GESTIONE DEL TERRITORIO E CALAMITA'
NATURALI:
La
vulnerabilità del sistema urbano
L'impatto di un disastro in un sistema rigido
Il
piano di emergenza come piano territoriale
Il piano di emergenza come analisi delle relazioni
I limiti strutturali dell'intervento pubblico
Terremoto
e gestione del territorio in Italia
La
vulnerabilità del sistema urbano

Una
delle principali chiavi di lettura della vulnerabilità urbana parte dalla
lettura della metropoli moderna come sistema complesso e rigido.
Possiamo
individuare due tipi di territori definiti da precisi sistemi: il sistema
ecologico e il sistema urbano. Il primo sistema (al quale, in un non lontano
passato, si avvicinavano la stragrande maggioranza degli insediamenti umani) può
ritenersi in sostanziale equilibrio. Esistono, infatti tutta una serie di
relazioni che fanno sì che il sistema possa perpetuarsi nel tempo semplicemente
attraverso il naturale svolgimento delle funzioni degli individui che lo
compongono. Un esempio di sistema che si avvicina a quello ecologico è dato da
un ideale villaggio agricolo nel quale il contadino e la sua famiglia si
sostentano coltivando il pezzetto di terra circostante l'abitazione e utilizzano
i pochi rifiuti e gli escrementi umani e degli animali da cortile, (allevati con
i sottoprodotti dell'agricoltura) per concimare il terreno.
In
un sistema urbano la situazione é invece completamente diversa ed ha una
vulnerabilità elevata. Un sistema urbano è, innanzitutto, costituito da un
grande numero di persone che vive in un territorio completamente insufficiente a
sostentarle, per questo motivo é indispensabile fare affluire dall'esterno
alimenti, rifornimenti idrici, energia... mentre all'esterno del sistema urbano
andranno scaricati i prodotti non utilizzabili (rifiuti domestici, acque di
scarico, salme....). Già questo rende il sistema disequilibrato in quanto è
indispensabile provvedere alla creazione di reti e di servizi esterno per
garantire la sua sopravvivenza. Ma il sistema urbano ha bisogno anche di servizi
interni che garantiscano la coesistenza di un gran numero di persone; questi
servizi possono essere di sicurezza (polizia, sanitari, rimozione rifiuti,
Vigili del fuoco...) informativi (telefoni, giornali, TV...) trasporto (merci,
energia, persone...), organizzativi (amministrazioni pubbliche, associazioni
private...) distributivi... Questi servizi sono costituiti da reti e da
funzionari e sono tra essi interconnessi. Non possono, cioè, funzionare per
molto tempo se non sono operative altre reti. Ad esempio il traffico veicolare
non può funzionare a lungo se non funziona il sistema di distribuzione
(all'ingrosso o al dettaglio) di carburante; la polizia, i Vigili del fuoco, le
ambulanze... non possono essere richieste se non funziona il sistema
telefonico... e così via. In molti casi, quindi, l'interruzione dei una sola
rete si riversa a cascata su tutta una serie di servizi. 
A
questa situazione di vulnerabilità strutturale bisogna aggiungere altre due
componenti che caratterizzano gli attuali sistemi: l'insufficienza cronica dei
sistemi e delle reti a soddisfare l'utenza e la debolezza dei sistemi di comando
e controllo dei funzionari preposti ai servizi. I motivi per i quali i sistemi
risultano insufficienti sono molti. Innanzitutto passa moltissimo tempo tra il
momento in cui viene presa la decisione di creare o di ampliare un servizio e il
momento in cui questo viene attivato. Questo fa sì che, quasi sempre, al
momento della sua inaugurazione il servizio sia già insufficiente a soddisfare
la domanda dell'utenza. Un altro motivo è costituito dal fatto che la
costruzione di un servizio attraversa tutta una serie di procedure che ne
ridimensionano il progetto iniziale (limitazione del progetto da parte di
oppositori politici o di nuove norme legislative, progressiva scarsità di
fondi...) Anche per questo motivo i servizi vengono costruiti non per soddisfare
sempre l'utenza ma dando per scontato che, in particolari periodi o particolari
circostanze, questo servizio si arresterà per un periodo più o meno lungo.
Parliamo
ora della debolezza del sistema di comando e controllo per i funzionari che sono
preposti al funzionamento delle reti. Questa debolezza é presente già in
situazioni di normalità ma diventa clamorosamente evidente in situazioni di
emergenza e fa sì che oggi la vulnerabilità sistemica delle metropoli sia
enormemente più elevata di quella che si registrava in passato quando, ad
esempio durante un'epidemia di peste era possibile obbligare alcune persone a
compiere tutta una serie di mansioni utili ma ripugnanti e pericolose
(trasferimento degli appestati nei lazzaretti, seppellimento delle salme...). E
questo perché il sistema di comando era ferreo: chi si rifiutava di eseguire
tutta una serie di ordini rischiava la forca. Oggi ovviamente l'imposizione di
questo sistema di comando e controllo non é più possibile e ciò per il
progressivo estendersi di strutture di comando (giornali, sindacati,
corporazioni....) che, in molti casi riescono a ridurre al minimo l'influenza
dell'autorità pubblica. Non solo oggi non è più possibile costringere il
funzionario a operare contro i suoi immediati interessi ma bisogna considerare
che, quasi sempre, la sua più grande preoccupazione, in una situazione di
emergenza, sarà la salvaguardia del proprio nucleo familiare e poi,
eventualmente, quella del servizio per il quale è stipendiato.
L'impatto
di un disastro in un sistema rigido
I
sistemi metropolitani moderni hanno conosciuto non pochi disastri (di trasporto,
industriali, terremoti...) senza per questo crollare. Il perché é da ricercare
nella duplicazione ed elasticità dei sistemi e delle reti. Alcuni servizi
infatti possono essere svolti in diverso modo: se il traffico é congestionato
ci si muove a piedi o non si esce di casa, se un incidente blocca una strada si
utilizza una strada alternativa, se la polizia o i Vigili del fuoco non sono in
grado di garantire un intervento sufficiente possono venire coadiuvati da gruppi
di volontari ecc..
Ma
cosa succede quando tutti i sistemi (che sono stati strettamente interrelati e
che funzionano in maniera insoddisfacente) vengono sottoposti ad una disfunzione
a catena prodotta da un disastro? Roberto Vacca ha delineato in un romanzo di
successo lo scenario di questa catastrofe, tra l'altro prefigurata, in piccola
parte, dal secondo black-out che ha interessato l'area di New York City nel
1977. [4] La città é immersa nella neve e il freddo intenso ha spinto
centinaia di migliaia di persone ad utilizzare la propria automobile. Il
conseguente colossale ingorgo automobilistico determina, tra l'altro,
l'impossibilita per gli addetti al controllo aereo di giungere al proprio posto
di lavoro per sostituire i colleghi sempre più stressati. Intanto, la tensione
nervosa accumulatasi nelle troppe ore passate alla consolle della torre di
avvistamento inevitabilmente si traduce in indicazioni sbagliate date ad un
pilota che finisce per schiantarsi con il suo aereo contro una centrale
elettrica. Il disastro provoca in città l'interruzione dell'energia elettrica:
restano bloccati, tra l'altro, i treni della metropolitana, gli ascensori, gli
impianti di aria condizionata, i distributori di carburante e il sistema
semaforico. Questo ultimo blocco determina un ulteriore aggravamento del
traffico veicolare. La città é ormai paralizzata. Nell'impossibilità di
rientrare a casa, molti si rassegnano a passare la notte sul posto di lavoro e
per scaldarsi non trovano niente di meglio da fare che accendere dei fuochi con
la carta. Gli incendi che si sviluppano non possono essere affrontati dai Vigili
del fuoco che non riescono a raggiungere i luoghi dell'incendio per via del
traffico bloccato. Intanto l'impossibilità per la polizia di intervenire sta
spingendo numerose bande di criminali ad assaltare banche, supermercati e
negozi: numerose sparatorie vengono segnalate un po' dovunque. La situazione di
emergenza sta spingendo molte persone (compresi gli addetti ai servizi di
sicurezza) ad abbandonare il proprio posto di lavoro per tentare di congiungersi
con i propri familiari. Nel giro di una settimana tutti i servizi collassano.
Orde di topi, attirati dalle cataste di rifiuti non rimossi, provvedono a
spargere epidemie. Dopo un mese la catastrofe ha coinvolto tutti gli Stati Uniti
che cessano di esistere come comunità civile. 
La
dinamica prospettata da Vacca ha suscitato non poche perplessità tra gli
analisti dei disastri i quali hanno osservato come, ad esempio, il terremoto che
ha colpito nel 1985 la megalopoli di Mexico City (35 milioni di abitanti) non
abbia provocato alcuna reazione a cascata e sia stato, anzi, assorbito in un
tempo relativamente breve. Questo, comunque, non escluderebbe la possibilità
che un futuro disastro possa innescare una dinamica degenerativa in un sistema
metropolitano strutturato più rigidamente di quello di Mexico City. E' stato
osservato, infatti, [5] che la metropoli moderna é un sistema abbastanza
elastico nel quale, cioè, molte funzioni possono essere svolte da personale non
istituzionalmente preposto ad affrontarle o che possono essere effettuate da
altri sistemi e che proprio la costante inefficienza che contraddistingueva i
sistemi di Mexico City aveva fatto sì che si sviluppassero capacità e risorse
che si sono rivelate di vitale importanza immediatamente dopo il terremoto.
Si
potrebbe, quindi, paradossalmente affermare che quanto più un sistema é
inefficiente (e quindi quanto più sono labili e indefinite le funzioni degli
addetti alle reti), tanto più il sistema é capace di assorbire stress esterni
senza per questo collassare a cascata. Da questo punto di vista progettare una
metropoli che abbia un'altissima efficienza, le stesse rigide competenze che
contraddistinguono un alveare o una caserma, può risultare, a media e lunga
scadenza, un errore pieno di conseguenze catastrofiche.
Ma
interessiamoci ora di un aspetto di particolare importanza del disaster
management e che sta impegnando nel nostro Paese un numero crescente di
urbanisti: la redazione dei piani di emergenza.
Il
piano di emergenza come piano territoriale
Un piano di emergenza può definirsi come una serie di
procedure da affidare ad identificabili persone, per affrontare un disastro o un
allarme. Convenzionalmente, i piani di emergenza si suddividono in piani di
soccorso (Relief Plan, attivati da personale residente all'esterno dell'area
minacciata o colpita dal disastro) e piani di autoprotezione (Self Safety Plan,
attivati da personale residente all'interno dell'area). Esistono numerose
metodologie per la redazione di quest'ultimo tipo di piani, che possono avere
diversi livelli di complessità, di estensione territoriale e di livello di
manovra (intesa come concatenamento di operazioni svolte da differenti
soggetti). Si va dai sofisticatissimi piani, costati milioni di dollari quali,
ad esempio, l'Earthquake General Plan dello Stato della California ai quattro
foglietti sciattamente redatti che costituiscono, quasi sempre, i cosiddetti
"piani di protezione civile" italiani. Tutti i piani di emergenza
degni di questo nome scaturiscono, comunque, dalla interpolazione di tre griglie
di analisi: la vulnerabilità territoriale, la vulnerabilità sistemica e la
disamina delle risorse disponibili.
Un piano di emergenza nasce sostanzialmente da uno studio
sulla vulnerabilità del territorio, sulla possibilità che questo sia investito
da un evento disastroso e sull'analisi del rischio massimo ipotizzabile. Questa
analisi può essere quantizzata effettuando una lettura degli eventi calamitosi
che si sono verificati in passato nel territorio in esame (e che possono,
quindi, riproporsi) e/o evidenziando se nell'area sono presenti strutture (ad
esempio dighe, stabilimenti industriali, linee ferroviarie o stradali percorse
da convogli pericolosi...) che hanno provocato disastri in altre realtà.
Effettuata questa prima fase si passa alla redazione e, soprattutto, alla
quantificazione degli scenari di disastro.
La definizione di uno scenario varia da disastro a disastro e
può essere definita da una lettura deterministica o stocastica dell'evento
ipotizzato. L'analisi deterministica segue percorsi dettati da considerazioni
oggettive quali, ad esempio, quelle sostenute da S.T. Algermissen, M.J. Bowden e
H. Cochrane [6] sulla dinamica dell'emergenza del prossimo disastroso terremoto
che colpirà la California e che potrebbe avere una magnitudo 8.3, e
caratteristiche simili al Big Quake del 1906. Questo scenario dà, ad esempio,
una probabilità di accadimento del 33% al crollo del 35% degli edifici alti da
5 a 10 piani costruiti prima del 1911 sui terreni argillosi nell'area del porto.
A seconda dell'ora e del giorno del sisma ci sarebbero nella Bay Area tra 1.000
e 9.000 morti immediati e 7.000-40.000 feriti gravi; la dinamica e il controllo
di eventuali incendi (probabilità di accadimento del 27%) produrrebbe da 200 a
70.000 senza tetto... Questo scenario é stato realizzato utilizzando parametri
oggettivi quali l'accelerazione impressa dal sisma, le caratteristiche
geologiche dei terreni di fondazione, la vulnerabilità degli edifici e degli
impianti, la concentrazione delle persone nel corso dei giorni e delle ore, la
direzione e la velocità del vento... Questo scenario deve essere, comunque,
integrato con la definizione delle dinamiche che si innescherebbero nella
popolazione e nelle strutture preposte all'emergenza. E' evidente che per la
definizione di questo tipo di scenario non é più possibile affidarsi a
discipline deterministiche come la sismologia, la geologia, l'ingegneria
civile... ma bisogna addentrarsi in campi difficilmente quantizzabili come la
sociologia, la psicologia, la Ricerca Operativa.
Il
piano di emergenza come analisi delle relazioni
Esistono sostanzialmente due metodi per analizzare le
relazioni che vanno a configurarsi nell'area del disastro; il primo si basa su
un metodo euristico che delinea, cioè, le tendenze di fondo senza avere la
pretesa di definire parametri quantizzabili; il secondo si basa, invece, su un
metodo deterministico e su complicati algoritmi che pretendono di individuare più
o meno esattamente i parametri di comportamento degli individui. 
Tra i vari strumenti del primo campo di analisi, un posto di
rilievo spetta, certamente, ad un metodo già largamente impiegato nella
pianificazione territoriale, detto "Tecnica di Delfi", adattato per i
disastri da H. Linstone, e che consiste, sostanzialmente, nel selezionare un
gruppo di esperti in varie discipline che sono di volta in volta consultati
separatamente sulla credibilità degli scenari ad essi prospettati e sulle
eventuali modifiche da apportare al piano ad essi sottoposto. E' evidente che il
limite di questo metodo é rappresentato dal "buon senso" del
redattore degli scenari che potrà tenere in conto o meno i suggerimenti forniti
dagli esperti. Come conseguenza di ciò il prodotto finale che scaturirà
dall'utilizzo della "Tecnica di Delfi" non sarà molto diverso o molto
migliore di quello realizzato da un singolo analista territoriale dotato di una
buona immaginazione e di una buona cultura.
Il secondo metodo, invece, tende -forse un po' troppo
semplicisticamente- a considerare il territorio e la popolazione come un sistema
omogeneo che può essere sintetizzato da un algoritmo e quindi da un programma
per computer. Il principale problema da risolvere in questo caso é certamente
quello di dare valori numerici a situazioni abbastanza impalpabili come il
"comportamento della folla" o il "panico"; si ricorre allora
a complesse indagini sociologiche per conoscere quale sarà il comportamento del
"sistema antropico" durante il disastro. Per raggiungere questo scopo
esistono due strade: la prima é la disseminazione di questionari rivolti alla
popolazione per capire come si é comportata in una determinata emergenza e/o
come, verosimilmente si comporterebbe in una futura; la seconda consiste nel
confrontare disastri simili per comprendere e quantizzare le regole che
soprintenderebbero al comportamento del "sistema antropico".
Ma al di là della pretesa di tradurre in algoritmi (magari
utilizzando, così come é stato fatto di recente, la sempre più evanescente
Teoria delle Catastrofi) situazioni così complesse come l'emergenza in un area
urbana, la disseminazione di questionari e l'utilizzo di sofisticate tecniche di
Ricerca Operativa risulta, comunque, indispensabile in un altra fase del piano e
cioè per censire e utilizzare le forze da impegnare nell'emergenza. Sono state
elaborate a tal proposito particolari schede che analizzano e danno un valore
numerico a svariati parametri quali la composizione del nucleo familiare del
personale intervistato, la distanza della sua abitazione dal luogo di lavoro, se
questa risiede in un edificio antisismico o in un'area a rischio... e che
possono essere inseriti in appositi programmi per computer. Da questo scaturisce
l'ossatura del piano di emergenza che vede l'immediata attivazione, ad esempio
dopo un forte sisma, del personale composto prevalentemente dai dipendenti degli
enti locali. 
Ma l'attivazione di questo personale in una situazione di
emergenza non può non creare numerosi problemi. Un piano di autoprotezione per
terremoto, ad esempio, dovrebbe vedere, subito dopo il primo impatto del sisma,
ogni dipendente al posto e al compito che gli é stato affidato dal piano: il
vigile urbano a presidiare quel determinato incrocio, il netturbino a spalare le
macerie in quella zona, l'assistente sociale ad aiutare la popolazione in
quell'area di soccorso, il medico dell'USL in quel centro di medicazione... e
così via. E' evidente, comunque, che solo una parte di questo personale, se pur
responsabilizzato, addestrato ed equipaggiato, si impegnerà effettivamente
durante l'emergenza e questo perché il disastro può verificarsi
improvvisamente trovando, ad esempio, il dipendente lontano dal posto
assegnatogli dal piano o in ferie o ammalato; oppure il dipendente può essere
talmente preoccupato della sorte dei familiari da non essere disponibile a
impegnarsi concretamente nell'emergenza. Per rispondere a questi problemi i
piani per emergenze civili vengono sempre sovradimensionati: affidano, cioè, lo
stesso compito a più persone, nella speranza che almeno qualcuno lo attui, e
stabiliscono turni di reperibilità per il personale preposto alla direzione
dell'emergenza. Ma queste sono soluzioni facili mentre problemi enormemente
complessi sorgono nella redazione dei piani di emergenza. Basti pensare alla
esigenza di sovrapporre la griglia della vulnerabilità territoriale a quella
della vulnerabilità sistemica e di definire, spesso dettagliatamente, i compiti
e la catena di comando per i dipendenti degli enti locali che, in un area
metropolitana, possono assommare a decine di migliaia di persone. Va da sé che
problemi così particolari possono essere risolti, o almeno affrontati, soltanto
con l'utilizzo delle Tecniche Reticolari di Programmazione e di software
particolarmente sofisticato. [7]
La
vulnerabilità territoriale e sistemica in Italia
Si
possono identificare due tipi di vulnerabilità: la vulnerabilità territoriale
e la vulnerabilità sistemica. La prima connessa agli aspetti prevalentemente
geografici del territorio e all'impatto di questi sulle funzioni che in esso si
svolgono, la seconda é intrinseca al funzionamento delle reti e dei sistemi. E'
evidente che i due tipi di vulnerabilità sono strettamente correlati.
L'ambiente, ad esempio, é continuamente sottoposto ad una trasformazione ad
opera dell'uomo mentre le attività umane sono, a loro volta, pesantemente
condizionate dall'ambiente e dalle modifiche che in esso si svolgono. Un esempio
di questa interfaccia può essere dato accennando brevemente ad alcuni aspetti
della vulnerabilità territoriale e sistemica in Italia.
Dal
punto di vista morfologico il nostro paese presenta una situazione
particolarmente problematica: su una superficie complessiva di 301.000
chilometri quadrati, ben 106.000 sono occupati da montagne e altri 125.000
chilometri quadrati sono occupati da colline; le aree di pianura sono, quindi,
poco più di 70.000 chilometri quadrati, appena il 23 per cento del territorio
nazionale. Questa situazione fa sì che buona parte del territorio italiano
risulti esposto al rischio alluvionale; nel Veneto, ad esempio, il 15,66% del
territorio (dove risiede il 24,79 della popolazione) é esposto ad inondazioni;
in Toscana questa percentuale é del 13,60 (15,65 della popolazione), in Emilia
Romagna é del 11,23 (14,98 della popolazione). [8] Buona parte del territorio
italiano conosce, inoltre, un progressivo e notevole corrugamento e
sollevamento, soprattutto nella dorsale appenninica. Questo fa sì che i rilievi
siano particolarmente "giovani", non del tutto "plasmati"
dagli agenti atmosferici e quindi particolarmente soggetti ad un'opera di
erosione e demolizione intensa per effetto dell'azione combinata di piogge,
venti, gelo, corsi d'acqua, ghiacciai... [9] Per completare questo quadro
bisogna accennare alle particolari condizioni meteorologiche che caratterizzano
il nostro paese. Se all'Italia sono risparmiati disastri meteorologici come i
colossali uragani che si abbattono in Asia o nel golfo caraibico, il regime
delle piogge in Italia non può certo dirsi tranquillo. Grazie alla particolare
posizione geografica della nostra penisola e soprattutto alla sua conformazione
montuosa, piogge intense e concentrate in brevi periodi creano le premesse per
rovinose alluvioni e frane, soprattutto nelle Alpi Orientali, in Sardegna e
lungo il versante tirrenico. [10]
Ad
aggravare questa situazione sono intervenuti particolari processi legati alle
vicende politiche ed economiche della storia italiana. Primo tra tutti
l'emigrazione che ha spopolato le aeree interne. Già nel 1948 il Rossi Doria
scriveva a proposito delle aree interne del Mezzogiorno "La morte degli
insediamenti umani in montagna potrebbe significare l'inizio di grandi rovine
nei luoghi dove le attività umane si esercitano e si concentrano." [11] I
fatti purtroppo hanno dato ragione a questa affermazione. Dissesto
idrogeologico, gravissimi problemi ambientali, sovraffollamento delle aree
costiere e padane... sono tutti problemi che affliggono in maniera gravissima il
territorio italiano e che possono essere fatti risalire ad un perverso processo
economico e politico di cui l'esodo dal Mezzogiorno (3 milioni di emigrati nel
solo decennio 1961-71) o l'abbandono delle campagne (4 milioni di unita
lavorative in meno, dal 1951 al 1971) o la crescita abnorme delle aree
metropolitane (che passano da 3 a 13 milioni di abitanti, dal 1951 al 1971) sono
solo le più vistose tappe di un processo di compromissione del territorio la
cui gravità comincia solo oggi ad essere percepita da vasti strati della
popolazione.
Ma
accenniamo ad altri aspetti della vulnerabilità territoriale italiana; tra
questi una certa rilevanza é data dalle fluttuazioni climatiche. In Italia
risultano essere rare escursioni termiche come, ad esempio, quelle conosciute
annualmente da numerose metropoli statunitensi (picchi termici come +42 gradi in
estate o -22 gradi in inverno sono abbastanza frequenti in città come New York
o Chicago). Da questo, comunque, ne consegue che le metropoli italiane sono del
tutto impreparate ad affrontare situazioni climatiche definite
"eccezionali", ma che si ripropongo, in effetti, mediamente ogni
trent'anni. Il collasso dei trasporti e quindi degli approvvigionamenti
(verificatosi nel gennaio 1986 e durato, per fortuna, solo pochi giorni) a
seguito del gelo che paralizzò il traffico ferroviario in numerose stazioni
(tra le quali gli importantissimi scali di Roma e Milano) e che bloccò numerosi
assi stradali, fa testo a tale riguardo. [12]
Estremamente
alta risulta poi la vulnerabilità del territorio italiano ad eventi tettonici.
Attraversato da numerose faglie sismiche, il nostro paese é caratterizzato da
una alta sismicità. Si tratta, per lo più di terremoti che presentano un
"periodo di ritorno" abbastanza lungo e che non permettono, quindi, lo
strutturarsi di una "memoria storica" tra le popolazioni. In pratica i
terremoti finiscono per colpire una popolazione del tutto impreparata ad
affrontarli. Da questo punto di vista anche terremoti con una magnitudo di certo
non paragonabile ai colossali sismi che sconquassano vastissime zone costiere
dell'Oceano pacifico hanno (anche per la particolare conformazione orografica,
geologica ed urbanistica del; territorio italiano) provocato nel nostro paese
moltissimi danni e vittime. [13] A questo si aggiunga la presenza di numerosi
vulcani: tutta la dorsale tirrenica della penisola italiana é costellata da
complessi vulcanici (i Monti Sabatini, i Colli Albani, i Campi Flegrei, il
complesso Somma Vesuvio...) che hanno eruttato in un periodo geologico
relativamente recente. Queste regioni, al pari dell'area etnea, anche per via
dell'eccezionale fertilità del suolo prodotta dai materiali piroclastici
eruttati, conoscono antichissimi insediamenti urbani e risultano ancora oggi
densamente popolate. [14]
Se
lo studio della vulnerabilità territoriale italiana risulta soddisfacente non
così può dirsi per l'analisi della vulnerabilità sistemica che solo da poco
tempo in Italia comincia ad essere studiata da ricercatori indipendenti. La
divulgazione dei primi studi sull'argomento é stata resa possibile
dall'approvazione della Legge 382 dell'11 luglio 1978 istituente organismi
civili-militari (come la Commissione Nazionale per la Classificazione dei Punti
Sensibili, la Commissione Interministeriale per lo Studio dei Trasporti
Nazionali, la Commissione Interministeriale Rifornimenti, il Comitato
Interministeriale Difesa Industriale, La Commissione Interministeriale per le
Telecomunicazioni...) preposti ad analizzare alcuni aspetti specifici della
vulnerabilità sistemica italiana, che permette l'accesso ad alcuni degli studi
elaborati da queste commissioni anche a personale non in possesso di nulla osta
di sicurezza. Il permanere dell'alone di segretezza intorno a questi studi si
giustifica, secondo le versioni ufficiali, col fatto che questi potrebbero avere
una importanza strategica per un eventuale "nemico" (sia esso uno
stato estero o una organizzazione eversiva) che potrebbe utilizzarli per
sferrare un attacco militare o terroristico. In realtà in una società moderna
come la nostra dove é relativamente facile procurarsi informazioni e da queste
ricostruire quelle che ci si ostina a considerare segrete, non ha molto senso
ostinarsi a coprire con una coltre di mistero notizie riguardanti, ad esempio,
l'autonomia nazionale in caso di embargo petrolifero o di blocco
nell'approvvigionamento elettrico o di interruzione di alcuni tratti della rete
ferroviaria o stradale... [15] Da questo punto di vista é certamente
illuminante l'esperienza statunitense dove, da decenni ormai, gli studi sulla
vulnerabilità sistemica sono praticamente accessibili a tutti e dove si é
sviluppato un interessante dibattito sulla vulnerabilità sistemica a fattori
endogeni o esogeni.
I
limiti strutturali dell'intervento pubblico
Occupiamoci
ora dei limiti strutturali connessi ad una politica di prevenzione. Molto
spesso, dopo il verificarsi di un disastro é tutto un florilegio di chiacchiere
sulla "prevenzione" che "é l'unico strumento atto a scongiurare
il verificarsi del disastro" oppure che "é meglio prevenire che
curare" e altre ovvietà di questo genere. In realtà, una politica di
prevenzione, soprattutto quando dovrebbe essere attuata da strutture pubbliche
abbastanza inefficienti quali quelle italiane, é caratterizzata da seri limiti
che ne rallentano o addirittura ostacolano l'attuazione e sui quali ci
soffermiamo brevemente. 
Il
primo limite è quello della prevedibilità. Non sempre la constatazione di un
potenziale rischio da parte degli scienziati si traduce in una consapevolezza
diffusa tra la popolazione interessata che preferisce, quindi, ignorare il
rischio. Questo si verifica, soprattutto, quando il disastro si abbatte con una
frequenza tale da non permettere lo strutturarsi di una "sub-cultura da
disastro". Un esempio ci é dato dai terremoti: essi, nel nostro Paese,
raramente hanno colpito comunità così assiduamente da determinare la nascita
di una "memoria storica". In altre parole, i terremoti disastrosi
colpivano comunità che già avevano dimenticato cosa significasse un disastro
tellurico e che, perciò, non erano disponibili ad investire considerevoli
risorse per consolidare le proprie abitazioni per un evento che aveva colpito
tre-quattro generazioni prima e del quale, quindi, non era più credibile la
minaccia. [16] A tale riguardo, si é molto ironizzato, ad esempio, sul fatto
che scavando tra le macerie di un comune distrutto dal terremoto del 1980 si
fosse rinvenuta una lapide nella quale i cittadini "ringraziavano" il
Sindaco che, decenni addietro, era riuscito a far cancellare il comune
dall'elenco di quelli dichiarati sismici. Non molti, comunque, hanno considerato
il fatto che quel provvedimento (e la conseguente soppressione delle normative
antisismiche che implicano mediamente un aggravio del 30 per cento sui costi
della costruzione di un edificio) aveva permesso in quel comune uno sviluppo
edilizio incomparabilmente superiore a quello dei comuni limitrofi. Una politica
certamente condannabile ma che trovava il suo essere nel sostanziale appoggio
politico e quindi elettorale offerto dalla popolazione. A tal proposito vi é da
dire che, anche oggi, un amministratore che volesse intraprendere nel proprio
comune una politica di prevenzione, in assenza di una attenta ed assidua
campagna di informazione e di educazione rischierebbe di pagare un pesante
scotto elettorale. [17]
Il
secondo limite è quello dell'accettabilità sociale. Fare opera di prevenzione,
come abbiamo accennato, costa; il consolidamento antisismico di un edificio
richiede cifre certamente inferiori a quelle che sarà necessario spendere dopo
il sisma ma, comunque, abbastanza ingenti. Questo, soprattutto in considerazione
del fatto che buona parte del patrimonio edilizio é di proprietà di piccoli
capitalisti ed é dato in fitto, determina un disinteresse da parte dei privati
al rispetto delle normative antisismiche. Ovviamente dovrebbe essere lo Stato a
promuovere una cultura di prevenzione in questo senso cominciando a rendere
antisismici gli edifici di sua proprietà e concedendo mutui a tasso agevolato a
quanti volessero consolidare la propria abitazione. In realtà, quasi niente é
stato fatto in questo campo in Italia, anzi, la legislazione di "condono
edilizio" (che ha permesso di accatastare anche edifici costruiti in
difformità alle norme antisismiche in aree soggette a terremoti) ha finito per
premiare chi, in spregio ad ogni considerazione sociale e umanitaria, aveva
costruito, abusivamente, edifici destinati a crollare al prossimo terremoto.
[18]
Il
terzo limite è quello dell'opportunità sociosistemica, determinato dal fatto
che, come già detto, l'Italia é uno tra i pochissimi paesi industrializzati
che concede contributi ai privati danneggiati da calamità naturali. Nelle altre
nazioni l'inesistenza o quasi di una politica assistenziale, se da un lato può
apparire spietata, dall'altra, certamente, ha i suoi risvolti positivi in quanto
determina un rispetto delle normative di prevenzione obbligando il privato al
consolidamento dell'abitazione (o alla non edificabilità di costruzioni
particolarmente esposte alle violenze dell'ambiente) per evitare di stipulare
polizze assicurative con premi elevatissimi. [19] In Italia, invece,
l'intervento statale per rimborsare danni prodotto dalle calamità naturali può
avere conseguenze clamorose così com'é stato per il rimborso dei danni
prodotti (su edifici costruiti abusivamente) dall'eruzione dell'Etna del 1983
(che rischia di inficiare qualsiasi politica di prevenzione del rischio
vulcanico in aree come quella vesuviana) o come gli 800 miliardi spesi nel 1985
per rifondere i proprietari di villette e complessi turistici (edificati in
taluni casi sui bagnasciuga) dei danni prodotti da una mareggiata sulle coste
tirreniche (che rischia di spingere ad una ulteriore urbanizzazione delle nostre
già compromesse coste). Stante, quindi, questa situazione, una amministrazione
comunale che volesse operare nel campo della prevenzione rischierebbe di perdere
consenso politico ed elettorale. [20]
Ma
occupiamoci ora di alcuni aspetti della pianificazione dell'emergenza
finalizzata ad affrontare quella che resta il più grave rischio in Italia: il
terremoto.
Da
sempre il nostro paese é flagellato da terremoti. Non a caso il termine Enotria
che denominava anticamente la Calabria e successivamente l'intera penisola
deriva dall'ebraico Nother che significa "terra tremante. Negli ultimi
1.000 anni si sono determinati in Italia almeno 20.000 eventi sismici superiori
al terzo grado della scala Mercalli MCS e, quindi, avvertiti dalla popolazione e
registrati dagli storici. Di questi, almeno 200 sismi sono ascrivibili come
disastrosi e più della metà si sono verificati nel sud della penisola e in
Sicilia (quest'ultima regione con la Calabria ne conta 82, mentre 23 hanno
colpito la Campania); circa un terzo dei disastri sismici si sono verificati nel
centro Italia (con in testa l'Abruzzo e la Toscana) e i restanti nel nord
(soprattutto Friuli e, a distanza, Liguria, Lombardia e Veneto). 
I
terremoti, quindi, hanno pesantemente condizionato la storia del nostro paese
anche se, verificandosi a distanza di parecchie generazioni nella stessa area,
raramente hanno stratificato quella "subcultura da disastro" o
"folklore sismico" diffusi, ad esempio, in aree come il Giappone o la
Cina. [21] In Italia, comunque, la vulnerabilità delle costruzioni ad un
terremoto é relativamente bassa. Nel nostro paese non possono, infatti,
verificarsi quei cataclismi tellurici che sconquassano intere nazioni come la
Cina, il Giappone o la California e per difendersi dai quali non sempre é
sufficiente abitare in solide costruzioni in cemento armato. In Italia, invece,
la stragrande maggioranza delle costruzioni é capace di resistere ai terremoti
che sono ipotizzabili nell'area dove esse sono localizzate. Nonostante questa
situazione relativamente tranquillizzante la reazione delle quasi totalità
della popolazione al percepimento di un sisma é sempre più caratterizzata da
comportamenti isterici. Ogni terremoto, anche se di modesta entità, diventa
pretesto per comportamenti irrazionali: ci si precipita in strada, si tenta di
"scappare in macchina" congestionando il traffico per ore e ore, ci si
aggrappa al telefono pur sapendo dell'inevitabile blocco delle linee
telefoniche, si abbandona il posto di lavoro... [22]
La
pianificazione di una emergenza sismica deve avere, quindi, come scopo
prioritario l'individuazione delle più urgenti priorità e la delocalizzazione
nell'area colpita di strutture di soccorso e autoprotezione. A tal fine i piani
di protezione civile solitamente prevedono un'articolazione territoriale così
strutturata:
¦
aree di raccolta per la popolazione: localizzate nel centro abitato, (in piazze,
giardinetti, stadio..) dove la popolazione potrà avere le prime cure, riunirsi
per rintracciare i familiari, ottenere informazioni, comunicare richieste di
aiuto...
¦
aree di raccolta del personale operativo: dove si concentreranno i tecnici per
cominciare ad effettuare una ricognizione dei danni e il personale che sarà
impegnato nella rimozione delle macerie;
¦
aree per i soccorsi esterni: slarghi da destinare ad eliporti di emergenza,
parcheggi per colonne di soccorso, magazzini;
¦
aree per compiti particolari: edifici pubblici da destinare a dormitori o
ospedali, celle frigorifere per la conservazione delle salme.
La
localizzazione di queste aree (in alcuni paesi come il Giappone individuate già
nel piano regolatore) merita una particolare attenzione in quanto senza
un'attenta disseminazione di queste sul territorio la popolazione, il personale
operativo e i feriti non gravi si riverseranno nel centro comunale di emergenza
o sull'ospedale cittadino intasando queste strutture e impedendo il loro
funzionamento.
Molto
sinteticamente, il terremoto può definirsi come una rapida serie di movimenti
della crosta terrestre determinato da un improvviso (e ancora oggi
imprevedibile) squilibrio delle tensioni agenti sulle varie masse. Il terremoto
si manifesta con la propagazione (da una zona della profondità terrestre detta
ipocentro) di varie onde d'urto elastiche tra le quali particolare importanza ai
fini della protezione civile rivestono le onde P e le onde S.
Le
onde P (dal latino primae perché essendo più veloci arrivano prima) si
propagano attraverso successioni di dilatazioni (aumento di volume) e di
compressioni (diminuzioni di volume) della roccia; la loro velocità di
propagazione é notevole (fino a 5,5 chilometri al secondo in rocce compatte
quali il granito). Le onde S (dal latino secundae, perché arrivano dopo) si
propagano, invece, attraverso deformazioni della roccia (non causano variazioni
di volume nel mezzo attraversato) e raggiungono nel granito la velocità di 3
chilometri al secondo. 
Nel
terremoto gran parte dell'energia (fino all'85%) viene trasmessa dalle onde S e
questo ha la sua rilevanza dal punto di vista dell'emergenza in quanto più
distante é la zona ipocentrale dall'osservatore tanto più tempo intercorrerà
tra la percezione del terremoto (onde P) e i suoi rovinosi effetti (onde S). In
Giappone e in tutta la dorsale pacifica, dove i terremoti hanno ipocentri molto
profondi, ad esempio, l'arrivo delle onde P fa scattare dei sismografi che
azionano dei sistemi di allarme o di disattivazione di impianti a rischio (quali
treni superveloci, industrie chimiche, impianti nucleari...). Va da sé che
questo sistema di allarme sismico sarebbe del tutto improponibile in aree come
quella mediterranea caratterizzata da terremoti con ipocentro molto superficiale
e per i quali il lasso di tempo tra l'allarme e il terremoto si ridurrebbe a
pochissimi secondi nei quali non si potrebbe effettuare alcuna operazione utile.
Un
altro aspetto del terremoto rilevante ai fini della pianificazione
dell'emergenza é dato dalle differenti accelerazioni che possono subire i
terreni e che possono essere quantizzate da uno studio detto di microzonazione
mirante a rilevare fattori geotecnici (e cioè le proprietà dinamiche dei
terreni sia sciolti che lapidei che condizionano l'attenuazione o
l'amplificazione dell'accelerazione sismica), fattori geomorfologici (e cioè le
condizioni di acclività, di instabilità dei versanti di particolare forma e
rilievo) e fattori idrogeologici (e cioè la presenza o meno di falde acquifere)
che possono amplificare l'effetto delle onde sismiche.
La
microzonazione, (obbligatoria dal 1981 per la redazione di piani regolatori in
aree sismiche) dovrà essere sovrapposta all'analisi della vulnerabilità degli
edifici che su questi terreni sono edificati, e quindi all'analisi della densità
di popolazione nel tempo, per ottenere uno scenario, e cioè la stima del numero
di persone direttamente coinvolte nell'emergenza sismica. Il concetto di densità
deve, comunque, essere inteso non solo nello spazio ma nel tempo. E' ovvio che
un terremoto che si abbatte su una località balneare ad agosto colpirà molte
più persone di quante potrebbe colpirne se il sisma si verificasse di inverno.
Le differenti ore della giornata, inoltre registrano una differente densità in
differenti costruzioni. Di notte si ha una maggiore presenza di persone nelle
proprie abitazioni, di mattina negli uffici, il sabato sera nei locali pubblici
e così via. L'alternarsi della popolazione in differenti edifici è rilevante
ai fini della pianificazione dell'emergenza in quanto il crollo o il collasso di
differenti tipi di edifici possono provocare differenti tipi di traumi
(solitamente sindrome da schiacciamento o soffocamento per gli edifici in
pietrame e in muratura, dissanguamento per gli edifici in cemento armato). La
specificità di molti dei traumi da terremoto é che necessitano di un
intervento da effetuare nel giro di poche ore; se questo non succede i risultati
possono essere catastrofici. E' stato fatto notare, esempio, che più della metà
delle persone decedute nel terremoto del novembre 1980 erano ancora vive sei ore
dopo il sisma.
Ma
interessiamoci ad un altro aspetto del disaster management: il rapporto che si
determina tra sviluppo del territorio e calamità naturali accennando ad alcuni
aspetti della ricostruzione post-sismica in Italia.
Terremoto
e gestione del territorio in Italia
Il
rapporto tra terremoto e sviluppo del territorio italiano é estremamente
complesso e articolato fungendo, in molti casi, il sisma da volàno per processi
economici e politici fino a quel momento in fase embrionale. [23] Le riflessioni
in tal senso sono numerose e di antica data, basti pensare agli scritti di
Seneca sul colossale sisma che, nell'anno 5 d.C. sconvolse la Sicilia,
provocando migliaia di morti e la conseguente distruzione di raccolti e
bestiame, e che gettò l'Impero Romano (che aveva nella Sicilia uno dei suoi
principali granai) sull'orlo di una guerra civile. [24]
I
sismi, come già detto, sono una costante nella storia del nostro paese;
bisogna, comunque, arrivare al terremoto che nel 1693 devastò la Sicilia
orientale per vedere il primo vero intervento urbanistico e territoriale legato
alla ricostruzione. [25] L'intervento nelle zone terremotate dell'isola (allora
sotto dominio spagnolo) fu affidato al luogotenente G. Lanza, duca di Camastra,
con la carica di sovraintendente. Salvo a Catania dove egli operò in prima
persona, la gestione delle operazioni di recupero (dai primi soccorsi alla
ricostruzione) fu in gran parte decentrata, venendo per lo più affidata ai
baroni e alle comunità locali (le cosiddette "università") per i
centri colpiti, e, rispettivamente, alle autorità ecclesiastiche, per gli
edifici religiosi. La molteplicità delle parti chiamate in causa comportò,
oltre ad una sensibile difformità delle misure adottate da zona a zona, la
riproposizione delle vecchie strutture urbane e delle tipologie edilizie
tradizionali. Così come sottolineato dal Solbiati, [26] fecero eccezione a
questa tendenza le cosiddette "città nuove", ossia i centri che, pur
mantenendo l'antica denominazione, furono ricostruiti in un sito diverso da
quello originario, ormai inagibile, e la città di Catania che fu ricostruita ex
novo nello stesso sito. Il primo caso riguardante l'"università" di
Noto e le città baronali di Grammichele e di Avola, é quello che presenta gli
aspetti più interessanti non tanto per la rifondazione in sé, quanto,
piuttosto per la sostanziale omogeneità delle soluzioni adottate, giacché,
indipendentemente l'una dalle altre, le tre città risorsero in breve tempo
sulla base di piani regolatori rigorosi e razionali. La spiegazione di tale
fenomeno, apparentemente insolito, va ricondotto a due precedenti di innovazione
urbanistica sperimentati in Sicilia in conseguenza di calamità naturali: uno,
la città fortezza di Carlo Lentini (odierna Carlentini), fatta costruire da
Carlo V dieci anni dopo il terremoto del 1542 che aveva danneggiato le mura di
Lentini rendendola inadatta alle funzioni di presidio militare; l'altro la città
nuova di Santo Stefano di Camastra, progettata nel 1682 dallo stesso
luogotenente G. Lanza, dopo che il vecchio centro era stato distrutto da una
frana. Sia Carlo Lentini sia Camastra presentano una griglia di base a
scacchiera: nella prima essa é a maglie semplici e segue un perimetro
irregolare dettato dalle necessità di adattamento al luogo e alle esigenze
difensive; nella seconda la griglia ha un andamento più regolare, ma reso
complesso dalla sua sovrapposizione alla struttura di base a maglie diagonali.
Tali elementi, in vario modo combinati, compaiono in tutte le "città
nuove" sorte dopo il terremoto del 1693. Traspaiono da una lettura
comparata dell'organizzazione delle "città nuove" siciliane due
caratteristiche comuni costanti tra loro collegate: da un lato l'intenzione dei
progettisti, tramite la razionalità di impianto complessivo, di garantire
all'insieme una funzione ma anche una immagine di stabilità e di sicurezza;
dall'altro la volontà di fissare, coerentemente con tale premessa, un preciso
ordine gerarchico, all'interno delle comunità risorte, in linea con la
tradizione, stabilendo un centro di gravità dell'intera struttura, che é
sempre la piazza principale con i simboli consolidati del potere costituito,
rappresentato dal palazzo baronale e dalla cattedrale.
Caratteristiche
abbastanza diverse presenta il rifacimento di Catania, progettato da Lanza e
dall'ingegnere olandese C. Gunenbergh, dove gli interventi furono resi più
complessi dall'interramento del vecchio porto a sud-est della città dovuto
all'eruzione dell'Etna del 1699. Di particolare interesse la suddivisione del
tessuto urbano in quattro settori, contrassegnati (come a Palermo) dalla
intersezione delle due strade principali. Il loro punto di intersezione, (la
Piazza dei Quattro Cantoni) non costituì, tuttavia il centro della nuova città
che venne, invece, a gravitare sulla cattedrale (piazza del Duomo), punto
d'arrivo dell'asse verticale. La fisionomia fortemente caratterizzata di
quest'ultima zona, disseminata di edifici religiosi, sottolineava il ruolo
predominante svolto dalla chiesa nella ricostruzione di Catania simbolizzando,
al tempo stesso, la rinsaldata alleanza tra potere religioso e politico
prodottasi attraverso la catastrofe. La tendenza "monocentrica"
espressa dalla ricostruzione di Catania ricomparirà, questa volta con segno
laico, nella Praøa do Commercio di Lisbona, ricostruita dopo il catastrofico
terremoto del 1755.
Conseguenze
urbanistiche ancora più importanti furono quelle determinate dal terremoto
calabro del 1783 [27] la cui ricostruzione susseguente a differenza del
precedente siciliano, venne condotta in modo unitario e centralizzato. Per
comprendere la dimanica innescata da questo terremoto bisogna brevemente
accennare alla particolare situazione che stava allora vivendo il Mezzogiorno.
Tra
la metà del Settecento e la rivoluzione francese, il Regno delle due Sicilie
era diventato reame indipendente con un Borbone, il re Carlo, figlio di Filippo
V di Spagna. In questo breve periodo Napoli, capitale del regno, e allora tra le
città più sfarzose d'Europa, conobbe una straordinaria stagione culturale e
politica garantita dalla collaborazione tra la monarchia e le correnti
riformatrici dell'Illuminismo. Ricca del suo affollato porto, del suo
artigianato, delle celeberrime fabbriche statali di San Leucio e di Capodimonte,
l'affollata metropoli era un vivace centro intellettuale, evidenziato dalla
creazione della prima cattedra europea di Economia, affidata all'illuminista
Antonio Genovesi. Ma bastava allontanarsi di poco dalla capitale per trovarsi
immersi nel medioevo, in territori addirittura inesplorati, dominati da
briganti, feudatari ma ancora di più dal clero; basti pensare che nella sola
Calabria si contavano all'epoca 14.000 tra preti e monaci con 4.000 chiese e
luoghi pii contro appena una cinquantina di baroni. Ed è in questa terra cupa e
miserabile che si abbatté il terremoto.
Convenzionalmente
gli storici datano questo evento al 5 febbraio 1783 quando un sisma (che assunse
nelle aree epicentrali l'XI grado della Scala MCS) sconquassò per circa tre
minuti l'intero Mezzogiorno uccidendo nella sola Calabria circa 30.000 persone.
Ma questo fu solo il picco di una crisi sismica protrattasi per tre mesi e
costellata da non meno di duecento gravi terremoti tra i quali quelli
catastrofici del 7 febbraio, del 1 e del 28 marzo. Le conseguenze furono di una
gravità difficilmente immaginabile: il paesaggio stesso conobbe una
straordinaria metamorfosi che lasciava riconoscere appena ai paesani l'aspetto
degli antichi siti. Il terreno si disserrò in larghe voragini facendo
inabissare paesi, fiumi, colline; torbidi laghi e torrenti furono vomitati
sommergendo i pochi superstiti; i fiumi mutarono il loro corso mentre le coste
vennero flagellate da maremoti di inaudita violenza.
Solo
il 14 febbraio la notizia del disastro raggiunse Napoli con la fregata Santa
Dorotea. Di fronte alle dimensioni della tragedia la reazione del governo
borbonico fu immediata. Ferdinando IV nominò suo vicario generale per le
Calabrie il tenente generale Francesco Pignatelli che ben presto, esaurita la
fase del soccorso, diede vita ad un programma di ricostruzione che resta, sotto
molti aspetti, un modello di efficienza e di incisività rimasto ineguagliato
nella storia del nostro paese. La ricostruzione vide in una prima fase
l'alloggiamento delle popolazioni sinistrate in baracche dichiarate
impignorabili; contestualmente partì una ciclopica opera di prosciugamento e di
bonifica degli innumerevoli ristagni, in gran parte prodottisi a seguito del
terremoto, e di ricostruzione di vie di comunicazione mulini, forni, magazzini.
Grazie all'ausilio degli ingegneri La Vega e Wenspeare, Pignatelli, sulla scia
di quanto era stato fatto per le "città nuove" siciliane costruite
dai Borboni dopo il terremoto del 1693, rilocalizzò più di trenta centri
urbani [28] che sorgevano in aree pericolose, (è il caso di Reggio, Palmi,
Bagnara, Mileto...) edificandoli con nuove norme edilizie (edifici di un solo
piano, intelaiati in legno con muri perimetrali compatti) ed urbanistiche
(strade regolari e intersecantesi ad angolo retto, isolati di forma quadrata
intersecati da spazi liberi, piazza centrale destinata ai mercati) che
costituiscono il primo esempio di organica legislazione antisismica della storia
italiana .
Ma
l'aspetto più innovativo della ricostruzione e principale asse politico intorno
al quale ruotò l'intera esperienza del dopoterremoto fu la Cassa Sacra,
istituita nel 1784 con lo scopo di incamerare le rendite ed i beni ecclesiastici
della Calabria per impiegarli nell'opera di ricostruzione, e che fu molto di più
di uno strumento economico fungendo per le autorità borboniche da leva
strategica per mutare la fisionomia sociale della regione e al tempo stesso
introdurvi un embrione di ossatura statale inesistente prima del sisma. Oltre al
compito di confiscare i beni ecclesiastici, fatto di per sè rivoluzionario
nella tradizione del regno che aveva nella Chiesa uno dei suoi pilastri, la
Cassa assolse, con poteri autonomi di intervento, a funzioni giurisdizionali e
politiche che le consentirono di esercitare un governo diretto sulle
"università" e sui baroni locali. L'istituzione riuscì, quindi, ad
abbattere i privilegi feudali introducendo in Calabria, tramite il controllo
delle imposte e la gestione delle opere pubbliche, i germi di una economia
monetaria che favorì il nascere di una borghesia agraria e lo spodestamento
della vecchia aristocrazia baronale.
"Molte
volte le calamità distruggono le nazioni senza risorgimento ma talvolta son
principio di risorgimento e di riordinamento di esse. Tutto dipende da come si
ristorano." All'indomani del sisma queste considerazioni dell'abate Galiani
tracciarono il cammino per rifondare nella ricostruzione delle Calabrie un nuovo
ordine sociale che voleva essere, nel secolo dei Lumi, una sfida della ragione
e, quindi, della politica alla potenza cieca della natura. Così non fu e quel
formidabile progetto ben presto si arenò. Inizialmente la Cassa Sacra, pur non
modificando la loro condizione di subalternità, indubbiamente, apportò qualche
beneficio alle classi povere ma, ben presto, l'accumulazione fondiaria
determinata da questo strumento finì per concentrare le migliori terre nelle
mani di un ristretto numero di proprietari, spesso più esosi ed oppressivi dei
precedenti. Nel 1854 le stesse efficaci norme antisismiche promulgate dai
Borboni conobbero dapprima un netto ridimensionamento fino ad essere
sostanzialmente abolite nel Mezzogiorno d'Italia con l'avvento del governo
piemontese. Il disinteresse per una politica di prevenzione sismica, condannato
con parole di fuoco da non pochi intellettuali italiani e dai più importanti
sismologi del tempo (come Baratta, Mercalli, Alfani) continuò anche dopo
l'ecatombe di Messina del 1908 (110.000 morti) e non conobbe inversioni di
tendenza (con la lodevole eccezione di alcuni interventi attuati nel ventennio
fascista) sostanzialmente fino alla metà di questo secolo. 
Recentemente
c'è stato chi, confrontando l'accorta politica di prevenzione imposta dai
Borboni con il dissennato atteggiamento liberista dei governi unitari ha finito
per rivalutare un regime che resta, invece, una delle più feroci dittature che
abbia mai conosciuto il nostro paese. In realtà la politica di Ferdinando IV e
dei suoi successori si spiega non già con la "paterna attenzione" di
un sovrano per i suoi amati sudditi ma alla luce del rapporto instauratosi,
soprattutto nel Mezzogiorno, tra sistema politico e territorio. Al di là del
ridimensionamento, imposto dalla Restaurazione, delle illuministiche pretese di
ridisegnare il territorio sconvolto dal disastro, e che comportò una
sostanziale inerzia dopo i terremoti del 1851 (Vulture: 700 morti) e del 1857
(Campania e Basilicata: 10.000 morti), l'attenzione dei Borboni per una politica
di prevenzione sismica nelle aree appenniniche, espressasi anche nella
ricostruzione della Sicilia orientale, nasceva dalla volontà di dotarsi di un
produttivo retroterra che garantisse al Regno delle Due Sicilie un inserimento
nell'impetuoso decollo dell'economia europea. Per lo stato unitario il discorso
è diverso: il suo progetto prevedeva al Nord grosse concentrazioni di capitale
produttivo mentre al Sud (ma lo stesso discorso potrebbe essere esteso alle aree
alpine) era assegnato il ruolo di fornitore di materie prime e, soprattutto, di
manodopera a basso costo. Il terremoto diventava, quindi, occasione per
accelerare l'emigrazione; ad esempio edificando baracche destinate a
deteriorarsi ben presto o reclutando gli individui più validi, attraverso
uffici di emigrazione rinati in fretta dalle macerie.
Un
discorso a parte meriterebbe il fascismo, che messo da parte lo sfrenato
liberismo del periodo giolittiano, forse per la particolare attenzione rivolta
verso il problema agricolo e per una più generale politica assistenziale
incentrata su massicci investimenti statali, fu più vigile nell'applicazione
delle normative antisismiche e più deciso nell'opera di ricostruzione. Basti
pensare all'Irpinia, sconvolta nel 1930 da un grave terremoto, ricostruita nel
giro di un anno apportando notevoli miglioramenti nelle condizioni abitative e
urbanistiche. Dal secondo dopoguerra il caotico sviluppo urbanistico ed edilizio
ha riaggravato la situazione e oggi il 40 per cento della popolazione nazionale
risiede in comuni a rischio sismico più o meno elevato. I perversi frutti di
questa dissennata politica solo in parte si sono manifestati (dal 1968 a oggi più
di 160.000 miliardi sono stati spesi dallo Stato per fronteggiare emergenze
sismiche) e potrebbero, da un giorno all'altro, manifestarsi in tutta la loro
gravità. Soprattutto nel Mezzogiorno dove in spregio a qualsiasi politica di
prevenzione, negli ultimi decenni, sono state edificate in aree soggette ad
elevata sismicità vaste e caotiche metropoli nella convinzione che il sempre più
diffuso utilizzo del cemento armato possa scongiurare il verificarsi di disastri
sismici.