.[5]
Duck and Cover: la guerra atomica sotto il banco
Nel frattempo, milioni di scolari conoscevano Bert, una tartaruga del film educativo «Duck and Cover». Al lampo atomico, Bert rientrava nel guscio; i bambini dovevano nascondersi sotto i banchi e proteggersi la testa. È facile ironizzare su quella scena. Sarebbe però sbagliato liquidarla come una misura totalmente priva di senso: a distanza dal punto d’impatto, ripararsi da vetri e frammenti poteva ridurre alcune ferite. Diverso era presentarla, implicitamente, come una risposta adeguata all’intera minaccia termonucleare.
C’era poi una funzione meno materiale. L’apocalisse diventava una sequenza di gesti da memorizzare, eseguire, ripetere. Per combattere la paura bisognava insegnare alla popolazione a comportarsi in modo prevedibile. E, come spesso accade nella storia del Disaster Management, protezione fisica, comunicazione del rischio e disciplina collettiva finivano per occupare lo stesso banco.
Operation Alert: una nazione si esercita alla catastrofe
Dal 1954, con «Operation Alert», la simulazione uscì dalle scuole. Decine di città dovevano fermarsi al suono delle sirene; le autorità provavano sistemi di comunicazione, evacuazione e continuità del governo. Il 15 giugno 1955 l’esercitazione coinvolse 55 città degli Stati Uniti continentali e sei nei territori americani.[6]I giornali potevano raccontare il giorno dopo morti e distruzioni che, per fortuna, esistevano soltanto nei comunicati della simulazione.
Non tutti, però, avevano voglia di partecipare a quella rappresentazione. Nel 1955 Dorothy Day e altri pacifisti rimasero seduti a City Hall Park, a New York, mentre suonavano le sirene. Furono arrestati. Denunciavano l’illusione di poter proteggere davvero una città da un attacco termonucleare mettendosi diligentemente al riparo. Le proteste continuarono e crebbero: l’ultima «Operation Alert» si svolse nel 1961, prima della cancellazione definitiva nel 1962.[7][8]
La lezione che i pianificatori non si aspettavano
A voler trovare un’ironia della storia, ce n’è una piuttosto notevole: mentre la Difesa civile cercava modi per prevenire il panico e rendere prevedibili i cittadini, i ricercatori scoprivano che molte popolazioni reagivano alle catastrofi meglio di quanto le autorità avessero immaginato. E mentre le esercitazioni insegnavano a obbedire alle procedure, una parte della società organizzava la protesta proprio contro quelle procedure.
Naturalmente un tornado non è una bomba atomica. E gli studi sulle calamità non possono dimostrare che la società avrebbe reagito nello stesso modo a una guerra nucleare. Ma il percorso storico è documentato: la ricerca moderna sul comportamento nei disastri si consolidò anche grazie a programmi nati da esigenze di difesa militare. D’altra parte, già l’analisi dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale aveva suggerito che il panico generalizzato fosse meno comune di quanto si credesse.[9]
La domanda finale, allora, non è soltanto come proteggere i cittadini. È anche chi decida quale paura debbano provare, quali informazioni debbano ricevere e quali comportamenti sia lecito aspettarsi da loro. Domande che appartengono alla storia della Difesa civile ma che riguardano, ancora oggi, il Disaster Management.
Le considerazioni qui esposte sono tratte e rielaborate da alcuni capitoli di un libro che sto scrivendo “Disaster Management – Ingegneria sociale. Dalla Protezione civile alla politica della paura”, nel quale cerco di ricostruire le trasformazioni della Protezione civile, i suoi rapporti con la Difesa civile e l’utilizzazione delle emergenze come possibili strumenti di governo delle società. Mi auguro che questo lavoro, come tanti altri libri che ho pubblicato negli anni, possa trovare un editore interessato ad affrontare argomenti che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico.
[1]U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, 1952–1954, vol. II, «Continental Defense», documento 61, https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1952-54v02p1/d61.
[2]Charles E. Fritz ed Eli S. Marks, «The NORC Studies of Human Behavior in Disaster», Journal of Social Issues, 10, n. 3 (1954), pp. 26–41, https://doi.org/10.1111/j.1540-4560.1954.tb01996.x.
[3]«Disaster Research and Epidemiology», in Koenig and Schultz’s Disaster Medicine, Cambridge University Press, sezione sulle ricerche NORC (1949–1954), https://www.cambridge.org/core/books/koenig-and-schultzs-disaster-medicine/disaster-research-and-epidemiology/75226C282685099A1CF9B0F7E38F1179.
[4]E. L. Quarantelli, «The Nature and Conditions of Panic», American Journal of Sociology, 60, n. 3 (1954), pp. 267–275, https://doi.org/10.1086/221536.
[5]Charles E. Fritz, «Human Response to Disaster», Human Factors, 18, n. 3 (1974), https://doi.org/10.1177/154193127401800315.
[6]Federal Highway Administration, «Civil Defense, 1955», https://www.fhwa.dot.gov/infrastructure/civildef.cfm.
[7]PBS, American Experience, «Operation Alert», https://www.pbs.org/wgbh/americanexperience/features/bomb-operation-alert/.
[8]Marquette University Libraries, Dorothy Day – Catholic Worker Collection, «Catholic Worker newspaper article, July–August 1955», https://cdm16280.contentdm.oclc.org/digital/collection/p128701coll4/id/158/.
[9]«Air War and Emotional Stress: Psychological Studies of Bombing and Civilian Defense», recensione in JAMA, 148, n. 17 (1952), p. 1543, https://doi.org/10.1001/jama.1952.02930170083026.














