I
piani di Protezione Civile in Italia
di
Francesco Santoianni ©
In
Italia il termine "Protezione Civile" si è troppo spesso identificato
con il mero soccorso prestato da colonne composte da personale equipaggiato,
inquadrato e addestrato che (in un tempo più o meno breve) devono raggiungere
l'area del disastro per prestare i primi aiuti ai sinistrati. Purtroppo questa
limitazione del termine è stata istituzionalizzata dai piani di protezione
civile proposti dalle strutture statali alle comunità locali che, essendo
redatti da professionisti del soccorso (sostanzialmente militari e Vigili del
Fuoco) vedono nella comunità colpita un mero strumento passivo nelle mani dei
soccorritori che può, al più, accelerare i tempi di intervento dei
soccorritori attrezzando quelle che in linguaggio militare sono definite
"teste di ponte"; da questo punto di vista anche il “Metodo
Augustus” istituzionalizzato dal Dipartimento alla Protezione Civile non
sembra rappresentare un inversione di tendenza.
In
realtà molti disastri (in primo luogo i terremoti)
devono essere affrontati nello spazio di poche ore: un tempo drammaticamente
limitato che deve, perciò, vedere l'impegno in prima persona della stessa
comunità colpita. In tal senso è di fondamentale importanza che le comunità
locali siano già da ora organizzate per affrontare un disastro strutturandosi
non già intorno ad un piano di soccorso ma, bensì, intorno ad un Piano di
emergenza basato sul concetto di autoprotezione.
Un
piano di emergenza può definirsi come una serie di procedure da affidare ad
identificabili persone, per affrontare un disastro o un allarme.
Convenzionalmente, i piani di emergenza si suddividono in piani di soccorso (Relief
Plan, attivati da personale residente all'esterno dell'area
minacciata o colpita dal disastro) e piani di autoprotezione (Self
Safety Plan, attivati da personale residente all'interno dell'area).
Esistono numerose metodologie per la redazione di quest'ultimo tipo di
piani, che possono avere
diversi livelli di complessità, di estensione territoriale e di livello di
manovra (intesa come concatenamento di operazioni svolte da differenti
soggetti). Si va dai sofisticatissimi piani, costati milioni di dollari quali,
ad esempio, l'Annex
E dello Stato della Pennsylvania o l'Earthquake
General Plan dello Stato della California ai quattro foglietti
sciattamente redatti che costituiscono, quasi sempre, i cosiddetti "piani
di protezione civile" italiani. Tutti i piani di emergenza degni di questo
nome scaturiscono, comunque, dalla interpolazione di tre griglie di analisi: la
vulnerabilità territoriale, la vulnerabilità sistemica e la disamina delle
risorse disponibili.
Un piano di emergenza nasce sostanzialmente da uno studio sulla
vulnerabilità del territorio, sulla possibilità che questo sia investito da un
evento disastroso e sull'analisi del rischio massimo ipotizzabile. Questa
analisi può essere quantizzata effettuando una lettura degli eventi calamitosi
che si sono verificati in passato nel territorio in esame (e che possono,
quindi, riproporsi) e/o evidenziando se nell'area sono presenti strutture (ad
esempio dighe, stabilimenti industriali, linee ferroviarie o stradali percorse
da convogli pericolosi...) che hanno provocato disastri in altre realtà.
Effettuata questa prima fase si passa alla redazione e, soprattutto, alla
quantificazione degli scenari di disastro.
La definizione di uno scenario varia da disastro a disastro e può
essere definita da una lettura deterministica o stocastica dell'evento
ipotizzato. L'analisi deterministica segue percorsi dettati da considerazioni
oggettive quali, ad esempio, quelle sostenute da S.T. Algermissen, M.J. Bowden e
H. Cochrane sulla dinamica dell'emergenza del prossimo disastroso terremoto che
colpirà la California e che potrebbe avere una magnitudo 8.3, e caratteristiche
simili al Big
Quake del 1906. Questo scenario dà, ad esempio, una probabilità di
accadimento del 33% al crollo del 35% degli edifici alti da 5 a 10 piani
costruiti prima del 1911 e a quelli costruiti sui terreni argillosi nell'area
del porto. A seconda dell'ora e del giorno del sisma ci sarebbero nella Bay Area
tra 1.000 e 9.000 morti immediati e 7.00040.000 feriti gravi; la dinamica e il
controllo di eventuali incendi (probabilità di accadimento del 27%) produrrebbe
da 200 a 70.000 senza tetto... Come già detto, questo scenario é stato
realizzato utilizzando parametri oggettivi quali l'accelerazione impressa dal
sisma, le caratteristiche geologiche dei terreni di fondazione, la
vulnerabilità degli edifici e degli impianti, la concentrazione delle persone
nel corso dei giorni e delle ore, la direzione e la velocità del vento...
Questo scenario deve essere, comunque, integrato con la definizione delle
dinamiche che si innescherebbero nella popolazione e nelle strutture preposte
all'emergenza. E' evidente che per la definizione di questo tipo di scenario non
é più possibile affidarsi a discipline deterministiche come la sismologia,
la geologia, l'ingegneria civile... ma bisogna addentrarsi in campi
difficilmente quantizzabili come la sociologia, la psicologia, la Ricerca
Operativa.
Esistono
sostanzialmente due metodi per analizzare le relazioni che vanno a configurarsi
nell'area del disastro; il primo si basa su un metodo euristico che delinea, cioè,
le tendenze di fondo senza avere la pretesa di definire parametri
quantizzabili; il secondo si basa, invece, su un metodo deterministico e su
complicati algoritmi che pretendono di individuare più o meno esattamente i
parametri di comportamento degli individui.
Tra i vari strumenti del primo campo di analisi, un posto di rilievo
spetta, certamente, al metodo detto la "Tecnica di Delfi" adattata per
i disastri da H. Linstone consiste, sostanzialmente, nel selezionare un gruppo
di esperti in varie discipline che sono di volta in volta consultati
separatamente sulla credibilità degli scenari ad essi prospettati e sulle
eventuali modifiche da apportare al piano ad essi sottoposto. E' evidente che il
limite di questo metodo é rappresentato dal "buon senso" del
redattore degli scenari che potrà tenere in conto o meno i suggerimenti forniti
dagli esperti. Come conseguenza di ciò il prodotto finale che scaturirà
dall'utilizzo della "Tecnica di Delfi" non sarà molto diverso o molto
migliore di quello realizzato da un singolo analista territoriale dotato di una
buona immaginazione e di una buona cultura.
Il secondo metodo, invece, tende forse un
po' troppo semplicisticamente a considerare il territorio e la
popolazione come un sistema omogeneo che può essere sintetizzato da un algoritmo
e quindi da un programma per computer. Il principale problema da risolvere in
questo caso é certamente quello di dare valori numerici a situazioni abbastanza
impalpabili come il "comportamento della folla" o il
"panico"; si ricorre allora a complicate e costose indagini
sociologiche per conoscere quale sarà il comportamento del "sistema
antropico" durante il disastro. Per raggiungere questo scopo esistono due
strade: la prima é la disseminazione di questionari rivolti alla popolazione
per capire come si é comportata in una determinata emergenza e/o come,
verosimilmente si comporterebbe in una futura; la seconda consiste nel
confrontare disastri simili per comprendere e quantizzare le regole che
soprintenderebbero al comportamento del "sistema antropico".
Ma al di là della pretesa di tradurre in algoritmi (magari utilizzando,
così come é stato fatto di recente, la sempre
più evanescente Teoria delle
Catastrofi) situazioni così complesse come l'emergenza in un area urbana, la
disseminazione di questionari e l'utilizzo di sofisticate tecniche di Ricerca
Operativa risulta, comunque, indispensabile in un altra fase del piano e cioè
per censire e utilizzare le forze da impegnare nell'emergenza. Sono state
elaborate a tal proposito particolari schede che analizzano e danno un valore
numerico a svariati parametri quali la composizione del nucleo familiare del
personale intervistato, la distanza della sua abitazione dal luogo di lavoro, se
questa risiede in un edificio antisismico o in un'area a rischio... e che
possono essere inseriti in appositi programmi per computer. Da questo scaturisce
l'ossatura del piano di emergenza che vede l'immediata attivazione, ad esempio
dopo un forte sisma, del personale composto prevalentemente dai dipendenti degli
enti locali.
Ma
l'attivazione di questo personale in una situazione di emergenza non può non
creare numerosi problemi. Un piano di autoprotezione per terremoto, ad esempio,
dovrebbe vedere, subito dopo il primo impatto del sisma, ogni
dipendente al posto e al compito che gli é stato affidato dal piano: il vigile
urbano a presidiare quel determinato incrocio, il netturbino a spalare le
macerie in quella zona, l'assistente sociale ad aiutare la popolazione in
quell'area di soccorso, il medico dell'USL in quel centro di medicazione... e
così via. E' evidente, comunque, che solo una parte di questo personale, se pur
responsabilizzato, addestrato ed equipaggiato,
si impegnerà effettivamente durante l'emergenza e questo perché il
disastro può verificarsi improvvisamente trovando, ad esempio, il dipendente
lontano dal posto assegnatogli dal piano o in ferie o ammalato; oppure il
dipendente può essere talmente preoccupato della sorte dei familiari da non
essere disponibile a impegnarsi concretamente nell'emergenza. Per rispondere a
questi problemi i piani per
emergenze civili vengono sempre sovradimensionati: affidano, cioè, lo stesso
compito a più persone, nella speranza che almeno qualcuno lo attui, e
stabiliscono turni di reperibilità per il personale preposto alla direzione
dell'emergenza. Ma queste sono soluzioni facili mentre problemi enormemente
complessi sorgono nella redazione dei piani di emergenza. Basti pensare alla
esigenza di sovrapporre la griglia della vulnerabilità territoriale a quella
della vulnerabilità sistemica e di definire, spesso dettagliatamente, i
compiti e la catena di comando per i dipendenti degli enti locali che, in un
area metropolitana, possono assommare a decine di migliaia di persone. Va da sé
che problemi così particolari possono essere risolti, o almeno affrontati,
soltanto con l'utilizzo delle Tecniche Reticolari di Programmazione e di
software particolarmente sofisticato.
Un grosso contributo alla redazione dei piani di emergenza é venuto
dalla Ricerca Operativa (che potrebbe essere definita come la disciplina che
studia le conseguenze delle decisioni) e che ottimizza la "corsa contro il
tempo" che caratterizza le gestione di ogni emergenza.
esempio abbastanza semplice, seppur drammatico di Ricerca Operativa
applicata al campo dell'emergenza ci é dato dal cosiddetto triage
(dal francese "scelta"), tecnica nata per ottimizzare le operazioni
della Sanità Militare. Il problema é questo. Dal fronte arrivano all'ospedale
militare tre categorie di traumatizzati: la prima (poco numerosa) é costituita
da soldati gravemente feriti,
ognuno dei quali necessita di urgentissime e intense cure da parte di una
numerosa équipe medica; la seconda (numerosa) é costituita da feriti non
gravi, ognuno dei quali necessita di urgenti cure mediche da parte di una poco
numerosa équipe medica; la terza categoria (molto numerosa) é costituita da
feriti non gravi, ognuno dei quali necessita di cure non urgenti da parte di
una piccola équipe medica. Su quale dei tre gruppi bisognerà concentrare
l'impegno del personale sanitario per salvare il maggior numero di
traumatizzati? Il problema é indubbiamente complesso in quanto bisogna
considerare e quantizzare numerosi fattori quali la percentuale di sopravvivenza
di ogni ferito lasciato senza cure sanitarie, il tempo necessario per curare
ogni ferito a seconda del gruppo scelto, il tempo di resistenza dell'équipe
sanitaria... A queste valutazioni già difficilmente quantizzabili bisogna
aggiungere altre di ordine sociale e psicologico come la disponibilità di un
medico ad impegnarsi per molto tempo su un ferito grave mentre altri gemono, e
forse muoiono, abbandonati a sé stessi; l'effetto di questa situazione sul
"morale" e quindi sulla stessa volontà di sopravvivenza dei feriti,
l'esigenza di curare per primi gli ufficiali rispetto ai sottoufficiali e ai
soldati... Come di vede si tratta di problemi che pongono gravi considerazioni
etiche e morali ma che, come numerosi scenari di disastro e piani di emergenza,
sono stati, comunque, analizzati, logicizzati in algoritmi e, infine,
trasformati in programmi per computer.
Come
già detto, in Italia, purtroppo, buona parte dei piani di emergenza, così come
sono richiesti ai comuni dalla maggior parte delle prefetture, si riducono ad
uno sciatto elenco di beni e
risorse (in buona parte del tutto inutili in situazioni di emergenza) che
potrebbero essere censiti molto più accuratamente a livello centrale, ad
esempio, attingendo alle banche dati delle camere di commercio.
Tra
l'altro, nonostante la conclamata pretesa di volere informatizzare tutte le
risorse disponibili sul territorio in un unica banca dati costituente l'ormai
famoso "Progetto Mercurio" ci si ostina, tanto per dirne una a far
censire dagli uffici comunali di protezione civile gli automezzi e le
attrezzature presenti sul territorio attraverso
schemi clamorosamente diversi da quelli richiesti alle associazioni di
volontariato, così come previsto dal Decreto del ministro per il coordinamento
della protezione civile del 12 giugno 1990 n. 2/053/158/Vol.
Da
questo punto di vista non resta che sperare che la legge 22592, istituente il
servizio nazionale di protezione civile, permettendo, all'articolo 6, comma 3,
alle strutture centrali di protezione civile di accedere a banche dati di enti o
di privati possa sgravare gli uffici comunali di protezione civile dell'ingrato
compito di contattare, finora senza
alcuna autorità giuridica, ditte e aziende il cui nominativo era stato, in
molti casi, ricavato dalle pagine gialle.
Ma
la redazione di una valida banca dati alla quale attingere in caso di emergenza
é solo un aspetto del piano di protezione civile che deve essere consistere in
una serie di disposizioni affidate a identificate persone e che diventano
operative al momento del verificarsi dell'emergenza. Al di là di ciò, la reale
efficacia di un piano di protezione civile può essere testata rispondendo alle
domande che tre autorevoli studiosi della pianificazione dell'emergenza Luis
Theodore, Joseph P. Reynolds e Francis B. Taylor pongono a tale proposito:
¨
Il
piano copre tutte le emergenze che si possono realisticamente verificare o
solo quelle che, per motivi di opportunità, sono state considerate
"possibili" dai redattori del piano?
¨
Il
Piano é stato mai "rodato" da una esercitazione "seria" e
cioè improvvisa o il tutto si é risolto in uno "show" realizzato
ad uso dei mass-media?
¨
Il
Piano é conosciuto dalla popolazione, da tutti i funzionari che saranno
coinvolti, dai mass-
media... o serve solo a riempire il fondo di qualche cassetto?
¨
E'
previsto nel piano un responsabile ufficiale dell'informazione oppure, durante
l'emergenza, ogni funzionario si sentirà autorizzato a dire la sua?
¨
Il
Piano si basa su strutture e mezzi che già esistono o si basa su strutture e
mezzi che "si prevede che", "saranno", "dovranno"?
¨
Il
Piano indica chiaramente chi comanda (e su chi) durante la gestione
dell'emergenza o rimanda ad ineffabili "coordinamenti"?
¨
Il
piano prevede una catena di comando in caso di indisponibilità del primo
dirigente?
¨
Esiste
qualche autorità pubblica che ha ritenuto valido il piano di emergenza e che
quindi pagherà di persona qualora il piano da egli approvato si rivelasse
inefficace?
¨
Il
piano é stato accettato (e quindi controfirmato) dai responsabili degli enti
che dovranno intervenire durante l'emergenza oppure essi si riterranno
"svincolati: da ogni impegno durante una vera emergenza?
¨
Da
quanto tempo il piano é stato aggiornato?
Al
di là di quanto stabilito da ricorrenti direttive, indirizzate ai comuni, ed
emanate dalle prefetture italiane (che si rifanno o a disposizioni impartite dal
Dipartimento nazionale alla protezione civile o a quelle impartite dalla
Direzione generale della protezione civile e dei servizi antincendio) non
esistono norme precise che regolino la redazione dei piani di protezione civile.
Interessiamoci
quindi di quelle redatte dalla difesa civile statunitense
per la redazione di un piano di emergenza per una comunità locale che
crediamo possano essere considerate valide anche per l'Italia. Secondo queste
direttive un piano di protezione civile per una comunità locale dovrebbe
articolarsi in:
¨
Piano
generale: da distribuire a tutti i dipendenti dell'amministrazione locale e a
tutti i volontari che saranno impegnati nell'affrontamento della futura
emergenza. Alla distribuzione del piano generale dovrà far seguito una
ricevuta firmata dal dipendente o dal volontario che attesti che questi sono a
conoscenza delle direttive del piano.
¨
Piano
di settore: da distribuire a tutti i dipendenti dell'amministrazione locale e a
tutti i volontari che saranno impegnati nell'affrontamento della futura
emergenza. Il piano di settore riporterà dettagliatamente tutte le risorse
impiegabili in caso di emergenza nel territorio ed utilizzabili da quel
settore (recapiti delle persone e delle ditte da coinvolgere nell'emergenza,
localizzazione di determinate strutture nel territorio...) e sarà tenuto a
disposizione della direzione dell'emergenza.
¨
Organigramma:
riportante i nominativi e le funzioni che svolgeranno nell'emergenza i
dipendenti e i volontari. L'organigramma sarà distribuito a tutti i
dipendenti dell'amministrazione locale e a tutti i volontari che saranno
impegnati nell'affrontamento della futura emergenza. Alla distribuzione
dell'organigramma dovrà far seguito una ricevuta firmata dal dipendente o dal
volontario che attesti che questi sono a conoscenza delle direttive lì
riportate.
¨
Istruzioni
personalizzate: da distribuire ad ogni dipendente dell'amministrazione locale
e ad ogni volontario che sarà impegnato nell'affrontamento della futura
emergenza. Le istruzioni personalizzate dovranno specificare tutte le direttive
che il dipendente o il volontario dovrà porre in essere al momento
dell'emergenza (ad esempio: luogo di raccolta, zona affidatagli, compito in
quella zona, dirigente al quale far capo...). Alla distribuzione delle
istruzioni personalizzate dovrà far seguito una ricevuta firmata dal dipendente
o dal volontario che attesti che questi sono a conoscenza delle direttive lì
contenute.
Le
esercitazioni di protezione civile sono un momento importantissimo non solo
per "rodare" la struttura che sarà preposta all'affrontamento
dell'emergenza ma per diffondere tra la popolazione le direttive che essa dovrà
tenere in una reale situazione di pericolo. Purtroppo, in molti casi queste
esercitazioni, forse per esigenze "scenografiche" hanno finito per
rappresentare una situazione ancora più grave di quella che poteva
effettivamente verificarsi.

Un
esempio, a tale proposito é data dalle numerose esercitazioni di protezione
civile per terremoto che coinvolgono le scuole e che spesso si traducono in una
mera evacuazione dell'edificio scolastico, finendo per ingenerare, tra il corpo
docente e gli studenti, la convinzione che il terremoto determinerà il crollo
dell'edificio, situazione questa assolutamente non verosimile per la stragrande
maggioranza delle scuole italiane. Se questa convinzione, istituzionalizzata
dall'esercitazione, si radica il comportamento dei ragazzi durante una vera
emergenza sismica sarà ben diverso da quello calmo e ordinato dell'esercitazione,
con le conseguenze che é facile immaginare.
Facendo
nostre le parole dei già citati Theodore,
Reynolds e Taylor, possiamo affermare che "una esercitazione va bene quando
va male" e cioè quando serve per evidenziare i problemi che si creerebbero
durante una reale emergenza e gli inevitabili difetti e incongruenze del piano
di protezione civile. Da questo punto di vista la fase più importante della
esercitazione é certamente costituita dall'analisi di questa, dal
cronometraggio dei tempi di intervento, dalla disamina del diario della sala
operativa... Informazioni delle quali bisognerà fare tesoro per la riscrittura
del piano di emergenza.