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Storia della Cognitive Warfare

Dalla propaganda di guerra alla conquista della mente umana

Per millenni, la guerra è stata concepita soprattutto come uno scontro tra eserciti, finalizzato alla conquista di territori, alla distruzione delle forze nemiche o all’imposizione della propria volontà politica. Eppure, già nell’antichità, i grandi teorici dell’arte militare avevano compreso che il successo di una guerra dipendeva anche dalla capacità di influenzare le convinzioni, le paure e le decisioni dell’avversario. Il generale cinese Sun Tzu, nel suo celebre L’arte della guerra, considerava la possibilità di sottomettere il nemico senza combattere come una delle massime espressioni dell’abilità strategica. Un principio che, oltre duemila anni dopo, sarebbe stato richiamato anche negli studi sulla cosiddetta Cognitive Warfare, traducibile in italiano come «guerra cognitiva».[1]

Non si tratta, dunque, di un’invenzione del XXI secolo. La vera novità consiste nell’aver trasformato l’influenza sui processi mentali degli individui e delle collettività in un campo di competizione strategica sempre più esplicitamente teorizzato, studiato e integrato nella pianificazione militare.

Le origini moderne di questo processo possono essere individuate nella Prima guerra mondiale, quando i governi delle principali potenze belligeranti cominciarono a utilizzare sistematicamente la propaganda per mobilitare le popolazioni, alimentare il patriottismo, demonizzare il nemico e mantenere il consenso nei confronti del conflitto. Negli Stati Uniti, il Committee on Public Information, istituito nel 1917 e diretto dal giornalista George Creel, coordinò una vasta campagna di persuasione attraverso giornali, manifesti, cinema, conferenze e altri strumenti di comunicazione.

L’esperienza della guerra contribuì anche allo sviluppo di una riflessione teorica sui meccanismi della formazione dell’opinione pubblica. Walter Lippmann, nel suo Public Opinion del 1922, analizzò il ruolo degli stereotipi e delle rappresentazioni mentali nella percezione della realtà politica. Edward Bernays, che aveva lavorato per il Committee on Public Information, sviluppò successivamente una teoria della persuasione collettiva fondata sull’impiego delle conoscenze psicologiche. Nel suo Propaganda del 1928 sostenne che l’orientamento dell’opinione pubblica costituisse un elemento strutturale delle società democratiche moderne.[2]

La Seconda guerra mondiale segnò un ulteriore salto di qualità. Le operazioni psicologiche entrarono stabilmente nella pianificazione militare, affiancando bombardamenti, sabotaggi, intelligence e operazioni clandestine. Radio, cinema, volantini e notizie opportunamente selezionate vennero utilizzati per minare il morale delle popolazioni nemiche, incoraggiare la resa dei soldati e sostenere la resistenza nei territori occupati.

Parallelamente, le scienze sociali e la psicologia acquisirono un ruolo crescente nell’organizzazione dello sforzo bellico. La valutazione del morale delle truppe e delle popolazioni civili, l’analisi degli atteggiamenti collettivi e lo studio delle condizioni psicologiche che favorivano la resistenza o la capitolazione divennero oggetto di ricerche commissionate anche dalle istituzioni militari.

Con l’inizio della Guerra fredda, tuttavia, si verificò un cambiamento fondamentale: la guerra psicologica cessò di essere considerata soltanto uno strumento da impiegare durante un conflitto armato e divenne una componente permanente della competizione internazionale. La contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica si sviluppava infatti anche in assenza di operazioni militari dirette, attraverso propaganda, influenza culturale, operazioni clandestine e interventi nella vita politica di altri Paesi.

Negli Stati Uniti questa trasformazione trovò una precisa espressione istituzionale il 4 aprile 1951, quando il presidente Harry Truman istituì il Psychological Strategy Board, incaricato di coordinare la pianificazione delle operazioni psicologiche nell’ambito della politica di sicurezza nazionale. Ne facevano parte rappresentanti del Dipartimento di Stato, del Dipartimento della Difesa e della CIA.[3]

Un documento elaborato dal Board nel novembre 1952, intitolato A Strategic Concept for a National Psychological Program, riconosceva espressamente che pressoché tutte le politiche e le azioni governative possiedono una dimensione psicologica, dal momento che influenzano le menti e la volontà delle popolazioni.[4]

È un’affermazione di notevole interesse storico: già allora, infatti, le autorità statunitensi concepivano la dimensione psicologica della competizione strategica come qualcosa che poteva estendersi ben oltre la propaganda militare, coinvolgendo la politica estera, l’economia, la diplomazia e l’informazione.

Non è neppure corretto immaginare che tali attività fossero rivolte esclusivamente contro l’Unione Sovietica. Documenti statunitensi successivamente declassificati attestano l’esistenza di piani di operazioni psicologiche destinati a ridurre l’influenza dei partiti comunisti in Francia e in Italia. Un rapporto del Psychological Strategy Board dell’agosto 1952 riferiva che tali piani erano stati approvati il 21 febbraio dello stesso anno e che erano stati predisposti appositi organismi di coordinamento a Washington, Parigi e Roma.[5]

La popolazione civile, dunque, non era semplicemente un soggetto da proteggere dalle conseguenze della guerra: poteva diventare essa stessa l’oggetto di una competizione strategica finalizzata a modificarne gli orientamenti politici e i comportamenti.

È nello stesso contesto storico che si collocano i programmi segreti statunitensi dedicati allo studio delle possibilità di influenzare e alterare il comportamento umano. Il più noto è certamente MKULTRA, approvato dalla CIA il 13 aprile 1953, che finanziò ricerche su sostanze psicoattive, ipnosi e altre tecniche di manipolazione comportamentale, includendo anche esperimenti condotti senza un valido consenso dei soggetti coinvolti.[6]

Sarebbe storicamente improprio presentare MKULTRA come l’origine diretta della moderna Cognitive Warfare: non esistono prove documentali sufficienti per stabilire una continuità organizzativa o dottrinale fra quel programma clandestino e gli attuali progetti NATO. Esiste però un elemento di continuità negli interessi strategici: la ricerca di strumenti capaci di condizionare i processi mentali e decisionali dell’essere umano, anche attraverso l’applicazione delle conoscenze scientifiche.

Con la fine della Guerra fredda e l’affermazione delle nuove tecnologie informatiche, questo campo di ricerca conobbe un’ulteriore trasformazione. Il concetto di Information Warfare, già presente nella riflessione militare precedente, acquistò crescente importanza in relazione allo sviluppo delle reti digitali, delle comunicazioni satellitari e della possibilità di interferire con i sistemi informativi e decisionali dell’avversario.

L’obiettivo non consisteva più soltanto nel diffondere messaggi persuasivi, ma anche nel condizionare le informazioni disponibili, alterare la percezione della situazione operativa, ostacolare la capacità decisionale del nemico e proteggere quella delle proprie forze.

In seguito, la diffusione di Internet, dei motori di ricerca e soprattutto dei social network avrebbe offerto possibilità prima impensabili. Le piattaforme digitali hanno infatti reso possibile raccogliere enormi quantità di dati sulle preferenze individuali, analizzare le reazioni degli utenti e distribuire contenuti differenziati in funzione degli interessi, delle convinzioni e delle caratteristiche dei destinatari.

La persuasione di massa, che nella prima metà del Novecento operava principalmente attraverso messaggi relativamente uniformi, ha acquisito così la possibilità di diventare selettiva, personalizzata e continuamente adattabile alle reazioni dei destinatari.

È in questo scenario che il termine Cognitive Warfare ha cominciato ad assumere un significato specifico negli studi strategici contemporanei. Secondo una ricostruzione accademica pubblicata nel 2024 sulla rivista Security Dialogue, le discussioni promosse dal NATO Innovation Hub su questo tema risalgono almeno al 2017. L’Allied Command Transformation avviò poi, nel 2020, un lavoro di analisi più strutturato, al quale seguirono iniziative di ricerca scientifica e sviluppo concettuale.[7]

Tra i principali protagonisti di questa elaborazione compare François du Cluzel, ufficiale francese legato al NATO Innovation Hub, autore di uno studio del 2020 intitolato Cognitive Warfare. Nella sua interpretazione, la guerra cognitiva si distingue dalle tradizionali operazioni psicologiche perché non mira soltanto a trasmettere informazioni o disinformazione, ma a sfruttare i processi attraverso i quali gli individui acquisiscono conoscenze, interpretano gli eventi e prendono decisioni.

Il bersaglio, in altre parole, non è più soltanto ciò che le persone pensano, ma il modo stesso in cui pensano. Si tratta di una distinzione fondamentale, anche se nella pratica i confini tra propaganda, operazioni psicologiche, guerra dell’informazione e guerra cognitiva rimangono tutt’altro che netti.

In questa nuova prospettiva, l’essere umano non viene considerato soltanto come destinatario di un messaggio, ma come un sistema cognitivo caratterizzato da vulnerabilità emotive, scorciatoie mentali, pregiudizi, automatismi comportamentali e difficoltà nell’elaborare quantità crescenti di informazioni. La psicologia sociale, le neuroscienze, le scienze comportamentali e l’analisi dei dati vengono pertanto considerate discipline potenzialmente utili per comprendere tali vulnerabilità e, a seconda degli obiettivi, proteggerle oppure sfruttarle.

La progressiva istituzionalizzazione di questa impostazione è documentata dalle attività dell’Allied Command Transformation, uno dei due comandi strategici della NATO.

Nel 2022, durante un workshop organizzato a Madrid, l’ACT illustrò il lavoro di sviluppo del Cognitive Warfare Concept, inserendolo nell’ambito della Warfare Development Agenda e, più precisamente, nell’obiettivo della cosiddetta Cognitive Superiority, ossia la superiorità cognitiva. L’iniziativa partiva dall’assunto che gli avversari dell’Alleanza potessero condurre attività ostili capaci di compromettere la coesione sociale, la fiducia nelle istituzioni e le capacità decisionali anche al di sotto della soglia del conflitto armato.[8]

Il 9 maggio 2023 l’Allied Command Transformation pubblicò una definizione particolarmente significativa: «La guerra cognitiva comprende attività condotte in coordinamento con altri strumenti di potere, volte a modificare atteggiamenti e comportamenti attraverso l’influenza, la protezione o la perturbazione dei processi cognitivi degli individui, dei gruppi o delle popolazioni, al fine di acquisire un vantaggio nei confronti di un avversario».[9]

Questa definizione merita di essere esaminata attentamente. Innanzitutto, la Cognitive Warfare non viene presentata come un’attività esclusivamente militare, ma come un insieme di operazioni coordinate con altri strumenti del potere. Inoltre, gli obiettivi possono riguardare non soltanto singoli individui o specifiche organizzazioni, ma intere popolazioni. Infine, le attività contemplate comprendono tanto la protezione quanto l’influenza e la perturbazione dei processi cognitivi.

Il riferimento alla protezione è essenziale per comprendere la posizione ufficiale dell’Alleanza: nei documenti NATO la Cognitive Warfare viene sviluppata principalmente come risposta alla minaccia rappresentata dalle operazioni di manipolazione attribuite agli avversari strategici, in particolare Russia e Cina. Ciò non elimina, tuttavia, la questione relativa all’impiego offensivo degli stessi strumenti, poiché le capacità necessarie per riconoscere e contrastare un’influenza cognitiva possono almeno in parte sovrapporsi a quelle necessarie per esercitarla.

Nel luglio 2024 l’ACT annunciò ulteriori progressi nello sviluppo del Cognitive Warfare Concept, precisando che al lavoro partecipavano oltre venti Paesi membri della NATO, diversi comandi militari, università e rappresentanti dell’industria. È un passaggio significativo perché testimonia come la guerra cognitiva fosse ormai diventata oggetto di una cooperazione istituzionale e scientifica internazionale, anziché rimanere una semplice ipotesi teorica.[10]

Occorre comunque evitare un equivoco: i documenti pubblicati dall’ACT dimostrano l’esistenza di programmi di ricerca, iniziative di sviluppo concettuale e definizioni istituzionali, ma non consentono automaticamente di attribuire a ogni Paese membro l’adozione di un’identica dottrina operativa.

La formulazione del concetto ha continuato a evolversi. Nel febbraio 2026 una pubblicazione dell’ACT ha sintetizzato l’impostazione NATO identificando la Cognitive Warfare con la lotta per la superiorità cognitiva, ottenuta attraverso attività militari e non militari deliberate e coordinate, finalizzate ad acquisire, mantenere e proteggere un vantaggio sui processi cognitivi dell’avversario.[11]

Un elemento particolarmente interessante di questa evoluzione è il progressivo superamento della tradizionale distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra. La competizione cognitiva viene infatti descritta come un fenomeno potenzialmente continuo, capace di svilupparsi durante la pace, nelle crisi internazionali e nei conflitti armati. Il suo campo di applicazione non coincide necessariamente con il territorio nel quale si svolgono le operazioni militari e può estendersi alle società civili, alle istituzioni, alle attività economiche e ai sistemi di comunicazione.

Un’analisi pubblicata nel gennaio 2026 dal NATO Defense College ha inoltre descritto la guerra cognitiva come l’impiego offensivo dell’informazione per sfruttare vulnerabilità cognitive e alterare le percezioni della realtà, evidenziando i limiti delle tradizionali contromisure informative nel contrastare meccanismi di manipolazione psicologica particolarmente complessi.[12]

È proprio questa estensione dell’orizzonte strategico che rende il concetto particolarmente problematico. Se la superiorità cognitiva diventa un obiettivo da perseguire in maniera continuativa, e se il teatro della competizione comprende anche le popolazioni civili, diventa inevitabile interrogarsi sul rapporto tra sicurezza nazionale, libertà d’informazione, autonomia individuale e legittimità delle attività di influenza esercitate dalle istituzioni.

Non si tratta di sostenere che ogni intervento pubblico destinato a modificare comportamenti collettivi costituisca un’operazione di guerra cognitiva. Le campagne sanitarie, la comunicazione dei rischi, l’educazione alla sicurezza e le informazioni diffuse durante le emergenze perseguono finalità legittime e, in molti casi, indispensabili per salvaguardare vite umane.

Il problema nasce quando tecniche di persuasione, strumenti di comunicazione istituzionale e conoscenze sui meccanismi decisionali vengono inseriti in una logica di competizione strategica che identifica nel comportamento delle popolazioni un possibile obiettivo da controllare.

È qui che la storia della Cognitive Warfare incontra quella del Disaster Management.

Nel corso del Novecento, la preparazione delle popolazioni alle guerre, ai bombardamenti, agli attacchi nucleari e successivamente alle catastrofi naturali e tecnologiche ha richiesto lo sviluppo di strategie di comunicazione finalizzate a orientare i comportamenti collettivi. La diffusione di istruzioni operative, la gestione del panico, il mantenimento del morale e la costruzione della fiducia nelle autorità hanno costituito elementi essenziali tanto della Difesa civile quanto della moderna Protezione civile.

In entrambi gli ambiti si pone il problema di come indurre le persone ad assumere comportamenti ritenuti appropriati dalle istituzioni. Ma esiste una differenza decisiva tra informare una popolazione affinché possa affrontare consapevolmente un pericolo e manipolarne deliberatamente la percezione della realtà per raggiungere finalità strategiche non dichiarate.

Questa distinzione non dipende soltanto dagli strumenti impiegati, che possono essere simili, ma dagli obiettivi perseguiti, dalla trasparenza delle informazioni, dalla possibilità di verificarle e dall’autonomia decisionale lasciata ai destinatari.

La crescente attenzione della NATO per la resilienza cognitiva delle società rende tale questione ancora più rilevante. Se la vulnerabilità psicologica della popolazione viene considerata un problema di sicurezza, la comunicazione pubblica può entrare in un rapporto sempre più stretto con la pianificazione strategico-militare. Si apre così un’area di possibile sovrapposizione tra funzioni civili e militari, nella quale la difesa dalle manipolazioni esterne deve essere attentamente distinta dall’eventuale tentazione di orientare dall’interno gli atteggiamenti della cittadinanza.

Un’ulteriore ambiguità è rappresentata dalla nozione stessa di resilienza cognitiva. In un ordinamento democratico, rendere una popolazione più resiliente dovrebbe significare soprattutto rafforzarne la capacità di valutare criticamente le informazioni, riconoscere i tentativi di manipolazione e formulare giudizi autonomi. In una diversa interpretazione, invece, la resilienza potrebbe essere identificata con la capacità di resistere a messaggi giudicati destabilizzanti dalle autorità o con il mantenimento della fiducia nelle istituzioni, indipendentemente dalla fondatezza delle critiche a esse rivolte.

Sono due concezioni profondamente differenti. La prima rafforza l’autonomia del cittadino; la seconda, qualora fosse assunta come criterio operativo, rischierebbe di trasformare il dissenso in un problema di sicurezza.

Un’analisi critica pubblicata nel 2024 da Hedvig Ördén ha messo in evidenza proprio alcuni rischi legati alla crescente integrazione delle neuroscienze nei discorsi sulla sicurezza, osservando come la rappresentazione della mente umana quale spazio vulnerabile alla manipolazione possa favorire una nuova competizione per la superiorità cognitiva.[13]

A questo punto, la questione storica più importante non sembra essere se la Cognitive Warfare costituisca una forma completamente nuova di guerra. Le sue radici sono chiaramente riconoscibili nella propaganda, nella guerra psicologica, nella manipolazione dell’informazione e nelle ricerche sul comportamento umano sviluppate nel corso del Novecento.

La novità consiste piuttosto nella possibilità di integrare queste esperienze con le tecnologie digitali, l’analisi sistematica dei dati, l’intelligenza artificiale e le scienze cognitive, facendo della mente umana non soltanto un obiettivo occasionale delle operazioni militari, ma una dimensione permanente della competizione strategica.

Non è casuale che un articolo pubblicato nel 2026 sul Journal of Strategic Studies, basato sull’analisi di 289 pubblicazioni scientifiche comprese tra il 1981 e il 2025, abbia registrato una forte crescita della letteratura sulla guerra cognitiva dopo il 2020, sottolineando però la persistenza di notevoli divergenze nella definizione stessa del fenomeno.[14]

Si potrebbe quindi sostenere che la storia della Cognitive Warfare sia, per molti aspetti, la storia di un progressivo ampliamento dell’idea di campo di battaglia: prima il territorio e gli eserciti, poi le industrie e le infrastrutture, successivamente l’informazione e infine i processi attraverso i quali gli esseri umani interpretano il mondo.

Una trasformazione che, oltre a porre nuovi problemi alla difesa delle società democratiche dalle interferenze ostili, solleva un interrogativo fondamentale per il futuro del Disaster Management e della Protezione civile: in una società nella quale la mente del cittadino viene considerata anche un possibile terreno di competizione strategica, chi stabilisce il confine tra la necessità di proteggerlo e la volontà di orientarne il pensiero?

La risposta a questa domanda potrebbe rivelarsi assai più importante delle tecnologie utilizzate per combattere la guerra cognitiva.


[1]  Arnaud Paquet, A Brief Overview of Cognitive Warfare in Light of the Emerging Information Age, NATO Defense College, College Series n. 27, aprile 2022. https://www.ndc.nato.int/download/a-brief-overview-of-cognitive-warfare-in-light-of-the-emerging-information-age/

[2]  Walter Lippmann, Public Opinion, Harcourt, Brace and Company, New York, 1922; Edward L. Bernays, Propaganda, Horace Liveright, New York, 1928; George Creel, How We Advertised America, Harper & Brothers, 1920.

[3]  Harry S. Truman, direttiva del 4 aprile 1951 relativa all’istituzione del Psychological Strategy Board, Foreign Relations of the United States, 1951, vol. I, documento 16. https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1951v01/d16

[4]  Psychological Strategy Board, A Strategic Concept for a National Psychological Program with Particular Reference to Cold War Operations under NSC 10/52, PSB D-31, 26 novembre 1952. https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1950-55Intel/d139

[5]  Psychological Strategy Board, rapporto sulle attività di pianificazione fino al 30 giugno 1952, allegato del 1° agosto 1952, su Francia e Italia. https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1950-55Intel/d127

[6]  United States Senate, Project MKULTRA, The CIA’s Program of Research in Behavioral Modification, audizione del 3 agosto 1977. https://www.cia.gov/library/abbottabad-compound/9D/9D9A27BD7241E2074EAF81C7FC2C86CF_MK.Ultra_Senate.Hearings.pdf

[7]  Hedvig Ördén, The Neuropolitical Imaginaries of Cognitive Warfare, Security Dialogue, vol. 55, n. 6, 2024, pp. 607–624. https://doi.org/10.1177/09670106241253527

[8]  NATO Allied Command Transformation, Workshop – Cognitive Warfare Concept, resoconto dell’incontro di Madrid, 2022. https://www.act.nato.int/article/workshop-cognitive-warfare-concept/

[9]  NATO Allied Command Transformation, Cognitive Warfare: Beyond Military Information Support Operations, 9 maggio 2023. https://www.act.nato.int/article/cognitive-warfare-beyond-military-information-support-operations/

[10]  NATO Allied Command Transformation, Allied Command Transformation Develops the Cognitive Warfare Concept to Combat Disinformation and Defend Against Cognitive Warfare, 3 luglio 2024. https://www.act.nato.int/article/cogwar-concept/

[11]  NATO Allied Command Transformation, Perception Newsletter, febbraio 2026, p. 6. https://www.act.nato.int/wp-content/uploads/2026/02/20260209_CogWar-Newsletter_Feb.pdf

[12]  Marek Havlík e Jiří Horáček, War Is a Mind Game: Countering Weaponised Information, NATO Defense College, NDC Outlook 2026-01, 23 gennaio 2026. https://www.ndc.nato.int/war-is-a-mind-game-countering-weaponised-information/

[13]  Hedvig Ördén, The Neuropolitical Imaginaries of Cognitive Warfare, cit., 2024, sul concetto di neurosecurity dilemma.

[14]  Sara Russo e Navid Yazdanjue, Mapping the Cognitive Warfare Literature: A Strategic Analysis (1981–2025), Journal of Strategic Studies, vol. 49, n. 5, 2026, pp. 846–878. https://doi.org/10.1080/01402390.2026.2640427

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