Bufala pazza: prioni, psicosi,
mass media
di Francesco Santoianni ©
Premessa
Non si può comprendere la psicosi della "mucca pazza, le clamorose
contraddizioni scientifiche che l'alimentano (come l'assurdità di una malattia
infettiva che incredibilmente colpirebbe solo le mucche e non i vitelli, pure
essi alimentati con le oramai famigerate farine animali, o una entità come il
prione che sembra sfidare tutte le leggi della biologia), il comportamento degli
scienziati (dapprima scettici e, ora che sono arrivati i finanziamenti sui
prioni, tutti allineati e coperti a supportare una "teoria" divenuta
ormai un dogma) un periodo di incubazione di una malattia arrivato oramai a
tredici anni, (per "giustificare" una infezione che, a monte di una
potenziale bacino di centinaia di milioni di persone, avrebbe colpito finora solo
ottantasei persone)... se non ci si sofferma su quella che è stata un'altra
epidemia, l'AIDS, che dopo venti anni di dogma e di un colossale impegno
finanziario e di ricerca, oggi si scopre non essere prodotta dal virus HIV, come
ha recentemente dovuto ammettere persino quel Luc Montagner che il virus HIV
aveva per primo isolato. Chi volesse avere un eccezionale strumento di lettura
per comprendere l'attuale psicosi della mucca pazza e, sopratutto, quello che la
Scienza (con la "S" maiuscola) arriverà a produrre nei prossimi mesi
o anni non ha che da leggere un libro pubblicato qualche anno fa (in Italia
dalle edizioni Baldini & Castoldi) "AIDS: il virus inventato"
scritto da Peter Duesberg.
Duesberg è professore di Biologia Molecolare all'Università di Berkley, membro
della prestigiosa National Academy of Science, è colui che ha scoperto i
retrovirus, isolato per primo il gene del cancro.... ha, quindi, dalla sua
credenziali di tutto rispetto. Non così l'autore del testo che state leggendo
che è semplicemente un giornalista che si occupa di divulgazione scientifica e
che affida le sue considerazioni non già a qualche blasonata casa editrice ma,
più modestamente, ad Internet. Indubbiamente per fare chiarezza sulla psicosi
della "mucca pazza" ci vorrebbe molto di più; ci vorrebbe un gruppo
di scienziati, epidemiologi, neurobiologi, veterinari... che avessero il
coraggio di sfidare il sicuro ostracismo dei loro colleghi e rinunciare ai
finanziamenti oggi orientati tutti e solo alla "lotta ai prioni". Non
resta da augurarsi che questo testo (che in questa prima stesura, del marzo
2001, è privo di bibliografia) serva ad aggregare questo gruppo.
I giorni della mucca pazza
"In Inghilterra sono morte per la mucca pazza 160.000 bovini".
Cosa immagina un lettore che ha la disavventura di leggere una notizia come
questa? Sterminate mandrie di mucche in preda a convulsioni e tremori che si
trasformano in rantoli e quindi nella morte. Ma qual'è, invece, la verità? In
Inghilterra (che pure è stata la "patria" della mucca pazza) finora,
dal 1985, sono stati registrati soltanto 2616 casi clinici descrivibili come
"mucca pazza": tremori, ansietà, convulsioni, distruzione del tessuto
cerebrale, che si trasforma a poco a poco in una sorta di spugna (encefalopatia
spongiforme...). Le altre decine di migliaia di bovini sono morti in quanto
uccisi dalle autorità sanitarie perché appartenenti ad allevamenti dove si
erano registrati casi clinici di "mucca pazza"; qualche altra mucca
(come quella macellata nel gennaio 2001 nell'allevamento della Malpensata),
invece, pur apparendo sanissima è stata classificata come "mucca
pazza" perché nel suo cervello sono stati identificati gli oramai
famigerati prioni.
Il quadro, come si vede, è ben diverso da quello tenebroso tratteggiato dai
mass media. Ma, a proposito di mass media, cosa sa oggi una persona, che cerca
di documentarsi, leggendo i giornali e seguendo trasmissioni e notiziari
radiotelevisivi? Che il consumo di farine animali imposto ai bovini di
allevamento avrebbero immesso in questi alcune entità biologiche (i prioni) i
quali hanno scatenato una malattia detta encefalopatia spongiforme (o BSE) che
produce nelle bestie convulsioni "demenza" e altre gravi
sintomatologie con esito mortale: la cosiddetta "malattia della mucca
pazza"; ben presto questa malattia, già individuata negli anni 50 dal
Premio Nobel Gajdusek nella tribù dei Fore in Nuova Guinea, tramite il consumo di carne, si sarebbe
trasmessa all'uomo dove avrebbe scatenato la variante di una rarissima malattia
umana - il morbo di Creutzfeldt-Jakob - già battezzata "BSE umana".
In realtà evidenze scientifiche e alcune ricerche delineano
un quadro sostanzialmente diverso che cercheremo qui di descrivere.
Ma prima, è forse opportuno domandarci chi abbia creato il caso "mucca
pazza" e perché.
Perché è nata la psicosi
Probabilmente se qualcuno tra qualche anno si darà la pena di rileggere i
giorni della "mucca pazza" non potrà non domandarsi sbalordito come
sia stato possibile che una minaccia sanitaria davvero inconsistente,
indimostrate teorie scientifiche e una sarabanda di insulse "dichiarazioni
ufficiali", immediatamente trasformate in allarmismi dai mass media,
abbiano potuto, in Italia come in Europa, gettare nel panico milioni di persone.
E non potrà non domandarsi quale regia abbia orchestrato questa psicosi.
Al momento, ovviamente, non abbiamo una precisa risposta a quest'ultima domanda.
E, tra l'altro, non sarebbe la prima volta che una psicosi di massa attanaglia
milioni di persone alimentandosi esclusivamente su un "gioco di
specchi" creato - più o meno inconsapevolmente - dai mass media; chi
scrive queste righe ne ha studiata una davvero singolare sviluppatasi nell'area
vesuviana e flegrea e non si meraviglierebbe certo se constatasse che dietro
questa psicosi costata finora centinaia di miliardi ci fosse soltanto l'esigenza
dei mass media di mantenere alto l'audience e le vendite a tutti i costi.
D'altra parte, la mancanza di documentate prove non deve impedire di prendere in
considerazione, già da adesso ipotesi che, crediamo, siano qualcosa più di
evanescenti congetture.
Intanto identificare da quali mass media sia stata innescata la psicosi e quali
interessi essi rappresentano può essere un utile strumento di indagine. Oggi,
ad esempio, risulta acclarato che dietro la psicosi della "mucca
pazza" che, nella seconda metà degli anni 80, ha portato alla distruzione
del patrimonio zootecnico bovino della Gran Bretagna, ci siano stati interessi
statunitensi e francesi e, quindi, mass media da essi foraggiati. L'inaudita
delegittimazione di pur competenti commissioni sanitarie e veterinarie inglesi e
della Comunità Europea (ancora oggi, sciaguratamente, additati come gli
"untori" dell'epidemia di BSE, magari sbandierando come
"prove" di ciò un documento, scritto su carta intestata della
Comunità Europea, risultato poi un colossale falso), la sapiente orchestrazione
di campagne stampa basate su catastrofiche proiezioni (100.000 persone morte nel
2001 per la "mucca pazza vaneggiavano nel 1987 quegli stessi
"esperti" che oggi continuano ad avere credito dai mass media), una
"epidemia" bovina e umana (come cercheremo di dimostrare più avanti)
esistita solo sui mass media.... sono stati gli strumenti di una delle tante
guerre commerciali che si combattono ogni giorno a colpi di "scoop".
Ma oggi, verosimilmente, dietro questa nuova campagna terroristica sulla mucca
pazza potrebbe esserci qualcosa di peggio del tentativo di impossessarsi a tutti
i costi un mercato come quello della carne che fattura, solo in Italia, 26mila
miliardi l'anno. Potrebbe esserci l'esigenza di esasperare l'opinione pubblica
per farle accettare quegli organismi geneticamente modificati che oggi, sulla
scia della soia transgenica, imposta dal repentino divieto delle farine animali
(che per anni sono stati accettati da numerosi stati europei nonostante già nel
1987 il Comitato veterinario della Comunità europea consigliasse una loro
graduale sostituzione) stanno per inondare le nostre campagne e i nostri piatti.
I fautori ad oltranza del "biotech", la Confindustria e i suoi
giornalisti, il ministro Veronesi, il gruppo editoriale Caracciolo (in primo
luogo il quotidiano "La Repubblica", che ha dato la stura alla psicosi
della mucca pazza in Italia) hanno di che essere soddisfatti.
Forse meno soddisfatti sono gli altri giornalisti che, verosimilmente per non
"bucare la notizia" (trascurare, cioè, una paura che,
"istituzionalizzata" dal divieto di consumare carne nelle mense
scolastiche, si è diffusa a macchia d'olio), si sono accodati alla psicosi
accomunando, anch'essi, scene strazianti di persone distrutte dal morbo di
Creutzfeldt-Jakob con riprese, ormai risalenti ad una decina di anni fa, di
bovini in preda alla "mucca pazza". E rincorrendo bizzarre
dichiarazioni di politici (come quelle, ineffabili, dei ministri Veronesi e
Pecoraro Scanio), inevitabili quanto controproducenti "inviti alla
prudenza" degli esperti del settore sanitario, angosciose quanto
inconcludenti interviste ad "esperti"... hanno fatto assurgere al
ruolo di "certezza scientifica" quella che oggi, più che una ipotesi,
è una credenza: i prioni.
Perché la mucca pazza
Il primo caso accertato di "mucca pazza" si verificò in Gran Bretagna
quando nel 1986 il Laboratorio centrale di veterinaria di Weybridge identificò,
in un allevamento nella regione dell'Hampshire, una mucca (l'oramai famigerata
"mucca 133") che presentava un allarmante quadro clinico. Oltre ad una
diminuzione della produzione di latte, la bestia reagiva con paura ad ogni
stimolo esterno e con la testa ciondolante restava appartata dal branco; di lì
a poco, colta da contratture muscolari, digrignando i denti, morì. Ben presto
altri animali dell'allevamento, colti dagli stessi sintomi, seguirono la stessa
fine. Qual'era la causa di quel morbo?
Oggi ha acquisito popolarità una considerazione che Rudolph Steiner,
considerato l'inventore dell'agricoltura biologica, ebbe a profferire nel 1923
durante una conferenza a Dornach in Svizzera, "Se diamo da mangiare carne
ad un animale erbivoro, ben presto impazzirà". Effettivamente le mucche,
animali notoriamente erbivori, vengono nutrite con una dieta composta in parte
di farine animali. Il perché si spiega considerando che un vitellone di media
taglia pesa circa 560 chili, ma più di 220 (cervello, ossi, sangue, pelle,
intestino, altri organi interni) sono inutilizzabili per l'alimentazione umana.
Negli anni '20 in Europa si pensò di trasformare questi scarti in polveri
(farine) che essendo ricche di proteine potevano integrare il foraggio. Nel
nostro continente il vertiginoso aumento del consumo di carne, (basti pensare al
proliferare dei ristoranti McDonald's) e la spietata concorrenza (accentuatasi
grazie alla "deregulation" imposta anni fa dalla Comunità Europea e
dall'importazione incontrollata di carne proveniente dai paesi dell'Est) ha finito per
trasformare gli allevamenti in vere industrie senza pascolo dove i poveri
animali, tra abominevoli vessazioni, vengono nutriti quasi esclusivamente con
farine animali.
È da notare, comunque, che i casi che si registrarono nel 1986 in Inghilterra,
nonostante quello che comunemente si pensa, non riguardavano animali nutriti con
una dieta composta prevalentemente da farine animali. In alcuni casi,
addirittura, le mucche colpite dal morbo erano state allevate con una dieta
composta esclusivamente da foraggio.
Nonostante ciò, l'attenzione di qualche ricercatore si appuntò su alcune proteine, i prioni
(sui quali ci soffermeremo in seguito) che avevano garantito, nel 1976, il
premio Nobel a Carleton Gajdusek. Potevano questi prioni essersi accumulati,
tramite le farine animali, passando di animale in animale, determinando così il
morbo della "mucca pazza"? Sembrava una ipotesi suggestiva ma alcune
evidenze scientifiche (sulle quali si soffermeremo in seguito) sembravano
smentirla. Niente, invece, finora ha smentito una ipotesi formulata da un tale
certamente sconosciuto alla totalità dell'opinione pubblica e alla stragrande
maggioranza degli addetti ai lavori: Mark Purdey la cui principale
"colpa" resta quella di non essere un blasonato ricercatore ma -
orrore! - un autodidatta.
L'ipotesi di Purdey, un allevatore del Somerset, che ha svolto le sue ricerche
pagandole di tasca propria, visto che nessun istituto scientifico ha voluto
finanziarle (ma, anche su questo si soffermeremo in seguito) ipotizza un
inquinamento chimico che avrebbe agito sui prioni i quali, quando sono esposti ad un
eccesso di manganese e ad una carenza di rame degenerano compromettendo così le
cellule cerebrali. La prima
insorgenza della BSE in Gran Bretagna, ricorda Purdey, si ebbe negli anni '80,
quando il Ministero dell'Agricoltura impose a tutti gli allevatori il
trattamento degli animali con un pesticida a base di organofosfati chiamato
Phosmet, impiegato a dosi molto più alte che nel resto del mondo. Il pesticida
veniva versato lungo la colonna vertebrale degli animali. La ricerca di Purdey
mostra che il Phosmet cattura il rame. In quegli stessi anni il mangime degli
animali veniva arricchito con sterco di polli proveniente da allevamenti dove
gli animali erano nutriti con manganese per aumentare la quantità di uova
prodotte. I prioni contenuti nel cervello dei bovini, in tal modo, venivano
contemporaneamente privati di rame e intossicati dal manganese. In Francia,
l'impiego del Phosmet divenne obbligatorio inizialmente in Bretagna e 20 dei 28
casi di BSE vennero alla luce proprio in quella regione. Sempre secondo le
ricerche di Purdey, la diffusione della malattia coincide con quella del
pesticida. Un analogo tipo di avvelenamento potrebbe spiegare la distribuzione
della cosiddetta "versione umana della mucca pazza". Dei due
principali ceppi di vCJD in Gran Bretagna, uno, nel Kent si trova nel pieno di
un'area con coltivazioni nelle quali vengono usate ingenti quantità di
fungicidi a base di organofosfati e manganese. L'altro ceppo è a Queniborough,
nel Leicestershire, dove una fabbrica di vernici (distrutta da un incendio
alcuni anni fa, con grave inquinamento chimico sul paese) ha per anni riversato
parte degli scarti di lavorazione nel sistema di canalizzazioni usate per
irrigare i campi. Nella produzione di vernici viene usato il manganese. Ma
Purdey non si è limitato a queste indagini, andando a verificare sul campo la
propria teoria sui ceppi di BSE e CJD in Islanda, Colorado, Slovacchia e
Sardegna. Ovunque vi siano ceppi di queste malattie, egli ha riscontrato
esposizione degli animali e degli esseri umani a carenze di rame e eccessi di
manganese. La maggioranza dei ceppi, inoltre, si trovano in aree montane, nelle
quali i livelli di luce ultravioletta (alla quale i prioni sarebebro
particolarmente sensibili) sono alti.
I prioni, quindi, potrebbero non avere avuto alcun ruolo nell'insorgenza del
quadro clinico classificato come "mucca pazza" ma, lungi dall'essere
trasmessi attraverso le farine animali, potrebbero essere entità biologiche
ubiquitarie, presenti cioè normalmente in molti animali senza provocare alcun
danno; al pari, ad esempio, degli innumerevoli virus ospitati dall'Uomo che non
provocano alcunché.
È da sottolineare che questa ipotesi potrebbe spiegare fatti altrimenti
inesplicabili. Ad esempio come sia stato possibile che i prioni
"degenerati" siano stati
identificati in mucche che non hanno manifestato alcun sintomo clinico sospetto
e/o in mucche non alimentate con farine animali (come la prima "mucca
pazza" italiana) o, addirittura, su mucche che avevano fino al momento
della macellazione pascolato in "fattorie biologiche" poste su
apparentemente incontaminate vette di montagne tedesche. Va da sé che la
risposta degli "esperti in BSE" esclusivamente intenti a cercare
prioni è stata arrogante e inconcludente: queste mucche registrano la presenza
di prioni grazie a impalpabili frazioni di farine animali giunte sulle farine
vegetali o sul foraggio o tramite un errato stoccaggio di farine nei silos o
grazie al vento.
Ma prima di inoltrarci nella disamina di queste "spiegazioni, è forse
opportuna una precisazione. Come già detto, chi scrive queste righe non è un
biochimico e, anche se ha svolto alcuni controlli sulla ipotesi di Purdey
(contattando alcuni suoi colleghi giornalisti in Inghilterra e in Francia,
avendone significative conferme) di certo non ha qui la pretesa di proclamare
che la "mucca pazza" è, senza ombra di dubbio, da addebitare a una
banale contaminazione chimica. Una conferma o una smentita dell'ipotesi di Purdey ci sarebbe stata se una parte
delle ricerche sulla BSE fossero stata orientata verso l'ipotesi della
contaminazione chimica. Ma questa strada non è stata mai intrapresa né in
Inghilterra né in altri paesi, visto che oggi tutte le ricerche sulla
"mucca pazza" o sulla "variante umana della mucca pazza",
messi da parte epidemiologi che con le loro ricerche potrebbero delineare una
ipotesi diversa da quella dei prioni, sono condotte esclusivamente da
biochimici, neuropatologi, virologi... dediti alla ossessiva identificazione dei
prioni. Se questi si trovano, allora la mucca macellata (anche se non presentava
nessun quadro clinico) è "pazza" o lo sarebbe diventata di lì a
poco; se i prioni non si trovano, la minaccia resta presente poiché avrebbero
potuto manifestarsi se le si fosse dato il tempo di vivere un altro po'. Ancora
più desolante appare poi la teoria dei prioni se si considera che, agli albori
dell'epidemia di BSE, solo il 60
per cento delle mucche morte dopo aver presentato i sintomi della "mucca
pazza" risultavano positive ai test finalizzati alla identificazione dei
prioni: un incontrovertibile dato "spiegato" dagli apologeti della
teoria dei prioni affermando che i primi test non erano sufficientemente
precisi.
Un altro caso HIV?
Questa situazione ricalca in maniera straordinaria la situazione che
caratterizzò i primordi della ricerca sull'AIDS quando si constatò che
l'"epidemia" da immunodeficienza (che comportava l'insorgere di una
grave forma di polmonite, la Pneumocisti carinii, e del sarcoma di Kaposi) che
stava mietendo gli omosessuali di San Francisco poteva essere addebitata al
consumo di nitrito di anile che la comunità gay assumeva come eccitante
sessuale. Una teoria che oggi appare pienamente confermata ma che fu messa da
parte quando Max Gallo e il Ministro americano della Sanità annunciarono al
mondo che la causa dell'AIDS era stata trovata nel virus HIV e annunciarono un
faraonico programma di ricerca tutto teso alla sconfitta di questo virus.
L'accorrere frenetico dei ricercatori a questi contributi spiazzò quindi ogni
altra possibile indagine epidemiologica e la teoria della contaminazione da
nitrito di anile ha impiegato venti anni per ritrovare oggi il posto che merita
nelle riviste scientifiche.
Come già detto, non abbiamo le competenze per affermare se la teoria della
contaminazione chimica, (che tra l'altro spiegherebbe perché solo nei casi
analizzati da Purdey siano state colpite da BSE oltre che mucche, anche vitelli)
sia valida o meno. Una risposta potrebbe venire soltanto se si sviluppassero
ricerche in tal senso. Ma, come già detto, oggi ricerche sulla BSE o sulla cosiddetta variante
del morbo di Creutzfeldt-Jakob - già battezzato "BSE umana" che non
contemplino l'azione dei prioni, non se ne fanno.
Così come non ci risulta essere in corso nessuna ricerca che valuti le
possibili alterazioni sul tessuto cerebrale determinate da un allattamento
intensivo. Come già detto, ad eccezione di alcuni vitelli colpiti negli anni 80
da BSE in Inghilterra (e che potrebbero spiegarsi come conseguenza di una
contaminazione chimica) tutti gli altri animali colpiti da BSE sono mucche
destinate alla produzione di latte. Non esiste attualmente nessuno studio
scientifico che valuti gli effetti sul tessuto cerebrale degli estrogeni con i
quali, spesso, vengono imbottite queste bestie.
Esiste poi un'altra teoria, che sta anch'essa svanendo, spazzata via dai
finanziamenti sulle ricerche inerenti i prioni, e che vede la possibile
trasmutazione di un virus. La maggior parte dei casi di BSE, fanno notare sempre
più flebilmente, i sostenitori di questa ipotesi si sono verificati in
Inghilterra in allevamenti che vedevano la compresenza di numerosi bovini e
ovini. È possibile, quindi che gli ovini (che, al pari del visone, del mulo,
del gatto..., sono soggetti ad un tipo di encefalopatia spongiforme conosciuta
come scrapie, o virosi nervosa degenerativa che si manifesta con le stesse
sintomatologie della "mucca pazza" e con un prurito così intenso da
indurre la pecora a raschiar via parti del mantello, "to scrape", in inglese, da
cui il nome della malattia) abbia potuto trasmettere alla mucca una qualche
variante del virus.
Potrebbero, quindi, esistere differenti cause che hanno provocato la BSE. Per
quanto riguarda la "ricerca" sull'AIDS tutta una serie di patologie
(ben 54) sono state accomunate sotto la dicitura AIDS quando venivano
identificati nel corpo dei pazienti il virus HIV o gli anticorpi a questo. Per
quanto riguarda la BSE neanche questa pur scorretta metodologia scientifica
viene applicata in quanto, come già detto, vengono classificate come affette da
BSE mucche apparentemente sanissime nelle quali dopo la macellazione vengono
identificati gli ormai famigerati prioni. Vale la pena, a questo punto, vedere
da vicino cosa, secondo le ricerche in corso, sarebbero queste fantomatiche
entità.
La leggenda dei prioni
Se sul virus HIV sono state prodotte oltre 120.000 pubblicazioni scientifiche
(che, ovviamente, al di là di un qualche prestigio accademico per i loro
estensori, non hanno dato nessun risultato concreto visto che ancora oggi non è
stato prodotto alcun vaccino contro l'AIDS né una cura efficace), attualmente
sono più di 7.000 le pubblicazioni scientifiche sui prioni. Nessuna di queste
ultime, finora, ha spiegato come si propaghi il prione (ad esempio, come faccia
una proteina a non scindersi in amminoacidi nell'apparato digerente) o perché
mai una entità biologica capace di perpetuarsi in condizioni ambientali estreme
(addirittura resistendo a temperature superiori ai 350 gradi) non abbia da
milioni di anni colonizzato tutto il pianeta. Ma, prima di soffermarci sulla evanescenza di
tutte le teorie elaborate sul ruolo infettivo dei prioni , è certamente opportuno illustrare
come si è arrivati alla loro identificazione.
La "scoperta" dei prioni risale agli inizi degli anni "60 quando
il neurologo americano Stanley B. Prusiner, tra lo scetticismo generale,
ipotizzò che alcuni agenti infettivi, in grado di provocare malattie
degenerative del sistema nervoso centrale negli animali e, più raramente, anche
nell'uomo, potessero essere costituiti solamente da semplice materiale proteico,
privo cioè degli acidi nucleici DNA e RNA, e che riuscissero a moltiplicarsi
andando a sostituire le proteine nelle cellule dell'organismo ospite.
L'attenzione di Prusiner si concentrò su alcune proteine presenti spesso in
diversi mammiferi (quali pecore, mucche, visoni, cervi, gatti, uomini),
codificate da
un singolo esone di una singola coppia di geni presenti sul braccio corto del
cromosoma 20 (nell'uomo) e che, a suo dire, sarebbero implicati nelle funzioni di sinapsi.
La presenza di prioni in animali che non
presentavano alcun sintomo clinico di certo non legittimavano un loro presunto
potere "infettante". Prusiner, allora, ricorse ad un modello teorico
sul quali è bene soffermarsi: il virus lento, un concetto che presuppone, a sua volta, un
"periodo di latenza" di mesi o di anni tra il momento in cui il virus
invade l'organismo e la comparsa dei sintomi. Nonostante una quasi plebiscitaria
accettazione da parte del mondo accademico il concetto di "virus
lento" potrebbe essere solo un escamotage metodologico per giustificare una
qualsiasi teoria preconcetta. È bene specificare, comunque, che
non si vuole qui contestare l'esistenza di infezioni latenti. Alcuni germi, come
i virus erpetici, ad esempio, possono rimanere nascosti in qualche recesso del
corpo e provocare riaccensioni ogni volta che il sistema immunitario è
indebolito. In entrambi questi esempi, è solo il sistema immunitario indebolito
dell'ospite che permette all'infezione di covare sotto la cenere o di
"svegliarsi " dall'ibernazione di tanto in tanto. Viceversa, un "virus
lento", capace cioè di "risvegliarsi" dopo anni o decenni indipendentemente dallo stato del sistema
immunitario dell'organismo ospite, secondo ancora pochi ma autorevoli
scienziati, tra i quali Duesberg, è una scorretta impostazione che
semplicemente un trucco che può permettere a disinvolti scienziati di addebitare a un virus
neutralizzato da tempo qualsiasi malattia appaia decenni dopo l'infezione.
Questo concetto del "virus lento", alla base della teoria dei
prioni come agenti infettanti vagheggiata da Prusiner è stato legittimato
da una "ricerca" compiuta da Carleton Gajdusek. Ma per capire come sia
stato possibile che questa incredibile "ricerca" sia stata accettata
dal mondo accademico è, forse, opportuno riportare
quanto riportato da Peter Duesberg (nel suo libro "AIDS: il virus
inventato" Baldini & Castoldi pag, 89)
"Nel 1957 il dottor Carleton Gajdusek fu inviato in Nuova Guinea nel 1957
con una sovvenzione del NIH (National Institute of Healt). Laggiù, un medico
del servizio sanitario locale gli fece conoscere una malattia chiamata kuru, una
misteriosa patologia che colpiva il cervello, provocando nelle vittime spasmi
ingravescenti o paralisi fino alla morte nel giro di qualche mese. La sindrome
era stata segnalata solo fra le tribù che abitavano in una serie di valli,
soprattutto la tribù dei Fore, in tutto 35.000 persone. Prima dell'arrivo di
Gajdusek, nessuno straniero aveva mai descritto il kuru, anche se i Fore gli
dissero che la malattia aveva cominciato ad apparire qualche decennio prima.
Il primo studio di Gajdusek partì dal presupposto che la malattia fosse
infettiva. Il medico riferì che gli indigeni usavano mangiare il cervello dei
parenti morti per fini ritualistici, una pratica cannibalistica che era
cominciata circa nello stesso periodo in cui il kuru aveva fatto la sua
comparsa. In seguito Gajdusek spiegò a un intervistatore che il cannibalismo
" esprimeva amore per il parente defunto" e allo stesso tempo "
costituiva una buona fonte di proteine per una comunità che non aveva carne da
mangiare". L'infettivologo decise che la via di trasmissione del kuru era
l'ingestione del cervello dei malati defunti. Però, quando si mise a cercare il
virus, stranamente non trovò prove. Nei pazienti non si riscontrava nessuno dei
tipici sintomi di infezione: non c'era febbre né infiammazione, nessuna
alteratone nel liquor che avrebbe dovuto essere infetto, il sistema immunitario
non reagiva come se un agente infettivo avesse invaso l'organismo, e nelle
persone immunodepresse il rischio di malattia non era maggiore che nelle altre.
Di lì a poco un altro gruppo di scienziati arrivò dall'Australia e concluse
che il kuru poteva essere una malattia genetica ereditaria.
Tornato negli Stati Uniti, Gaidusek fu assunto dal NIH per lavorare nel reparto
malattie neurologiche. Continuando a tenere sotto controllo l'incidenza del kuru,
lo scienziato si dedicò allo studio della sindrome in laboratorio. Nel
frattempo notizia della sua scoperta riguardo al kuru era giunta in Inghilterra,
dove un altro cacciatore di virus stava studiando lo scrapie, una malattia che
colpiva le pecore e che presentava sintomi di degenerazione cerebrale. Il
ricercatore inglese suggerì a Gajdusek che il kuru poteva essere provocato da
un virus lento, cioè con un lungo periodo di latenza.
Gajdusek fu subito conquistato da questa teoria rivoluzionaria, nonostante
contraddicesse le sue varie ipotesi secondo le quali nel kuru potevano essere in
gioco geni, tossine o carenze nutritive. Deciso a scoprire un virus così
sfuggente, cercò di trasmettere la malattia agli scimpanzé. Ma nessun animale
si ammalò quando gli fu iniettato sangue, urina e altri fluidi corporei
prelevati a persone affette da kuru. Neanche il liquido cerebrospinale che
circonda il cervello, e che avrebbe dovuto essere pieno di virus, provocò
effetti negli animali da laboratorio. Anzi, le scimmie non contrassero la
malattia neanche mangiando il cervello di individui morti per il kuru.
Funzionò solo un esperimento piuttosto bizzarro, in cui il cervello di morti di
kuru fu ridotto in poltiglia e iniettato direttamente nel cervello delle scimmie
vive attraverso fori praticati nella scatola cranica. Dopo un po', alcuni di
questi scimpanzé sperimentali presentarono anomalie nella coordinazione e nel
movimento. Stranamente, però, anche questo metodo drastico non riuscì a
infettare decine di altre specie animali. E nessun virus fu trovato nel tessuto
cerebrale, anche usando i più sofisticati microscopi elettronici.
Se non si trovavano prove di questo virus invisibile tranne che nel tessuto
cerebrale non purificato, se non provocava reazioni da parte delle difese
immunitarie e non si riusciva a trasmetterlo in forma pura agli animali, era
logico concludere che il virus non esisteva. Lo stesso tessuto cerebrale
omogeneizzato dei morti - pieno di ogni proteina possibile e immaginabile e di
altri composti - avrebbe dovuto essere tossico quando veniva inoculato nel
cervello, delle scimmie.
Nonostante queste prove contrarie, gli scimpanzé malati convinsero Gajdusek di
aver scoperto il virus. Dato che non riusciva a isolarlo se non nel tessuto
cerebrale, decise di studiare il virus e la sua struttura con un esperimento
standard: avrebbe determinato quale trattamento chimico e fisico era in grado di
distruggere il virus, e da questo avrebbe raccolto dati sulla sua natura, Ma con
sua grande sorpresa, il germe misterioso non sembrava sensibile a nulla. Provò
di tutto - sostanze chimiche potenti, acidi e basi, alte temperature, radiazioni
ultraviolette e ionizzanti, ultrasuoni - ma anche dopo il trattamento il tessuto
cerebrale non provocava il kuru nei suoi animali da laboratorio. Ulteriori esami
accertarono che nei cervelli affetti da kuru non si trovava alcun materiale
genetico estraneo, condizione necessaria a tutti i virus per vivere. Pur
impiegando i più potenti trattamenti antivirali, Gajdusek non era riuscito a
rendere innocuo il tessuto cerebrale dei morti di kuru. Questi risultati si
prestavano a un'unica ovvia interpretazione: in primo luogo non esisteva alcun
virus, e quindi non si poteva distruggere.ciò che non esisteva. Ma Gajdusek
restò attaccato alla sua ipotesi virale. Nonostante gli esperimenti fossero
stati deludenti, capovolse i risultati argomentando che il "virus del kuru"
era in realtà un nuovo tipo di supermicrobo o, come lo definì lui, un
"virus non convenzionale ". Questo nuovo virus doveva anche essere
lento, dato che passavano lunghi periodi di tempo fra l'atto di cannibalismo e
il manifestarsi del kuru.
Gajdusek offrì questa ipotesi a una generazione di scienziati dominata dai
cacciatori di virus. La poliomielite era ormai scomparsa da anni, e i virologi
finanziati dai NIH vedevano di buon occhio qualsiasi nuova linea di ricerca su
cui esercitare la loro specifica abilità. Così abbracciarono con entusiasmo
l'ipotesi di Gajdusek di un virus lento. Non sollevarono obiezioni neanche
quando il collega sostenne che un altro virus non convenzionale, simile a quello
del kuru, provocava la sindrome di Creutzfeld-Jakob, una rara malattia
neurologica che sembra colpire soprattutto persone che hanno subito in
precedenza un intervento al cervello (simili operazioni chirurgiche potevano ben
essere sospettate di essere la vera causa della sindrome). Gajdusek ritenne
virus lenti, o anche non convenzionali, responsabili di una lunga serie di
malanni a carico dei nervi e del cervello, dallo scrapie nelle pecore alla
sclerosi multipla e l'Alzheimer nell'uomo, e le sue ipotesi furono accolte
seriamente, anche se non sostanziate da prove. Nel 1976 ricevette anche il Nobel
per la medicina, in particolare per lo studio del virus del kuru e di
Creutzfeld-Jakob, che deve ancora scoprire. E i NIH gli affidarono la carica di
direttore del Laboratory of Central Nervous System Studies (Laboratorio di studi
sul sistema nervoso centrale).
Nel frattempo è emersa un'altra informazione, piuttosto imbarazzante, che getta
dubbi sull'ipotesi virale di Gajdusek per il kuru. In un numero del 1977 di
"Science" fu pubblicato il suo discorso di accettazione del Nobel,
corredato da una foto in cui si vedevano degli indigeni intenti al loro pasto
cannibalistico. Non era un'immagine molto chiara. Quando dei colleghi chiesero a
Gajdusek se la foto riprendesse davvero un atto di cannibalismo, lui ammise che
i poveretti stavano solo mangiando carne di maiale. Secondo la rivista,
"non si pubblicano mai le vere foto del cannibalismo perché sono, troppo ripugnanti" . Poco convinto, l'antropologo Lyle
Steadman,
dell'Arizona State University, ha compiuto delle ricerche e ha direttamente
sfidato Gajdusek affermando che "non ci sono prove di cannibalismo in
Nuova Guinea ". Steadman, che ha trascorso due anni in Nuova Guinea, ha
detto di aver spesso sentito racconti di cannibalismo ma, quando ha cercato di
andare a fondo della cosa, le prove sono svanite.
Offeso dall'accusa implicita di condotta disonesta, Gajdusek ha insistito nel
dire che "possiede fotografie di vero cannibalismo", ma non le
pubblicherebbe mai perché "offendono i parenti delle persone dedite a
questa pratica". Questa affermazione contraddice le sue precedenti
asserzioni che gli indigeni mangiavano i loro parenti morti per rispetto, e
avevano smesso di farlo solo in ossequio alle pressioni del governo. Come prova
del cannibalismo, Gajdusek citò anche l'arresto di indigeni per questo crimine,
ma poi risultò che gli arresti si erano basati su dei "si dice ".
Dal che si deduce che indigeni della Nuova Guinea sono stati accusati forse
ingiustamente di pratiche cannibalistiche rituali.
Inoltre, poca gente al di fuori dell'équipe inviata inizialmente con Gajdusek
ha mai visto personalmente delle vittime di kuru. Questo significa che la nostra
conoscenza della, malattia dipende dalle sue descrizioni e statistiche,
soprattutto perché lui sostiene che sia il cannibalismo sia il kuru sono
cessati pochi anni dopo la sua visita del 1957. Virus fantomatici, trasmessi
tramite fantomatici atti di cannibalismo, causano malattie fantomatiche. E
concetto stesso di "virus lenti" non è mai stato messo in discussione
da allora, nonostante i problemi di ordine etico e scientifico di
autenticità ad esso collegati, né dalla letteratura scientifica, né
dalla stampa ufficiale."
Ma se queste sono le credenziali dei prioni, vale la pena soffermarsi
soffermarsi sulle sbalorditive capacità ad essi attribuiti per giustificare la
teoria delle "farine animali" e, soprattutto, su come è stata
affrontata dai mass media e dalle autorità l'emergenza BSE e la sciagurata
connessione di questa al morbo di Creutzfeldt-Jakob.
Fine prima parte
La seconda parte sarà pubblicata tra breve
su questo sito; intanto ci terrei molto a conoscere le vostre impressioni.
Francesco Santoianni © (questo testo, non modificato, può essere linkato e
duplicato su Internet citandone la fonte)
francescosantoianni@libero.it