Il vulcano

Perché le eruzioni?

Secondo la teoria più diffusa (la Teoria della tettonica a zolle) la parte più esterna della Terra è formata da un involucro rigido, chiamato litosfera, che sovrasta una zona plastica e calda, chiamata astenosfera, soggetta a movimenti,  detti connettivi. Questi movimenti trascinano per attrito la sovrastante litosfera fratturandola in “lastroni di roccia” dette placche o zolle. Lungo le fratture (in Italia localizzate lungo la dorsale tirrenica, sede di una serie di vulcani quali Monte Amiata, Colli Albani, Campi Flegrei, Vesuvio, Stromboli, Etna..) risale il magma sottostante alimentando, appunto, le eruzioni. Secondo alcuni autori le eruzioni si ripropongono periodicamente in precisi cicli vulcanici e sarebbe possibile, quindi, prevedere la data delle future eruzioni.

Questa ciclicità potrebbe spiegarsi analizzando le camere magmatiche (serbatoi di magma intrappolati sotto i vulcani che alimentano le eruzioni) nelle quali progressive trasformazioni chimiche, e precipitazioni di elementi più pesanti riproporrebbero periodicamente la risalita del magma. Secondo altri autori, invece, i dati in nostro possesso sono troppo limitati per permetterci di definire i cicli vulcanici e quindi, predire la data di una futura eruzione.

 

I segnali premonitori di una eruzione

A differenza di un terremoto, una eruzione non è un evento improvviso e imprevedibile. Il magma, infatti, nella sua risalita verso la superficie produce tutta una serie di vistosi fenomeni - terremoti, bradisismi (rigonfiamento della terra), aumento delle fumarole...- , direttamente percepibili dalla popolazione. La presenza di strumentazioni sul vulcano permette inoltre di percepire segnali meno appariscenti quali variazioni del campo magnetico e gravimetrico, variazione nella composizione chimica delle fumarole, microinclinazioni, micoterremoti... Sorge a questo punto spontanea una domanda: quanto tempo prima del verificarsi di una eruzione queste anomalie strumentali segnalano una situazione di allarme? Tra i vulcanologi non c’è unanimità sulla risposta da dare a questa domanda. Tutti, comunque, sono d’accordo su una considerazione: tutte le eruzioni del Vesuvio sono state sempre precedute settimane prima (in molti casi, mesi o anni prima) da eventi che hanno permesso di capire che l’eruzione stava per manifestarsi.

 

La dinamica di una eruzione

La dinamica di una eruzione dipende sostanzialmente dalla composizione del magma. Un magma con basso contenuto di silice e di acqua (per esempio un magma basaltico) ha una bassa viscosità (è molto “liquido”) e dà luogo a tranquille colate laviche.  Se un magma di questo tipo si arricchisce di acqua (ad esempio, perché incontra una falda freatica) si ha una attività esplosiva che consiste in fontane di lava; un magma ad alto contenuto di silice ha una elevata viscosità (quasi come la pasta dentifricia all’uscita dal tubetto), risale, quindi lentamente e, se non incontra livelli ricchi di acqua tende a raffreddarsi intorno alla bocca eruttiva formando cupole  o duomi. Se il contenuto in acqua è elevato o se il magma nella sua risalita incontra falde acquifere, la viscosità del magma impedisce una regolare e continua emissione di sostanze volatili che avviene, invece, tramite esplosioni.

Si possono “attenuare” gli effetti di una eruzione?

Da sempre l’uomo cerca di attenuare gli effetti dell’eruzione. Gli antichi abitanti delle pendici dell’Etna, ad esempio, si coprivano con velli di pecora bagnati per proteggersi dal calore e, con un asta di ferro, bucavano la crosta appena rappresa delle colate laviche; in tal modo si creavano nella colata lavica sottostante la crosta delle tensioni che fratturavano tutta la crosta; il magma liquido così si spandeva e raffreddandosi rallentando la sua corsa salvando così abitazioni e coltivazioni destinate altrimenti ad essere distrutti. (tra l’altro sarebbe questa l’origine della leggenda di Ulisse che trafigge con una lancia l’occhio-cratere di Polifemo-Etna). Sempre sull’Etna è stato tentato, nel 1985, il bombardamento delle colate laviche e il loro incanalamento in trincee artificiali. Per quanto riguarda il Vesuvio, invece, considerata la viscosità delle colate laviche che impedisce un efficace argine di queste, tutti i tentativi provati in passato si sono rivelati dei fallimenti e lo stesso progetto di fare franare il versante del Monte Somma per arrestare colate laviche, proposto da alcuni vulcanologi anni fa , è stato considerato irrealizzabile.  Per “smorzare” la furia del Vesuvio c’è stato chi ha proposto di creare colossali muraglioni per “deviare” le nubi ardenti o “bucare” in più punti il vulcano per fare “sfogare” i gas lì contenuti. Anche queste idee sono state archiviate come irrealizzabili. Una rilevante importanza è data, invece, in molte aree vulcanizzate del nostro pianeta ai sistemi per impedire o rallentare l’accumulo di ceneri vulcaniche sui tetti per scongiurare il conseguente crollo; sui terrazzi di molti edifici del Centramerica, ad esempio, vi sono strutture mobili,  composte da tubolari e lamiere ondulate, che vengono rapidamente  montate in caso di eruzione per trasformarle in tetti a spioventi e impedire, quindi, l’accumulo delle ceneri.

 Il Vesuvio e le sue eruzioni

Circa 25.000 anni fa il Vesuvio cominciava ad emergere dalle acque del Mediterraneo creando, lentamente, con varie eruzioni l'attuale pianura vesuviana. “Le contrade dovevano avere attraversato uno stato incandescente con cavità piene di fuoco che poi si erano spente per mancanza di combustibile” narra Strabone nel 63 a.C. forse riferendosi, alle memorie, tramandate di padre in figlio, di quella che era stata la terribile eruzione che sette secoli prima era arrivata a seppellire la città di Sarno. Ma al di là delle interpretazioni di qualche erudito, la vera natura del Vesuvio restava sconosciuta alle popolazioni dell'area. La pianura vesuviana vide, nel 10 secolo dopo Cristo, una consistente presenza urbana. Ercolano e Pompei furono importanti centri commerciali, ricchi di vita, cultura, arte. Tutta la campagna intorno al Vesuvio era costellata di ville. Il clima eccezionalmente mite, le acque termali, la splendida vista sul golfo  erano un richiamo troppo forte per i patrizi romani.

E fu in un territorio così densamente popolato che, probabilmente, il 5 febbraio del 63, si abbatté il terremoto. Più della metà di Ercolano rimase distrutta, a Neapolis caddero edifici pubblici e privati, a Pompei il Tempio di Iside, il Tempio di Giunone, la Porta Settentrionale, la Porta Stabia ... lesioni gravi negli edifici di Nocera ... Fu un terremoto di origine vulcanica con probabile epicentro proprio sotto il Vesuvio.

Il terremoto fu la prima avvisaglia del “risveglio” del Vesuvio ma, in assenza di una benché minima strumentazione scientifica, nessuno riuscì a coglierne il nesso. Le scosse di terremoto continuarono a varie riprese per circa 16 anni finché nella notte del 24 Agosto (o 24 Novembre secondo altre fonti) del 79 d.C. l'attività sismica raggiunse il culmine immediatamente prima dell'eruzione.

L'unica testimonianza più o meno diretta che abbiamo di quella eruzione è la descrizione ­fattane da Caio Plinio Cecilio Secondo detto “il giovane”, nipote del grande naturalista Plinio (detto "il vecchio") morto durante l'eruzione. (per leggere la sua testimonianza, premere qui)

Pur essendo un racconto estremamente interessante, la descrizione di Plinio va presa con il beneficio dell'inventario considerato che non è il frutto di testimonianze dirette e immediate. Comunque, con l'aiuto delle “lettere pliniane” e delle recenti acquisizioni scientifiche, sia archeologiche che vulcaniche, è stato possibile, recentemente, tentare una ricostruzione del fenomeni sviluppati in quei terribili giorni del 79 d.C.

Verosimilmente dovrebbe essere andata in questo modo. Il 24 Agosto le scosse di terremoto che già duravano da parecchio tempo, si intensificavano; forse a questo punto, il magma che proveniva da grande profondità si era già mescolato nella camera magmatica e si stava aprendo la strada verso la superficie, causando i terremoti.  A questo punto compare il famoso “pino vulcanico” descritto da Plinio.

Il “pino” a tratti, non più sorretto dai gas, rotola lungo i fianchi della montagna e i materiali in esso contenuto franano a valle invadendo Ercolano. Nel frattempo era cominciata la pioggia di ceneri e di pomici che sarebbe continuata per tutta la notte.  All'alba del nuovo giorno, la pioggia di pomici sembra arrestarsi e di ciò approfittano gli abitanti di Pompei, che, fuggiti precedentemente, ritornano per cercare di recuperare parte del loro beni. Ma la violenza del “gigante” non ha ancora raggiunto il suo culmine. Infatti, di lì a poco un'esplosione violentissima sbriciola la parte superiore del cono e, contemporaneamente una enorme nuvola di cenere copre il sole facendo piombare nell'oscurità tutta la zona; contemporaneamente una altrettanto enorme colata di fango seppellisce Ercolano per 17 secoli.

Oggi, con le conoscenze acquisite e con i dati a disposizione, è possibile identificare le cause della fase finale e più violenta dell'eruzione. Quasi certamente l'acqua della falda freatica, (che, penetrando nella camera magmatica in piccola quantità, aveva già provocato una serie di modeste esplosioni), si riversò, questa volta, in grande quantità, provocando all'interno della camera stessa l'immediata vaporizzazione. Si verificò un fortissimo aumento di pressione e, conseguentemente, una violentis­sima esplosione che sconvolse la montagna. Le piogge che seguirono aumentarono il disastro, l'acqua piovana mobilizzò i materiali eruttati accumulatisi sui fianchi del vulcano provocandone il franamento a valle; in questo modo Ercolano fu seppellita sotto venti metri di fango. Dopo questa fase l'attività diminuì e “la calma tornò a regnare nella regione sconvolta”.

 Dopo Pompei

 Per parecchi secoli, dopo quella del 79 d.C., sopra descritta, le eruzioni del Vesuvio sono osservate solo superficialmente. È giunta a noi la descrizione di una eruzione del 203, così riportata da Dione Cassio: “... la sommità del Vesuvio è ricoperta da alberi e vigne ma il cerchio intorno è abbandonato al fuoco e lancia un alto fumo di giorno e fiamme di notte, come se si innalzassero molti tipi diversi di incendi. Ed è sempre così, con maggiore o minore intensità e spesso le ceneri vengono proiettate e poi lanciate cadere in grande quantità, e le pietre vengono scagliate in alto sotto l'influenza del vento. La montagna echeggia e rimbomba perché attraversata dall'aria in ristretti passaggi segreti ......” Un'altra eruzione importante fu quella verificatasi nel 472 che ebbe come caratteristica principale un'abbondante emissione di ceneri.Dal quarto fino all'undicesimo secolo non abbiamo notizie precise.Una ripresa significativa dell'attività eruttiva si ha nel 1036. L'eruzione di quell'anno è importante soprattutto perle sue caratteristiche. Infatti fu la prima, in tempi storici ad essere accompagnata da emissioni di lava, che fuoriuscì non solo dalla sommità, ma anche sui fianchi del vulcano. Prima della grande eruzione del 1631 abbiamo notizie di attività eruttiva del 1049, del 1138, del 1139, le quali, probabilmente, furono meno importanti di quella del 1631.  L'eruzione del 1631, che si verificò dopo molti secoli di inattività, è, dopo quella del 79 d.C., la più grande che si sia verificata in tempi storici.

 L'eruzione del 1631 

È importante, oltre che per la sua estrema violenza e per i danni che provocò, anche perché segna una svolta nell'attività eruttiva del vulcano. Infatti il Vesuvio, mentre prima di questa eruzione era rimasto inattivo per molti secoli, dopo questa data traverserà un periodo di attività più o meno costante, durata fino al 1944. Questa grande eruzione ebbe inizio il 16 dicembre 1631 con caratteristiche molto simili alla pliniana del 79, cioè con forti esplosioni e con emissioni di grandi quantità di materiale piroclastico; tutto questo accompagnato e seguito da violente scosse di terremoto. Nei giorni seguenti si aprirono delle fenditure sul fianco sud occidentale dell'edificio vulcanico; da queste aperture la lava cominciò a uscire dividendosi in vari rivoli e dirigendo­si verso i paesi circostanti, in particolare verso San Giorgio a Cremano, Portici, Resina e verso la parte occidentale di Torre del Greco e raggiunse il mare con una velocità che fu calcolata intorno ai due chilometri orari.  La sera del giorno seguente, 17 Dicembre, i materiali eruttati fermatisi sui fianchi della montagna, imbevutisi di acqua piovana, cominciarono a franare a valle invadendo i comuni di San Giorgio, Portici, Resina fino ad inoltrarsi nel mare. Contemporaneamente, da un'altra frattura del lato sud del cono, una colata di lava raggiun­se la zona tra i Camaldoli della Torre e Torre Annunziata. Vi furono ancora esplosioni accompagnate da emissioni di ceneri e lapilli; poi, lentamente, la furia del vulcano si spense. I danni provocati da questa eruzione furono enormi. Sei paesi furono distrutti dalla lava e altri nove dalle colate di fango. La stessa Napoli non venne risparmiata essendo stata coperta da 30 centimetri di cenere.Il numero delle vittime superò le quattromila unità, perirono inoltre 6.000 capi di bestiame. Il cono si abbassò di 168 metri e il diametro del cratere si raddoppiò rispetto a quello precedente.

Nel diciottesimo secolo

Nella seconda metà del diciottesimo secolo si ebbe un'attività molto intensa che culminò prima nel l'eruzione del 1779 che ricoprì Ottaviano con una pioggia di ceneri e di fuoco, e poi con quella ancora più violenta del 1794 che concluse il ciclo vulcanico. Quest'ultima iniziò il 15 di Giugno. Precedentemente c'erano state avvisaglie concretizzate­si in scosse di terremoto, abbassamento del livello dell'acqua nei pozzi e con l'apertura di una frattura sulla parte bassa del fianco sud occidentale tra Resina e Torre del Greco. Lungo questa frattura di circa due 2 chilometri e mezzo la lava venne emessa da 6 bocche. La lava penetrò "nelle strade, nelle case e nelle Chiese" e, dopo aver attraversato la città si riversò in mare per altri quattrocento metri. Era la terza volta, dopo il 1631 e il 1737, che Torre del Greco veniva invasa dalla lava. Dopo questa eruzione il cono risultava decapitato di 131 metri.Dopo il 1794 si verificarono altre eruzioni parossistiche a partire dal 1822 fino al 1872. Quest'ultima, una delle più violente mai verificatesi, concluse un altro ciclo eruttivo. In questa occasione, come era accaduto per eruzioni simili, il cono si staccò, dalla sommità fino alla base del fianco nord, e la lava, riversatasi nell’Atrio del Cavallo invase, attraver­so l’attuale Passo dell'Osservatorio, i paesi di Massa e San Sebastiano.  La storia si ripeté periodicamente, per vari anni, con l'identico schema; costru­zione di un conetto all'interno del cratere principale fino al suo riempimento ed emissione di lava. 

L’eruzione del 1906

Veniamo ora alla prima eruzione di questo secolo: quella verificatasi nel 1906. ll processo di riempimento del cratere da parte del conetto interno era praticamente terminato nei giorni dell'Aprile di quell'anno. Il Vesuvio aveva raggiunto la sua altezza massima: 1300 metri sul livello del mare. L'eruzione ebbe inizio alle prime ore del mattino del quattro di aprile. Si aprì una frattura sul fianco sud‑sud ovest del gran cono, ad una quota di 1100 metri. Da questa e da altre due bocche apertesi sulla stessa linea di frattura, a quota più bassa, cominciarono ad uscire le colate di lava, alcuni blocchi di lava più antichi, scorie incandescenti e ceneri.Dalla bocca situata a quota più bassa (540 metri) venne emessa una enorme colata di lava che invase in parte Torre Annunziata e Boscotrecase. Poi, nelle prime ore dell'otto aprile, una parte delle scorie emesse, dopo aver descritto un grande arco sul Monte Somma, ricadde in direzione di Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano. Circa un metro di scorie e detriti caddero su una Chiesa di San Giuseppe facendo crollare il tetto e uccidendo 105 persone che vi si erano rifugiate. L'eruzione raggiunse il suo culmine con una forte emissione di gas che si protrasse per circa 15 ore. Questa tremenda fuga di gas con la sua forza allargò il cratere e trascinò via la parte superiore del cono, abbassandolo di 97 metri.

L’eruzione del 1944

Il successivo ed ultimo ciclo del Vesuvio è quello che va dal 1906 al 1944. La costruzione del conetto interno ebbe inizio nel 1913 e terminò con l'eruzione del 1944 che concluse il suddetto ciclo. La fase iniziale di questa eruzione cominciò il 18 marzo quando una parte del cono collassò ostruendo il condotto interno. Le continue esplosioni riaprirono, il 18 marzo, il condotto e la lava cominciò a fuoriuscire attraverso una frattura sul lato est.  Il fiume di lava si diresse verso il Monte Somma e lo raggiunse dopo una ora e mezza, deviò quindi verso l’Atrio del Cavallo e, attraverso l’attuale Passo dell'Osservatorio, si diresse verso Massa e San Sebastiano. La lava, ad una velocità di circa 100 metri all'ora, raggiunse e superò i due passi lasciando alle sue spalle molte case distrutte; altre colate raggiunsero la ferrovia e la funicolare vesuviana interrompendola. Il 21 marzo cessò l'attività effusiva e iniziò una nuova fase caratterizzata dall'emissione di colonne di vapori e ceneri che raggiunsero l'altezza di circa 800 metri. L'eruzione proseguì fino al 29 marzo con emissioni abbondanti di cenere e di scorie.Alla fine il cratere si era trasformato in una ellisse profonda 270 metri e con l'asse maggiore lunga circa 140 metri. La trasformazione era avvenuta, in gran parte a causa delle violente emissioni di gas che fecero letteralmente saltare in aria la parte superiore del cono. L'eruzione del 1944 comportò, tra l'altro, tutta una serie di misure prese dall'esercito alleato il cui nerbo era la Quinta Armata comandata dal Generale Clark. L'evacuazione cominciò il 21 marzo del 1944 e comportò il trasbordo, su 200 veicoli militari e su mezzi requisiti, di 6.000 abitanti da San Sebastiano, di 1500 da Somma e di 7019 da Cercola. Altre 7.500 persone si erano allontanate dalla zona di loro iniziativa. La presenza di un efficiente esercito in zona permise un rapido svolgimento delle operazio­ni. Era comunque pronto un piano segreto dell'esercito americano che prevedeva, in caso di aggravamento della situazione, l'imbarco della popolazione vesuviana su navi dirette in Sicilia.