Differenza tra Protezione civile e Disaster Management
Comunemente, il termine “Disaster Management” viene inteso come sinonimo di “protezione civile” e cioè di quel complesso di forze (vigili del fuoco, servizi sanitari, volontari, militari …) destinato a soccorrere le popolazioni in caso di disastri non intenzionalmente prodotti dall’uomo quali calamità naturali, incidenti industriali, epidemie… Quello stesso complesso di forze che, quando si trova ad affrontare disastri intenzionalmente prodotti (quali guerre, terrorismo, tumulti…), viene indicato come “difesa civile”. In realtà, l’attuale Disaster Management (che in molte nazioni sta inglobando la protezione civile e la difesa civile) è qualcosa di ben diverso e, sotto certi aspetti, di losco.[1] È una disciplina finalizzata, prioritariamente, ad orientare il comportamento collettivo in “situazioni di emergenza” che, in alcuni casi, sono intenzionalmente create proprio dalla struttura di Disaster Management.
Il disastro, quindi, non è più soltanto una sciagura (per la quale vanno protetti i civili) ma può essere una risorsa da incanalare o, addirittura, da creare per realizzare un qualche scopo.[2] Gli esempi, come vedremo, sono già numerosi e il Disaster management, finalizzato a garantire lo scompaginamento di una società e l’imposizione di un’altra, è oggi una disciplina che impegna sempre più esperti: sociologi, psicologi, giornalisti, economisti, geografi, militari, addetti all’”emergenza”… Una situazione poco nota anche ai tanti che, meritoriamente, continuano ad operare nella protezione civile.
La nascita del Disaster Management
Il Disaster Management, (quale disciplina che accomuna studi e ricerche che oggi potremmo definire di Ingegneria sociale, Sociologia, Antropologia, Psicologia… nasce, sostanzialmente come disciplina militare finalizzata a far collassare la tenuta della popolazione dello stato nemico. [3]
Già nel 1943, studi sulla vulnerabilità psicologico-sociale erano stati svolti in Gran Bretagna, all’interno di una Commissione presieduta da Frederick Lindemann, consulente scientifico di Winston Churchill, per permettere al generale sir Artur Harris, del Comando Bombardieri Strategici britannico, di meglio pianificare bombardamenti di inaudita ferocia sulle città tedesche.[4]
Di certo, l’uso del terrore per scompaginare la psiche del nemico in guerra non era una novità ma quello che colpisce, dalla parziale lettura dei verbali (ancora in parte secretati) della commissione presieduta da Lindemann, è il considerare come principale obiettivo non già i militari ma la popolazione civile. Diventava, quindi, prioritario scompaginare la psiche di questa non solo attraverso efferati bombardamenti, come quelli del febbraio 1945 su Dresda, ma anche con espedienti quali, ad esempio, il far sorvolare le città tedesche, ormai prive di contraerea, da stormi di bombardieri che non sganciavano bombe, per inculcare nella popolazione un devastante senso di “gratitudine” verso il nemico.
Nel dopoguerra gli studi della Commissione Lindemann finalizzati ad orientare il comportamento di una popolazione sotto stress finirono per alimentarne altri intrapresi, soprattutto negli Stati Uniti, da commissioni e gruppi di lavoro che vedevano la presenza di psichiatri, militari, giornalisti. Scopo di questi studi (finora ne sono stati desecretati più di 300) era suscitare paure e angosce nella popolazione di uno stato nemico. Studi che alimentarono una disciplina denominata Psychological Warfare (Guerra psicologica)[5] e che diedero vita, nel 1951, ad un Comitato Strategico di questa (Psychological Strategy Board), incaricato di coordinare l’azione delle varie agenzie governative e degli ormai innumerevoli gruppi di ricerca.
Ben presto, questa disciplina finì per fondersi con gli studi di Edward Louis Bernays e con quelli del Tavistock Institute.
Edward Louis Bernays
Edward Louis Bernays[6], già famoso a trent’anni come “l’uomo che capiva la psiche della folla”, è considerato l’inventore dell’”Ingegneria sociale” e delle tecniche, basate sulla psicologia del subconscio, per assoggettare la popolazione. La sua fortuna cominciò quando suo zio, Sigmund Freud, gli fece dono di un suo libro “Introduzione alla psicoanalisi”; Bernays lo lesse e – come raccontò lui stesso – rimase affascinato dal racconto di forze irrazionali nascoste all’interno della mente umana pronte a manifestarsi al verificarsi di alcuni stimoli.
Queste forze erano state già individuate anni prima da uno studioso francese Gustave Le Bon, autore di un libro di successo edito nel 1895, “Psicologia delle folle” ma Le Bon, sostanzialmente, si limitava a descrivere[7] il comportamento di una folla sotto stress senza porsi il problema di come dirigerlo. Come dirigerlo e per quali scopi divenne l’obbiettivo di Bernays che ebbe come primi committenti titolari di aziende per le quali realizzò vincenti campagne pubblicitarie.
Ma il meglio Bernays lo diede nel 1917 quando, cooptato come consulente nel Committee on Public Information (ne facevano parte ben tre ministri, alti ufficiali, giornalisti…) riuscì a convincere gli Americani ad entrare in guerra. E ci riuscì avendo compreso che le masse non rispondono alla logica, ma agli impulsi emotivi e ai simboli. Simboli che, in quel caso, dovevano essere finalizzati in alla disumanizzazione del nemico: tedeschi ritratti nei manifesti come bruti selvaggi, o, addirittura, come gorilla che rapivano donne o distruggevano la civiltà; una disumanizzazione per eliminare ogni barriera morale all’uccisione del nemico e per mettere così a tacere le numerose organizzazioni religiose che negli USA si opponevano alla guerra.
Altri simboli usati da Bernays, il celebre manifesto “I want YOU” con lo zio Sam che chiedeva di arruolarsi o altri che chiedevano di acquistare i “Liberty Bonds” (titoli di Stato USA per finanziare l’entrata in guerra). Manifesti affissi in ogni dove per introiettare complessi di colpa verso chi non si arruolava o non contribuiva alla guerra.
Finita la guerra (16 milioni di morti, tra i quali 116.708 soldati Usa) Bernays spese il suo talento per promuovere altre guerre. Nel 1953, su incarico della United Fruit, riuscì a convincere gli Americani che il nuovo governo del Guatemala (colpevole di far pagare le tasse anche agli investitori stranieri) era una minaccia per gli Stati Uniti; Bernays creò, quindi, una finta agenzia di stampa guatemalteca, la “Middle America Information Bureau” che invocava gli Usa di liberare il paese dalla dittatura comunista. Nel giugno 1954 aerei Usa bombardavano il Guatemala, provocando un colpo di stato e instaurando una feroce dittatura.
Di certo Bernays non può essere considerato un fondatore del Disaster Management. Può, però, essere considerato uno dei precursori culturali della moderna gestione comunicativa delle emergenze (vere o inventate), perché contribuì a trasformare la persuasione di massa da attività intuitiva a processo pianificato: settorializzare il pubblico, individuarne le vulnerabilità, utilizzare intermediari credibili, costruire messaggi specifici e misurarne gli effetti sul comportamento. Molti di questi problemi sono oggi centrali nella risk communication e crisis communication discipline cardini della protezione civile.
Ma Bernays non si poneva l’obiettivo di stimolare le persone a tutelarsi bensì a ingegnerizzare il loro consenso. Oltre a ciò, un concetto fondamentale che Bernays riprese da Freud fu che l’individuo, quasi sempre, fa parte di un qualche gruppo con il quale si rapporta per prendere decisioni. La comunicazione, dunque, non poteva prescindere dall’analisi della vulnerabilità (psicologica, sociale, culturale) dei gruppi ai quali era destinata. Questa targetizzazione dell’informazione, spesso finalizzata al fearmongering, è stata resa pienamente possibile solo da qualche decennio con l’affermarsi di Internet e in particolare dei social.
Il Tavistock Institute e il Disaster Management
Il Tavistock Institute of Human Relations, (fondato nel 1947 per “studiare dinamiche sociali e organizzative”) è una costola della Tavistock Clinic fondata nel 1920 a Tavistock Square, una piazza di Londra, per curare i traumi psicologici dei reduci della prima guerra mondiale. Entrambe le strutture godono di una pessima fama in alcuni ambienti “complottisti”[8] che indicano queste come parte di un tenebroso network, finalizzato a controllo mentale dell’umanità.
La documentazione disponibile non supporta questa ipotesi; esistono, comunque una serie di documenti che attestano una stretta collaborazione, durante la seconda guerra mondiale, tra il ministero della guerra britannico e psichiatri e psicologi del Tavistock finalizzata alla selezione degli ufficiali, lo studio della leadership, delle dinamiche di gruppo e del comportamento degli uomini sottoposti a fortissimo stress. Inoltre dal 1942 il War Office britannico adottò, attraverso i War Office Selection Boards, metodi psicologici sviluppati con un importante contributo del gruppo Tavistock. Gli archivi di questo lavoro sono ancora conservati presso la Wellcome Collection. Tra le figure centrali di queste ricerche Wilfred Bion, John Rickman ed Eric Trist del Tavistock Institute che concentrarono le loro ricerche su ciò che accade in un gruppo quando questo viene sottoposto a stress, paura, incertezza e perdita dei normali riferimenti gerarchici.
Le esperienze condotte nell’esercito britannico contribuirono alla nascita di nuovi modi di concepire leadership e comportamento collettivo. Inoltre, il Tavistock Institute, tra il 1963 e il 1967, tramite una consulenza condotta da A. K. Rice, collaborò con la Divisione di Neuropsichiatria dello statunitense Walter Reed Army Institute of Research. La lettura dei documenti prodotti nell’ambito di queste ricerche si direbbe scagionare il Tavistock dell’accusa “complottista” di aver lavorato per imporre un controllo mentale sulla popolazione civile. [9]Esiste, comunque la possibilità che di altri studi prodotti dall’istituto, forse svolti con il contributo finanziario della Rockefeller Foundation, si siano perse le tracce considerando che, così come risulta da atti ufficiali, nel 1973, il direttore della CIA Richard Helms ordinò la distruzione della maggior parte dei documenti relativi al Progetto MK-ULTRA.
Va detto, comunque che, anche se fosse documentato l’impegno del Tavistock alla realizzazione di un qualche sistema di “controllo della mente”, questo, non sarebbe stato una novità considerato che, nel secondo dopoguerra sull’onda di fantomatici “lavaggi del cervello” che sarebbero stati imposti dalla Corea del Nord a prigionieri militari statunitensi, negli Usa e nei paesi NATO si erano moltiplicati come funghi istituti di ricerca che, più o meno segretamente, garantivano di poter ottenere il “controllo della mente”. [10]
Ma ora, accenniamo all’equivalenza tra gli effetti psicologici prodotti dalla della guerra e quelli prodotti da un disastro[11], alla base dell’attuale concetto di Disaster Management. Questa nasce, sostanzialmente, con uno studio di due ricercatori – John Rickman e Wilfred Bion del Tavistock Institute – sulla gestione del caos emotivo e delle tensioni intragruppo (stress, paura, incertezza e perdita dei normali riferimenti gerarchici…) in contesti altamente destrutturanti, quali la guerra o un disastro. Questa equivalenza tra gli effetti psicologici della guerra e del disastro diede la stura a tutta una serie di studi culminati, nel 1963, con la fondazione, presso la Ohio State University, da parte di Enrico Quarantelli, Russell Dynes ed Eugene Haas del Disaster Research Center.[12]
Va da sé che, grazie a questa nuova valenza del termine “disastro” (o emergenza”), a partire dagli anni “50, soprattutto negli Usa, esponenti di discipline quali psichiatria e scienze comportamentali, davano vita a innumerevoli istituti che, forti del lustro che ad essi garantiva la fondazione della CIA “Society for the Investigation of Human Ecology” ottenevano facilmente finanziamenti dal Pentagono.
Negli USA, già nella seconda metà degli anni “70, erano almeno settanta gli istituti che avevano il termine “Disaster” nel loro nome (dodici tra questi inglobato in “Disaster Management”), una garanzia per accedere a contributi pubblici o di fondazioni. E per produrre studi destinati ad essere pagati senza nessun controllo di qualità.
La pacchia finì nel 1979 con l’incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island.
La fallimentare gestione di quella emergenza evidenziò che gli Stati Uniti era privi di una struttura nazionale capace di fronteggiare disastri essendo questa attività svolta da una miriade di agenzie federali e strutture locali. Per di più, l’incidente di Three Mile Island, tenuto nascosto per giorni, mostrò l’importanza di una Protezione civile che si basasse sulla consapevolezza del rischio da parte delle popolazioni. Da ciò scaturì il Piano presidenziale di riorganizzazione della Protezione civile negli USA, lo sganciamento di questa dalla Difesa civile e la nascita della Federal Emergency Management Agency (FEMA).
Comincia così negli USA quella che è stata definita l’”età d’oro della protezione civile”, sganciata dalle sue origini militari e basata su una diffusa informazione e formazione della comunità. Durerà fino al 2001 quando la paranoia conseguente all’attentato alle Torri gemelle e alla disseminazione di lettere contenenti antrace diede vita alla tenebrosa quanto inefficiente DHS (United States Department of Homeland Security) che assorbì il FEMA e ridiede spazio a vecchi e loschi progetti di ricerca inerenti il Disaster Management.
Il Disaster Management in Italia
In Italia, il termine «protezione civile» appare, per la prima volta nel lessico politico nel 1950 ma bisognerà aspettare fino al 1981 per avere una organica legge di protezione civile.[13] Il perché da ricercarsi in questioni come il termine “naturali” che i partiti di sinistra chiedevano fosse apposto dopo il termine “calamità” escludendo, così, la possibilità che anche disastri come tumulti o altre situazioni di origine squisitamente politica potessero essere presi a pretesto per l’imposizione di uno Stato di emergenza (che prevede, tra l’altro, la sospensione di alcuni diritti costituzionali). A parere di chi scrive, comunque, sia la legge 996/70, sia il suo regolamento di esecuzione del 1981 (varato a seguito della debacle dei soccorsi dopo il terremoto del novembre 1980), pur essendo leggi di Difesa civile, non favorirono, affatto, la nascita di realtà ascrivibili come Difesa civile, bensì promossero per decenni lo strutturarsi nel nostro Paese di strutture di mera Protezione civile quali organizzazioni di volontariato e, negli enti territoriali, numerosi uffici ed iniziative.
La situazione cambiò agli albori di questo secolo quando, sulla scia di minacce enfatizzate o, addirittura inventate (ad esempio, il “Millennium Bug” del 1999 o le “lettere all’Antrace” del 2001) la psicosi del terrorismo e la conseguente militarizzazione della società, che già dominava gli USA, si diffuse anche in Italia. Questa situazione ebbe pesanti ripercussioni anche sulle strutture italiane di Protezione civile drenando, ad esempio, ingenti fondi per combattere un fantomatico “bioterrorismo” e militarizzando (con la legge n. 246/2000) il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. In più si è avuto spesso imposizione del segreto di Stato anche a documenti che avrebbero dovuto essere pubblici, peggiorando così la stessa pianificazione dell’emergenza. Mi sia concesso, a tal proposito, citare due esperienze capitatemi.
Nel 2004, lavorando per conto di un ente pubblico su un piano di emergenza anti-blackout (il 28 settembre 2003 se ne era verificato uno davvero grave in Italia) avevo chiesto ad alcune aziende di telefonia di conoscere l’autonomia dei gruppi elettrogeni che in Campania alimentavano i loro impianti in caso di blackout. Mi fu risposto che questa informazione (che non avevo avuto nessuna difficoltà ad ottenere negli anni precedenti) ora necessitava di un NOS (Nulla Osta di Sicurezza) che, ovviamente, non avevo.
Altra doccia fredda qualche tempo dopo. Redigendo un piano di emergenza sismica per l’area napoletana mi ero imbattuto in un rischio inaspettato: decine di migliaia di bombe all’iprite (un gas militare vescicante) che le truppe USA nel 1944-45 avevano gettato, per disfarsene, nel golfo di Napoli. Bombe che, già corrose dal tempo, in caso di terremoto, avrebbero potuto rompersi facendo risalire e diffondere nell’atmosfera il temibile gas. Tempo prima, su internet, avevo già visto una mappa (prodotta da due ricercatori statunitensi) con la dislocazione di quelle bombe nei fondali del golfo di Napoli e cercai di recuperala per redigere gli scenari del Piano di emergenza sismica. Nulla da fare: scomparsa da Internet e anche la visione di quella mappa (come seppi, classificata come “segreto militare”) necessitava di un Nulla Osta di Sicurezza. Il tutto, verosimilmente, per scongiurare la davvero improbabile ipotesi che qualche terrorista, consultata la mappa, potesse recuperare nei fondali, a duemila metri di profondità nel golfo di Napoli, una bomba corrosa ed estrarre da questa iprite; gas che potrebbe essere molto più comodamente realizzato con sostanze oggi acquistabili dovunque e con un procedimento descritto minuziosamente in molti testi di chimica industriale.
È da evidenziare che, in Italia, questa progressiva trasformazione della Protezione civile in Difesa Civile – e la conseguente imposizione di una cultura del Disaster Management – è avvenuta senza alcun dibattito parlamentare e senza che nessuna associazione di rilievo del variegato mondo della protezione civile avesse da dire alcunché. Neanche davanti alla cosiddetta “Missione Arcobaleno” del 1999 quando, durante la guerra alla Iugoslavia, la protezione civile italiana favorì la creazione di inservibili “insediamenti” (ufficialmente destinati per i profughi kossovari) ubicati in posti impervi, a pochissimi chilometri dalla frontiera con la Serbia, destinati, verosimilmente, ad essere null’altro che teste di ponte per una invasione da parte di colonne di “insorti” al soldo delle potenze Nato.
Un altro episodio che avrebbe dovuto suscitare allarme avvenne l’11 dicembre 1999. Quel giorno una strana circolare, venne pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 290. Stabiliva che l’affrontamento della minaccia “Millenium Bug” o “Baco del Millennio” (un supposto malfunzionamento che alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 avrebbe provocato il blocco di numerosi computer e la conseguente paralisi di importanti servizi) sarebbe stata diretta, non già dal Dipartimento della Protezione civile, bensì dal Sottosegretario di Stato (Franco Bassanini) in qualità di capo del Centro Decisionale Nazionale (CDN) ubicato a Forte Braschi a Roma. Cosa fosse questo misterioso CDN lo spiegava la suddetta circolare « (….) ha il compito di: raccogliere e valutare in termini di impatto i dati relativi alla situazione del Paese, informando l’autorità politica; trasmettere al Comitato di Ministri e, eventualmente, al Presidente del Consiglio dei Ministri, notizie sull’evolversi del quadro globale; distribuire le informazioni ai soggetti interessati; fornire la comunicazione nei confronti dei media; effettuare il necessario coordinamento tra le amministrazioni e le infrastrutture; fornire orientamenti e indirizzi in caso di inconvenienti di rilevante entità». Più o meno, le stesse competenze del Dipartimento della Protezione civile. Peccato che nessuno ne sapesse nulla dell’esistenza di questo Centro Decisionale Nazionale (ubicato a Forte Braschi, allora sede del SISDE e del SISMI, i nostrani servizi segreti) anche perché mai riportata in alcun documento legislativo.[14]
Da allora, a parere di chi scrive, le cose sono ulteriormente peggiorate; ad esempio con l’affido alla Protezione civile della realizzazione di grandi eventi, con la gestione dell’emergenza terremoto in Abruzzo nel 2009, dell’emergenza Covid nel 2020, dell’attuale emergenza Campi Flegrei… sulle quali ci si soffermerà.
Francesco Santoianni, 4 ottobre 2024
NOTE
[1] Sulla scia della Politica della Paura che, a partire dagli albori di questo millennio, è diventata, in moltissimi stati, una forma di governo, il Disaster Management ha finito anche per contaminare la pianificazione e la gestione delle emergenze civili (qualche caso è riportato in questo sito). E ha, inoltre, drenato dalla protezione civile molti esperti (che fino a pochi anni fa consideravo miei colleghi) i quali ora sono impegnati in attività quali l’identificazione dei servizi far collassare nell’ennesimo “stato canaglia” attraverso l’imposizione di sanzioni.
[2] Uno degli esempi più famosi è quello della cosiddetta publica fames prodotta da Clodio Macro che, nel 68 d.C., segretamente, interruppe deliberatamente i rifornimenti di grano dall’Africa per creare una carestia e, quindi una rivolta contro Nerone. Ma gli esempi di disastri creati per imporre uno stravolgimento dell’ordinamento sociale sono innumerevoli. Cfr. Oliver-Smith (a cura di) “What is a Disaster? Anthropological Perspective on a Persistent Question.” Numero monografico dell’<<International Journal of Mass Emergencies and Disasters>> London 2022. Vi sono poi le considerazioni sul disastro come elemento positivo in quanto permette di meglio far sviluppare la società. A tal riguardo cfr. A. Placanica “Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del Settecento” Einaudi, 1997; vedi anche F. Santoianni “Disastri. Da Atlantide a Chernobyl: l’uomo e le grandi catastrofi”, Giunti, 1996
[3] J. Osgood, M. Kenneth “Hearts and Minds: The Unconventional Cold War”. Journal of Cold War Studies. 4 (2): 85–107. 2015
[4] Sintesi del lavoro della “Commissione Lindemann” è stato il “Memorandum di Cherwell” documento politico-militare presentato il 30 marzo 1942 da Frederick Lindemann (noto come Lord Cherwell), consigliere scientifico capo del Primo Ministro britannico Winston Churchill. Questo memorandum teorizzò e diede il via libera definitivo alla strategia dei bombardamenti a tappeto (area bombing) da parte della RAF sulle città tedesche.
La tesi centrale del documento di Lindemann si basava sul concetto di “dehousing” (letteralmente “privare della casa”). Lindemann calcolò che, concentrando i bombardamenti della RAF Bomber Command non sui singoli obiettivi industriali (troppo difficili da colpire di notte con precisione) ma sulle aree residenziali delle classi lavoratrici delle 58 principali città tedesche, si sarebbe ottenuto il massimo risultato bellico. I punti cardine del documento erano: Distruzione morale: Privare i civili e gli operai delle loro case, dei servizi e dei beni primari avrebbe spezzato lo spirito della popolazione e la sua volontà di combattere. Crollo della produzione: Anche senza colpire direttamente una fabbrica, distruggere le case dei lavoratori attorno a essa avrebbe paralizzato la macchina bellica nazista. Efficienza statistica: Lindemann presentò calcoli matematici precisi (poi aspramente contestati da altri scienziati) secondo cui una determinata quantità di bombe avrebbe lasciato senza tetto un terzo della popolazione tedesca in tempi brevi. Nonostante le forti critiche interne da parte di altri consulenti scientifici del governo (come Henry Tizard), che ritenevano i calcoli di Lindemann errati ed esagerati, Churchill appoggiò totalmente la visione del suo consigliere. Il memorandum portò alla direttiva del bombardamento d’area (Area Bombing Directive) e spianò la strada alle devastanti incursioni aeree guidate dal maresciallo dell’aria Arthur Harris (soprannominato “Bomber Harris”), come l’Operazione Gomorrah su Amburgo e il tragico bombardamento di Dresda. Nel dopoguerra, questa strategia basata sul documento di Lindemann sollevò enormi e permanenti dibattiti etici e storici sulla legittimità di colpire deliberatamente i civili per fini strategici.
[5] J. Whyte, “The Birth of Psychological War: Propaganda, Espionage, and Military Violence from WWII to the Vietnam War”, British Academy/Oxford University Press, 2023
[6] Edward Louis Bernays, morto ultracentenario nel 1995 e considerato, secondo una classifica stilata dal magazine Life, fra le cento figure più influenti del XX secolo è l’inventore della moderna pubblicità. Nipote di Sigmund Freud, utilizzò gli studi dello zio per manipolare l’inconscio delle persone. Sua questa considerazione: «Gli individui e il gruppo sono guidati da un numero veramente basso di desideri ed emozioni fondamentali: […] il sesso, l’istinto gregario, il desiderio di dirigere, gli istinti materni e paterni. (…) sono tutti elementi sui quali bisogna insistere per arrivare al cuore del pubblico invece di cercare di farlo ragionare. […] Le discussioni astratte e gli argomenti […] non possono essere dati al pubblico se non previamente semplificati e drammatizzati.»
Nel 1917 fu cooptato come consulente nel Committee on Public Information (ne facevano parte, i ministri della guerra, degli esteri, della marina, giornalisti, scrittori…) per convincere gli Americani ad entrare in guerra. Tra le realizzazioni di questo Comitato, il manifesto raffigurante lo Zio Sam (con la celebre frase “I Want You for US Army”) e innumerevoli film, commissionati ad Hollywood, dai titoli inequivocabili: “Gli artigli dell’unno”, “Il delinquente prussiano”, “All’inferno con il Kaiser”, “Il Kaiser la belva di Berlino”…
Una campagna propagandistica che fece nascere innumerevoli organizzazioni “patriottiche” e una isteria antitedesca talmente intensa da trascinare gli Stati Uniti nella prima guerra mondiale presentata dal presidente Wilson, su suggerimento di Bernays, “strumento per riportare la democrazia in tutta l’Europa”.
Finita la guerra (16 milioni di morti, tra i quali 116.708 soldati Usa) Bernays spese il suo talento per promuovere altre guerre. Nel 1953, su incarico della United Fruit, riuscì a convincere gli Americani che il nuovo governo del Guatemala (colpevole di far pagare le tasse anche agli investitori stranieri) era una minaccia per gli Stati Uniti; Bernays creò, quindi, una finta agenzia di stampa guatemalteca, la “Middle America Information Bureau” che invocava gli Usa di liberare il paese dalla dittatura comunista. Nel giugno 1954 aerei Usa bombardavano il Guatemala, provocando un colpo di stato e instaurando una feroce dittatura.
Concludiamo riportando una sua illuminante considerazione: «La manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini organizzate e delle opinioni delle masse è un elemento importante in una società democratica. Coloro che manipolano questo meccanismo nascosto della società costituiscono un governo invisibile che ha il vero potere di governare nel nostro paese. Veniamo governati, le nostre menti vengono modellate, i nostri gusti influenzati, le nostre idee suggerite per la maggior parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare. Questa è la conseguenza logica del modo in cui è organizzata la nostra società democratica»
[7] «In determinate circostanze, e soltanto in tali circostanze, un agglomerato di uomini possiede caratteristiche nuove ben diverse da quelle dei singoli individui che lo compongono. La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità si orientano alla medesima direzione. Si forma così un’anima collettiva, senza dubbio transitoria, ma con caratteristiche molto precise. La collettività diventa allora […] una folla organizzata o se preferiamo, una folla psicologica. Tale folla forma un solo corpo ed è sottomessa alla legge dell’unità mentale delle folle.»
G. Le Bon “Psicologia delle folle”, TEA, 2004
[8] Cfr. Daniel Estulin, “L’Istituto Tavistock. L’organismo occulto che governa le nostre menti”, Macro Edizioni, 2014; John Coleman “The Tavistock Institute of Human Relations: Shaping the Moral, Spiritual, Cultural, Political and Economic Decline of the United States of America” World In Review, 2006. Le critiche e i sospetti verso la Tavistock Clinic sono saliti alle stelle dopo la sua chiusura imposta dalle autorità britanniche.
[9] Vedi anche il libro di John Marks in The Search for the “Manchurian Candidate”. Libro pubblicato nel 1979 e scritto da un ex ufficiale del Dipartimento di Stato americano, che ha potuto consultare oltre 16.000 pagine di documenti ufficiali della CIA ottenuti grazie al Freedom of Information Act; libro che, tra l’altro, ottenne un enorme risonanza pubblica. Il senatore statunitense Edward Kennedy arrivò a dire che il lavoro di Marks era riuscito a “realizzare ciò che due comitati del Senato non erano riusciti a fare” nel fare luce sugli abusi dei servizi segreti.
[10] Tra i principali centri di ricerca:
1. Human Ecology Fund / Society for the Investigation of Human Ecology
Fu utilizzata dalla CIA come schermo finanziario di MKULTRA. Dietro la Society operava il neurologo della Cornell Harold G. Wolff, che aveva studiato per Allen Dulles le tecniche comuniste di “brainwashing”. La CIA utilizzò la struttura per finanziare ricerche apparentemente accademiche in psicologia, antropologia, sociologia e psichiatria. I documenti declassificati mostrano che la Society doveva raccogliere scienziati di alto livello e finanziare studi psicologici, sociologici e antropologici. (Archivio Nazionale di Sicurezza)
2. Geschickter Fund for Medical Research
Ancora più netto è il caso della fondazione diretta dal medico Charles Geschickter. Un documento MKULTRA del 1954 specifica che il fondo veniva utilizzato dalla CIA come cut-out, cioè come intermediario che impediva di risalire al vero finanziatore. La CIA finanziò attraverso Geschickter ricerche su sostanze capaci di modificare il comportamento e contribuì persino alla costruzione di una nuova ala del Georgetown University Hospital. Il progetto prevedeva che parte degli spazi fosse disponibile per ricerche sponsorizzate dall’Agenzia e che vi fossero pazienti e volontari utilizzabili sperimentalmente. (Archivio Nazionale di Sicurezza) Secondo la documentazione disponibile, circa 2,1 milioni di dollari passarono attraverso la fondazione verso altri ricercatori. (CIA)
3. Allan Memorial Institute della McGill University
Lo psichiatra Donald Ewen Cameron vi condusse esperimenti che comprendevano: elettroshock ad alta intensità; LSD e altri farmaci; coma o sonno prolungato; ripetizione continua di messaggi registrati, il cosiddetto “psychic driving”; tentativi di demolire precedenti schemi psicologici, il “depatterning”. I finanziamenti della CIA passarono attraverso organizzazioni di copertura legate alla Human Ecology. Il National Security Archive identifica esplicitamente gli esperimenti di Cameron come parte delle attività MKULTRA. (Archivio Nazionale di Sicurezza)
4. Cornell Medical Center – Harold Wolff
Wolff studiò per la CIA le tecniche cinesi e sovietiche di “brainwashing”, cercando di capire resistenza all’interrogatorio; isolamento; stress; privazione sensoriale; dipendenza psicologica; uso combinato di farmaci e tecniche psicologiche. Fu anche una delle figure centrali della Society for the Investigation of Human Ecology. (Archivio Nazionale di Sicurezza)
5. Georgetown University Hospital
Il Subproject 35 di MKULTRA prevedeva che la CIA contribuisse segretamente alla costruzione del Gorman Annex attraverso il Geschickter Fund. La documentazione parla esplicitamente della possibilità di disporre di pazienti e volontari per sperimentazioni in condizioni cliniche. (Archivio Nazionale di Sicurezza) La stessa audizione del Senato del 1977 stabilì che MKULTRA aveva coinvolto 86 università o istituzioni e che spesso ricercatori e strutture non conoscevano la provenienza reale dei finanziamenti. (CIA)
6. Porton Down
Nel 2005 il governo britannico ha confermato in Parlamento che nel 1953-1954 il Secret Intelligence Service – MI6 – commissionò a Porton Down esperimenti con LSD su militari volontari e scienziati. L’obiettivo dichiarato era verificare il potenziale dell’LSD come incapacitanti e/o ausilio all’interrogatorio. Gli esperimenti continuarono in varie forme negli anni Sessanta. (Hansard) Esisteva inoltre collaborazione fra USA, Gran Bretagna, Canada e Australia; documenti parlamentari britannici confermano per esempio che LSD utilizzato a Porton Down proveniva anche dall’US Army Chemical Centre di Edgewood. (Pubblicazioni del Parlamento britannico)
7. Edgewood Arsenal
Il US Army Chemical Corps condusse per decenni esperimenti su sostanze psicotrope e incapacitanti. Il principio era differente da quello immaginato dalla narrativa sul “mind control”: si cercavano soprattutto sostanze in grado di: disorientare; impedire di combattere; alterare temporaneamente percezione e giudizio; facilitare l’interrogatorio; produrre incapacità senza necessariamente uccidere. LSD e successivamente sostanze come BZ entrarono in questo campo di ricerca.
[11] La psicologia dei disastri (disaster psychology) nasce dall’incontro fra psicologia, psichiatria, sociologia e studi sul comportamento collettivo nelle situazioni di crisi. Non è quindi possibile indicare una data precisa per la sua nascita: la disciplina si forma progressivamente durante il Novecento, soprattutto attraverso lo studio empirico delle reazioni individuali e collettive provocate da terremoti, esplosioni, guerre e altre catastrofi.
Uno dei primi lavori fondamentali è quello del sociologo canadese Samuel Henry Prince, “Catastrophe and Social Change”, pubblicato nel 1920 e dedicato all’esplosione che il 6 dicembre 1917 aveva devastato Halifax, in Canada. Prince dedicò un intero capitolo alla “Catastrophe and Social Psychology”, analizzando shock, paura, allucinazioni, comportamento delle folle, perdita dei normali riferimenti sociali, eroismo e mutuo soccorso. Significativamente osservava che, all’epoca, era praticamente impossibile trovare una vera trattazione sistematica della “disaster psychology”.
Lo studio di Halifax rappresenta perciò uno dei punti di partenza della moderna ricerca scientifica sulle reazioni psicologiche alle catastrofi. È importante notare, tuttavia, che inizialmente il problema non veniva affrontato come una branca autonoma della psicologia clinica: interessava soprattutto sociologi, psichiatri militari e studiosi del comportamento collettivo.
Un secondo decisivo impulso arrivò dalle due guerre mondiali. La Prima guerra mondiale aveva posto la medicina militare di fronte al fenomeno dello shell shock, mostrando come eventi estremamente traumatici potessero produrre conseguenze psicologiche e somatiche anche in assenza di lesioni fisiche evidenti. Durante la Seconda guerra mondiale l’attenzione si spostò ulteriormente verso il comportamento delle popolazioni civili sottoposte a bombardamenti, evacuazioni e distruzioni su larga scala. Psicologi, psichiatri e governi iniziarono così a studiare sistematicamente paura, panico, morale, adattamento e capacità di recupero delle comunità.
Dagli anni Ottanta e Novanta la psicologia dei disastri assunse progressivamente una propria identità professionale. Il suo campo di interesse non riguardava più soltanto le patologie post-traumatiche, ma comprendeva la preparazione psicologica alle emergenze, la comunicazione del rischio, il comportamento collettivo, il supporto alle vittime e ai soccorritori, la gestione del lutto, la resilienza delle comunità e gli interventi psicologici immediatamente successivi agli eventi catastrofici. Parallelamente, la psichiatria e la psicologia clinica svilupparono lo studio del trauma psicologico. Un passaggio fondamentale avvenne con il riconoscimento, nel 1980, del Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD) nel DSM-III dell’American Psychiatric Association. Il trauma provocato da guerre, incidenti e catastrofi acquistava così una precisa classificazione diagnostica.
Dagli anni Ottanta e Novanta la psicologia dei disastri assunse progressivamente una propria identità professionale. Il suo campo di interesse non riguardava più soltanto le patologie post-traumatiche, ma comprendeva la preparazione psicologica alle emergenze, la comunicazione del rischio, il comportamento collettivo, il supporto alle vittime e ai soccorritori, la gestione del lutto, la resilienza delle comunità e gli interventi psicologici immediatamente successivi agli eventi catastrofici.
[12] Nel 1976, presso l’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia, viene creato il Dipartimento Sociologia dei disastri, ora Emergenze di Massa
[13] Il primo tentativo di dotare il nostro Paese di una struttura nazionale di Protezione civile risale al 1950 con il disegno di legge «Disposizioni per la protezione delle popolazioni civili in caso di guerra o calamità (difesa civile)» seguirà nel 1956 il disegno di legge «Norme sulla protezione civile in caso di eventi bellici e calamità naturali» e, infine nel 1970 la legge «Norme sul soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite da calamità – Protezione civile» che fu dotata di un regolamento esecutivo solo nel 1981. Su questi punti, il secondo capitolo del libro di F. Santoianni “Disaster Management – Protezione civile” (riprodotto integralmente a questo indirizzo.
[14] Oltre alla Circolare 3 dicembre 1999, l’unica altra documentazione pubblica su questo Centro Decisionale Nazionale (CDN) la si trova nel sorprendente articolo “La gestione della crisi” pubblicato, nel 1991, on line, dall’Arma dei Carabinieri.
È da evidenziare che, nel dicembre 1984, all’indomani della strage sul rapido 904 (nella galleria di Val di Sambro), l’ex ministro Rino Formica, denunciava l’esistenza di un «(…) organismo non ufficiale, anzi giuridicamente inesistente, preposto a garantire con ogni mezzo, la collocazione internazionale dell’Italia all’interno dello schieramento atlantico, in situazioni di crisi» e nel numero del 10 febbraio 1985 de «L’Espresso» un articolo di Pietro Calderoni (dedicato alla strage del rapido 904) rivelava l’esistenza di un protocollo segreto, siglato tra il 1979 e il 1980, che costituiva all’interno dei nostri servizi segreti un «Centro per il controllo strategico delle crisi politiche» facente capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una struttura della cosiddetta “Cooperazione Civile e Militare”.








