Per un efficace piano di Protezione civile nell’area flegrea
“Convivere con il bradisismo”. È la direttiva che Dipartimento della Protezione Civile, Regione, sindaci… dichiarano di voler perseguire anche attraverso piani di emergenza ed esercitazioni che si susseguono da decenni. Eppure, quello che si è verificato la notte del 12 marzo 2025 – quando migliaia di cittadini in preda al panico, di fronte ad un sisma che ha prodotto danni davvero modesti, rompendo i cancelli, hanno cercato rifugio nell’ex Base Nato – dovrebbe far riflettere sull’inadeguatezza della pianificazione dell’emergenza nell’area flegrea.[1]
Ma esiste un responsabile di questa situazione? La risposta è no. Perché, in un’Italia dove per ogni alluvione, frana o altre calamità viene nominato un Commissario Straordinario – con i conseguenti tecnici, impiegati e portaborse – per l’area flegrea e vesuviana – incredibile a dirsi – non è mai stato identificato o creato un ufficio (o una precisa struttura tecnico-amministrativa) delegato a realizzare un Piano di emergenza vulcanica con tempi e modalità certi. [2] Nulla. Solo funzionari di varie amministrazioni – (Dipartimento Protezione civile, Prefettura, Regione Campania, Comuni, Citta Metropolitana, Azienda Regionale Mobilità…) strutture universitarie e consulenti vari – che si occupano di Piano Vesuvio o Piano Campi flegrei tra una pratica e un’altra; commissioni che si riuniscono quando possono, studi scientifici, “aggiornamenti di Piano” annunciati sui media e scomparsi senza lasciar traccia, convegni, “esercitazioni”… e un rimpallo di responsabilità tra un ente e l’altro che, solitamente, finisce con lo scaricabarile sui sindaci.
Ben altra situazione in altri Paesi [3]dove piani di emergenza molto complessi, come quelli inerenti il rischio vulcanico, vengono commissionati dall’autorità pubblica ad un professionista o a un istituto scientifico che – al pari di un ingegnere che firma un progetto edile – apponendo la propria firma, si assume la responsabilità della validità del Piano. Inoltre, in alcuni Paesi, prima che le direttive del piano vengano assunte dell’autorità pubblica e trasformate in norme, il Piano di emergenza vulcanico (al pari di un collaudo) viene sottoposto ad un altro professionista che ne certifica la congruenza e la fattibilità.[4] Tutt’altra situazione in Italia dove i piani di emergenza per l’area flegrea e vesuviana (“approvati” dalle stesse deresponsabilizzanti commissioni che li hanno redatti) vengono presentati come in continuo “aggiornamento”, anche per qualche direttiva suggerita dal politico di turno (si veda la sensata proposta, dopo l’assalto alla ex Base Nato, di integrare questa area nel nuovo Piano di emergenza vulcanica [5] o la insensata proposta di usare il molo di Bagnoli “in caso di fuga” [6]).
A peggiorare le cose vi è la specificità del rischio vulcanico che – a differenza, ad esempio, del rischio sismico – è caratterizzato da una elevata indeterminatezza. Un’eruzione, infatti, è sempre preannunciata da tutta una serie di fenomeni (terremoti, bradisismo, aumento delle fumarole, presenza in queste di particolari elementi…) che DOPO il verificarsi dell’eruzione vengono battezzati “eventi premonitori”. Ma questi fenomeni non necessariamente sono seguiti da un’eruzione. E, allora che fare in una situazione nella quale non si sa se alcune anomalie registrate dai sensori o alcuni fenomeni avvertiti dalla popolazione potrebbero evolvere verso un’eruzione o rientrare senza fare danni? Quali misure adottare? Quali indicazioni dare alla popolazione?
Di fronte ad una situazione di tale indeterminatezza, una direttiva, certamente comprensibile (ma, come si vedrà, sbagliata), è ordinare “a scopo precauzionale, l’evacuazione di tutta la popolazione dall’area”. Intanto, per quanto tempo? Una situazione di allarme vulcanico può protrarsi per anni e i danni economici e sociali di una evacuazione possono essere altissimi. Nel caso del bradisismo di Pozzuoli del 1982-83, ad esempio, se fosse stata applicata l’attuale metodologia che sovraintende ai piani di emergenza vulcanica, l’allontanamento obbligatorio di tutta popolazione flegrea sarebbe durato molti mesi. Con le conseguenze che è facile immaginare.
In più, un “inutile” ordine di evacuazione rischia di ingenerare tra la popolazione sfiducia nelle strutture preposte alla sorveglianza vulcanica e alla protezione civile, soprattutto considerando che una crisi vulcanica attrae in zona innumerevoli vulcanologi, alcuni dei quali possono essere tentati di attirare su di sé l’attenzione dei mass media con dichiarazioni in plateale contrasto con quelle della struttura ufficialmente preposta alla sorveglianza. In alcuni casi, questa sfiducia può determinare una situazione che nel Disaster Management viene etichettata come WWS (Wolf Warning Syndrome) o “Al lupo…, al lupo”: di fronte a ripetuti falsi allarmi, il generale sarcasmo e la perdita di credibilità delle strutture preposte all’emergenza genera nella popolazione un senso di irresponsabile sicurezza che può essere foriera di gravi conseguenze, soprattutto durante una operazione che caratterizza molte emergenze vulcaniche: la rimozione del fallout piroclastico.
Molte eruzioni vulcaniche, infatti, lanciano nell’atmosfera grandi quantità di fallout piroclastico (la cosiddetta “pioggia di ceneri vulcaniche”) che, a seconda dell’intensità dei venti, ricadono in un’area più o meno vasta; le conseguenze di questa pioggia, se non si interviene in tempo, possono essere disastrose in quanto il fallout piroclastico può appiccare incendi e accumularsi sui tetti delle abitazioni provocandone il crollo. Non a caso, l’atteggiamento di molte popolazioni abitanti le aree vulcaniche, ad esempio, di quella del Vesuvio, (dal 1631 al 1944 il Vesuvio è rimasto sempre in attività eruttiva esterna) è stato quello di RESTARE IN ZONA, per proteggere le proprie abitazioni spalando la cenere che il vulcano accumula sui tetti. Ovviamente, questo insostituibile impegno delle popolazioni (bellamente ignorato dai piani di emergenza per l’area flegrea e vesuviana) non è privo di rischi in quanto l’eruzione può evolversi, anche in breve tempo, in fenomeni immediatamente pericolosi per le persone, quali ad esempio, nubi ardenti (surge) o rovinose valanghe (lahar).
Per tale motivo, all’estero, molti piani per emergenza vulcanica garantiscono un’immediata evacuazione delle persone che decidono di restare sul posto durante l’eruzione; contestualmente questi piani sono articolati in modo da garantire che a restare in zona sia soltanto una fascia di popolazione perfettamente “abile”; in grado, cioè, di allontanarsi con celerità. Anche per questo, questi piani prevedono un allontanamento progressivo di fasce di popolazione a vulnerabilità decrescente. Proclamata l’allerta vulcanica, cioè, si allontanano dapprima le persone gravemente inabili (handicappati gravi, detenuti) poi, se è il caso, si chiudono alcuni reparti ospedalieri che ospitano malati difficilmente trasportabili e si svuotano gli ospizi; se la situazione peggiora ulteriormente si chiudono tutte le strutture ospedaliere; poi si allontanano i bambini con le madri, si chiudono le scuole e, infine, se è il caso, si ordina l’evacuazione della popolazione rimasta sul posto. Apparentemente, l’attuale allontanamento di alcune fasce di popolazione (ad esempio, quelle residenti in edifici ritenuti “inagibili” dopo sopralluoghi “a vista”) si direbbe ricalchi questa impostazione ma, a ben vedere, non è così. E l’attuale, ennesimo “aggiornamento” del Piano di emergenza che, abbandonando la precedente identificazione tramite quattro livelli (identificati con precisi colori) in un incomprensibile e deresponsabilizzante melange di colori [7] peggiora la situazione.
Ma l’aspetto più criticabile della pianificazione dell’emergenza nell’area flegrea (e delle conseguenti esercitazioni quali la Exe Flegrei 2019 o Exe Flegrei 2024) è il suo garantire un allontanamento di tutta la popolazione dell’area flegrea in 72 ore. Questo finisce per istituzionalizzare la percezione che una eruzione sia un evento improvviso e immediatamente distruttivo dal quale salvarsi con una immediata fuga. Nasce da qui il panico scatenatosi il 12 marzo 2025 che solo casualmente non ha provocato vittime.
Sarebbe opportuno, quindi, riscrivere tutta la pianificazione dell’emergenza nell’area flegrea. Non abbiamo qui la pretesa di dettagliarla qui anche perché riteniamo che un piano di emergenza debba scaturire dal confronto con le comunità locali – in primo luogo le amministrazioni comunali – che, finora, sono state trattate come pezze da piedi subendo annunci e iniziative che non erano state minimamente concordati con esse. Alcuni punti, comunque, di una nuova pianificazione dell’emergenza vulcanica nell’area flegrea possono essere delineati.
Intanto, invece delle miriadi di commissioni, comitati, sottocomitati, strutture universitarie, orde di consulenti… che si sono arrabattati in questi decenni – l’istituzione di una precisa struttura tecnica capace di realizzare in tempi certi un piano di emergenza degno di questo nome (che contempli, cioè, anche l’evacuazione ma soprattutto la convivenza con il bradisismo) e un piano per il diradamento antropico ed edilizio dell’area flegrea, sulla scia di quello che fu tentato con il Progetto Vesuvìa [8] .
Una campagna educativa che sostituisca all’attuale diffuso catastrofismo la percezione di cosa sia davvero una eruzione; ad esempio illustrando il comportamento delle popolazioni durante l’eruzione di Monte Nuovo del 1538 o delle popolazioni vesuviane durante le eruzioni nel periodo 1631-1944.
Iniziative che possano permettere alle popolazioni di convivere con sciami sismici. A tal riguardo la pubblicistica è vasta ed è già servita a strutturare valide iniziative (ad es. a Imola) tra i punti di rilievo di queste iniziative: il far leggere alle popolazioni il terremoto come un gigantesco stress test degli edifici e il privilegiare, invece di vaste tendopoli, l’insediamento di singole piccole strutture (anche normali tende da campeggio) nei pressi delle abitazioni dove le persone possono trascorrervi la notte.
Francesco Santoianni
Francesco Santoianni: già Professore a contratto all’Università di Napoli, dove ha insegnato Disaster Management-Protezione civile, si è occupato per quarant’anni di pianificazione e gestione dell’emergenza, in particolare quella vulcanica, anche specializzandosi presso il FEMA (Federal Emergency Managanegent Emergency) negli Stati Uniti, l’UNDRO (United Nations Disaster Relief Office) delle Nazioni Unite a Ginevra e nell’ambito della Task Force di Protezione civile della Comunità Europea. Ha pubblicato molti saggi tra i quali: “Le fabbriche della paura”; “Disastri: da Atlantide a Chernobyl”; “Il rischio e la vulnerabilità”; “L’ultima epidemia: la guerra batteriologica”; “Disaster Management – Protezione civile”; “Disaster Management: come salvare o distruggere società”. Tra i suoi siti: www.disastermanagement.it www.viveretraivulcani.it
Articolo già pubblicato in Infiniti Mondi 39/25
[1] Sulle insoddisfacenti iniziative di Protezione Civile che, nell’area flegrea e vesuviana, si sono succedute dal 1984 si veda www.viveretraivulcani.it/quale-piano-di-protezione-civile/
[2][2] A tal riguardo si vedano gli articoli 4 e 5 del DDL 1066/2014 https://parlamento17.openpolis.it/atto/documento/id/73309
[3] U.N.D.R.O., Disaster Prevention and Mitigation. A Compendium of Current Knowledge. Volcanological Aspects, United Nations Press, 1989
[4] R.J. BLONG, Volcanic Hazards: a Sourcebook on the Effects of The Eruption, Academic Press, Sidney, 1984;
[5] Si veda l’articolo “De Luca all’ex Base Nato: «Diventerà struttura fissa di accoglienza»” https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/terremoto_napoli_campi_flegrei_scuole_chiuse_domani_ultime_notizie-8711130.html#update-53225
[6][6] https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/terremoto_campi_flegrei_molo_bagnoli_diventa_attracco_per_la_fuga-8474159.html
[7] https://www.fanpage.it/napoli/livelli-di-allerta-campi-flegrei-cambiano-le-fasi-operative/
[8] Nato nel 2002, il “Progetto Vesuvìa portato avanti dalla Regione Campania nell’ambito di un FERS-POR è stato il primo (e per ora unico) tentativo di mitigare il rischio vulcanico, diradando la presenza antropica e abitativa, (garantendo nel frattempo una nuova fase di sviluppo sostenibile del territorio) nell’area vesuviana. Per il Progetto Vesuvìa furono stanziati complessivamente 724 milioni di euro (ripartito in 583 milioni a bilancio ordinario e 141 milioni da fondi europei). www.viveretraivulcani.it/il-progetto-vesuvia/