
Sintesi (redatta dall’Ufficio Stampa del Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile) del Piano di emergenza dell’area vesuviana
"Pianificazione nazionale dell’emergenza dell’area vesuviana"Per scaricare la versione (zippata e completa) del Piano premere qui
Il Piano di emergenza dell’area vesuviana secondo il documento "Pianificazione nazionale dell’emergenza dell’area vesuviana"
Nel 1990 il Gruppo Nazionale per la Vulcanologia (GNV), allora presieduto dall'attuale Sottosegretario alla Protezione Civile, consegnava al Dipartimento della Protezione Civile uno studio intitolato "Scenario eruttivo del Vesuvio", che sintetizzava i risultati di anni di ricerche sulla pericolosità delle future eruzioni del Vesuvio e sollecitava il Dipartimento stesso a programmare la stesura di un piano di emergenza. Analoga sollecitazione era già stata avanzata, fin dal 1986, dalla Prefettura di Napoli. Con ordinanza n. 2167/FPC del 05.09.91, il Ministro per il coordinamento della Protezione Civile disponeva l'istituzione di una Commissione incaricata di stabilire le linee guida per la valutazione del rischio connesso ad una eruzione nell'area vesuviana, finalizzata alla pianificazione dell'emergenza. Sulla scorta dei lavori di questa Commissione e dello studio del GNV, venne istituita nell'agosto 1993, con decreto n. 516, una "Commissione incaricata di provvedere alla elaborazione di una piano di emergenza dell'area vesuviana connessa a situazioni di emergenza derivanti dal rischio vulcanico". Questa Commissione presentava il suo documento "Pianificazione nazionale dell’emergenza dell’area vesuviana" alla stampa il 25 settembre 1995 e poi ai sindaci dei comuni vesuviani il 6 ottobre 1995
Lo scenario eruttivo del Vesuvio secondo il documento "Pianificazione nazionale dell’emergenza dell’area vesuviana"
Il "riposo" del Vesuvio dura dal 1944, ma il vulcano è certamente ancora attivo e certamente riproporrà una nuova eruzione. Il Vesuvio, nella sua storia lunga oltre 300.000 anni, è stato caratterizzato da tipi di attività estremamente variabili, passando da eruzioni relativamente tranquille, prevalentemente laviche, a catastrofiche eruzioni esplosive. L'attività del vulcano può essere riferita a tre differenti classi di comportamenti:
1 ) attività modesta essenzialmente effusiva (colate di lava, coni di cenere e scorie, minore eiezione di lapilli e cenere); questo tipo di attività ha caratterizzato il periodo più recente del vulcano, durato circa 3 secoli (dal 1637 al 1944);
2) attività media essenzialmente esplosiva ( ricaduta di pomici e scorie, scorrimento di nubi ardenti e colate di fango); esempi tipici l'eruzione del 472 d.C., detta " di Pollena", e quella del 1631;
3) attività forte, esclusivamente esplosiva ( ricaduta di pomici, scorrimento di colate piroclastiche, surges e colate di fango, eruzione pliniana, tipo quella del 79 d.C.)
Il primo tipo è caratterizzato da piccoli volumi di magma emessi, brevi periodi di quiescenza precedenti l'eruzione e natura poco evoluta dei magmi. Il secondo tipo da volumi moderati, periodi di quiescenze più prolungati e magmi di composizione sia intermedia che primitiva. Alle eruzioni del terzo tipo sono associati grandi volumi di magma, tempi di riposo molto lunghi e prodotti composizionalmente evoluti. Sei eruzioni violente di quest'ultimo tipo sono state riconosciute negli ultimi 17.000 anni, tutte precedute da un periodo di riposo la cui durata è grossolanamente proporzionale all'energia dell'eruzione che segue e comunque sempre superiore al secolo.
Il Vesuvio ha eruttato per l'ultima volta nel 1944. Il condotto e ostruito e il vulcano si trova attualmente in uno dei suoi lunghi periodi di riposo che verrà prima o poi interrotto da una eruzione. Questa sarà tanto più violenta, quanto più si farà attendere.
L'eruzione massima che ci si può attendere se il vulcano riprendesse la sua attività nei prossimi 10-20 anni è simile a quella avvenuta nel 1631, che è stata quindi assunta come eruzione di riferimento per la stesura del piano.
Preceduta da una serie di scosse sismiche, vistoso sollevamento del suolo, apertura di nuove fumarole, si avrà dapprima una serie di esplosioni per la riapertura del condotto. Poi si sprigionerà dal vulcano, fino ad una ventina di Km di altezza, una grossa colonna di vapore e di gas carica di frammenti di magma incandescente, di blocchi solidi e di cenere. Dispersa dal vento, la nube farà cadere una pioggia di pomici e ceneri che oscurerà il cielo, seppellirà strade e tetti, molti dei quali crolleranno, intaserà le fogne e ostacolerà la respirazione. Ma il peggio dovrà ancora venire. Raggiunti alcuni valori limite, la colonna di gas non potrà più sostenere il peso del materiale solido che trasporta, collasserà al suolo intrappolando aria e formando pericolosissimi " flussi piroclastici", flussi di gas con in sospensione frammenti di magma incandescente e cenere, che avanzeranno a velocità intorno agli 80-100 Km/ora, distruggendo tutto sul loro cammino. Elemento aggravante di questo scenario è poi il dato che tutto avverrà in un tempo brevissimo, entro due o tre giorni dall'inizio dell'eruzione.
E' importante sottolineare che l'unica difesa da una eruzione esplosiva tipo 1631 è l'allontanamento della popolazione dall'area interessata prima dell'inizio dell'eruzione.
Indicatori di rischio
Il piano di emergenza è articolato in varie fasi in funzione dei livelli di rischio progressivi definiti dalla comunità scientifica in base a variazioni registrate dello stato del vulcano (sismicità, deformazioni, variazione del campo gravimetrico, temperatura e composizione delle fumarole).
L'analisi delle fonti storiche sui fenomeni precursori che hanno preceduto l'eruzione del 1631 ha permesso di stabilire che alcune settimane prima dell'eruzione si sono verificati fenomeni precursori (non strumentali) di medio-lungo termine, terremoti percepibili almeno nella fascia pedemontana e deformazioni del suolo, concentrate nella zona materica ero precraterica.
Come precursore a medio-breve termine, è stato osservato più volte l'abbassamento del livello piezometrico della falda superficiale su un'area che abbraccia praticamente tutto il comprensorio circumvesuviano.
Precursori a breve-brevissimo termine sono stati l'apertura di fratture, accompagnate da inizio o forte aumento dell'emissione di gas e vapori al cratere ed i fenomeni acustici e sismici ttremore) che accompagnano la risalita finale del magma verso la superficie. In definitiva il quadro che emerge è piuttosto confortante. In assenza di qualsiasi strumentazione, furono osservati nel 1631 vari fenomeni precursori fino da circa due settimane prima dell'eruzione.
Oggi, con i sofisticati strumenti scientifici a disposizione, è legittimo ritenere che i fenomeni siano avvertibili diverse settimane prima, consentendo Cosi di riconoscere tempestivamente le condizioni di allarme, come indica anche l'esperienza mondiale su vulcani simili al Vesuvio.
Le evidenze storiche sull'esistenza di segni premonitori e la conoscenza oggi acquisita sulla struttura e storia del vulcano hanno permesso di definire il piano di emergenza articolato in varie fasi in funzione dei livelli di rischio progressivi che saranno stabiliti dalla comunità scientifica in base a variazioni osservate nello stato del vulcano (sismicità, deformazioni, gravimetria, temperatura e composizione delle fumarole).
La definizione degli indicatori di rischio del piano Vesuvio si basa sulle informazioni raccolte sull'attività del Vesuvio negli ultimi decenni, attività che rappresenta il livello di "fondo", caratterizzante il vulcano in un periodo di riposo (rischio 0). Variazioni significative, rispetto a questo''fondo", della sismicità, deformazioni del suolo, gravimetria, temperatura e composizione delle fumarole, vengono considerate per la valutazione dei vari livelli di rischio a partire dal livello 0, livello di fondo caratterizzante l'attività del Vesuvio nell'attuale fase di riposo.
Stato attuale del vulcano (corrispondente al livello di rischio 0)
L'attività attuale del Vesuvio è monitorato tramite un complesso sistema di reti sismologiche e geodetiche ed attraverso misure geochimiche, in sito e laboratorio, dei gas fumarolici. Le reti di sorveglianza hanno l'obiettivo di rilevare con il maggiore anticipo possibile variazioni significative dei parametri fisici in osservazione. Attualmente il Vesuvio è caratterizzato da assenza di deformazione del suolo, bassa sismicità, assenza di significative variazioni del campo di gravità, valori costanti di temperatura e composizione dei gas fumarolici.
Vulnerabilità sismica
Nell'ambito del piano è stata eseguita una indagine sulla vulnerabilità sismica dei centri abitati dell'area vesuviana.
Lo scenario eruttivo prevede, all'approssimarsi dell'evento, lo sviluppo di attività sismica di intensità medio-alta (magnitudo massima 4-5) e quindi un grado di danneggiamento non superiore all'VIII grado della scala Mercalli. In tale ipotesi i danni dovrebbero interessare soltanto gli edifici in muratura. Pertanto l'indagine è stata rivolta quasi esclusivamente a tale tipologia costruttiva. Nello stesso tempo, la Commissione ha ritenuto opportuno valutare in modo quantitativo la capacità di un agglomerato urbano di sopportare una situazione di emergenza. A tal fine è stata valutata anche la "vulnerabilità dell'ambiente urbano".
Il numero totale di edifici dei comuni vesuviani è molto elevato e stimabile in circa 15.000. Pertanto, il GNDT, Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, ha messo a punto una specifica metodologia di indagine definita "speditiva" in modo da consentire l'estensione dell' indagine di vulnerabilità sismica a tutte le strutture murarie dei centri abitati e la valutazione della "vulnerabilità dell'ambiente urbano".
I risultati sono stati forniti sia sotto forma numerica (tabulati) che grafica, ovvero attraverso delle mappe. Sono stati interessati circa 3.300 edifici. . Sono state individuate 5 fasce di vulnerabilità sismica (nulla - bassa - media - alta - molto alta). L'indagine ha compreso tutti gli edifici pubblici e strategici. Sono state inoltre predisposte delle mappe relative alla "vulnerabilità dell'ambiente urbano" nelle quali, con un criterio combinato di parametri rilevati, vengono segnalate le aree di bassa, media ed elevata vulnerabilità dell'ambiente urbano.
I centri storici dei comuni sono risultati i più vulnerabili e il risultato dell'indagine è stato utilizzato nella pianificazione dell'emergenza (priorità nell'evacuazione, misure preventive di protezione Civile).
Il Piano previsto dal documento "Pianificazione nazionale dell’emergenza dell’area vesuviana"
L'unica difesa da una eruzione prevalentemente esplosiva come. quella prevista nello scenario è l'allontanamento della popolazione dall'area interessata prima dell'inizio dell'eruzione.
Il piano sostanzialmente individua due specifiche aree di intervento: la prima, identificata come "zona ad alto rischio", comprende 18 Comuni della provincia di Napoli, suddivisi in 5 aree (rossa, arancione e verde); la seconda, identificata come zona gialla, potrebbe essere parzialmente interessata dal fenomeno vulcanico in forme più attenuate (ricaduta di cenere). Comprende 59 Comuni sia della provincia di Napoli che della provincia di Salerno.
Per "la zona ad alto rischio" (nella quale ricade Torre del Greco) il Piano prevede l'evacuazione totale della popolazione con ricovero al di fuori della Regione Campania attraverso forme di gemellaggio con tutte le regioni italiane; Per quanto riguarda la popolazione di Torre del Greco essa dovrebbe essere ospitata nella regione Sicilia. La definizione degli alloggiamenti per la popolazione dovrebbe essere definita dalla Conferenza Stato Regione che ancora non è stata convocata a discutere questo punto.
Nella "zona gialla" non è ipotizzata l'evacuazione di tutta la popolazione residente, ma soltanto di parte di essa, da decidere al momento dell'emergenza, in funzione di parametri non definibili a priori, quali altezza, direzione e velocità del vento.
La popolazione interessata della zona gialla (stimata in circa 100.000 persone) verrà accolta in strutture all'interno della Regione Campania.
Il Piano prevede che il sistema di comando e controllo del territorio nell'area di evacuazione venga effettuato tramite Centri Operativi di Area e Centri Operativi Misti con l'individuazione di opportuni punti prestabiliti sulle direttrici viarie per un flusso regolato.
Per le diverse operazioni necessarie alla salvaguardia delle popolazioni interessate dal piano di evacuazione, si prevede di impiegare circa 16.500 uomini (più gli equipaggi imbarcati) Cosi suddivisi:
Stato 2800
Carabinieri 2500
Guardia di Finanza 900
Vigili del Fuoco 3000
Corpo forestale 250
Esercito 2000 (più 2000 di riserva a Bari e Caserta)
Volontari 1500
C.R.I. 1300
MEZZI NAVALI
Marina Militare 3 navi classe San Marco
Capitaneria di Porto 6 motovedette
Marina Mercantile 81 navi di vario tipo per il trasporto di circa 45.000 persone e 4.000 auto
MEZZI AEREI
Aeronautica Militare secondo necessità
Modello di intervento
La pianificazione delle varie fasi dell'emergenza si basa sui diversi livelli di allarme stabiliti dalla Comunità Scientifica. A seconda degli eventi, scanditi da una serie di fenomeni precursori, il piano fornisce, per ciascun livello, specifiche risposte operative centrali e periferiche, chiamate fasi.
I FASE: ATTENZIONE (indicatore di rischio: livelli 1 e 2). L'attivazione di questa fase avviene nel momento in cui la Comunità Scientifica, attraverso l'osservatorio Vesuviano, il Gruppo Nazionale Vulcanologia e la Commissione Grandi Rischi, registrerà cambiamenti significativi per frequenza, durata ed intensità dello stato di attività del vulcano, tali da suggerire una più marcata attenzione. Questa fase potrà avere una durata indefinibile. Non ricorrono ancora le condizioni per la dichiarazione dello stato di emergenza.
II FASE: PREALLARME (indicatore di rischio: livello 3). In questa fase, con la dichiarazione di "stato di emergenza nazionale" - come previsto dall'art. 5 della L. 225/92 - il sistema di protezione civile passa da una "risposta provinciale" ad una "risposta nazionale". Sarà nominato un Commissario Delegato, verranno attivati gli strumenti a carattere straordinario necessari per assicurare la direzione unitaria e il coordinamento della attività di emergenza prevista dal Piano. Questa FASE è suddivisa in 9 momenti, da attuarsi in successione in funzione delle informazioni provenienti dalla Comunità Scientifica.
III FASE: ALLARME (indicatore di rischio: livello 4). E' questa la fase del vero e proprio "allarme" del sistema Nazionale di Protezione Civile. Corrisponde ad un indicatore di livello che vede aumentare significativamente la probabilità dell'eruzione. In questa fase scatta il piano di evacuazione della zona rossa.
IV FASE: ATTESA (indicatore di rischio: livello 5). Inizia non appena conclusa l'evacuazione. Da quel momento in poi nessuno dovrà permanere sul territorio se non provvisto di speciali autorizzazioni.
V FASE: DURANTE L'EVENTO (indicatore di rischio: livello 6). In questa fase è attivata la Sala Operativa alternativa (fuori dell'area a rischio).
Durante l'eruzione esiste la possibilità che vengano interessati da ricaduta di cenere settori della zona gialla. In tale evenienza, che verrà comunque immediatamente valutata con simulazioni al calcolatore in funzione delle condizioni atmosferiche, questa zona sarà oggetto di evacuazione. secondo un piano specifico, verso le aree di ricovero del Sele, del Volturno, di Napoli est e le strutture turistiche nella Regione Campania. Il compito di dare questo ulteriore "allarme" compete al Commissario, in virtù delle conclusioni che la Comunità Scientifica trarrà dall'evolversi del fenomeno.
VI FASE: DOPO L'EVENTO (indicatore di rischio: livello 7). Si provvederà a ricollocare nel territorio colpito dall'evento, ove possibile, tutte le strutture operative precedentemente utilizzate. Pertanto, per ogni C.O.M. saranno attivate squadre miste composte da rappresentanti dei Vigili del Fuoco, da tecnici dei Gruppi Scientifici Nazionali e da tecnici Regionali, Provinciali e Comunali.
Lo schema operativo del Piano prevede sette livelli di previsione dell'evento atteso, a cui corrispondono sei fasi operative che si articolano secondo linguaggi e procedure unificate per ogni organismo competente: Sindaco, Prefetto, Commissario Delegato, Presidente del Consiglio dei Ministri o suo Delegato (Ministro o Sottosegretario).
In particolare, il Commissario Delegato avrà pieni poteri di comando e controllo su tutte le operazioni di protezione civile previste dal Piano. Il Commissario Delegato opererà in loco e sarà supportato da una struttura operativa composta da 14 funzionari specializzati per ogni funzione di supporto e da 5 dirigenti, civili e militari, che dirigeranno i 5 settori operativi, come previsto dal modello di intervento nazionale.
Il Commissario Delegato disporrà di una apposita sala operativa dalla quale coordinerà tutte le operazioni di protezione civile in tutto il territorio nazionale. .Inoltre, il Commissario Delegato coordinerà, attraverso l'ausilio della Direzione Operativa di Comando e Controllo, le seguenti Amministrazioni pubbliche e private: 18 regioni 21 province 21 prefetture 1 questura 73 comuni 48 amministrazioni pubbliche e private che concorrono alla gestione dell'emergenza.