Il Disaster Management
Il
termine Disaster Management
Al
pari di quanto succedeva in passato con la lingua latina per il diritto o la
filosofia, oggi in parecchi settori del sapere quali l’urbanistica, la
sociologia, l’architettura... la lingua americana va imponendo termini che
risultano difficilmente traducibili nelle altre lingue nazionali. E’ il caso
di Disaster Management che potrebbe, sgraziatamente, essere tradotto come
“gestione dei disastri” o, impropriamente, come “Protezione Civile”,
termine che nella lingua italiana ha assunto significati e articolazioni
abbastanza diversi da quelli che sono identificati dal Disaster Management. Il
termine protezione civile, infatti, identifica comunemente le operazioni di
soccorso che vengono approntate dall’area esterna a quella colpita dal
disastro da parte di organizzazioni quali Vigili del Fuoco, Forze Armate,
volontari di protezione civile.. . Questo identificare la protezione civile con
il mero soccorso non è, purtroppo, soltanto una imprecisione semantica ma un
diffuso atteggiamento che trasforma la comunità colpita dal disastro in
semplice oggetto di un intervento proveniente da un’area esterna e che non
potrà che arrivare troppo tardi quando, cioè, il disastro si è già abbattuto
sul territorio producendo distruzione e morte. Il Disaster Management, o se si
vuole, il nuovo concetto di protezione civile, vuole invece fornire alla comunità
locale gli strumenti e le metodologie per la sua autoprotezione
Piani di emergenza: una storia di fallimenti
Il
più clamoroso fallimento è stato l'Earthquake General Plan. Osannato in tutti
i convegni di Disaster Management, (la disciplina che si occupa degli interventi
in caso di disastro) questo piano d'emergenza, calibrato per fronteggiare -
nella peggiore delle ipotesi - una replica del Big Quake, il devastante
terremoto che sconvolse la costa pacifica degli Stati Uniti nel 1906, era stato
redatto per conto dello Stato della California da un’equipe di esperti,
urbanisti, sociologi, psicologi... ed era costato quasi cinque milioni di
dollari.
Il piano contemplava scenari di eventi sismici, redatti e
continuamente perfezionati dal centro di calcolo di quattro università che
operavano sotto il controllo del computer dell'Università di Berkeley.
Caratteristiche geologiche dei terreni, accelerazione loro impressa dal sisma,
vulnerabilità degli edifici e degli impianti, direzione e velocità del vento
per definire l’andamento che avrebbero conosciuto gli incendi, giorno e orario
del sisma per calcolare la concentrazione delle persone in particolari zone,
disponibilità dei servizi di emergenza... questi e altri dati si traducevano
per i computer in una stima delle vittime, nella definizione delle strategie da
adottare e, quindi, in una serie di precise disposizioni che sarebbero state
immediatamente elaborate e trasmesse a tutti gli enti preposti all’emergenza..
Tutto sembrava contemplato e previsto e, nel settembre 1989 una spettacolare
esercitazione, svolta alla presenza di esperti giunti da ogni parte del mondo,
aveva suscitato un’incondizionata ammirazione per questo piano e cementato il
“mito” della protezione civile californiana. Neanche un mese dopo, il 17
ottobre 1989, il terremoto che si abbatté su San Francisco fece andare in
“tilt” tutte le strutture della protezione civile. A più di tre ore dal
sisma, il quartiere generale dei soccorsi, localizzato a Sacramento, non aveva
ancora stabilito un contatto con le squadre di San Francisco; dopo cinque ore,
le strutture centrali della protezione civile non sapevano ancora del crollo del
viadotto autostradale, sul quale pretendevano di instradare i soccorsi. I morti
furono più di trecento, una buona metà di questi, secondo gli esperti,
avrebbero potuto salvarsi se i tempi dei soccorsi fossero stati dimezzati.
Ancora peggio è andata per un altro piano di emergenza: quello che avrebbe dovuto affrontare il terremoto di Kobe il 17 gennaio 1995. Già il 12 luglio 1993 la protezione civile giapponese non era riuscita a pianificare l’emergenza nell'isola di Okushiri per un maremoto annunciato da parecchie ore e che finì per provocare 400 morti; ma davanti al caos che ha caratterizzato i soccorsi a Kobe (tanto per dirne una, il primo ospedale da campo è stato installato 36 ore dopo il sisma) lo sbalordimento tra gli esperti di Disaster Management si è trasformato in scoramento. E ha fatto acquisire una sinistra attualità ad uno studio redatto nel 1989 da Luis Theodore, Joseph P. Reynolds e Francis B. Taylor i quali, andandosi a spulciare innumerevoli piani di emergenza scoprirono, che buona parte di questi si basano, per lo più, su ineffabili “coordinamenti”, destinati, durante l’emergenza, a istituzionalizzare conflitti di competenza, e su “risorse” che ancora non esistono; ancora peggio, in molti casi, i piani di protezione civile non sono conosciuti dalla popolazione e, addirittura, nemmeno dagli stessi funzionari che dovrebbero attuarli.
La storia dei piani di protezione civile è cominciata,
sostanzialmente, durante la seconda guerra mondiale quando lo sviluppo
dell’arma aerea, capace di colpire il retroterra produttivo e logistico delle
truppe al fronte, determinò l’esigenza di proteggere le popolazioni civili (Civil
Defence). Nel secondo dopoguerra, l’entrata in scena dei missili a testata
nucleare, e la “guerra fredda” spinsero il Dipartimento alla Difesa
statunitense a commissionare al fisico Ralph E. Lapp uno studio sulle
conseguenze di un attacco nucleare russo e un piano di emergenza per
minimizzarne gli effetti sulla popolazione e sull’apparato produttivo. Il
piano di Lapp diede vita ad un gigantesco programma di Civil Defence: dovunque
(nelle scuole, negli uffici, perfino nelle prigioni e nelle chiese) si
svolgevano esercitazioni "antibomba" mentre la rete televisiva NBC
inchiodava ogni settimana davanti ai teleschermi 18 milioni di americani con la
trasmissione "Survival", caratterizzata da filmati che oggi appaiono
sbalorditivi. In uno di questi, ad esempio, un padre, chiuso in uno sgangherato
"rifugio antiatomico" costruito alla buona in cantina e posto a
qualche metro di distanza dal punto di impatto dell’ordigno nucleare, qualche
attimo dopo l'esplosione rincuorava i familiari con un incredibile:
<<Bene! È stato meno peggio del previsto! Ramazzate i vetri rotti e
usciamo fuori per vedere cos'è successo>>. Un altro filmato mostrava un
cartone animato, Bert la Tartaruga, che così arringava i bambini di una scuola
elementare che stava per essere centrata da una bomba atomica: <<Appena
vedete il lampo di luce, gettatevi sotto i banchi e aspettate lì che i vostri
genitori vengano a prendervi!>>
Nel clima di fiduciosa
euforia che investiva allora la Civil Defence, quasi nessuno osò esporre
perplessità su queste “campagne educative”, su altri “piani di
emergenza” come quello redatto, nel 1955, dall'urbanista Harman Khan, (grazie
al quale gli Stati Uniti avrebbero potuto sopportare, addirittura, un
bombardamento nucleare sovietico di 80.000 megatoni) o sulle “prove di
evacuazione” (come l'Operation Alert che, nel maggio 1955, coinvolse 28
milioni di persone) che si riducevano a una sorta di picnic di massa nei paraggi
delle città. Nel 1961 fu varato un faraonico programma di costruzione di rifugi
antiatomici collettivi che ben presto si arenò per via dell'enorme costo; per
lo stesso motivo venne messo da parte il National Industrial Dispersion Policy:
un piano che doveva favorire la dispersione dell'apparato produttivo americano
per renderlo meno vulnerabile a un attacco nucleare. Ci si ridusse, quindi, a
incartare con qualche foglio di piombo corridoi e scantinati di scuole e uffici
ribattezzandoli Fallout Shelters (rifugi antiradiazioni), segnalati da
minacciosi cartelli gialli che, ancora oggi, troneggiano in molti edifici
pubblici statunitensi. Con la fine della guerra fredda, il conseguente
ridimensionamento dei programmi di Civil Defence spinse numerosi operatori del
settore ad interessarsi di piani di protezione civile destinati, cioè, a
fronteggiare emergenze non intenzionalmente prodotte quali terremoti, alluvioni,
cicloni… Nacque così - grazie anche agli studi del professore Enrico
Quarantelli, della Colorado State University di Boulder - il Disaster
Management: una disciplina oggi insegnata in ben 54 università e in 22 istituti
post universitari di tutto il mondo e che impegna, anche nel nostro paese,
numerosi professionisti.
Gli strumenti del Disaster Management
Nel Disaster Management per pianificare l’emergenza ci si serve di
“scenari” che prefigurano quello che, verosimilmente, può succedere
all’insorgere del disastro; per valutarne gli effetti sui manufatti si
utilizzando discipline “deterministiche” (quali la sismologia, la geologia,
l’idrogeologia, l’ingegneria...) più complessa è la redazione di scenari
riguardanti il collasso di sistemi organizzativi. Per la redazione di questi
ultimi - messi da parte sistemi di indagine, in auge fino a qualche anno fa,
basati sulla disseminazione di questionari indirizzati alla popolazione o al
management e su complicati calcoli che avrebbero dovuto calcolare il
comportamento del “sistema antropico” - oggi ci si basa su sistemi quali la
“Tecnica di Delfi”, adattata per i disastri da Howard Linstone, che
consiste, sostanzialmente nel sottoporre, a più riprese, ad esperti ed
amministratori scenari che vengono, così, progressivamente perfezionati e,
quindi, risottoposti ad un successivo esame.
Per la redazione dei piani e la gestione dell’emergenza il
Disaster Management - oltre che delle metodologie di tattica e strategia
militare - si serve di una disciplina finalizzata ad analizzare e ottimizzare le
procedure da attuare in una situazione di incertezza: la Ricerca Operativa (Operations
Research), nata nel 1940 da un comitato di militari, fisiologi, fisici,
matematici.. coordinato dal futuro Premio Nobel Patrick Blackett, per conto
della Royal Air Force. Un’applicazione della Ricerca Operativa nella gestione
dell’emergenza (sempre caratterizzata da una drammatica corsa contro il tempo)
è data dal cosiddetto triage (dal francese “scelta”), tecnica nata per
ottimizzare le operazioni della Sanità Militare. Il problema é questo. Dal
fronte arrivano all’ospedale militare tre categorie di traumatizzati: la prima
(poco numerosa) é costituita da soldati gravemente feriti, ognuno dei quali
necessita di urgentissime e intense cure da parte di una numerosa équipe
medica; la seconda (numerosa) é costituita da feriti non gravi, ognuno dei
quali necessita di urgenti cure mediche da parte di una poco numerosa équipe
medica; la terza categoria (molto numerosa) é costituita da feriti non gravi,
ognuno dei quali necessita di cure non urgenti da parte di una piccola équipe
medica. Su quale dei tre gruppi bisognerà concentrare l’impegno del personale
sanitario per salvare il maggior numero di traumatizzati? Il problema é
indubbiamente complesso in quanto bisogna considerare e quantizzare numerosi
fattori quali la percentuale di sopravvivenza di ogni ferito lasciato senza
cure sanitarie, il tempo necessario per curare ogni ferito a seconda del gruppo
scelto, il tempo di resistenza dell’équipe sanitaria... A queste valutazioni
già difficilmente quantizzabili bisogna aggiungere altre di ordine sociale e
psicologico come la disponibilità di un medico ad impegnarsi per molto tempo su
un ferito grave mentre altri gemono, e forse muoiono, abbandonati a sé stessi;
l’effetto di questa situazione sul “morale” e quindi sulla stessa volontà
di sopravvivenza dei feriti, l’esigenza di curare per primi gli ufficiali
rispetto ai sottoufficiali e ai soldati... Come di vede si tratta di problemi
che pongono gravi considerazioni etiche e morali ma che, come numerose altre
tecniche di Disaster Management, sono state, comunque, analizzate, logicizzate
in algoritmi e, infine, trasformate in programmi per computer.
Una
scuola per il Disaster Management
Il Disaster Management è, ormai da tempo, argomento di studio in
numerose centri di ricerca e università. Secondo uno studio effettuato nel 1988
dall’UNDRO -un organismo delle Nazioni Unite che si occupa dello studio e
dell’affrontamento dei disastri- questa disciplina, sotto varie angolazioni,
costituisce corso di esame in ben 54 facoltà universitarie (ingegneria,
medicina, architettura, urbanistica, storia, sociologia...> e in 22 istituti
post-universitari. Nel nostro Paese, purtroppo, siamo ancora ai primi passi in
questo settore. In Italia il primo corso di Disaster Management, riconosciuto
dall’UNDRO (United Nations Disaster Relief Office) è stato tenuto
all’Università di Napoli nel 1986. Nel 1998 un corso annuale di Disaster
Management è stato tenuto a Ispra presso il Centro di Ricerca della Comunità
Europea. A partire dal 1995 il Dipartimento Nazionale alla Protezione Civile ha
tenuto presso il Centro Nazionale Emergenza di Castelnuovo di Porto, nei pressi
di Roma, una serie di corsi di Disaster Management rivolti prevalentemente a
funzionari pubblici; attualmente questi corsi sono stati decentrati a livello
regionale e affidati al FORMEZ.
| Testo di Francesco Santoianni pubblicato sulla rivista <<Newton: Lo spettacolo della Scienza >> marzo 2000 Per gentile concessione della Rivista. Questo testo è protetto da copyright e non può essere riprodotto senza autorizzazione scritta della Rivista |