La Difesa Civile in Italia
Tratto dal libro di Francesco
Santoianni
PIANIFICAZIONE E GESTIONE DELL'EMERGENZA
Guida per gli operatori di protezione civile
Edizioni Noccioli
2003 (per gentile concessione dell’Editore)
Un
motivo di indeterminatezza del termine “protezione civile” (e che ha
impedito al nostro Paese di avere tutt'oggi un efficiente sistema di
protezione civile) è dato dal quel “civile” che segue la parola
“protezione” e che può lasciare intendere il termine come “protezione dei
civili”, richiamandosi, quindi, a specifiche situazioni di conflitto bellico
o sommosse. A tal riguardo, va detto che la moderna protezione civile nei
paesi occidentali è nata come strategia finalizzata a favorire la
"tenuta" del "fronte interno"; in questo senso, ad esempio,
è inteso il termine <<protezione civile>> contemplato nel primo
protocollo aggiuntivo adottato a Ginevra l'8 giugno 1977 “Protezione delle
vittime dei conflitti armati internazionali”, ratificato dall'Italia nel
1979 .
Tra l'altro, il termine <<protezione civile>> appare, per la prima volta, nel panorama legislativo italiano il 20 dicembre 1956 con il disegno di legge "Norme sulla protezione civile in caso di eventi bellici e calamità naturali"; ancora prima, il 14 ottobre 1950, un disegno di legge, presentato dai ministri Scelba, Pacciardi, Pella, Aldisio, veniva intitolato “Disposizioni per la protezione delle popolazioni civili in caso di guerra o calamità (difesa civile)". La stessa legge n. 996 dell'8 dicembre 1970 "Norme sul soccorso e l'assistenza alle popolazioni colpite da calamità ‑ Protezione civile" non riuscì a superare l'ambivalenza del termine ed è stata considerata, secondo autorevoli studiosi, una legge di difesa civile. La legge 996/70, infatti, non specificava quale tipo di calamità dovesse fronteggiare, essendo scomparso nella stesura definitiva della legge il termine “calamità naturale”, richiesto inizialmente dall'intero schieramento della sinistra, sostituito dall'onnicomprensivo vocabolo “emergenza"; una situazione che avrebbe rischiato di generare una dinamica pericolosa per l'ordinamento costituzionale, in quanto proprio per fronteggiare una “situazione di emergenza” in molte legislazioni, compresa quella italiana, è prevista una sospensione delle normali libertà democratiche e costituzionali. Un esempio può essere dato dal R.D. 27 luglio 1934 n. 1256, istituente l'attuale Ministero della Sanità, che, all'art. 21 prevede la proclamazione dello 'stato di epidemia' che permette, tra l'altro, all'autorità statale di imporre una censura preventiva per impedire il diffondersi di notizie atte a turbare l'ordine pubblico. Un altro dispositivo sull'emergenza di particolare rilevanza è dato dalla proclamazione dello stato di assedio che contraddistinse la gestione dell'emergenza durante il terremoto di Reggio Calabria e di Messina permettendo la promulgazione della legge marziale e la effettuazione di fucilazioni dopo sommari processi. Attualmente lo stato di assedio, che permette ai prefetti, al Ministro dell'interno o ai vertici dell'apparato militare di assumere pieni poteri in deroga alle leggi vigenti sostituendosi, addirittura, alla magistratura è ancora previsto nel nostro ordinamento legislativo dall'art. 215 della legge di P.S.
In
questo senso, la legge 24 febbraio 1992, n. 225, indubbiamente più precisa
della precedente legge 996/70 nel delimitare il concetto di emergenza e il
campo di azione della protezione civile, sembrava dover aver fatto finalmente
chiarezza su questo punto. Ben presto, comunque, l’ambiguità del termine
Difesa Civile, inteso come sistema di protezione sia dalle calamità prettamente
“naturali” sia da quelle provocate intenzionalmente dall’uomo
(sostanzialmente guerra e terrorismo) si è riproposto nel nostro Paese già a
partire dal 27 aprile 1992 con l’Ordine di Servizio n. 1 dell’Ufficio del
Ministro per il Coordinamento della protezione civile, poi, con tutta una serie
di provvedimenti che sono sfociati nella istituzione presso il Ministero
dell’Interno del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del soccorso pubblico e
della difesa civile.
Ciò premesso, appare certamente arduo definire delimitare, i compiti di protezione civile che devono essere fatti propri dai destinatari di questo libro e cioè dagli enti locali. Recentemente nel nostro paese, sulla scia di alcune minacce, o supposte tali, quali l’invio di lettere che avrebbero dovuto contenere spore di antrace si è proposto di riesumare strutture di difesa civile comunali, quali quelle codificate nel manuale “La cooperazione civile‑militare Dc‑2” edito anni fa dallo Stato Maggiore della Difesa ‑ Centro Militare Studi per la Difesa Civile. Si è proposto, inoltre, una stretta integrazione delle strutture locali di protezione civile con quelle militari e di polizia che rischia, secondo non pochi osservatori, di sfaldare quella rete di associazioni e strutture (caratterizzate dai più svariati orientamenti ideologici) sulla quale negli ultimi decenni, pur tra mille difficoltà, si è costituita una capillare rete di rapporti di fondamentale importanza per affrontare una situazione di emergenza. Le prime avvisaglie di questa sempre più stretta integrazione tra strutture militari, polizia e protezione civile si sono già viste durante l’ormai famigerata “Missione Arcobaleno” quando cominciò a serpeggiare il sospetto che l’operato delle migliaia di volontari accorsi in Albania era non già il mero generoso e disinteressato aiuto alle colonne di profughi in fuga dal Kossovo ma un mero supporto alla guerra contro la Serbia.
Si vedano, a tal riguardo, le accuse
dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’aiuto ai rifugiati, rivolte alla
protezione civile italiana, secondo le quali l’insediamento dei campi profughi
a Kukes, a pochissimi chilometri dalla frontiera, oltre a rendere problematico
l’aiuto ai profughi, rischiava di essere la costituzione di una mera testa di
ponte per l’invasione terrestre del Kossovo da parte della NATO.
Breve storia della Difesa Civile
In molte nazioni le strutture di Protezione civile sono inglobate in quelle di Difesa civile, preposte queste ultime ad affrontare anche quelle “calamità” prodotte intenzionalmente quali guerre, attentati terroristici, sommosse. Il caso più eclatante è certamente la statunitense National Guard che costituisce in nerbo della Protezione civile e la metà delle forze combattenti totali dell'Esercito USA (anche se per la loro efficienza i componenti di questo corpo sono spessi additati come i "guerrieri della domenica").
La
storia del moderno concetto di Difesa civile (Civil
Defence) comincia, sostanzialmente, durante la seconda guerra mondiale
quando lo sviluppo dell’arma aerea, capace di colpire il retroterra produttivo
e logistico delle truppe al fronte, determinò l’esigenza di proteggere le
popolazioni civili. Nel secondo dopoguerra, l’entrata in scena dei missili a
testata nucleare, e la “guerra fredda” spinsero il Dipartimento alla Difesa
statunitense a commissionare al fisico Ralph E. Lapp uno studio sulle
conseguenze di un attacco nucleare russo e un piano di emergenza per
minimizzarne gli effetti sulla popolazione e sull’apparato produttivo. Il
piano di Lapp diede vita ad un gigantesco programma di Civil Defence: dovunque
(nelle scuole, negli uffici, perfino nelle prigioni e nelle chiese) si
svolgevano esercitazioni "antibomba" mentre la rete televisiva NBC
inchiodava ogni settimana davanti ai teleschermi 18 milioni di americani con la
trasmissione "Survival", caratterizzata da filmati che oggi appaiono
sbalorditivi. In uno di questi, ad esempio, un padre, chiuso in uno sgangherato
"rifugio antiatomico" costruito alla buona in cantina e posto a
qualche metro di distanza dal punto di impatto dell’ordigno nucleare, qualche
attimo dopo l'esplosione così rincuorava i familiari: <<Bene! È stato
meno peggio del previsto! Ramazzate i vetri rotti e usciamo fuori per vedere
cos'è successo>>. Un altro filmato mostrava un cartone animato, Bert la
Tartaruga, che così arringava i bambini di una scuola elementare che stava per
essere centrata da una bomba atomica: <<Appena vedete il lampo di luce,
gettatevi sotto i banchi e aspettate lì che i vostri genitori vengano a
prendervi!>>
Nel
clima di fiduciosa euforia che investiva allora la Civil Defence, quasi nessuno
osò esporre dubbi sulla validità di queste “campagne educative” o su
“piani di emergenza” come quello redatto, nel 1955, dall'urbanista Harman
Khan, (grazie al quale gli Stati Uniti avrebbero potuto sopportare, addirittura,
un bombardamento nucleare sovietico di 80.000 megatoni) o sulle “prove di
evacuazione” (come l'Operation Alert che, nel maggio 1955, coinvolse 28
milioni di persone) che si riducevano a una sorta di picnic di massa nei paraggi
delle città. Nel 1961 fu varato un gigantesco programma di costruzione di
rifugi antiatomici collettivi che, comunque, ben presto si arenò per via
dell'enorme costo; per lo stesso motivo venne messo da parte il National
Industrial Dispersion Policy: un piano che doveva favorire la dispersione
dell'apparato produttivo americano per renderlo meno vulnerabile a un attacco
nucleare. Ci si ridusse, quindi, a foderare con qualche lastra di piombo
corridoi e scantinati di scuole e uffici ribattezzandoli “Fallout
Shelters” (rifugi antiradiazioni), segnalati da cartelli gialli che,
ancora oggi, troneggiano in molti edifici pubblici statunitensi.
Negli anni ‘70 le strutture di Difesa civile (nei Paesi del patto NATO e in quelli Paesi del Patto di Versavia) conobbero un netto ridimensionamento a seguito dell’affermarsi di un concetto strategico che “regolava” allora la dottrina di conflitto nucleare: la “Mutua Distruzione Assicurata” (o MAD, secondo l'acronimo americano, meglio conosciuta come “equilibrio del terrore”). In pratica, alla potenza attaccata con armi nucleari restava, immediatamente dopo l'impatto degli ordigni sul proprio territorio, una capacità di rappresaglia tale da assestare alla potenza prima attaccante il cosiddetto “danno inaccettabile”. Secondo questa dottrina ogni sistema finalizzato a difendere il proprio territorio da un attacco nucleare nemico doveva essere bandito. La popolazione stessa doveva restare ostaggio inerme nelle mani dell'attaccante e pertanto le strutture di Difesa civile (costruzione di bunker antiatomici destinati alla popolazione, esercitazioni di evacuazione delle metropoli...) dovevano essere sospese o fortemente limitate; in questo senso andavano, ad esempio, i protocolli del Trattato ABM‑SALT 1 che vietava, tra l'altro, la costruzione e la installazione di missili destinati ad abbattere missili attaccanti.
A partire dalla seconda metà degli anni '80 questa dottrina ha conosciuto un ribaltamento, allorché si è imposta la teoria, ancora oggi dominante, del “Conflitto nucleare limitato” e cioè la possibilità di condurre un “primo attacco” (First Strike) attivando una struttura difensiva capace di annullare o di minimizzare in maniera "soddisfacente" gli effetti della rappresaglia. Questa nuova strategia, resa possibile principalmente dalla costruzione e dall'installazione di missili dotati di una precisione tale da colpire i missili avversari nelle postazioni di lancio e da “scudi stellari”, non esclude che "qualche ordigno" (principalmente quelli lanciati da sottomarini) possa colpire il proprio territorio. Ed è per fronteggiare questa “circoscritta emergenza” che sono state riesumate le strutture di Difesa civile.
Considerato il disfacimento del
blocco sovietico, comunque, queste strutture continuavano a riscuotere una
scarsa credibilità fin quando, l’11 settembre 2001, l’attentato alle Twin
Towers e la successiva istituzione negli USA della imponente struttura che fa
capo all’Office Homeland Security, ha determinato una crescita esponenziale
degli stanziamenti destinati negli USA e in altri paesi alle strutture di Difesa
civile.
La
Difesa civile in Italia
In
Italia le strutture di Difesa civile continuano ad essere avvolte da un alone di
riservatezza se non, addirittura, di segretezza e l’unico - per quel che è
dato sapere - documento pubblico resta il testo (edito nel 1983 dallo Stato
Maggiore della Difesa - Stato Maggiore della Difesa - Centro Militare Studi
per la Difesa civile) “La Cooperazione Civile Militare”) che definisce il
termine “Difesa civile” come il “Complesso delle misure da predisporre e
delle attività da compiere per fronteggiare emergenze determinate da un evento
naturale, da un incidente involontario oppure da un fatto calamitoso
intenzionalmente provocato dall'uomo; oppure da una crisi nazionale e/o
internazionale oppure da un conflitto bellico”.
In Italia, secondo le interpretazioni del suddetto testo dello Stato Maggiore della Difesa (che si richiama alla legge n. 382 dell'11 luglio 1978, “Norme di principio sulla disciplina militare ed istituzione della Rappresentanza Militare”), la Protezione civile è inglobata nella Difesa civile , quest’ultima così strutturata:
Strutture di vertice: Comitato politico strategico; Nucleo politico militare; Segretariato generale per la Difesa civile; Commissione interministeriale tecnica per la Difesa civile; Gruppo tecnico per il coordinamento dei piani di emergenza; Gruppo tecnico per il coordinamento dei piani di emergenze; Dipartimento alla Protezione civile; Commissione interministeriale rifornimenti; Commissione interministeriale per lo studio dei trasporti nazionali; Centro operativo interforze.
Strutture centrali: Direzione generale della Protezione civile e dei servizi antincendio; Centro operativo combinato; Comitato interministeriale della Protezione civile; Commissione interministeriale evacuati e rifugiati (CIER); Commissione interministeriale delle telecomunicazioni (CITLC) Commissione interministeriale per la mobilitazione industriale; Commissione centrale carburanti (CCC); Commissione interministeriale per le riparazioni di emergenza Centro militare studi per la Difesa civile; Commissione interministeriale per la destinazione del naviglio mercantile (CIDNM); Commissione interministeriale per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto bellico (CIBC); Centri operativi militari; Commissione permanente nazionale per la classificazione dei punti sensibili; Comitato interministeriale di coordinamento difesa industria; Uffici di Difesa civile.
Strutture periferiche: Uffici di Difesa civile regionali e provinciali; Comitati provinciali di Difesa civile (CPDC); Centro coordinamento soccorsi (CSC); Centro operativo misto (COM); altre strutture (reparti di soccorso pubblico dell'Arma dei carabinieri; reparti e battaglioni di soccorso della polizia di Stato; centri assistenziali di pronto intervento e depositi della Protezione civile ‑ Ministero dell'interno; colonne mobili “centrale” e di “formazione” dei Vigili del fuoco).
Secondo il suddetto testo, inoltre,
la struttura del Comitato Comunale di Difesa civile in una grande città
comprende: Servizi tecnici (trasporti, lavori pubblici, viabilità, ecc.); Sanità
e veterinaria (disinfestazioni, disinfezioni, igiene, soccorso, cura dei
feriti ecc.); Informazioni e telecomunicazioni (allarme e informazione del
pubblico, collegamenti); Protezione (problemi NBC, rifugi, beni culturali,
ecc.); Attività produttiva (funzionamento e ripresa attività lavorativa
degli stabilimenti industriali, ecc.). Pertanto, recita il testo, allo scopo di
assicurare la cooperazione fra Autorità civili e militari locali, il Comune
deve pianificare i casi in cui si devono chiedere i possibili concorsi delle
FF.AA. e deve provvedere, con tutti i mezzi a disposizione, a favorirne gli
interventi, qualora disposti dal Comando Militare.
Oltre al suddetto testo dello Stato
Maggiore della Difesa, risalente a ben venti anni fa, nulla, per quel che ci è
dato di sapere, è stato divulgato per organizzare una struttura locale di
Difesa civile anche se, da notizie trapelate qua e là sui mass media, pare che
attualmente la direzione della Difesa civile in Italia sarebbe affidata al
Centro Decisionale Nazionale (ubicato a Roma nella sede del SISDE e del SISMI, a
Forte Braschi). L’esistenza del Centro Decisionale Nazionale è stata
conosciuta dall’opinione pubblica poiché, curiosamente, a questa struttura,
(e non già al Dipartimento della Protezione civile), è stata affidata (con
circolare del Sottosegretario di Stato Bassanini del 3 dicembre 1999, pubblicata
sulla Gazzetta Ufficiale n. 290 del 11-12-1999) l’affrontamento della minaccia
Millenium Bug. (un malfunzionamento che alla mezzanotte del 31 dicembre 1999
avrebbe dovuto provocare il blocco di numerosi computer e la conseguente
paralisi di importanti servizi da questi governati).
Stante questa indeterminazione della
struttura nazionale della Difesa civile limitiamoci qui a passare in rassegna
alcune iniziative di Difesa civile che sono state attuate nel nostro paese a
seguito della psicosi di massa su un “probabile attentato” con armi
biologiche, chimiche e nucleari susseguente all’attentato alle Twin Towers di
New York.
I
piani di Difesa civile in Italia dopo l’11 settembre 2001
In Italia le reazioni
dell’opinione pubblica alle supposte minacce di attentati terroristici
susseguenti all’11 settembre sono state abbastanza contenute. Non c’è
stata, ad esempio la corsa ad accaparrarsi ciprofloxacina o doxiciclina,
(farmaci atti alla cura del carbonchio da antrace e, per di più, poco costosi)
o l’ossessione per le “buste all’antrace” che si è verificata in altri
paesi europei mentre le iniziative attuate dalla Difesa civile italiana sono
state improntate ad una certa ponderatezza che ci ha risparmiato inutili e
allarmistiche sceneggiate come i poliziotti di New York, in servizio di
pattuglia, bardati con maschere antigas o come l’esercitazione Dark Winter.
Le iniziative della Difesa civile italiana si sono articolate in più campi:
Per
quanto concerne il settore della prevenzione, nell’ottobre 2001, il Ministero
delle Attività produttive (ex ministero per il Commercio estero) ha divulgato
il nuovo manuale, “Export prodotti strategici dual-use” destinato agli operatori
commerciali, che elenca tutta una serie di prodotti e attrezzature per i quali
è vietata (o sottoposta a severi controlli) l’esportazione in quanto possono
essere utilizzati per lo sviluppo, produzione, movimentazione, funzionamento,
manutenzione, conservazione, disseminazione di armi chimiche, biologiche o
nucleari.
L’11 ottobre 2001 è stato presentato dal Ministro della Salute il “Piano nazionale di emergenza contro i rischi da terrorismo biologico, chimico e nucleare”, che, oltre a sviluppare una campagna informativa - schede rivolte a medici e farmacisti, pubblicazioni, “numero verde” (800 571661) e siti Internet per educare i cittadini - si è così articolato:
· Per quanto concerne il terrorismo biologico, il Piano ha previsto due centri (l’ospedale "L. Spallanzani” di Roma per il centro sud e l’ospedale "L. Sacco" di Milano per il nord) ai quali è stata affidata la gestione clinica di eventuali casi e il coordinamento di misure di isolamento; all’Istituto Superiore di Sanità è stato demandato (oltre all'identificazione delle misure terapeutiche di profilassi) l’identificazione rapida (e successivamente definitiva con tipizzazione molecolare) di eventuali agenti biologici.
· Per quanto concerne il terrorismo chimico, il Piano ha affidato all’Istituto Superiore di Sanità e all’Istituto Superiore Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro l’identificazione della vulnerabilità di alcune situazioni; la valutazione del rischio associabile a vari scenari; l’analisi delle proprietà tossicologiche di alcuni agenti chimici; il coordinamento degli interventi monitoraggio e decontaminazione;
·
Per quanto concerne il terrorismo nucleare e radiologico, il Piano ha affidato
all’Istituto Superiore di Sanità e all’Istituto Superiore Prevenzione e
Sicurezza sul Lavoro l’attività di supporto per il monitoraggio della
contaminazione radioattiva di matrici alimentari; la stima delle dosi di
radioattività massime ammissibili per la popolazione; la valutazione delle
conseguenze sanitarie per la popolazione.
Il Piano nazionale di emergenza
contro i rischi da terrorismo biologico, chimico e nucleare si è articolato
anche a livello locale vedendo l’impegno delle prefetture e di alcune Regioni
e Aziende Sanitarie che hanno attivato iniziative che, comunque, non sono state
rese pubbliche.
La
minaccia terrorismo e la Difesa civile
Ci sia consentito concludere questo
capitolo con alcune considerazioni sulla priorità che stanno avendo iniziative
atte a fronteggiare attentati basati su armi biologiche, chimiche o nucleari
rispetto ad altre iniziative, finalizzate a fronteggiare rischi naturali; una
tendenza, questa, che, ad esempio, ha permesso al governo Blair nel dicembre
2002 di stanziare ingenti somme per un ineffabile “piano di emergenza”
finalizzato a fronteggiare un attacco con virus del vaiolo o che ha portato la
Comunità europea a realizzare, nell’ottobre 2002, l’imponente esercitazione
di Difesa civile EURATOX 2002.
Intanto va detto che (con buona pace di innumerevoli articoli, thriller e film consacrati a questo argomento) oggi un isolato attentato bioterroristico, avrebbe scarsissime possibilità di scatenare una devastante epidemia. E questo perché, a differenza di un attacco biologico condotto da un esercito (che dapprima, con bombardamenti convenzionali, distrugge strutture di comando, sistemi sanitari, edifici, provoca l’ammassamento di colonne di profughi... e poi sferra l’attacco con germi patogeni o tossine) il bioterrorismo, sferra l’attacco, verosimilmente puntiforme, contro un territorio integro, capace di reagire.
Confermano questa ipotesi, oltre ad autorevoli ricerche, almeno due episodi registrati dalle cronache. Il primo si verificò in Inghilterra il due agosto 1962 quando un ricercatore, George Bacon, prima di morire, portò all’esterno la peste polmonare che aveva contratto nei laboratori di guerra batteriologica di Porton Down; il secondo si ebbe il 25 agosto 1978 quando il virus del vaiolo, uscito accidentalmente da un laboratorio dell’Università di Birmingham, uccise tre persone. Perché due temibili microrganismi quali lo Yersinia pestis (per giunta reso più letale dalle ricerche che si tenevano a Portn Down) o il Variola mayor, entrambi trasmessi tramite la respirazione e affrontati solo dopo alcuni giorni dai primi decessi, non hanno prodotto una catastrofica epidemia? Sono stati redatti numerosi studi a tal proposito e tutti hanno valutato insufficienti le iniziali misure sanitarie attuate e marginale, per quanto riguarda l’emergenza di Birmingham, il ruolo avuto dalla vaccinazione antivaiolosa, obbligatoria per tutti in Europa fino a qualche anno fa ma scarsamente praticata in Inghilterra. Ma, allora, perché non ci fu la catastrofe? Il perché sarebbe da ricercare, (oltre che in ancora non chiari meccanismi regolanti la dinamica delle epidemie, molte delle quali dissoltesi senza alcuna convincente spiegazione) nella “tenuta” delle strutture sanitarie che non sono collassate al solo annuncio dell’infezione. In questo senso, forse l’elemento che potrebbe trasformare un attentato bioterroristico in una catastrofe è proprio l’irresponsabile enfasi che molti mass media stanno oggi dedicando a questa minaccia e che potrebbe, proprio essa, scatenare un panico di massa con il conseguente abbandono del posto di lavoro e, quindi, il dilagare dell’epidemia.
Lo
stesso allarme per un attentato chimico dovrebbe essere dimensionato. Certamente
oggi l’industria chimica mette “a disposizione” di una organizzazione
terroristica che volesse realizzare una strage, ad esempio in una metropolitana,
centinaia se non migliaia di sostanze velenose. Tutt’altra questione sarebbe,
invece, dotarsi di gas bellici nervini quali i temibili Sarin, Soman, VX, Tabun.
E la disamina delle gesta della setta “Aum Shnrikyo” dimostra che realizzare
un tale tipo di attentato chimico non è certo impresa facile considerato che la
setta giapponese ha impiegato ben due anni per sintetizzare una quantità di
Sarin con la quale è riuscita ad uccidere “solo” dodici persone.
Anche il terrorismo chimico, (al pari di quello
biologico o nucleare) quindi, non è certo facile da realizzarsi, a meno che il
gruppo terrorista non goda dei mezzi tecnici, logistici e finanziari di uno
Stato. In quest’ultimo ipotetico caso, comunque, la soluzione non è tecnica
(ad esempio, illudersi di potere organizzare chissà quale efficiente struttura
di Difesa civile) ma politica: favorire all’interno di questi stati lo
sviluppo di un movimento capace di contrastare eventuali appoggi governativi ad
organizzazioni terroristiche. Se questo non viene fatto, se si pretende, invece
di “cauterizzzare” la minaccia del terrorismo con bombardamenti e guerre si
finisce per regalare al terrorismo nuovi adepti e consensi e, quindi, aumentare
la nostra vulnerabilità. Se questo succedesse non resterà che rassegnarsi a
vivere in una società blindata, “sorvegliata” da innumerevoli quanto
fallaci sensori, governata da una orwelliana, quanto inefficace, Difesa civile,
con una Protezione civile militarizzata, i volontari trasformati in soldatini e
le esercitazioni in un mero momento di propaganda.