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areavesuvianaflegreaSul Piano Vesuvio (e Piano Campi Flegrei) il Movimento Cinque Stelle ha presentato,il 13 gennaio 2014, il Disegno di Legge ("Programma straordinario di interventi per la mitigazione del rischio vulcanico e urgenti misure per la pianificazione di Protezione civile nell’area flegrea e vesuviana”) tutt’ora in fase di discussione tra i suoi attivisti. Qui il videoclip che, sinteticamente, illustra il Disegno di Legge,  Riteniamo cosa utile riprodurre qui la documentazione che supporta questa iniziativa, certamente di notevole interesse per chi si occupa di Disaster Management.

F.S.

 


Per un vero Piano di Protezione civile nell’area flegrea e vesuviana

È dal 1996 che il “Piano Vesuvio” viene presentato, su tutti i mass media, come un “Piano in fase di aggiornamento” da parte di ineffabili “Commissioni” (che si direbbe siano finora servite solo a elargire laute consulenze). Il risultato è che, a oggi, nonostante innumerevoli e costose “esercitazioni”, “corsi di formazione”, roboanti dichiarazioni, servizi giornalistici e televisivi…  nessuno (ne tantomeno i sindaci) nell’area vesuviana e flegrea sa cosa concretamente debba fare in caso di emergenza vulcanica. Ancora peggio a livello nazionale visto che, dopo 17 anni, non esiste ancora un Responsabile del Piano e non è stata nemmeno indetta la Conferenza Stato-Regioni per decidere dove esattamente fare alloggiare le famiglie evacuate. Una situazione scandalosa che non trova riscontro in quasi nessuna altra area vulcanica densamente urbanizzata del nostro pianeta.

Il Movimento Cinque Stelle invita i cittadini dell’area vesuviana e flegrea a mobilitarsi affinché, finalmente, sia garantita la loro sicurezza, sia realizzato un Piano di emergenza  degno di questo nome, sia sviluppata una politica di sviluppo urbanistico compatibile con la specificità e i rischi del territorio. E a confrontarsi con questo nostro documento.


Che fare in caso di emergenza vulcanica?

gemellaggi_vesuvio_d0Cosa dovrebbe fare oggi la popolazione flegrea e vesuviana in caso di allarme vulcanico? La risposta ufficiale è sintetizzata in questi due riquadri, tratti dai documenti della Protezione civile “Elementi di base per la pianificazione nazionale di emergenza dell’area flegrea” e “Piano nazionale di emergenza dell'area vesuviana”.

Metà della popolazione di Fuorigrotta dovrebbe evacuare in Toscana, l’altra metà nel Lazio; la popolazione di Pianura in Emilia, Bacoli nelle Marche, Pozzuoli in Abruzzo, Monte di Procida nel Molise, la popolazione di Vomero, Arenella, Chiaia in Puglia, Soccavo in Sicilia, Bagnoli in Basilicata….

Uguale sorte per le popolazioni vesuviane: Portici in Emilia Romagna, Ercolano in Toscana, Terzigno nel Veneto, Torre del Greco in Sicilia……piano flegrei regioni

Probabilmente molti già conoscono queste destinazioni e, verosimilmente, credono che questo drammatico esodo debba verificarsi solo e se l’eruzione assume dinamiche pericolose per la popolazione. In altri termini, essi credono che il “Piano di protezione civile” (che immaginano esista da qualche parte) contempli anche una serie di misure da attuare durante la fase di Allarme; quando, cioè, non si sa se una serie di fenomeni (continui terremoti, bradisismo, intensificarsi delle fumarole….) sfoceranno in una eruzione o se rientreranno senza fare danni (come fu, ad esempio, durante il bradisismo di Pozzuoli protrattosi dal 1982 al 1984).

Così non è. È proprio questo il nocciolo della faccenda.

Al pari di quanto è stato fatto per l’area vesuviana, le direttive per l'emergenza per l’area flegrea prevedono SOLO l’evacuazione, da attuare in una non meglio precisata “emergenza” e senza che si sappia ancora dove esattamente andare ad alloggiare. Proprio per questo i cosiddetti "piani di protezione civile", finora sbandierati sui giornali e in TV, continuano ad essere "preliminari" a dettagliati ed efficaci piani che ancora non si sono  visti.

Ma, a proposito, chi dovrebbe oggi redigere questi piani?

Considerato l’enorme rischio rappresentato da una emergenza vulcanica nei Campi Flegrei, e nell’area vesuviana, sarebbe lecito aspettarsi che da qualche parte (al Dipartimento della Protezione Civile, al Ministero dell’Interno, alla Prefettura di Napoli, alla Regione Campania, alla Provincia di Napoli…….) ci sia un Ufficio preposto a realizzare l’apposito “Piano di emergenza”. Del resto in Italia (e ancora più in Campania) ogni “emergenza” (frana di Sarno, frana di Casamicciola, alluvione di Napoli…) è servita a far nascere appositi carrozzoni: i “Commissariati straordinari”, gonfi di dipendenti assunti per “chiamata diretta”.

Ma, incredibile a dirsi, per realizzare il “Piano di emergenza Campi Flegrei” (o quello per l’area vesuviana) non c’è NULLA: né un ufficio, né funzionari preposti appositamente a questo compito, neanche un preciso responsabile. Soltanto annunci sui mass media di “imminenti” piani, che si perpetuano dal 1996.

Perchè questa scandalosa situazione?

Per capirlo è necessaria una premessa. Da tempo, in Italia, buona parte della ricerca scientifica è direttamente finanziata o sponsorizzata dal Dipartimento della Protezione civile. Impossibile sapere per quanti soldi. Anni fa, ad esempio, una interrogazione parlamentare chiedeva di sapere quanto era stato dato dal Dipartimento della Protezione civile all’INGV (Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia) per assumere personale, acquistare attrezzature e software, assegnare consulenze, organizzare convegni e “corsi di formazione”…. in nome del "Piano di emergenza Vesuvio". A quella interrogazione il governo non ha mai dato risposta.

La verità è che il “rischio Vesuvio (o Campi Flegrei)” per molti è un problema ma per qualcuno è una risorsa. Un mezzo per continuare a mungere soldi pubblici, arraffare consulenze, creare carriere… Un po’ come è stato per il “problema rifiuti”. Anche per questo non è stato mai varato un definitivo Piano di protezione civile, ma solo “studi preparatori” a questo. Anche per questo, le spese per ricerche finalizzate al “rischio vulcanico” si sono moltiplicate a dismisura: basti pensare alla costosissima “Tomografia assiale sismica” del Vesuvio, agli innumerevoli progetti commissionati alla campana AMRA (Centro di competenza Analisi e Monitoraggio Rischio Ambientale), al "Deep Drilling Project" in corso nell’area flegrea…..

Ovviamente, ben venga l’ausilio della comunità scientifica nella Protezione civile, il problema, comunque, nasce quando questo connubio si traduce unicamente nella produzione di pubblicazioni scientifiche utili solo alla carriera degli accademici e dei loro portaborse e in un omertoso legame, come quello attestato dalla sentenza di condanna della Commissione Grandi Rischi al processo per il terremoto dell’Aquila. Ancora peggio, quando la mitigazione del rischio viene invocata per realizzare opere che hanno tutt’altra finalità, come la costruzione di “nuove strade per garantire la fuga” proposte oggi per l’area flegrea e in passato per l’area vesuviana. Opere queste – non solo inutili (come vedremo più avanti) e costose – ma che, diventando ben presto nuovi assi di urbanizzazione (abusiva o meno) finiscono per aggravare il rischio.


Quale Piano di Protezione civile?

sangennarosfumatoNella proposta di Legge (qui riportata in bozza) che il Movimento Cinque Stelle intende presentare al Parlamento c’è l’istituzione di un “Ufficio per il Piano di emergenza Campi Flegrei, e area vesuviana”. Un ufficio con un preciso scopo, un preciso responsabile e un preciso scadenzario da rispettare. Non abbiamo, quindi la pretesa di sostituirci qui ai tecnici che dovranno redigere il Piano; un Piano certamente complesso ma che dovrà essere redatto anche confrontandosi con la popolazione e gli enti locali che dovranno attuarlo, e non già subirlo.

Ciò premesso, accenniamo ad alcuni aspetti delle passate emergenze che hanno coinvolto le nostre aree vulcaniche evidenziando alcuni punti che ci auguriamo possano connotare il futuro Piano di protezione civile per l’area vesuviana e flegrea.

Il principale motivo che ha impedito, finora, di realizzare un vero Piano di Protezione civile per l’area flegrea e vesuviana è stata la pretesa di imperniarlo su una evacuazione “preventiva” di tutta la popolazione in caso di “allarme vulcanico”. Una impostazione certamente “comoda” per i burocrati, che possono così, pilatescamente, “lavarsi le mani”, anche se poi la gente (perché esasperata – ad esempio – dalla mancanza di una sistemazione alternativa decente o non vedendo verificarsi alcuna eruzione) ritorna dopo qualche giorno a casa, con le conseguenze che è facile immaginare.

All’estero, invece, (considerando che una eruzione “annunciata” potrebbe, poi, non verificarsi) i piani di emergenza (anche quelli per aree densamente popolate) seguono, generalmente, altre direttive. Non appena le reti di monitoraggio intercettano segnali che lasciano presagire una possibile ripresa dell’attività vulcanica, si fanno allontanare dall’area solo quelle fasce di persone particolarmente vulnerabili (ad esempio, degenti di alcuni reparti ospedalieri); se i segnali diventano sempre più inequivocabili (e se, quindi, l’eruzione diventa sempre più probabile) l’allontanamento coinvolge, progressivamente, altre fasce di popolazione (ad esempio, tutti i degenti degli ospedali, poi – eventualmente – persone handicappate, poi – eventualmente – persone anziane, poi – eventualmente – famiglie con numerosi bambini….).

Questa impostazione del Piano presuppone, ovviamente, una attenta ricognizione del territorio e, sopratutto, un attivo coinvolgimento delle comunità locali (che, invece, finora, in Campania, sono state trattate, più o meno, come pezza da piedi) per pianificare tutte quelle iniziative finalizzate a garantire alla popolazione una permanenza nell’area in una situazione di indeterminatezza dell'andamento della crisi vulcanica (che potrebe durare anche anni). Una di queste potrebbe essere una accurata indagine sulla vulnerabilità degli edifici ai terremoti (i quali scandirono il bradisismo del 1982-83);  sopratutto per l’area flegrea dove lo zolfo presente nell’atmosfera, unito alla salsedine marina, determina fenomeni corrosivi nei tondini di ferro del cemento armato.

Un altro suggerimento che ci sentiamo di dare riguarda il come diradare la popolazione nell’area per ridurre i danni di una speriamo lontanissima imponente eruzione. Un tentativo in tal senso fu fatto nel 2002 dalla Regione Campania con il varo del “Progetto Vesuvìa”, che, ben presto, naufragò tra un mare di “interventi a pioggia”, clientele e tagli dei fondi. La strada del diradamento della popolazione, comunque, è l’unica che può evitare che la prossima eruzione in Campania si trasformi in una catastrofe, anche economica, con un fiume di profughi alla disperata ricerca di un alloggio e di un sostentamento. Prefigurare incentivi, quali priorità nell’assegnazione di alloggi popolari, nei concorsi pubblici e nei trasferimenti (per lavori da svolgersi fuori da queste aree), gratuità dei trasporti pubblici (per chi, pur dovendo lavorare nelle aree vulcaniche, si sposta fuori zona), creazione di rete a banda larga e altro per rendere appetibili territori oggi abbandonati come quelle dell’entroterra campano… Le proposte da mettere in cantiere sono molte e il Movimento Cinque Stelle intende discuterle, ancora prima che con quello che sarà l’Ufficio per il Piano di emergenza, con i cittadini. Affinché la tutela della sicurezza passi dai burocrati e dai politicanti, che nulla hanno fatto per garantirla, nelle mani della gente.


Invece del Piano

mesime3ll_d3L’elenco di tutte le (costose) iniziative realizzate finora pur di dare l’illusione che si sia fatto qualcosa per prepararsi ad una emergenza vulcanica in Campania sarebbe lunghissimo. Citiamone, quindi, solo qualcuna . Intanto le “esercitazioni di protezione civile” che, di norma, dovrebbero servire a testare un Piano di emergenza evidenziandone, e quindi spingendo a rivedere, eventuali punti critici. Per il Vesuvio e i Campi Flegrei, invece, in assenza di un qualsiasi Piano da testare, le pur numerose (e, spesso, costose) esercitazioni (“Exercise: Europa 96”, “Vesuvio 99”, “Vesuvio 2001”, “Mesimex 2006”, “Pozzuoli Shake Out 2012”…) si sono tradotte in surreali sceneggiate, come i 500 alunni di Somma Vesuviana spediti (nell'’esercitazione “Vesuvio 99”)  in zona “sicura” (e cioè Avezzano: 33.000 morti per terremoto nel 1915) con volontari ridotti a mere comparse, installazioni di tendopoli, elicotteri che volteggiano qua e là, autovetture che sfrecciano a sirene spiegate, “autorità” che si pavoneggiano e immancabili convegni.

Poi ci sono gli, ormai innumerevoli, “corsi di formazione”. L’ultimo, “Protezione Civile e Rischio Vulcanico”, tenutosi nel dicembre 2012, verosimilmente realizzato per placare le ire dei sindaci e delle popolazioni flegree, giustamente preoccupati per la mancanza di un Piano di protezione civile e per la ripresa del bradisismo.

Poi c’è lo sterminato capitolo delle “iniziative educative” finalizzate, di solito, a creare una “convivenza con il rischio vulcanico”, realizzate, in alcuni casi, da insegnanti di buona volontà, in altri da enti e istituzioni per spendere un po’ di soldi in docenti, tutors, pubblicazioni… Tutte iniziative, si badi bene, certamente meritorie nella loro finalità, ma che si dissolvono nel nulla non appena qualcuno domanda “Ma, allora, noi in caso di allarme vulcanico, concretamente, cosa dobbiamo fare?”.


Le passate eruzioni 

L’impostazione della maggior parte dei piani di emergenza vulcanica all’estero (anche per garantire una adeguata assistenza, evitare la sindrome di “Al Lupo! Al lupo!” e circoscrivere il collasso economico e sociale conseguente all’allarme) permette alla popolazione abile di intervenire per ridurre i danni, ad esempio spalando le ceneri vulcaniche che, depositandosi sui tetti delle loro case, ne minacciano il crollo.

Un’attività questa che ha caratterizzato le popolazioni vesuviane nelle passate eruzioni. Il Vesuvio, infatti, è stato in attività eruttiva esterna ininterrottamente dal 1631 al 1944 e questo continuo riproporsi di eruzioni ha permesso (un po’ come è oggi per la popolazione autoctona di Stromboli) lo svilupparsi di quella “cultura del territorio” che faceva leggere le eruzioni come un evento certamente pericoloso ma non come quella inevitabile e istantanea condanna a morte, una sicura catastrofe dalla quale scappare il più rapidamente possibile, oggi purtroppo radicata nell’immaginario collettivo.

A Pozzuoli nel 1970 (durante uno dei tanti bradisismi che poi rientrò senza evolversi in eruzione) questa “cultura del territorio” si tradusse, addirittura, in scontri con le Forze dell’ordine (che volevano imporre l’evacuazione di Rione Terra) da parte di una popolazione che, giustamente, ribadiva come il bradisismo fosse una costante della vita della città, che le stesse eruzioni nei Campi Flegrei – come quella di Monte Nuovo del 1538 – non avevano mai avuto quei caratteri di repentinità e di immediata distruttività da rappresentare un diretto pericolo per la vita umana e, che, soprattutto, contestavano la scelta di sgombrare un solo rione (abitato da famiglie a basso reddito e, per la sua posizione panoramica, ambito da non poche immobiliari) per fronteggiare una eruzione.

Tredici anni dopo, invece, un nuovo bradisismo sciaguratamente enfatizzato dai mass media come prodromo di una catastrofica eruzione e, sopratutto, la mancanza di un serio Piano di protezione civile (che, tra l’altro, avrebbe potuto permettere alla popolazione di superare la situazione di stress) determinò il panico, l’allontanamento per mesi di decine di migliaia di persone e il conseguente collasso economico e sociale.

Paradossalmente, questo irrazionale terrore del rischio vulcanico porta, nella vita di tutti i giorni, alla sua rimozione. E gli stessi che oggi rischierebbero la vita gettandosi in una folle corsa in caso di “allarme vulcanico” non hanno nessuna remora a costruirsi una casa (eventualmente abusiva) su un cratere vulcanico.


Prevenzione: anno zero

zona_rossa_colorata-R2-678x533Non è solo colpa della “camorra” o dell’”abusivismo”. Anche lo Stato ce la mette di suo per fare aumentare  l’esposizione al rischio vulcanico. L’”Ospedale del Mare”, ad esempio, che, in una sarabanda di aumento dei costi, si sta “completando” (da dieci anni, ormai) a Ponticelli e che dovrebbe inglobare ben quattro ospedali napoletani è stato ubicato in un area già percorsa dai flussi piroclastici dell’eruzione del 1631. Uguale follia nell’area flegrea: cinque milioni di metri cubi da edificare a Bagnoli, in un area identificata come “rossa” e cioè a massimo rischio vulcanico. Ancora peggio per Pozzuoli: nel 1982, ai tempi del bradisismo, aveva 69.000 abitanti; rientrata l’emergenza, con l’edificazione del quartiere Monte Rusciello, il completamento di Rione Toiano e il recupero del Centro storico, è passata ai 83.000 abitanti di oggi. E tutto questo mentre “ecologi di professione” e tromboni accademici, che hanno fatto la loro fortuna salmodiando sulla “importanza della prevenzione”, forse per paura di perdere qualche consulenza o prebenda, non spendevano una parola su questo scandalo.

Ancora più surreale l’ultima iniziativa della Protezione Civile (forse per dimostrare che si sta “facendo qualcosa”): la “riperimetrazione dell’area rossa”. In pratica, hanno considerato l’area di caduta delle ceneri nell’eruzione del 1631 (sempre e solo quella!) il cui accumulo potrebbero determinare rischio di crollo per i solai  e hanno così incluso i quartieri di Ponticelli, Barra, San Giovanni nell’area da evacuare. Peccato che – tra gli osanna di giornali e TV per questo ennesimo “utilissimo studio” e “aggiornamento del Piano” – quasi nessuno abbia fatto notare che, nel 1906 il crollo di una tettoia coperta dalla cenere vulcanica provocò nel centro di Napoli (Monteoliveto) la morte di 11 persone e il ferimento di altre trenta.


Un allarme da tenere segreto?

topsecretLa Protezione civile, per il rischio vulcanico, è ancora all’Anno Zero. Tanto per dirne una, non è stata neanche indetta la Conferenza Stato-Regioni per definire chi e come dovrebbe accogliere nelle regioni previste dal “Piano” gli evacuati. Ma in una tale situazione, visto che l’attuale pianificazione dell’emergenza prevede solo un militaresco ordine a tutta la popolazione di evacuare “in caso di allarme”, è fantapolitica ipotizzare che, in una situazione di incertezza (quando cioè le reti di monitoraggio segnalano anomalie che potrebbero manifestarsi all’esterno con eventi immediatamente avvertibili dalla popolazione) le autorità, sperando che la situazione “rientri”, decidano di starsene zitte?

Non è fantapolitica. La crisi sismica che interessò l’area vesuviana nel periodo 1995-1996 fu presentata, sui giornali locali, dall’Osservatorio Vesuviano come non allarmante; ma lo stesso Osservatorio Vesuviano, nel giugno 1996, dichiarava sul Bullettin of Global Vulcanism che quella era stata «la più forte sismicità rilevata negli ultimi cinquant’anni». Non è una affermazione da poco considerando questa circostanza (pag. 22 del Piano nazionale di emergenza dell’Area Vesuviana) avrebbe dovuto far scattare il livello 1 del Piano e quindi (pag. 88 del Piano) l’incarico per la Prefettura di organizzare «le prime informazioni alla popolazione, unitamente ai Sindaci dei Comuni interessati».

Analoghi provvedimenti avrebbero dovuto determinare il terremoto che ha scosso il Vesuvio il 9 ottobre 1999, il più violento sisma verificatosi nell’area negli ultimi cinquant’anni.


 

La saga dei “piani di emergenza”

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In questa scheda l’elenco (temiamo incompleto) delle commissioni e sottocommissioni che si sono succedute producendo (o riciclando), per lo più, studi certamente utili per arricchire qualche curriculum accademico. È da notare che questi studi contemplano come “eruzione di progetto” esclusivamente quella catastrofica vesuviana del 1631 (battezzandola EMA, “Eruzione Massima Attesa”) escludendo così, arbitrariamente,  altri scenari eruttivi che sarebbero incompatibili con la direttiva della “immediata evacuazione in caso di allarme vulcanico” che è stata imposta nella pianificazione dell’emergenza vulcanica in Campania.

 

 

  • 1983. Durante il bradisismo il Ministero dell’Interno, dopo averne negato per settimane l’esistenza, distribuisce ai soli giornalisti uno sbalorditivo “Piano di evacuazione”. Basti dire che il documento, dopo aver ribadito più volte che l’evacuazione dei Campi Flegrei avrebbe preceduto di settimane il verificarsi della paventata eruzione, il Piano consigliava alle persone in fuga di “coprirsi il capo con cuscini per proteggersi dall’eruzione…”. Il documento non sarà mai distribuito alla popolazione.
  • 1984. La prefettura di Napoli da’ alle stampe il documento “Pianificazione dell’emergenza nell’area vesuviana in caso di allarme vulcanico”. Tra le tante bizzarrie del documento una si conquista le pagine dei giornali: i sinistrati dei comuni colpiti dall’eruzione del Vesuvio sarebbero stati alloggiati “negli alberghi dislocati possibilmente nei comuni dell’area vesuviana meno colpiti dall’evento eruttivo”. Il documento non sarà mai distribuito alla popolazione.
  • 1986, febbraio. Il Prefetto di Napoli, in una affollata conferenza stampa, sollecita il Dipartimento della Protezione Civile a redigere un piano di emergenza vulcanica
  • 1988, 27 aprile. Viene istituita la “Commissione tecnico-scientifica a base interdisciplinare per lo studio dei problemi relativi alla individuazione dei rischi che comportano misure di protezione civile per i vari settori di rischio – settore rischio vulcanico»
  • 1988, 30 giugno. Viene istituita la “Commissione incaricata di stabilire le linee guida per la valutazione del rischio connesso ad eruzione nell’area vesuviana”.
  • 1990 Maggio: Il Gruppo Nazionale per la Vulcanologia (GNV) consegna al Dipartimento della Protezione Civile il ponderoso studio “Scenario eruttivo del Vesuvio”, sollecitandolo a programmare la stesura di un Piano di emergenza.
  • 1992, novembre. Secondo alcune voci, la «Commissione incaricata di stabilire le linee guida per la valutazione del rischio connesso ad eruzione nell’area vesuviana» avrebbe consegnato al Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile una relazione conclusiva che, incredibile a dirsi, viene tenuta segreta, nonostante le numerose richieste di visione portate avanti da studiosi e da amministrazioni comunali dell’area vesuviana.
  • 1993, giugno. Sulla scorta dei lavori della precedente Commissione il Sottosegretario alla Protezione Civile, Vito Riggio, istituisce una seconda ciclopica (64 membri) Commissione “incaricata di provvedere all’elaborazione di un Piano di emergenza dell’area vesuviana”. La commissione partorisce quattro sottocommissioni che, a loro volta, producono innumerevoli Gruppi di Lavoro.
  • 1995, 25 settembre. Franco Barberi, viceministro alla Protezione Civile presenta il rapporto finale della Commissione: consiste nel documento “Pianificazione nazionale di emergenza dell’area vesuviana”, 31 Allegati e 22 Documenti Funzione.
  • 1995, ottobre. Undici sindaci dell’area vesuviana protestano contro il documento della Commissione e l’esautoramento delle comunità locali nella redazione di questo, costituendosi in Coordinamento dei Comuni vesuviani
  • 1996, 1 febbraio. Con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 247 la Commissione del 1993 viene perpetuata trasformandola nella “Commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani di emergenza dell’area vesuviana e flegrea connessi a situazioni di emergenza derivanti dal rischio vulcanico”. Questa nuova Commissione, dopo aver germogliato, come la precedente, una serie di sottocommissioni produce tre documenti («Progetto per la pianificazione dei flussi di allontanamento dei 18 comuni dell’area vesuviana in situazione di emergenza. Parte 1: studio ed elaborazione viabilità intercomunale»; «Aggiunte e varianti alle parti A3, B e C2 della pianificazione nazionale dell’emergenza dell’area vesuviana 2001»; «Elementi di base per la pianificazione nazionale d’emergenza dell’area flegrea»).
  • 2001, agosto. Viene istituita una terza Commissione, che produce altri 5 Gruppi di Lavoro (Pianificazione dell’Emergenza; Attivazione della Struttura per funzioni di supporto; Potenziamento del Sistema Informativo Territoriale; Pianificazione Territoriale; Definizione della Pericolosità Vulcanica, Sorveglianza e Vulnerabilità; Educazione ed Informazione).
  • 2002, 25 giugno. Con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 1828 viene ricostituita una nuova “Commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani di emergenza dell’area vesuviana e flegrea connessi a situazioni di emergenza derivanti dal rischio vulcanico” Secondo articoli giornalistici (mai pubblicamente smentiti), questa Commissione si è riunita due volte in sette anni.
  • 2005. 8 settembre. Dichiarazione di Guido Bertolaso, Capo del Dipartimento della Protezione Civile “Per la fine dell’anno sarà pronto il nuovo Piano-Vesuvio”
  • 2007, 23 aprile. Guido Bertolaso, in una affollata conferenza stampa, annuncia una “nuova strategia” che sovrintenderà al prossimo Piano di emergenza. Nessuno ne ha saputo più nulla.
  • 2011, 18 febbraio. Il Capo del Dipartimento della Protezione civile, Franco Gabrielli annuncia la creazione di una commissione mista Dipartimento – Regione Campania che dovrebbe varare “al più presto” il “Piano di emergenza per l’area vesuviana e flegrea”.
  • 2011. 14 settembre. Dieci cittadini presentano, alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, una denuncia per l’assenza di un Piano di emergenza per l’area vesuviana.
  • 2013, 11 gennaio. A margine di una ennesima riunione per presentare un ennesimo studio scientifico sul “rischio Vesuvio”, Franco Gabrielli, dalle colonne de Il Mattino, così risponde a chi gli chiede perché ancora non c’è un Piano nazionale: <<Il piano nazionale non è altro che la risultanza dei piani di settore che ciascuna istituzione deve fare. È inutile stare nell’attesa messianica di un piano nazionale da parte del governo centrale.>>
  • 2013. 3 giugno. Dichiarazione di Gabrielli a Il Mattino «Presto il nuovo piano per i Campi Flegrei»

  • 2013, 26 ottobre. Dichiarazione di Gabrielli a Repubblica “E’ problematico per noi avere una seria pianificazione sul versante del Vesuvio che è un vulcano attivo, purtroppo su quei territori penso a quelli dei campi Flegrei riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione”.
  • 2013. 30 ottobre. Dodici cittadini presentano a Strasburgo, alla Corte europea per i Diritti dell’Uomo  una denuncia contro lo Stato italiano per la mancanza di un efficiente Piano di emergenza per l’area flegrea e vesuviana.
  • 2013. 12 dicembre. Viene fatto trapelare alla stampa un documento che prefigura nuove destinazioni per gli abitanti dei  comuni dell’area vesuviana e che dovrebbe essere sottoposto alle Conferenze Stato Regioni e Unificata; ciò al fine di arrivare “entro la fine del primo semestre 2014, all’aggiornamento del piano di rischio per il Vesuvio, se i tempi saranno rispettati”.

 

1 Comment for this entry

  • luigi grosso ha detto:

    Buona sera. Premetto che conosco abbastanza bene le problematica e sono uno di quei tecnici, addestrati dalla Protezione Civile, per intervnire in caso di necessità per eventi di tipo sismico e vulcanico nella Regione Campania. Ho letto attentamente La proposta di Legge, l'impostazione mi sembra abbastanza corretta ma andrebbe integrata con alcune "misure" che in Italia consentonon l'attivazione dello stato di Emergenza. In caso contrario, se dovesse scattare un allarme, il "sistema Italia" non potrebbe mai leggere e ne tanto meno agire.

    Pertanto in proposta dovranno essere sviluppati i seguenti punti e conseguentemente attivare le norme per l'individuazione dei processi del caso.

    1) L'Ufficio Piano deve considerarsi una COM ed essere in grado come unità specialistica di attivare il piano emergenza nazionale, dopo averne informato la Direzione regionale PC;

    2) L'ufficio di piano deve coordinare come "COM" il piano emergenza e per essere operativo il Direttore dell'ufficio Piano dovrà avere attribuzioni Prefettizie e coordinare le forze speciali, in caso di necessità;

    3) L'ufficio di piano dovrà proìvvedere a predisporre il piano emergenze su tre livelli operativi: Locale; Regionale; Nazionale. Il piano emergenza Nazionale potra essere reso attivo solo con l'ufficio di coordinamento Regionale della PC;

    4) La gestione dei piani sonon di esclusiva competenza dell'uffico di Piano compreso la gestione del piano di tipo Nazionale anche se la stesso sarà coordinato inseìeme all'Uffico di Coordinamento Regionale;

    Spero di non essermi dimentica nulla…..

    Luigi

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