di Francesco Santoianni
Mentre i venti di guerra soffiano sempre più forte sull’Europa, a Bruxelles qualcuno sembra aver deciso che, per prepararci al peggio, non bastino eserciti, arsenali, missili e miliardi destinati al riarmo. Occorre mobilitare anche la Protezione civile. E, possibilmente, abituare l’intera popolazione a vivere in uno stato di permanente preparazione all’emergenza.
Non è la trama di un romanzo distopico. È quanto si può leggere, sia pure con il linguaggio rassicurante della burocrazia comunitaria, nei documenti con i quali l’Unione europea sta ridisegnando il proprio sistema di gestione delle crisi.
Naturalmente, nessuno propone di distribuire fucili ai volontari che intervengono durante un’alluvione o di trasformare i vigili del fuoco in reparti combattenti. La questione è più sottile. E, proprio per questo, meriterebbe un dibattito pubblico che, almeno in Italia, appare sorprendentemente limitato.
Perché ciò che si profila è un progressivo avvicinamento tra Protezione civile, Difesa civile, sicurezza nazionale e preparazione militare. Un processo presentato come necessario per affrontare emergenze sempre più complesse, ma che rischia di modificare profondamente la natura di un sistema nato, almeno nella sua componente volontaria, per soccorrere le popolazioni e non per inserirsi nelle strategie di sicurezza e difesa.
La cosa curiosa è che, mentre le grandi organizzazioni del volontariato sembrano non avere molto da dire, a sollevare obiezioni di notevole durezza è stato proprio il Dipartimento della Protezione civile italiano. E non si tratta di indiscrezioni o interpretazioni giornalistiche: è tutto scritto negli atti parlamentari.
Dall’alluvione alla guerra: la nuova Protezione civile europea
Il 26 marzo 2025 la Commissione europea presenta la EU Preparedness Union Strategy, una strategia per preparare l’Unione ad affrontare ogni genere di crisi: calamità naturali, pandemie, attacchi informatici, sabotaggi, minacce ibride e conflitti armati.[1]
L’impostazione è quella che nei documenti internazionali viene definita all-hazards approach: una gestione integrata di rischi ed emergenze di origine differente. In sé, non è un’idea nuova né necessariamente discutibile. Un ospedale può essere messo fuori uso da un terremoto, da un’alluvione o da un bombardamento. Una rete elettrica può essere interrotta da una tempesta oppure da un sabotaggio. È ragionevole che le autorità si preparino a garantire la continuità dei servizi essenziali in circostanze diverse.
Il problema nasce quando da questa constatazione tecnica si passa a un progetto politico e organizzativo che coinvolge l’intera società nella preparazione alle crisi di sicurezza. La strategia europea si fonda infatti su tre principi: approccio a tutti i rischi, coinvolgimento di tutta la società (whole-of-society) e coordinamento dell’intero apparato di governo (whole-of-government).
In concreto, Bruxelles propone esercitazioni comuni tra Protezione civile, forze armate, polizia, personale sanitario e vigili del fuoco; investimenti in infrastrutture a duplice uso civile-militare; rafforzamento della cooperazione con la NATO; programmi educativi sulla preparazione alle emergenze; campagne di comunicazione e iniziative per rendere la popolazione autosufficiente per almeno 72 ore in caso di crisi.
Quest’ultima raccomandazione, naturalmente, non è di per sé scandalosa. Conservare acqua, medicinali e generi essenziali può essere utile durante un terremoto quanto durante un conflitto. Ma è legittimo domandarsi quale modello di società si stia costruendo quando la preparazione all’emergenza diventa un obiettivo trasversale dell’istruzione, della comunicazione pubblica, delle imprese, delle amministrazioni e delle strutture di sicurezza.
Dieci miliardi per una Protezione civile che cambia pelle
Il 16 luglio 2025 la Commissione compie un ulteriore passo, presentando la proposta di regolamento COM(2025) 548, destinata a riformare il Meccanismo unionale di protezione civile e a integrare il sostegno europeo alla preparazione e risposta alle emergenze sanitarie.[2] La proposta prevede una dotazione finanziaria indicativa di 10,675 miliardi di euro per il periodo 2028-2034. Ma il dato più significativo non è la cifra.
Nella relazione introduttiva la Commissione osserva che, durante alcune emergenze, le autorità civili necessitano del sostegno delle forze armate e che, in caso di aggressione militare, queste ultime avrebbero bisogno dell’assistenza civile per garantire il funzionamento dello Stato e della società.
L’articolo 5 della proposta affida inoltre alla Commissione europea, insieme all’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, il compito di contribuire allo sviluppo di misure per la preparazione e il coordinamento civile-militare, nonché di definire ruoli, responsabilità e scenari per esercitazioni comuni.
Non si parla più soltanto di impiegare occasionalmente un elicottero militare per evacuare persone isolate o di utilizzare mezzi del Genio durante una calamità. Si propone di inserire la cooperazione civile-militare in una cornice permanente di preparazione alle crisi. Va precisato che la proposta contempla anche garanzie importanti, tra cui il principio secondo il quale l’impiego di mezzi militari nelle operazioni di soccorso deve avvenire sotto direzione civile e, quando appropriato, come ultima risorsa.
Dunque, non siamo davanti a una legge che militarizza automaticamente la Protezione civile. Siamo però davanti a un progetto che amplia esplicitamente i suoi collegamenti con il settore della difesa. Una differenza giuridicamente importante, che non rende meno legittima la domanda politica: dove finisce la cooperazione e dove comincia la subordinazione?
La sorpresa: a dire di no è proprio il Dipartimento della Protezione civile
Chi immaginasse che questa trasformazione sia stata accolta senza obiezioni dalle istituzioni italiane dovrebbe leggere il resoconto della 4ª Commissione del Senato del 3 marzo 2026.[3] In quella seduta vengono riferite le osservazioni trasmesse il 13 febbraio dal Dipartimento della Protezione civile, in seguito alla risoluzione parlamentare approvata il 3 dicembre 2025.
La posizione italiana è sorprendentemente netta. Il Dipartimento ribadisce che la politica di difesa appartiene alle competenze degli Stati membri e che la cooperazione civile-militare dovrebbe essere trattata nel regolamento europeo soltanto quando sia strettamente funzionale agli obiettivi della Protezione civile. Gli esempi ammessi sono quelli tradizionali: sostegno logistico, evacuazioni sanitarie e impiego di capacità specialistiche delle forze armate.
Ma il Dipartimento va oltre. Sostiene che le capacità civili e militari devono essere «interoperabili ma non interdipendenti». E soprattutto conferma la propria «ferma opposizione a qualsiasi riferimento a un “meccanismo europeo di difesa civile”», ritenuto estraneo alle competenze dell’Unione e all’oggetto del regolamento.
Interoperabilità significa poter collaborare quando necessario. Interdipendenza significa, invece, rischiare di non poter più operare autonomamente. È una distinzione fondamentale per un sistema di Protezione civile che deve conservare la capacità di intervenire rapidamente, senza dipendere da strutture o procedure concepite per finalità militari.
Il Dipartimento mette in guardia anche dai rischi connessi alla condivisione delle informazioni sulle capacità militari, alla duplicazione delle strutture di coordinamento e all’interferenza con le competenze nazionali. Ricorda inoltre che i sistemi di Protezione civile sono spesso organizzazioni aperte, nelle quali operano volontari, associazioni, enti pubblici e soggetti privati.
Sono obiezioni che meritavano ben altra risonanza. E invece quanti cittadini italiani hanno saputo che il Dipartimento della Protezione civile aveva contestato con tanta decisione una proposta della Commissione europea?
Anche il Senato aveva sollevato il problema
Già il 3 dicembre 2025, la 4ª Commissione del Senato aveva approvato una risoluzione nella quale riconosceva che la proposta europea estendeva l’ambito del Meccanismo unionale alla gestione di crisi intersettoriali e alla cooperazione civile-militare.[4] La Commissione parlamentare richiamava il principio di sussidiarietà, i limiti delle competenze europee e il ruolo degli Stati membri nella sicurezza nazionale.
L’articolo 196 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea attribuisce all’UE competenze di sostegno, coordinamento e completamento dell’azione degli Stati nel settore della Protezione civile. Non autorizza un’armonizzazione generale delle legislazioni nazionali. L’articolo 4, paragrafo 2, del Trattato sull’Unione europea stabilisce inoltre che la sicurezza nazionale resta responsabilità esclusiva di ciascuno Stato membro.[5]
È dunque legittimo chiedersi se l’inserimento di nuovi meccanismi di coordinamento delle crisi e di preparazione civile-militare all’interno di un regolamento sulla Protezione civile rispetti pienamente questa ripartizione di competenze. La contestazione italiana non equivale a un rifiuto di qualsiasi collaborazione con le forze armate, né dimostra che la proposta europea violi necessariamente i Trattati. È una controversia giuridica e istituzionale, oggetto di negoziato.
E le grandi organizzazioni del volontariato?
Arriviamo così all’aspetto forse più sconcertante della vicenda. Dove sono le grandi organizzazioni italiane del volontariato di Protezione civile? Dove sono ANPAS, Misericordie, le organizzazioni nazionali che rappresentano migliaia di volontari e le reti associative che da decenni rivendicano il valore civile, solidaristico e partecipativo del soccorso?
Hanno discusso della proposta europea? Hanno presentato osservazioni? Hanno chiesto garanzie sulla separazione tra funzioni umanitarie e attività di difesa? Hanno organizzato convegni o assemblee pubbliche per spiegare ai volontari che cosa potrebbe cambiare?
Nella documentazione pubblicamente reperibile esaminata per questo articolo non sono emerse prese di posizione ufficiali di queste grandi organizzazioni che contestino specificamente la componente civile-militare della proposta COM(2025) 548. Non è una prova che tali iniziative non esistano. Potrebbero esserci documenti interni, osservazioni trasmesse alle istituzioni o interventi non facilmente reperibili.
Ma la loro scarsa visibilità pubblica pone comunque una domanda. Possibile che su una questione capace di incidere sul futuro della Protezione civile europea il dibattito sia stato animato soprattutto da funzionari e parlamentari, mentre il mondo del volontariato non abbia prodotto una mobilitazione altrettanto riconoscibile?
Sarebbe ingiusto pretendere che ogni associazione si pronunci contro qualsiasi collaborazione con i militari. Molti volontari hanno lavorato fianco a fianco con le forze armate durante terremoti, alluvioni e altre emergenze, senza che questo ne compromettesse necessariamente l’autonomia. Ma una cosa è collaborare durante un soccorso. Un’altra è essere progressivamente inseriti in un sistema permanente di preparazione alle crisi di sicurezza.
Quando la Protezione civile incontra la NATO
La strategia europea del marzo 2025 non nasconde l’obiettivo di rafforzare la cooperazione con la NATO.[6] La giustificazione ufficiale è comprensibile: in caso di conflitto armato, attacco alle infrastrutture o crisi transfrontaliera, il coordinamento tra autorità civili e militari può contribuire alla protezione della popolazione.
Ma il fatto che questa cooperazione possa risultare utile non elimina le questioni politiche. Chi decide gli scenari delle esercitazioni? Quali informazioni devono essere condivise? Chi stabilisce le priorità quando le esigenze di difesa militare entrano in tensione con quelle del soccorso civile?
Il rischio non è necessariamente quello di vedere domani i volontari in uniforme militare. È quello, meno appariscente, che le loro organizzazioni vengano progressivamente considerate una componente funzionale della resilienza strategica dello Stato. Una sorta di retrovia civile della preparazione militare. È un possibile esito da discutere e prevenire, non una trasformazione già dimostrata.
Dalla gestione dei disastri alla gestione della società
La Preparedness Union Strategy non riguarda soltanto l’organizzazione dei soccorsi. Prevede campagne di sensibilizzazione, programmi scolastici, iniziative rivolte ai giovani, strumenti di comunicazione strategica e attività per contrastare la manipolazione delle informazioni. Sono misure che, considerate singolarmente, possono avere finalità perfettamente legittime: informare sui rischi, contrastare false notizie pericolose e migliorare la preparazione della popolazione.
Ma inserite in un quadro che comprende sicurezza, conflitti armati e cooperazione con la NATO assumono anche una dimensione politica. Chi definisce il messaggio da comunicare? Come si distingue l’informazione sui rischi dalla comunicazione finalizzata a ottenere consenso per determinate politiche di sicurezza? Quali garanzie assicurano che il contrasto alla disinformazione non diventi un modo per delegittimare critiche legittime?
La preparazione alle emergenze richiede inevitabilmente di influenzare alcuni comportamenti: evacuare una zona pericolosa, conservare scorte, seguire istruzioni sanitarie. Ma proprio perché interviene sulle condotte individuali e collettive, deve essere sottoposta a controlli democratici, trasparenza e verifica pubblica.
Una vecchia questione che ritorna
Nel Novecento, soprattutto durante la Guerra fredda, la preparazione della popolazione alle conseguenze dei bombardamenti e di un eventuale conflitto nucleare costituì una componente essenziale della Civil Defense in diversi Paesi occidentali. La gestione delle calamità naturali e quella delle emergenze belliche si svilupparono spesso attraverso strutture, competenze e linguaggi in parte sovrapposti.
Anche per questo la distinzione tra Protezione civile e Difesa civile non è una questione puramente terminologica. Riguarda le finalità delle istituzioni, i loro rapporti con le forze armate, il ruolo delle comunità locali e la possibilità che le organizzazioni di soccorso conservino una propria autonomia.
La Protezione civile deve prepararsi alla guerra. Ma per fare che cosa?
Non c’è nulla di irragionevole nel predisporre piani per proteggere la popolazione durante un conflitto. Sarebbe anzi irresponsabile ignorare i rischi che una guerra comporta per ospedali, acquedotti, reti elettriche, trasporti e infrastrutture essenziali.
Ma preparare la popolazione a sopravvivere a una guerra non significa necessariamente inserire la Protezione civile nella preparazione militare dello Stato. Si possono predisporre rifugi, piani di evacuazione, sistemi di allarme e scorte sanitarie senza compromettere l’autonomia delle organizzazioni umanitarie e senza confondere la protezione dei civili con le esigenze operative della difesa.
È questa la distinzione che dovrebbe guidare il dibattito. E che, almeno a giudicare dai documenti del Senato, lo stesso Dipartimento della Protezione civile italiano sembra voler difendere.
La proposta europea è ancora oggetto di un procedimento legislativo: non tutte le sue disposizioni diventeranno necessariamente norme definitive. Proprio per questo è il momento di discuterne, non quando le decisioni saranno già state prese.
Le grandi associazioni di volontariato potrebbero cominciare chiedendo pubblicamente che siano garantiti il carattere civile delle proprie attività, l’autonomia operativa, la trasparenza delle esercitazioni e la separazione tra soccorso umanitario e finalità militari.
Perché, mentre i venti di guerra continuano a soffiare sull’Europa, sarebbe opportuno evitare che anche la Protezione civile venga trascinata, quasi senza accorgercene, dentro una logica di mobilitazione permanente. E sarebbe ancora più opportuno che i volontari, prima di ritrovarsi a operare in un sistema diverso da quello nel quale hanno scelto di impegnarsi, venissero almeno chiamati a discuterne. Non sarà mica chiedere troppo?
[1]Commissione europea e Alto rappresentante, European Preparedness Union Strategy, 26 marzo 2025. https://commission.europa.eu/topics/preparedness_en
[2]Commissione europea, COM(2025) 548 final, 16 luglio 2025, proposta di regolamento, artt. 4-6. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52025PC0548
[3]Senato, XIX legislatura, 4ª Commissione, resoconto del 3 marzo 2026, osservazioni del Dipartimento della Protezione civile. https://www.parlamento.it/show-doc?id=1496563&leg=19&part=doc_dc-sedetit_ssarspdrdpeedcram&tipodoc=SommComm
[4]Senato, XIX legislatura, 4ª Commissione, risoluzione del 3 dicembre 2025 sulla proposta COM(2025) 548. https://www.parlamento.it/show-doc?id=1485353&leg=19&part=doc_dc-allegato_a&tipodoc=SommComm
[5]TFUE, art. 196; TUE, art. 4, par. 2. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:12016E196
[6]Commissione europea, EU Preparedness Union Strategy to prevent and react to emerging threats and crises, 26 marzo 2025. https://civil-protection-humanitarian-aid.ec.europa.eu/news-stories/news/eu-preparedness-union-strategy-prevent-and-react-emerging-threats-and-crises-2025-03-26_en














