GESTIONE DEL TERRITORIO E CALAMITA' NATURALI: IL CASO ITALIANO ã

di Francesco Santoianni 

 

La vulnerabilità del sistema urbano

L'impatto di un disastro in un sistema rigido

Il piano di emergenza come piano territoriale

Il piano di emergenza come analisi delle relazioni

I limiti strutturali dell'intervento pubblico

Il rischio sismico in Italia

La dinamica del terremoto

Terremoto e gestione del territorio in Italia  

Note blibliografiche

 

 

                                  

La vulnerabilità del sistema urbano

  Le considerazioni sui limiti intrinseci delle città (1) e sulla crescente vulnerabilità di queste ai disastri sono antiche di secoli (probabilmente le prime considerazioni risalgono al sedicesimo secolo con G. Botero) [2] ma solo recentemente queste riflessioni hanno meritato una sistematizzazione teorica e le riflessioni degli urbanisti cominciate venti anni fa con gli studi di Morray Bookin cominciano ad essere numerose. [3]

Una delle principali chiavi di lettura della vulnerabilità urbana parte dalla lettura della metropoli moderna come sistema complesso e rigido.

Possiamo individuare due tipi di territori definiti da precisi sistemi: il sistema ecologico e il sistema urbano. Il primo sistema (al quale, in un non lontano passato, si avvicinavano la stragrande maggioranza degli insediamenti umani) può ritenersi in sostanziale equilibrio. Esistono, infatti tutta una serie di relazioni che fanno sì che il sistema possa perpetuarsi nel tempo semplicemente attraverso il naturale svolgimento delle funzioni degli individui che lo compongono. Un esempio di sistema che si avvicina a quello ecologico è dato da un ideale villaggio agricolo nel quale il contadino e la sua famiglia si sostentano coltivando il pezzetto di terra circostante l'abitazione e utilizzano i pochi rifiuti e gli escrementi umani e degli animali da cortile, (allevati con i sottoprodotti dell'agricoltura) per concimare il terreno.

In un sistema urbano la situazione é invece completamente diversa ed ha una vulnerabilità elevata. Un sistema urbano è, innanzitutto, costituito da un grande numero di persone che vive in un territorio completamente insufficiente a sostentarle, per questo motivo é indispensabile fare affluire dall'esterno alimenti, rifornimenti idrici, energia... mentre all'esterno del sistema urbano andranno scaricati i prodotti non utilizzabili (rifiuti domestici, acque di scarico, salme....). Già questo rende il sistema disequilibrato in quanto è indispensabile provvedere alla creazione di reti e di servizi esterno per garantire la sua sopravvivenza. Ma il sistema urbano ha bisogno anche di servizi interni che garantiscano la coesistenza di un gran numero di persone; questi servizi possono essere di sicurezza (polizia, sanitari, rimozione rifiuti, Vigili del fuoco...) informativi (telefoni, giornali, TV...) trasporto (merci, energia, persone...), organizzativi (amministrazioni pubbliche, associazioni private...) distributivi... Questi servizi sono costituiti da reti e da funzionari e sono tra essi interconnessi. Non possono, cioè, funzionare per molto tempo se non sono operative altre reti. Ad esempio il traffico veicolare non può funzionare a lungo se non funziona il sistema di distribuzione (all'ingrosso o al dettaglio) di carburante; la polizia, i Vigili del fuoco, le ambulanze... non possono essere richieste se non funziona il sistema telefonico... e così via. In molti casi, quindi, l'interruzione dei una sola rete si riversa a cascata su tutta una serie di servizi.

A questa situazione di vulnerabilità strutturale bisogna aggiungere altre due componenti che caratterizzano gli attuali sistemi: l'insufficienza cronica dei sistemi e delle reti a soddisfare l'utenza e la debolezza dei sistemi di comando e controllo dei funzionari preposti ai servizi. I motivi per i quali i sistemi risultano insufficienti sono molti. Innanzitutto passa moltissimo tempo tra il momento in cui viene presa la decisione di creare o di ampliare un servizio e il momento in cui questo viene attivato. Questo fa sì che, quasi sempre, al momento della sua inaugurazione il servizio sia già insufficiente a soddisfare la domanda dell'utenza. Un altro motivo è costituito dal fatto che la costruzione di un servizio attraversa tutta una serie di procedure che ne ridimensionano il progetto iniziale (limitazione del progetto da parte di oppositori politici o di nuove norme legislative, progressiva scarsità di fondi...) Anche per questo motivo i servizi vengono costruiti non per soddisfare sempre l'utenza ma dando per scontato che, in particolari periodi o particolari circostanze, questo servizio si arresterà per un periodo più o meno lungo.

Parliamo ora della debolezza del sistema di comando e controllo per i funzionari che sono preposti al funzionamento delle reti. Questa debolezza é presente già in situazioni di normalità ma diventa clamorosamente evidente in situazioni di emergenza e fa sì che oggi la vulnerabilità sistemica delle metropoli sia enormemente più elevata di quella che si registrava in passato quando, ad esempio durante un'epidemia di peste era possibile obbligare alcune persone a compiere tutta una serie di mansioni utili ma ripugnanti e pericolose (trasferimento degli appestati nei lazzaretti, seppellimento delle salme...). E questo perché il sistema di comando era ferreo: chi si rifiutava di eseguire tutta una serie di ordini rischiava la forca. Oggi ovviamente l'imposizione di questo sistema di comando e controllo non é più possibile e ciò per il progressivo estendersi di strutture di comando (giornali, sindacati, corporazioni....) che, in molti casi riescono a ridurre al minimo l'influenza dell'autorità pubblica. Non solo oggi non è più possibile costringere il funzionario a operare contro i suoi immediati interessi ma bisogna considerare che, quasi sempre, la sua più grande preoccupazione, in una situazione di emergenza, sarà la salvaguardia del proprio nucleo familiare e poi, eventualmente, quella del servizio per il quale è stipendiato.

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L'impatto di un disastro in un sistema rigido

 

I sistemi metropolitani moderni hanno conosciuto non pochi disastri (di trasporto, industriali, terremoti...) senza per questo crollare. Il perché é da ricercare nella duplicazione ed elasticità dei sistemi e delle reti. Alcuni servizi infatti possono essere svolti in diverso modo: se il traffico é congestionato ci si muove a piedi o non si esce di casa, se un incidente blocca una strada si utilizza una strada alternativa, se la polizia o i Vigili del fuoco non sono in grado di garantire un intervento sufficiente possono venire coadiuvati da gruppi di volontari ecc..

Ma cosa succede quando tutti i sistemi (che sono stati strettamente interrelati e che funzionano in maniera insoddisfacente) vengono sottoposti ad una disfunzione a catena prodotta da un disastro? Roberto Vacca ha delineato in un romanzo di successo lo scenario di questa catastrofe, tra l'altro prefigurata, in piccola parte, dal secondo black-out che ha interessato l'area di New York City nel 1977. [4] La città é immersa nella neve e il freddo intenso ha spinto centinaia di migliaia di persone ad utilizzare la propria automobile. Il conseguente colossale ingorgo automobilistico determina, tra l'altro, l'impossibilita per gli addetti al controllo aereo di giungere al proprio posto di lavoro per sostituire i colleghi sempre più stressati. Intanto, la tensione nervosa accumulatasi nelle troppe ore passate alla consolle della torre di avvistamento inevitabilmente si traduce in indicazioni sbagliate date ad un pilota che finisce per schiantarsi con il suo aereo contro una centrale elettrica. Il disastro provoca in città l'interruzione dell'energia elettrica: restano bloccati, tra l'altro, i treni della metropolitana, gli ascensori, gli impianti di aria condizionata, i distributori di carburante e il sistema semaforico. Questo ultimo blocco determina un ulteriore aggravamento del traffico veicolare. La città é ormai paralizzata. Nell'impossibilità di rientrare a casa, molti si rassegnano a passare la notte sul posto di lavoro e per scaldarsi non trovano niente di meglio da fare che accendere dei fuochi con la carta. Gli incendi che si sviluppano non possono essere affrontati dai Vigili del fuoco che non riescono a raggiungere i luoghi dell'incendio per via del traffico bloccato. Intanto l'impossibilità per la polizia di intervenire sta spingendo numerose bande di criminali ad assaltare banche, supermercati e negozi: numerose sparatorie vengono segnalate un po' dovunque. La situazione di emergenza sta spingendo molte persone (compresi gli addetti ai servizi di sicurezza) ad abbandonare il proprio posto di lavoro per tentare di congiungersi con i propri familiari. Nel giro di una settimana tutti i servizi collassano. Orde di topi, attirati dalle cataste di rifiuti non rimossi, provvedono a spargere epidemie. Dopo un mese la catastrofe ha coinvolto tutti gli Stati Uniti che cessano di esistere come comunità civile.

La dinamica prospettata da Vacca ha suscitato non poche perplessità tra gli analisti dei disastri i quali hanno osservato come, ad esempio, il terremoto che ha colpito nel 1985 la megalopoli di Mexico City (35 milioni di abitanti) non abbia provocato alcuna reazione a cascata e sia stato, anzi, assorbito in un tempo relativamente breve. Questo, comunque, non escluderebbe la possibilità che un futuro disastro possa innescare una dinamica degenerativa in un sistema metropolitano strutturato più rigidamente di quello di Mexico City. E' stato osservato, infatti, [5] che la metropoli moderna é un sistema abbastanza elastico nel quale, cioè, molte funzioni possono essere svolte da personale non istituzionalmente preposto ad affrontarle o che possono essere effettuate da altri sistemi e che proprio la costante inefficienza che contraddistingueva i sistemi di Mexico City aveva fatto sì che si sviluppassero capacità e risorse che si sono rivelate di vitale importanza immediatamente dopo il terremoto.

Si potrebbe, quindi, paradossalmente affermare che quanto più un sistema é inefficiente (e quindi quanto più sono labili e indefinite le funzioni degli addetti alle reti), tanto più il sistema é capace di assorbire stress esterni senza per questo collassare a cascata. Da questo punto di vista progettare una metropoli che abbia un'altissima efficienza, le stesse rigide competenze che contraddistinguono un alveare o una caserma, può risultare, a media e lunga scadenza, un errore pieno di conseguenze catastrofiche.

Ma interessiamoci ora di un aspetto di particolare importanza del disaster management e che sta impegnando nel nostro Paese un numero crescente di urbanisti: la redazione dei piani di emergenza.

   

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Il piano di emergenza come piano territoriale

 

 Un piano di emergenza può definirsi come una serie di procedure da affidare ad identificabili persone, per affrontare un disastro o un allarme. Convenzionalmente, i piani di emergenza si suddividono in piani di soccorso (Relief Plan, attivati da personale residente all'esterno dell'area minacciata o colpita dal disastro) e piani di autoprotezione (Self Safety Plan, attivati da personale residente all'interno dell'area). Esistono numerose metodologie per la redazione di quest'ultimo tipo di piani, che possono avere diversi livelli di complessità, di estensione territoriale e di livello di manovra (intesa come concatenamento di operazioni svolte da differenti soggetti). Si va dai sofisticatissimi piani, costati milioni di dollari quali, ad esempio, l'Earthquake General Plan dello Stato della California ai quattro foglietti sciattamente redatti che costituiscono, quasi sempre, i cosiddetti "piani di protezione civile" italiani. Tutti i piani di emergenza degni di questo nome scaturiscono, comunque, dalla interpolazione di tre griglie di analisi: la vulnerabilità territoriale, la vulnerabilità sistemica e la disamina delle risorse disponibili.

 Un piano di emergenza nasce sostanzialmente da uno studio sulla vulnerabilità del territorio, sulla possibilità che questo sia investito da un evento disastroso e sull'analisi del rischio massimo ipotizzabile. Questa analisi può essere quantizzata effettuando una lettura degli eventi calamitosi che si sono verificati in passato nel territorio in esame (e che possono, quindi, riproporsi) e/o evidenziando se nell'area sono presenti strutture (ad esempio dighe, stabilimenti industriali, linee ferroviarie o stradali percorse da convogli pericolosi...) che hanno provocato disastri in altre realtà. Effettuata questa prima fase si passa alla redazione e, soprattutto, alla quantificazione degli scenari di disastro.

 La definizione di uno scenario varia da disastro a disastro e può essere definita da una lettura deterministica o stocastica dell'evento ipotizzato. L'analisi deterministica segue percorsi dettati da considerazioni oggettive quali, ad esempio, quelle sostenute da S.T. Algermissen, M.J. Bowden e H. Cochrane [6] sulla dinamica dell'emergenza del prossimo disastroso terremoto che colpirà la California e che potrebbe avere una magnitudo 8.3, e caratteristiche simili al Big Quake del 1906. Questo scenario dà, ad esempio, una probabilità di accadimento del 33% al crollo del 35% degli edifici alti da 5 a 10 piani costruiti prima del 1911 sui terreni argillosi nell'area del porto. A seconda dell'ora e del giorno del sisma ci sarebbero nella Bay Area tra 1.000 e 9.000 morti immediati e 7.000-40.000 feriti gravi; la dinamica e il controllo di eventuali incendi (probabilità di accadimento del 27%) produrrebbe da 200 a 70.000 senza tetto... Questo scenario é stato realizzato utilizzando parametri oggettivi quali l'accelerazione impressa dal sisma, le caratteristiche geologiche dei terreni di fondazione, la vulnerabilità degli edifici e degli impianti, la concentrazione delle persone nel corso dei giorni e delle ore, la direzione e la velocità del vento... Questo scenario deve essere, comunque, integrato con la definizione delle dinamiche che si innescherebbero nella popolazione e nelle strutture preposte all'emergenza. E' evidente che per la definizione di questo tipo di scenario non é più possibile affidarsi a discipline deterministiche come la sismologia, la geologia, l'ingegneria civile... ma bisogna addentrarsi in campi difficilmente quantizzabili come la sociologia, la psicologia, la Ricerca Operativa.

   

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Il piano di emergenza come analisi delle relazioni

 

 Esistono sostanzialmente due metodi per analizzare le relazioni che vanno a configurarsi nell'area del disastro; il primo si basa su un metodo euristico che delinea, cioè, le tendenze di fondo senza avere la pretesa di definire parametri quantizzabili; il secondo si basa, invece, su un metodo deterministico e su complicati algoritmi che pretendono di individuare più o meno esattamente i parametri di comportamento degli individui.

 Tra i vari strumenti del primo campo di analisi, un posto di rilievo spetta, certamente, ad un metodo già largamente impiegato nella pianificazione territoriale, detto "Tecnica di Delfi", adattato per i disastri da H. Linstone, e che consiste, sostanzialmente, nel selezionare un gruppo di esperti in varie discipline che sono di volta in volta consultati separatamente sulla credibilità degli scenari ad essi prospettati e sulle eventuali modifiche da apportare al piano ad essi sottoposto. E' evidente che il limite di questo metodo é rappresentato dal "buon senso" del redattore degli scenari che potrà tenere in conto o meno i suggerimenti forniti dagli esperti. Come conseguenza di ciò il prodotto finale che scaturirà dall'utilizzo della "Tecnica di Delfi" non sarà molto diverso o molto migliore di quello realizzato da un singolo analista territoriale dotato di una buona immaginazione e di una buona cultura.

 Il secondo metodo, invece, tende -forse un po' troppo semplicisticamente- a considerare il territorio e la popolazione come un sistema omogeneo che può essere sintetizzato da un algoritmo e quindi da un programma per computer. Il principale problema da risolvere in questo caso é certamente quello di dare valori numerici a situazioni abbastanza impalpabili come il "comportamento della folla" o il "panico"; si ricorre allora a complesse indagini sociologiche per conoscere quale sarà il comportamento del "sistema antropico" durante il disastro. Per raggiungere questo scopo esistono due strade: la prima é la disseminazione di questionari rivolti alla popolazione per capire come si é comportata in una determinata emergenza e/o come, verosimilmente si comporterebbe in una futura; la seconda consiste nel confrontare disastri simili per comprendere e quantizzare le regole che soprintenderebbero al comportamento del "sistema antropico".

 Ma al di là della pretesa di tradurre in algoritmi (magari utilizzando, così come é stato fatto di recente, la sempre più evanescente Teoria delle Catastrofi) situazioni così complesse come l'emergenza in un area urbana, la disseminazione di questionari e l'utilizzo di sofisticate tecniche di Ricerca Operativa risulta, comunque, indispensabile in un altra fase del piano e cioè per censire e utilizzare le forze da impegnare nell'emergenza. Sono state elaborate a tal proposito particolari schede che analizzano e danno un valore numerico a svariati parametri quali la composizione del nucleo familiare del personale intervistato, la distanza della sua abitazione dal luogo di lavoro, se questa risiede in un edificio antisismico o in un'area a rischio... e che possono essere inseriti in appositi programmi per computer. Da questo scaturisce l'ossatura del piano di emergenza che vede l'immediata attivazione, ad esempio dopo un forte sisma, del personale composto prevalentemente dai dipendenti degli enti locali.

 Ma l'attivazione di questo personale in una situazione di emergenza non può non creare numerosi problemi. Un piano di autoprotezione per terremoto, ad esempio, dovrebbe vedere, subito dopo il primo impatto del sisma, ogni dipendente al posto e al compito che gli é stato affidato dal piano: il vigile urbano a presidiare quel determinato incrocio, il netturbino a spalare le macerie in quella zona, l'assistente sociale ad aiutare la popolazione in quell'area di soccorso, il medico dell'USL in quel centro di medicazione... e così via. E' evidente, comunque, che solo una parte di questo personale, se pur responsabilizzato, addestrato ed equipaggiato, si impegnerà effettivamente durante l'emergenza e questo perché il disastro può verificarsi improvvisamente trovando, ad esempio, il dipendente lontano dal posto assegnatogli dal piano o in ferie o ammalato; oppure il dipendente può essere talmente preoccupato della sorte dei familiari da non essere disponibile a impegnarsi concretamente nell'emergenza. Per rispondere a questi problemi i piani per emergenze civili vengono sempre sovradimensionati: affidano, cioè, lo stesso compito a più persone, nella speranza che almeno qualcuno lo attui, e stabiliscono turni di reperibilità per il personale preposto alla direzione dell'emergenza. Ma queste sono soluzioni facili mentre problemi enormemente complessi sorgono nella redazione dei piani di emergenza. Basti pensare alla esigenza di sovrapporre la griglia della vulnerabilità territoriale a quella della vulnerabilità sistemica e di definire, spesso dettagliatamente, i compiti e la catena di comando per i dipendenti degli enti locali che, in un area metropolitana, possono assommare a decine di migliaia di persone. Va da sé che problemi così particolari possono essere risolti, o almeno affrontati, soltanto con l'utilizzo delle Tecniche Reticolari di Programmazione e di software particolarmente sofisticato. [7]  

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 La vulnerabilità territoriale e sistemica in Italia

 

Si possono identificare due tipi di vulnerabilità: la vulnerabilità territoriale e la vulnerabilità sistemica. La prima connessa agli aspetti prevalentemente geografici del territorio e all'impatto di questi sulle funzioni che in esso si svolgono, la seconda é intrinseca al funzionamento delle reti e dei sistemi. E' evidente che i due tipi di vulnerabilità sono strettamente correlati. L'ambiente, ad esempio, é continuamente sottoposto ad una trasformazione ad opera dell'uomo mentre le attività umane sono, a loro volta, pesantemente condizionate dall'ambiente e dalle modifiche che in esso si svolgono. Un esempio di questa interfaccia può essere dato accennando brevemente ad alcuni aspetti della vulnerabilità territoriale e sistemica in Italia.

Dal punto di vista morfologico il nostro paese presenta una situazione particolarmente problematica: su una superficie complessiva di 301.000 chilometri quadrati, ben 106.000 sono occupati da montagne e altri 125.000 chilometri quadrati sono occupati da colline; le aree di pianura sono, quindi, poco più di 70.000 chilometri quadrati, appena il 23 per cento del territorio nazionale. Questa situazione fa sì che buona parte del territorio italiano risulti esposto al rischio alluvionale; nel Veneto, ad esempio, il 15,66% del territorio (dove risiede il 24,79 della popolazione) é esposto ad inondazioni; in Toscana questa percentuale é del 13,60 (15,65 della popolazione), in Emilia Romagna é del 11,23 (14,98 della popolazione). [8] Buona parte del territorio italiano conosce, inoltre, un progressivo e notevole corrugamento e sollevamento, soprattutto nella dorsale appenninica. Questo fa sì che i rilievi siano particolarmente "giovani", non del tutto "plasmati" dagli agenti atmosferici e quindi particolarmente soggetti ad un'opera di erosione e demolizione intensa per effetto dell'azione combinata di piogge, venti, gelo, corsi d'acqua, ghiacciai... [9] Per completare questo quadro bisogna accennare alle particolari condizioni meteorologiche che caratterizzano il nostro paese. Se all'Italia sono risparmiati disastri meteorologici come i colossali uragani che si abbattono in Asia o nel golfo caraibico, il regime delle piogge in Italia non può certo dirsi tranquillo. Grazie alla particolare posizione geografica della nostra penisola e soprattutto alla sua conformazione montuosa, piogge intense e concentrate in brevi periodi creano le premesse per rovinose alluvioni e frane, soprattutto nelle Alpi Orientali, in Sardegna e lungo il versante tirrenico. [10]

Ad aggravare questa situazione sono intervenuti particolari processi legati alle vicende politiche ed economiche della storia italiana. Primo tra tutti l'emigrazione che ha spopolato le aeree interne. Già nel 1948 il Rossi Doria scriveva a proposito delle aree interne del Mezzogiorno "La morte degli insediamenti umani in montagna potrebbe significare l'inizio di grandi rovine nei luoghi dove le attività umane si esercitano e si concentrano." [11] I fatti purtroppo hanno dato ragione a questa affermazione. Dissesto idrogeologico, gravissimi problemi ambientali, sovraffollamento delle aree costiere e padane... sono tutti problemi che affliggono in maniera gravissima il territorio italiano e che possono essere fatti risalire ad un perverso processo economico e politico di cui l'esodo dal Mezzogiorno (3 milioni di emigrati nel solo decennio 1961-71) o l'abbandono delle campagne (4 milioni di unita lavorative in meno, dal 1951 al 1971) o la crescita abnorme delle aree metropolitane (che passano da 3 a 13 milioni di abitanti, dal 1951 al 1971) sono solo le più vistose tappe di un processo di compromissione del territorio la cui gravità comincia solo oggi ad essere percepita da vasti strati della popolazione.

Ma accenniamo ad altri aspetti della vulnerabilità territoriale italiana; tra questi una certa rilevanza é data dalle fluttuazioni climatiche. In Italia risultano essere rare escursioni termiche come, ad esempio, quelle conosciute annualmente da numerose metropoli statunitensi (picchi termici come +42 gradi in estate o -22 gradi in inverno sono abbastanza frequenti in città come New York o Chicago). Da questo, comunque, ne consegue che le metropoli italiane sono del tutto impreparate ad affrontare situazioni climatiche definite "eccezionali", ma che si ripropongo, in effetti, mediamente ogni trent'anni. Il collasso dei trasporti e quindi degli approvvigionamenti (verificatosi nel gennaio 1986 e durato, per fortuna, solo pochi giorni) a seguito del gelo che paralizzò il traffico ferroviario in numerose stazioni (tra le quali gli importantissimi scali di Roma e Milano) e che bloccò numerosi assi stradali, fa testo a tale riguardo. [12]

Estremamente alta risulta poi la vulnerabilità del territorio italiano ad eventi tettonici. Attraversato da numerose faglie sismiche, il nostro paese é caratterizzato da una alta sismicità. Si tratta, per lo più di terremoti che presentano un "periodo di ritorno" abbastanza lungo e che non permettono, quindi, lo strutturarsi di una "memoria storica" tra le popolazioni. In pratica i terremoti finiscono per colpire una popolazione del tutto impreparata ad affrontarli. Da questo punto di vista anche terremoti con una magnitudo di certo non paragonabile ai colossali sismi che sconquassano vastissime zone costiere dell'Oceano pacifico hanno (anche per la particolare conformazione orografica, geologica ed urbanistica del; territorio italiano) provocato nel nostro paese moltissimi danni e vittime. [13] A questo si aggiunga la presenza di numerosi vulcani: tutta la dorsale tirrenica della penisola italiana é costellata da complessi vulcanici (i Monti Sabatini, i Colli Albani, i Campi Flegrei, il complesso Somma Vesuvio...) che hanno eruttato in un periodo geologico relativamente recente. Queste regioni, al pari dell'area etnea, anche per via dell'eccezionale fertilità del suolo prodotta dai materiali piroclastici eruttati, conoscono antichissimi insediamenti urbani e risultano ancora oggi densamente popolate. [14]

Se lo studio della vulnerabilità territoriale italiana risulta soddisfacente non così può dirsi per l'analisi della vulnerabilità sistemica che solo da poco tempo in Italia comincia ad essere studiata da ricercatori indipendenti. La divulgazione dei primi studi sull'argomento é stata resa possibile dall'approvazione della Legge 382 dell'11 luglio 1978 istituente organismi civili-militari (come la Commissione Nazionale per la Classificazione dei Punti Sensibili, la Commissione Interministeriale per lo Studio dei Trasporti Nazionali, la Commissione Interministeriale Rifornimenti, il Comitato Interministeriale Difesa Industriale, La Commissione Interministeriale per le Telecomunicazioni...) preposti ad analizzare alcuni aspetti specifici della vulnerabilità sistemica italiana, che permette l'accesso ad alcuni degli studi elaborati da queste commissioni anche a personale non in possesso di nulla osta di sicurezza. Il permanere dell'alone di segretezza intorno a questi studi si giustifica, secondo le versioni ufficiali, col fatto che questi potrebbero avere una importanza strategica per un eventuale "nemico" (sia esso uno stato estero o una organizzazione eversiva) che potrebbe utilizzarli per sferrare un attacco militare o terroristico. In realtà in una società moderna come la nostra dove é relativamente facile procurarsi informazioni e da queste ricostruire quelle che ci si ostina a considerare segrete, non ha molto senso ostinarsi a coprire con una coltre di mistero notizie riguardanti, ad esempio, l'autonomia nazionale in caso di embargo petrolifero o di blocco nell'approvvigionamento elettrico o di interruzione di alcuni tratti della rete ferroviaria o stradale... [15] Da questo punto di vista é certamente illuminante l'esperienza statunitense dove, da decenni ormai, gli studi sulla vulnerabilità sistemica sono praticamente accessibili a tutti e dove si é sviluppato un interessante dibattito sulla vulnerabilità sistemica a fattori endogeni o esogeni.

   

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I limiti strutturali dell'intervento pubblico

 

Occupiamoci ora dei limiti strutturali connessi ad una politica di prevenzione. Molto spesso, dopo il verificarsi di un disastro é tutto un florilegio di chiacchiere sulla "prevenzione" che "é l'unico strumento atto a scongiurare il verificarsi del disastro" oppure che "é meglio prevenire che curare" e altre ovvietà di questo genere. In realtà, una politica di prevenzione, soprattutto quando dovrebbe essere attuata da strutture pubbliche abbastanza inefficienti quali quelle italiane, é caratterizzata da seri limiti che ne rallentano o addirittura ostacolano l'attuazione e sui quali ci soffermiamo brevemente.

Il primo limite è quello della prevedibilità. Non sempre la constatazione di un potenziale rischio da parte degli scienziati si traduce in una consapevolezza diffusa tra la popolazione interessata che preferisce, quindi, ignorare il rischio. Questo si verifica, soprattutto, quando il disastro si abbatte con una frequenza tale da non permettere lo strutturarsi di una "sub-cultura da disastro". Un esempio ci é dato dai terremoti: essi, nel nostro Paese, raramente hanno colpito comunità così assiduamente da determinare la nascita di una "memoria storica". In altre parole, i terremoti disastrosi colpivano comunità che già avevano dimenticato cosa significasse un disastro tellurico e che, perciò, non erano disponibili ad investire considerevoli risorse per consolidare le proprie abitazioni per un evento che aveva colpito tre-quattro generazioni prima e del quale, quindi, non era più credibile la minaccia. [16] A tale riguardo, si é molto ironizzato, ad esempio, sul fatto che scavando tra le macerie di un comune distrutto dal terremoto del 1980 si fosse rinvenuta una lapide nella quale i cittadini "ringraziavano" il Sindaco che, decenni addietro, era riuscito a far cancellare il comune dall'elenco di quelli dichiarati sismici. Non molti, comunque, hanno considerato il fatto che quel provvedimento (e la conseguente soppressione delle normative antisismiche che implicano mediamente un aggravio del 30 per cento sui costi della costruzione di un edificio) aveva permesso in quel comune uno sviluppo edilizio incomparabilmente superiore a quello dei comuni limitrofi. Una politica certamente condannabile ma che trovava il suo essere nel sostanziale appoggio politico e quindi elettorale offerto dalla popolazione. A tal proposito vi é da dire che, anche oggi, un amministratore che volesse intraprendere nel proprio comune una politica di prevenzione, in assenza di una attenta ed assidua campagna di informazione e di educazione rischierebbe di pagare un pesante scotto elettorale. [17]

Il secondo limite è quello dell'accettabilità sociale. Fare opera di prevenzione, come abbiamo accennato, costa; il consolidamento antisismico di un edificio richiede cifre certamente inferiori a quelle che sarà necessario spendere dopo il sisma ma, comunque, abbastanza ingenti. Questo, soprattutto in considerazione del fatto che buona parte del patrimonio edilizio é di proprietà di piccoli capitalisti ed é dato in fitto, determina un disinteresse da parte dei privati al rispetto delle normative antisismiche. Ovviamente dovrebbe essere lo Stato a promuovere una cultura di prevenzione in questo senso cominciando a rendere antisismici gli edifici di sua proprietà e concedendo mutui a tasso agevolato a quanti volessero consolidare la propria abitazione. In realtà, quasi niente é stato fatto in questo campo in Italia, anzi, la legislazione di "condono edilizio" (che ha permesso di accatastare anche edifici costruiti in difformità alle norme antisismiche in aree soggette a terremoti) ha finito per premiare chi, in spregio ad ogni considerazione sociale e umanitaria, aveva costruito, abusivamente, edifici destinati a crollare al prossimo terremoto. [18]

Il terzo limite è quello dell'opportunità sociosistemica, determinato dal fatto che, come già detto, l'Italia é uno tra i pochissimi paesi industrializzati che concede contributi ai privati danneggiati da calamità naturali. Nelle altre nazioni l'inesistenza o quasi di una politica assistenziale, se da un lato può apparire spietata, dall'altra, certamente, ha i suoi risvolti positivi in quanto determina un rispetto delle normative di prevenzione obbligando il privato al consolidamento dell'abitazione (o alla non edificabilità di costruzioni particolarmente esposte alle violenze dell'ambiente) per evitare di stipulare polizze assicurative con premi elevatissimi. [19] In Italia, invece, l'intervento statale per rimborsare danni prodotto dalle calamità naturali può avere conseguenze clamorose così com'é stato per il rimborso dei danni prodotti (su edifici costruiti abusivamente) dall'eruzione dell'Etna del 1983 (che rischia di inficiare qualsiasi politica di prevenzione del rischio vulcanico in aree come quella vesuviana) o come gli 800 miliardi spesi nel 1985 per rifondere i proprietari di villette e complessi turistici (edificati in taluni casi sui bagnasciuga) dei danni prodotti da una mareggiata sulle coste tirreniche (che rischia di spingere ad una ulteriore urbanizzazione delle nostre già compromesse coste). Stante, quindi, questa situazione, una amministrazione comunale che volesse operare nel campo della prevenzione rischierebbe di perdere consenso politico ed elettorale. [20]

Ma occupiamoci ora di alcuni aspetti della pianificazione dell'emergenza finalizzata ad affrontare quella che resta il più grave rischio in Italia: il terremoto.

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Il rischio sismico in Italia

 

Da sempre il nostro paese é flagellato da terremoti. Non a caso il termine Enotria che denominava anticamente la Calabria e successivamente l'intera penisola deriva dall'ebraico Nother che significa "terra tremante. Negli ultimi 1.000 anni si sono determinati in Italia almeno 20.000 eventi sismici superiori al terzo grado della scala Mercalli MCS e, quindi, avvertiti dalla popolazione e registrati dagli storici. Di questi, almeno 200 sismi sono ascrivibili come disastrosi e più della metà si sono verificati nel sud della penisola e in Sicilia (quest'ultima regione con la Calabria ne conta 82, mentre 23 hanno colpito la Campania); circa un terzo dei disastri sismici si sono verificati nel centro Italia (con in testa l'Abruzzo e la Toscana) e i restanti nel nord (soprattutto Friuli e, a distanza, Liguria, Lombardia e Veneto).

I terremoti, quindi, hanno pesantemente condizionato la storia del nostro paese anche se, verificandosi a distanza di parecchie generazioni nella stessa area, raramente hanno stratificato quella "subcultura da disastro" o "folklore sismico" diffusi, ad esempio, in aree come il Giappone o la Cina. [21] In Italia, comunque, la vulnerabilità delle costruzioni ad un terremoto é relativamente bassa. Nel nostro paese non possono, infatti, verificarsi quei cataclismi tellurici che sconquassano intere nazioni come la Cina, il Giappone o la California e per difendersi dai quali non sempre é sufficiente abitare in solide costruzioni in cemento armato. In Italia, invece, la stragrande maggioranza delle costruzioni é capace di resistere ai terremoti che sono ipotizzabili nell'area dove esse sono localizzate. Nonostante questa situazione relativamente tranquillizzante la reazione delle quasi totalità della popolazione al percepimento di un sisma é sempre più caratterizzata da comportamenti isterici. Ogni terremoto, anche se di modesta entità, diventa pretesto per comportamenti irrazionali: ci si precipita in strada, si tenta di "scappare in macchina" congestionando il traffico per ore e ore, ci si aggrappa al telefono pur sapendo dell'inevitabile blocco delle linee telefoniche, si abbandona il posto di lavoro... [22]

La pianificazione di una emergenza sismica deve avere, quindi, come scopo prioritario l'individuazione delle più urgenti priorità e la delocalizzazione nell'area colpita di strutture di soccorso e autoprotezione. A tal fine i piani di protezione civile solitamente prevedono un'articolazione territoriale così strutturata:

¦ aree di raccolta per la popolazione: localizzate nel centro abitato, (in piazze, giardinetti, stadio..) dove la popolazione potrà avere le prime cure, riunirsi per rintracciare i familiari, ottenere informazioni, comunicare richieste di aiuto...

¦ aree di raccolta del personale operativo: dove si concentreranno i tecnici per cominciare ad effettuare una ricognizione dei danni e il personale che sarà impegnato nella rimozione delle macerie;

¦ aree per i soccorsi esterni: slarghi da destinare ad eliporti di emergenza, parcheggi per colonne di soccorso, magazzini;

¦ aree per compiti particolari: edifici pubblici da destinare a dormitori o ospedali, celle frigorifere per la conservazione delle salme.

La localizzazione di queste aree (in alcuni paesi come il Giappone individuate già nel piano regolatore) merita una particolare attenzione in quanto senza un'attenta disseminazione di queste sul territorio la popolazione, il personale operativo e i feriti non gravi si riverseranno nel centro comunale di emergenza o sull'ospedale cittadino intasando queste strutture e impedendo il loro funzionamento.  

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La dinamica del terremoto

Molto sinteticamente, il terremoto può definirsi come una rapida serie di movimenti della crosta terrestre determinato da un improvviso (e ancora oggi imprevedibile) squilibrio delle tensioni agenti sulle varie masse. Il terremoto si manifesta con la propagazione (da una zona della profondità terrestre detta ipocentro) di varie onde d'urto elastiche tra le quali particolare importanza ai fini della protezione civile rivestono le onde P e le onde S.

Le onde P (dal latino primae perché essendo più veloci arrivano prima) si propagano attraverso successioni di dilatazioni (aumento di volume) e di compressioni (diminuzioni di volume) della roccia; la loro velocità di propagazione é notevole (fino a 5,5 chilometri al secondo in rocce compatte quali il granito). Le onde S (dal latino secundae, perché arrivano dopo) si propagano, invece, attraverso deformazioni della roccia (non causano variazioni di volume nel mezzo attraversato) e raggiungono nel granito la velocità di 3 chilometri al secondo.

Nel terremoto gran parte dell'energia (fino all'85%) viene trasmessa dalle onde S e questo ha la sua rilevanza dal punto di vista dell'emergenza in quanto più distante é la zona ipocentrale dall'osservatore tanto più tempo intercorrerà tra la percezione del terremoto (onde P) e i suoi rovinosi effetti (onde S). In Giappone e in tutta la dorsale pacifica, dove i terremoti hanno ipocentri molto profondi, ad esempio, l'arrivo delle onde P fa scattare dei sismografi che azionano dei sistemi di allarme o di disattivazione di impianti a rischio (quali treni superveloci, industrie chimiche, impianti nucleari...). Va da sé che questo sistema di allarme sismico sarebbe del tutto improponibile in aree come quella mediterranea caratterizzata da terremoti con ipocentro molto superficiale e per i quali il lasso di tempo tra l'allarme e il terremoto si ridurrebbe a pochissimi secondi nei quali non si potrebbe effettuare alcuna operazione utile.

Un altro aspetto del terremoto rilevante ai fini della pianificazione dell'emergenza é dato dalle differenti accelerazioni che possono subire i terreni e che possono essere quantizzate da uno studio detto di microzonazione mirante a rilevare fattori geotecnici (e cioè le proprietà dinamiche dei terreni sia sciolti che lapidei che condizionano l'attenuazione o l'amplificazione dell'accelerazione sismica), fattori geomorfologici (e cioè le condizioni di acclività, di instabilità dei versanti di particolare forma e rilievo) e fattori idrogeologici (e cioè la presenza o meno di falde acquifere) che possono amplificare l'effetto delle onde sismiche.

La microzonazione, (obbligatoria dal 1981 per la redazione di piani regolatori in aree sismiche) dovrà essere sovrapposta all'analisi della vulnerabilità degli edifici che su questi terreni sono edificati, e quindi all'analisi della densità di popolazione nel tempo, per ottenere uno scenario, e cioè la stima del numero di persone direttamente coinvolte nell'emergenza sismica. Il concetto di densità deve, comunque, essere inteso non solo nello spazio ma nel tempo. E' ovvio che un terremoto che si abbatte su una località balneare ad agosto colpirà molte più persone di quante potrebbe colpirne se il sisma si verificasse di inverno. Le differenti ore della giornata, inoltre registrano una differente densità in differenti costruzioni. Di notte si ha una maggiore presenza di persone nelle proprie abitazioni, di mattina negli uffici, il sabato sera nei locali pubblici e così via. L'alternarsi della popolazione in differenti edifici è rilevante ai fini della pianificazione dell'emergenza in quanto il crollo o il collasso di differenti tipi di edifici possono provocare differenti tipi di traumi (solitamente sindrome da schiacciamento o soffocamento per gli edifici in pietrame e in muratura, dissanguamento per gli edifici in cemento armato). La specificità di molti dei traumi da terremoto é che necessitano di un intervento da effetuare nel giro di poche ore; se questo non succede i risultati possono essere catastrofici. E' stato fatto notare, esempio, che più della metà delle persone decedute nel terremoto del novembre 1980 erano ancora vive sei ore dopo il sisma.

Ma interessiamoci ad un altro aspetto del disaster management: il rapporto che si determina tra sviluppo del territorio e calamità naturali accennando ad alcuni aspetti della ricostruzione post-sismica in Italia.  

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Terremoto e gestione del territorio in Italia 

Il rapporto tra terremoto e sviluppo del territorio italiano é estremamente complesso e articolato fungendo, in molti casi, il sisma da volàno per processi economici e politici fino a quel momento in fase embrionale. [23] Le riflessioni in tal senso sono numerose e di antica data, basti pensare agli scritti di Seneca sul colossale sisma che, nell'anno 5 d.C. sconvolse la Sicilia, provocando migliaia di morti e la conseguente distruzione di raccolti e bestiame, e che gettò l'Impero Romano (che aveva nella Sicilia uno dei suoi principali granai) sull'orlo di una guerra civile. [24]

I sismi, come già detto, sono una costante nella storia del nostro paese; bisogna, comunque, arrivare al terremoto che nel 1693 devastò la Sicilia orientale per vedere il primo vero intervento urbanistico e territoriale legato alla ricostruzione. [25] L'intervento nelle zone terremotate dell'isola (allora sotto dominio spagnolo) fu affidato al luogotenente G. Lanza, duca di Camastra, con la carica di sovraintendente. Salvo a Catania dove egli operò in prima persona, la gestione delle operazioni di recupero (dai primi soccorsi alla ricostruzione) fu in gran parte decentrata, venendo per lo più affidata ai baroni e alle comunità locali (le cosiddette "università") per i centri colpiti, e, rispettivamente, alle autorità ecclesiastiche, per gli edifici religiosi. La molteplicità delle parti chiamate in causa comportò, oltre ad una sensibile difformità delle misure adottate da zona a zona, la riproposizione delle vecchie strutture urbane e delle tipologie edilizie tradizionali. Così come sottolineato dal Solbiati, [26] fecero eccezione a questa tendenza le cosiddette "città nuove", ossia i centri che, pur mantenendo l'antica denominazione, furono ricostruiti in un sito diverso da quello originario, ormai inagibile, e la città di Catania che fu ricostruita ex novo nello stesso sito. Il primo caso riguardante l'"università" di Noto e le città baronali di Grammichele e di Avola, é quello che presenta gli aspetti più interessanti non tanto per la rifondazione in sé, quanto, piuttosto per la sostanziale omogeneità delle soluzioni adottate, giacché, indipendentemente l'una dalle altre, le tre città risorsero in breve tempo sulla base di piani regolatori rigorosi e razionali. La spiegazione di tale fenomeno, apparentemente insolito, va ricondotto a due precedenti di innovazione urbanistica sperimentati in Sicilia in conseguenza di calamità naturali: uno, la città fortezza di Carlo Lentini (odierna Carlentini), fatta costruire da Carlo V dieci anni dopo il terremoto del 1542 che aveva danneggiato le mura di Lentini rendendola inadatta alle funzioni di presidio militare; l'altro la città nuova di Santo Stefano di Camastra, progettata nel 1682 dallo stesso luogotenente G. Lanza, dopo che il vecchio centro era stato distrutto da una frana. Sia Carlo Lentini sia Camastra presentano una griglia di base a scacchiera: nella prima essa é a maglie semplici e segue un perimetro irregolare dettato dalle necessità di adattamento al luogo e alle esigenze difensive; nella seconda la griglia ha un andamento più regolare, ma reso complesso dalla sua sovrapposizione alla struttura di base a maglie diagonali. Tali elementi, in vario modo combinati, compaiono in tutte le "città nuove" sorte dopo il terremoto del 1693. Traspaiono da una lettura comparata dell'organizzazione delle "città nuove" siciliane due caratteristiche comuni costanti tra loro collegate: da un lato l'intenzione dei progettisti, tramite la razionalità di impianto complessivo, di garantire all'insieme una funzione ma anche una immagine di stabilità e di sicurezza; dall'altro la volontà di fissare, coerentemente con tale premessa, un preciso ordine gerarchico, all'interno delle comunità risorte, in linea con la tradizione, stabilendo un centro di gravità dell'intera struttura, che é sempre la piazza principale con i simboli consolidati del potere costituito, rappresentato dal palazzo baronale e dalla cattedrale.

Caratteristiche abbastanza diverse presenta il rifacimento di Catania, progettato da Lanza e dall'ingegnere olandese C. Gunenbergh, dove gli interventi furono resi più complessi dall'interramento del vecchio porto a sud-est della città dovuto all'eruzione dell'Etna del 1699. Di particolare interesse la suddivisione del tessuto urbano in quattro settori, contrassegnati (come a Palermo) dalla intersezione delle due strade principali. Il loro punto di intersezione, (la Piazza dei Quattro Cantoni) non costituì, tuttavia il centro della nuova città che venne, invece, a gravitare sulla cattedrale (piazza del Duomo), punto d'arrivo dell'asse verticale. La fisionomia fortemente caratterizzata di quest'ultima zona, disseminata di edifici religiosi, sottolineava il ruolo predominante svolto dalla chiesa nella ricostruzione di Catania simbolizzando, al tempo stesso, la rinsaldata alleanza tra potere religioso e politico prodottasi attraverso la catastrofe. La tendenza "monocentrica" espressa dalla ricostruzione di Catania ricomparirà, questa volta con segno laico, nella Praøa do Commercio di Lisbona, ricostruita dopo il catastrofico terremoto del 1755.

Conseguenze urbanistiche ancora più importanti furono quelle determinate dal terremoto calabro del 1783 [27] la cui ricostruzione susseguente a differenza del precedente siciliano, venne condotta in modo unitario e centralizzato. Per comprendere la dimanica innescata da questo terremoto bisogna brevemente accennare alla particolare situazione che stava allora vivendo il Mezzogiorno.

Tra la metà del Settecento e la rivoluzione francese, il Regno delle due Sicilie era diventato reame indipendente con un Borbone, il re Carlo, figlio di Filippo V di Spagna. In questo breve periodo Napoli, capitale del regno, e allora tra le città più sfarzose d'Europa, conobbe una straordinaria stagione culturale e politica garantita dalla collaborazione tra la monarchia e le correnti riformatrici dell'Illuminismo. Ricca del suo affollato porto, del suo artigianato, delle celeberrime fabbriche statali di San Leucio e di Capodimonte, l'affollata metropoli era un vivace centro intellettuale, evidenziato dalla creazione della prima cattedra europea di Economia, affidata all'illuminista Antonio Genovesi. Ma bastava allontanarsi di poco dalla capitale per trovarsi immersi nel medioevo, in territori addirittura inesplorati, dominati da briganti, feudatari ma ancora di più dal clero; basti pensare che nella sola Calabria si contavano all'epoca 14.000 tra preti e monaci con 4.000 chiese e luoghi pii contro appena una cinquantina di baroni. Ed è in questa terra cupa e miserabile che si abbatté il terremoto.

Convenzionalmente gli storici datano questo evento al 5 febbraio 1783 quando un sisma (che assunse nelle aree epicentrali l'XI grado della Scala MCS) sconquassò per circa tre minuti l'intero Mezzogiorno uccidendo nella sola Calabria circa 30.000 persone. Ma questo fu solo il picco di una crisi sismica protrattasi per tre mesi e costellata da non meno di duecento gravi terremoti tra i quali quelli catastrofici del 7 febbraio, del 1 e del 28 marzo. Le conseguenze furono di una gravità difficilmente immaginabile: il paesaggio stesso conobbe una straordinaria metamorfosi che lasciava riconoscere appena ai paesani l'aspetto degli antichi siti. Il terreno si disserrò in larghe voragini facendo inabissare paesi, fiumi, colline; torbidi laghi e torrenti furono vomitati sommergendo i pochi superstiti; i fiumi mutarono il loro corso mentre le coste vennero flagellate da maremoti di inaudita violenza.

Solo il 14 febbraio la notizia del disastro raggiunse Napoli con la fregata Santa Dorotea. Di fronte alle dimensioni della tragedia la reazione del governo borbonico fu immediata. Ferdinando IV nominò suo vicario generale per le Calabrie il tenente generale Francesco Pignatelli che ben presto, esaurita la fase del soccorso, diede vita ad un programma di ricostruzione che resta, sotto molti aspetti, un modello di efficienza e di incisività rimasto ineguagliato nella storia del nostro paese. La ricostruzione vide in una prima fase l'alloggiamento delle popolazioni sinistrate in baracche dichiarate impignorabili; contestualmente partì una ciclopica opera di prosciugamento e di bonifica degli innumerevoli ristagni, in gran parte prodottisi a seguito del terremoto, e di ricostruzione di vie di comunicazione mulini, forni, magazzini. Grazie all'ausilio degli ingegneri La Vega e Wenspeare, Pignatelli, sulla scia di quanto era stato fatto per le "città nuove" siciliane costruite dai Borboni dopo il terremoto del 1693, rilocalizzò più di trenta centri urbani [28] che sorgevano in aree pericolose, (è il caso di Reggio, Palmi, Bagnara, Mileto...) edificandoli con nuove norme edilizie (edifici di un solo piano, intelaiati in legno con muri perimetrali compatti) ed urbanistiche (strade regolari e intersecantesi ad angolo retto, isolati di forma quadrata intersecati da spazi liberi, piazza centrale destinata ai mercati) che costituiscono il primo esempio di organica legislazione antisismica della storia italiana .

Ma l'aspetto più innovativo della ricostruzione e principale asse politico intorno al quale ruotò l'intera esperienza del dopoterremoto fu la Cassa Sacra, istituita nel 1784 con lo scopo di incamerare le rendite ed i beni ecclesiastici della Calabria per impiegarli nell'opera di ricostruzione, e che fu molto di più di uno strumento economico fungendo per le autorità borboniche da leva strategica per mutare la fisionomia sociale della regione e al tempo stesso introdurvi un embrione di ossatura statale inesistente prima del sisma. Oltre al compito di confiscare i beni ecclesiastici, fatto di per sè rivoluzionario nella tradizione del regno che aveva nella Chiesa uno dei suoi pilastri, la Cassa assolse, con poteri autonomi di intervento, a funzioni giurisdizionali e politiche che le consentirono di esercitare un governo diretto sulle "università" e sui baroni locali. L'istituzione riuscì, quindi, ad abbattere i privilegi feudali introducendo in Calabria, tramite il controllo delle imposte e la gestione delle opere pubbliche, i germi di una economia monetaria che favorì il nascere di una borghesia agraria e lo spodestamento della vecchia aristocrazia baronale.

"Molte volte le calamità distruggono le nazioni senza risorgimento ma talvolta son principio di risorgimento e di riordinamento di esse. Tutto dipende da come si ristorano." All'indomani del sisma queste considerazioni dell'abate Galiani tracciarono il cammino per rifondare nella ricostruzione delle Calabrie un nuovo ordine sociale che voleva essere, nel secolo dei Lumi, una sfida della ragione e, quindi, della politica alla potenza cieca della natura. Così non fu e quel formidabile progetto ben presto si arenò. Inizialmente la Cassa Sacra, pur non modificando la loro condizione di subalternità, indubbiamente, apportò qualche beneficio alle classi povere ma, ben presto, l'accumulazione fondiaria determinata da questo strumento finì per concentrare le migliori terre nelle mani di un ristretto numero di proprietari, spesso più esosi ed oppressivi dei precedenti. Nel 1854 le stesse efficaci norme antisismiche promulgate dai Borboni conobbero dapprima un netto ridimensionamento fino ad essere sostanzialmente abolite nel Mezzogiorno d'Italia con l'avvento del governo piemontese. Il disinteresse per una politica di prevenzione sismica, condannato con parole di fuoco da non pochi intellettuali italiani e dai più importanti sismologi del tempo (come Baratta, Mercalli, Alfani) continuò anche dopo l'ecatombe di Messina del 1908 (110.000 morti) e non conobbe inversioni di tendenza (con la lodevole eccezione di alcuni interventi attuati nel ventennio fascista) sostanzialmente fino alla metà di questo secolo.

Recentemente c'è stato chi, confrontando l'accorta politica di prevenzione imposta dai Borboni con il dissennato atteggiamento liberista dei governi unitari ha finito per rivalutare un regime che resta, invece, una delle più feroci dittature che abbia mai conosciuto il nostro paese. In realtà la politica di Ferdinando IV e dei suoi successori si spiega non già con la "paterna attenzione" di un sovrano per i suoi amati sudditi ma alla luce del rapporto instauratosi, soprattutto nel Mezzogiorno, tra sistema politico e territorio. Al di là del ridimensionamento, imposto dalla Restaurazione, delle illuministiche pretese di ridisegnare il territorio sconvolto dal disastro, e che comportò una sostanziale inerzia dopo i terremoti del 1851 (Vulture: 700 morti) e del 1857 (Campania e Basilicata: 10.000 morti), l'attenzione dei Borboni per una politica di prevenzione sismica nelle aree appenniniche, espressasi anche nella ricostruzione della Sicilia orientale, nasceva dalla volontà di dotarsi di un produttivo retroterra che garantisse al Regno delle Due Sicilie un inserimento nell'impetuoso decollo dell'economia europea. Per lo stato unitario il discorso è diverso: il suo progetto prevedeva al Nord grosse concentrazioni di capitale produttivo mentre al Sud (ma lo stesso discorso potrebbe essere esteso alle aree alpine) era assegnato il ruolo di fornitore di materie prime e, soprattutto, di manodopera a basso costo. Il terremoto diventava, quindi, occasione per accelerare l'emigrazione; ad esempio edificando baracche destinate a deteriorarsi ben presto o reclutando gli individui più validi, attraverso uffici di emigrazione rinati in fretta dalle macerie.

Un discorso a parte meriterebbe il fascismo, che messo da parte lo sfrenato liberismo del periodo giolittiano, forse per la particolare attenzione rivolta verso il problema agricolo e per una più generale politica assistenziale incentrata su massicci investimenti statali, fu più vigile nell'applicazione delle normative antisismiche e più deciso nell'opera di ricostruzione. Basti pensare all'Irpinia, sconvolta nel 1930 da un grave terremoto, ricostruita nel giro di un anno apportando notevoli miglioramenti nelle condizioni abitative e urbanistiche. Dal secondo dopoguerra il caotico sviluppo urbanistico ed edilizio ha riaggravato la situazione e oggi il 40 per cento della popolazione nazionale risiede in comuni a rischio sismico più o meno elevato. I perversi frutti di questa dissennata politica solo in parte si sono manifestati (dal 1968 a oggi più di 160.000 miliardi sono stati spesi dallo Stato per fronteggiare emergenze sismiche) e potrebbero, da un giorno all'altro, manifestarsi in tutta la loro gravità. Soprattutto nel Mezzogiorno dove in spregio a qualsiasi politica di prevenzione, negli ultimi decenni, sono state edificate in aree soggette ad elevata sismicità vaste e caotiche metropoli nella convinzione che il sempre più diffuso utilizzo del cemento armato possa scongiurare il verificarsi di disastri sismici.

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NOTE:
1 - Su questo argomento si veda C.M. Duke "Disaster Management 1940-1960: a Theory" Berkeley University, University of California, 1990; vedi anche F. Santoianni "Disaster Management - Protezione Civile. La pianificazione e la gestione delle emergenze nelle aree urbane", UNICOOP, 1991; F. Santoianni "La pianificazione dell'emergenza nelle aree urbane" in <<Parametro>>, giugno 1991
2 - G. Botero Causa della grandezza e magnificenza delle città (1589) cit. in F. Haber G. Turner "Disaster Planning" Hunger & Co., San Francisco Ca., 1987, pg. 2.
3 - M. Bookin "I limiti della città", Feltrinelli, 1974; una ricca bibliografia su questi studi é quella riportata in J.H. Dorsman "Vulnerability: among Planning and Sociology" in <<Planning Journal>> n. 6 1989
4 - R. Vacca "Morte di Megalopoli" Mondadori, 1971
  5 - H. Linstone "Disaster Management", Hall & Cat., Denver Co., 1981, pg. 212
  6 - S.T. Algermissen, M.J. Bowden, H. Cochrane "Next Big Earthquake" United Way 1991, p. 55
  7 - T. All "Operative Research", Unipress, Los Angeles, Ca.,1987, pg 44
  8 - Cfr. P. Migliorini "Le calamità naturali" Editori Riuniti, 1984, pag. 51; vedi anche B. Martinis "Le calamità naturali in Italia. Origini, prevenzione, rimedi", Mursia, 1987, p. 191.
  9 - Su questi aspetti cfr. P Bevilacqua "Catastrofi, continuità, rotture nella storia del Mezzogiorno" in <<Laboratorio Politico>> n. 5-6 dicembre 1981; vedi anche G. Botta "Difesa del suolo e volontà politica" F. Angeli 1977.
  10 - Sui modelli per stimare la vulnerabilità territoriale per alluvioni e inondazioni si veda AA.VV. "Per un sistema informativo della protezione civile" ITALECO-ITALSTAT, Roma 1987.
  11 - M. Rossi Doria, L. Noè: "I problemi della difesa del suolo" F. Angeli 1979, pag. 82. Sul ruolo avuto dall'emigrazione nel degrado complessivo del territorio italiano si veda C. Muscarà "La società sradicata" F. Angeli 1984.
  12 - Sulla vulnerabilità dei sistemi metropolitani a variazioni climatiche si veda S. Schneider "La strategia della Genesi: modificazioni climatiche e sopravvivenza globale" Mondadori-EST 1977; vedi anche F. Santoianni "Meterological Warfare" in <<Defence Today>> n. 10-11, 1989.
  13 - Su questo aspetto si veda, ad esempio, E. Guidoboni "Terremoti e Storia" in AA.VV. (a cura di E. Guidoboni) <<Quaderni storici>> n. 3 1985
  14 - Cfr. AA.VV. Atti del Convegno "Rischio vulcanico e programmazione territoriale", Napoli 1987; vedi anche F. Barberi, T. Gasparini "Il rischio vulcanico" in <<Le Scienze - Quaderni>> n. 4, gennaio 1983
  15 - Sulla vulnerabilità sistemica in Italia si veda L. Di Sopra "La vulnerabilità sistemica come dimensione generatrice del rischio. Approcci di scienza del territorio" in AA.VV. (a cura di L. Di Sopra, C. Pelanda) "Teoria della vulnerabilità" F. Angeli 1984
  16 - L. Fetsinger "Teoria della dissonanza cognitiva" cap. 4, F. Angeli 1978
  17 - C. Pelanda "Ruoli della prevenzione nella protezione civile" in <<L'Ufficio Tecnico Dosier>> settembre 1985
  18 - A. B. Collidà "Arriva una catastrofe, che fortuna" in <<Politica ed Economia>> n. 6 1988
  19 - Ad esempio, in California ai sensi della legge Anderson-Loma Prieta 33-1955, un privato che volesse costruire un edificio non antisismico è padronissimo di farlo; basta che l'edificio non sia destinato ad usi collettivi. Nonostante ciò la quasi totalità degli edifici costruiti negli ultimi trent'anni in California rispetta le normative antisismiche e questo perché il privato, non potendo sperare in alcun contributo statale, è spinto per cautelarsi contro un futuro disastro a stipulare una polizza assicurativa con compagnie private che, ovviamente, richiederanno un premio assicurativo più elevato se l'immobile risulta vulnerabile. Analogo principio è presente in Giappone con la legge 15-11-1961 "Disaster Counter Measures Basic Law". Cfr. G. Fera, A. Riggio "Pianificazione territoriale e mitigazione del rischio sismico negli Stati Uniti" DEI, Roma 1990, p. 197; vedi anche F. Santoianni " Il ricorso alle assicurazioni private per la minimizzazione del rischio sismico nei centri storici: esperienze, problemi e prospettive" in Atti del Convegno "Les systemes nationaux face aux séismes majeurs - La response des autoritiés et la reduction de la vulnérabilité du batì" Lisbona 26-28 novembre 1992
  20 - D. Russel R., De Marchi B., Pelanda C. "Sociology of Disaster. Contributions of Sociology to Disaster Research" F. Angeli 1989; vedi anche F. Santoianni "Il ricorso alle assicurazioni private per la minimizzazione del rischio sismico" in <<Quaderni del Dipartinento di Scienze del Territorio>> Politecnico di Milano, ottobre 1993.
  21 - Un'eccezione a questa regola la si ebbe all'interno della confederazione delle città etrusche. Dall'ottavo al quinto secolo avanti Cristo continui sciami sismici permisero, infatti, nell'Italia centro settentrionale di strutturare un sistema di allarme sismico che aveva come perno il sacerdote, al quale veniva riferito ogni fenomeno atipico, quali l'improvvisa comparsa di vipere, nervosismo tra gli animali, inspiegabili intorpidimenti delle acque, boati sotterranei... Quando queste segnalazioni raggiungevano una certa soglia, il sacerdote compiva i cosiddetti "auspici", squartando un vitello ed esaminandone la schiumosità o meno delle viscere. Oggi sappiamo che prima di un terremoto l'aria si riempie di un gas radon ionizzato, circostanza che nei grandi mammiferi provoca un aumento del tasso di serotonina e quindi una schiumosità delle viscere; ma per il sacerdote etrusco il responso positivo dell'auspicio indicava che la collera degli dei si sarebbe abbattuta sulla comunità. Ordinava, quindi, ai fedeli di effettuare, per giorni e giorni, processioni di penitenza all'esterno delle mura e al Senato di riunirsi all'aperto. Ma nonostante i segnali premonitori, il terremoto poteva anche non verificarsi. In questo caso il "merito" andava alla misericordia degli dei commossi dalle cerimonie ordinate dal sacerdote; in caso contrario la "colpa" era dei fedeli poco convinti nelle preghiere. In ogni caso non moriva nessuno e, la credibilità di questo sistema di previsione sismica (a differenza di altri tentati come l'allarme sismico diramato nel febbraio 1985 per la Garfagnana) rimaneva intatta. Cfr. H. Tribush "I profeti del terremoto" Armenia 1985 p. 249
  22 - Buona parte della responsabilità di questo atteggiamento é da attribuire ai mass-media (in primo luogo la TV) che in occasione di terremoti, catalizzano l'attenzione della gente; le immagini dei reportageconsistono, infatti, esclusivamente in scene di crolli. Tutto quello che é "in piedi" o intatto viene scartato, cosicché lo spettatore arriva a collegare l'idea di terremoto con quella di sicura e totale distruzione. Questa equazione resterà sopita nella mente per scattare improvvisamente quando si percepisce un sisma anche di piccolissima intensità. Nascono da qui tanti comportamenti irrazionali e pericolosissimi che si assumono durante un terremoto (scendere precipitosamente le scale, farsi prendere dalla disperazione...). Immediatamente dopo un terremoto, quindi, ogni operazione per portare soccorso alle vittime sarà inevitabilmente ostacolata da una massa di persone che, per il solo fatto di aver percepito il terremoto, si sentono autorizzate a comportarsi in maniera completamente asociale e/o pretendono una attenzione del tutto sproporzionata al loro stato di effettivo bisogno. Tutto ciò mentre le "vere" vittime del terremoto saranno o ferite o completamente annichilite dal dolore; non saranno, cioè, neanche in grado di chiedere aiuto. E' una situazione gravissima che porta, ad esempio, le colonne di soccorso ad essere arrestate dalle popolazioni dei paesi circostanti l'area epicentrale (e quindi meno colpiti di quelli ubicati nell'epicentro) o che fa sì che i primi feriti ad essere trasportati in ospedale siano quelli meno gravi, che finiscono così per togliere spazio ai feriti più gravi che arriveranno in un secondo tempo. Su questi problemi vedi F. Battisti "La città e l'emergenza. Organizzazione della protezione civile e pianificazione della sicurezza nelle aree metropolitane", F. Angeli 1991, p. 6
  23 - Su questo argomento e in particolare sui terremoti verificatisi in Italia dal secondo dopoguerra in poi si vedano i seguenti testi: BECCHI A. "Catastrofi, sviluppo e politiche del territorio: alcune riflessioni sull'esperienza italiana" in <<Archivio di Studi urbani e regionali>> n. 3 1988; BECCHI A. "Terremoti ed affari", in <<Politica ed economia>> n. 6, 1988; CICCONE F. "La questione terremoto. La risposta delle istituzioni alla periodicità delle catastrofi", in <<Urbanistica informazioni>> n. 3, 1980; TEROVSKY J., MILUTINOVIC Z. "Vulnerabilità sismica e valutazione del rischio per la pianificazione" in <<Edilizia Popolare>>, n. 187, 1985; BATTISTI F. "L'impatto sociale del terremoto" in <<L'ufficio Tecnico>>, n. 3, settembre 1981; BATTISTI F. (a cura di) "La città e l'emergenza", Franco Angeli 1991; CACCIAGUERRA S. "La vulnerabilità dei sistemi insediativi. Criteri urbanistici di analisi ed attenuazione", F. Angeli, 1990; CALDARETTI S., FABIETTI W, REGGIO A. "La vulnerabilità dei sistemi territoriali", Edizioni DEI, Roma 1984; CALDARETTI S., FABIETTI W, REGGIO A. "Vulnerabilità sismica dei sistemi territoriali" Edizioni DEI, Roma 1987; FERA G., RIGGIO A. "Pianificazione territoriale e mitigazione del rischio sismico negli Stati Uniti", DEI, 1990; GEIPEL R. "Friuli: aspetti sociogeografici di una catastrofe sismica", F. Angeli, 1979; LATINA C. "La vulnerabilità dell'ambiente costruito agli eventi eccezionali: genesi, analisi e problematiche dei disastri" in AA.VV. "Ambiente costruito e calamità", Edizioni Fiera di Bologna ,1982; MARTINIS B. "Le calamità naturali in Italia. Origini, prevenzione, rimedi", Mursia, 1987; SANTOIANNI F. "La pianificazione dell'emergenza nelle aree urbane" in <<Parametro>>, giugno 1991; STRASSOLDO M. "I costi economici dei disastri geonaturali ed il rapporto costi benefici in una adeguata politica di previsione e prevenzione del rischio" in AA.VV. "Disastri naturali e protezione civile", CCSA ISAMEPS, 1985; STRASSOLDO R., CATARINUSSI B. "Friuli: la prova del terremoto", F. Angeli, 1978; TRUPIANO G. "Pianificazione territoriale e prevenzione dei disastri", Fratelli Fiorentino 1991.
  24 - In numerosi paesi la ricostruzione conseguente al sisma ha prodotto drastici mutamenti. La ricostruzione di Lisbona (1756) che innescò il processo di esautoramento della nobilità portoghese e la ricostruzione di Tokio e Yokohama (1924) che comportò l'arricchimento di un famelico ceto di speculatori edilizi (fattore che determinò un processo reazionario culminato con l'aggressione alla Manciuria e, quindi, con la partecipazione al secondo conflitto mondiale) sono forse gli esempi più noti. Su questo aspetto si veda D.C. DASY "The Economics of Natural Disasters" Free Press, New York, 1989
  25 - Il terremoto (che raggiunse nell'area epicentrale il X grado della Scala M.C.S.) si ripropose in tre giorni (dal 9 all'11 gennaio) devastando completamente la Valle di Noto e provocando più di 39.000 morti di cui 16.000 nella sola Catania (che contava allora 24.000 abitanti). Sugli interventi urbanistici legati alla ricostruzione di questo terremoto si vedano i seguenti testi: F. LANER, U. BARBISAN" "I secoli bui del terremoto" F. Angeli 1986; S. BOSCARINO "La ricostruzione delle città demaniali in Sicilia dopo il terremoto del 1693: aspetti urbanistici ed architettonici" in AA.VV (a cura di C. Fianchino) Atti del simposio: "L'architettura di Noto", Siracusa 1979; LATINA C. "La pianificazione del recupero in una zona sismica. Analisi della vulnerabilità sismica su scala urbana: l'esperienza di Noto" in <<Recuperare>> n. 27, 1987; CARACCIOLO E. "La ricostruzione nella Val di Noto" in <<Quaderni della Facoltà di Architettura di Palermo>> n. 6, 1964; DUFOUR L. RAYMOND H. "Dalle baracche al barocco: la ricostruzione di Noto" Palermo 1990. Una importante bibliografia sugli interventi urbanistici legati alla ricostruzione della Val di Noto é contenuta in TALLARICO M., ZAMPILLI "La reconstruction de Noto apres le seisme de 1693" relazione presentata al Convegno "Les systemes nationaux face aux seismes majeurs" Lisbona 1992 26-28 novembre.
  26 - R. SOLBIATI, A. MARCELLINI "Terremoto e società", Garzanti 1983, p. 218 e segg.
  27 - La bibliografia sul "Terremoto delle Calabrie" é enorme; di particolare interesse é quella riportata nel testo di A. Placanica "Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del Settecento" Einaudi 1985. Per una lettura degli aspetti urbanistici della ricostruzione susseguente al sisma si vedano: N. ARICO', O. MILELLA "Riedificare contro la storia. Una ricostruzione illuministica nella periferia del regno borbonico", UNIPUBLI 1984 e R. CANOSA "Terremoto e potere" in <<Sapere>>, settembre 1982
  28 - Così come riporta il Solbiati (op. cit., p. 227), diversamente dalle "città nuove" siciliane, la pianta di quelle calabresi manca, nella piazza centrale, del palazzo baronale serbando, invece, la chiesa. E' un segno dei tempi, ma anche delle circostanze: a dispetto dei propositi iniziali di sfruttare il sisma in funzione anticuriale, il riformismo borbonico deve, ad un certo punto, fare i conti con la propria tradizione, esaurendo in poco più di un decennio la spinta innovativa innescata dal terremoto. Su questo aspetto si veda G. TRUFFI "The cities of disaster: the genesis of the 'Città nuove' in Calabria" in AA.VV. (a cura di G. BURR) "Disaster Planning" Monsey & Co., London 1987.