Il Piano Vesuvio e il Piano Campi Flegrei
Tratto dal libro di Francesco Santoianni
Disaster Management - Protezione Civile
Accursio Edizioni (per gentile
concessione dell’Editore)
La pianificazione delle emergenze vulcaniche.
La gestione di una
emergenza vulcanica pone al Disaster Manager tutta una serie di problemi.
Intanto, una eruzione vulcanica, a differenza di quanto avviene per i terremoti,
è prevedibile anche se, ancora oggi, non è possibile stabilire quale sarà il suo
andamento; se si concretizzerà, cioè, in fenomeni che non costituiscono una
minaccia diretta per la vita umana o se evolverà in forme catastrofiche. Di
fronte ad una situazione di tale indeterminatezza, una direttiva, certamente
comprensibile (ma, come si vedrà meglio in seguito, sbagliata), è ordinare «a
scopo precauzionale» l’evacuazione di tutta la popolazione dall’area». Intanto,
per quanto tempo? Una situazione di allarme vulcanico può protrarsi per anni e i
danni (economici e sociali) di una evacuazione possono essere altissimi, così
come è stato nel 1976 nella Guadalupa quando un intero arcipelago fu fatto
evacuare per 10 mesi per fronteggiare una eruzione che poi si risolse in
trascurabili fenomeni vulcanici.
Una «inutile» evacuazione a scopo preventivo, tra l’altro, rischia di ingenerare tra la popolazione sfiducia nelle strutture preposte alla sorveglianza vulcanica e alla protezione civile, soprattutto considerando che una eruzione attira in zona innumerevoli vulcanologi, alcuni dei quali possono essere tentati di attirare su di sé l’attenzione dei mass media con dichiarazioni in plateale contrasto con quelle della struttura ufficialmente preposta alla sorveglianza. Nei casi estremi, questa sfiducia può determinare una situazione che nel Disaster Management viene etichettata come WWS (Wolf Warning Syndrome) o «al lupo, al lupo»: di fronte a ripetuti falsi allarmi, il generale sarcasmo e la perdita di credibilità delle strutture preposte all’emergenza genera nella popolazione un senso di irresponsabile sicurezza che può essere foriera di gravi conseguenze, soprattutto durante una operazione che caratterizza molte emergenze vulcaniche: la rimozione del fallout piroclastico.
Molte eruzioni vulcaniche,
infatti, lanciano nell’atmosfera grandi quantità di fallout piroclastico
(sostanzialmente, ceneri e lapilli) che, spinte dalla gravità e dal vento,
ricadono in un’area più o meno vasta; le conseguenze di questa pioggia, se non
si interviene in tempo, possono essere disastrose in quanto il fallout
piroclastico può appiccare incendi e accumularsi sui tetti delle abitazioni
provocandone il crollo. Non a caso, da sempre, l’atteggiamento di molte
popolazioni abitanti le aree vulcaniche è stato quello di restare in zona,
durante alcune fasi dell’eruzione, per proteggere le proprie abitazioni spalando
la cenere che il vulcano accumula sui tetti. Ovviamente, questo insostituibile
impegno delle popolazioni non è privo di rischi in quanto l’eruzione può
evolversi, anche in breve tempo, in fenomeni immediatamente pericolosi per le
persone, quali ad esempio, nubi ardenti (surge) o rovinose valanghe (lahar).

Per tale motivo, all’estero, molti piani per emergenza vulcanica garantiscono una immediata evacuazione delle persone che decidono di restare sul posto durante l’eruzione; contestualmente questi piani sono articolati in modo da garantire che a restare in zona sia soltanto una fascia di popolazione perfettamente «abile»; in grado, cioè, di essere allontanata nella massima celerità. Anche per questo, questi piani prevedono un allontanamento progressivo di fasce di popolazione a vulnerabilità decrescente. Proclamato l’allarme vulcanico, cioè, si allontanano dapprima le persone assolutamente inabili (handicappati gravi, detenuti) poi, se è il caso, si chiudono alcuni reparti ospedalieri che ospitano malati difficilmente trasportabili e si svuotano gli ospizi; se la situazione peggiora ulteriormente si chiudono tutte le strutture ospedaliere; poi si allontanano i bambini con le madri, si chiudono le scuole e, infine, se è il caso, si ordina l’evacuazione della popolazione rimasta sul posto. Va da se che questo modello di gestione dell’emergenza prevede l’assunzione di precise responsabilità, sia da parte delle strutture preposte alla sorveglianza vulcanica sia da parte delle strutture di protezione civile per le quali sarebbe, certamente, più «conveniente» «lavarsi le mani» ordinando, pilatescamente, già all’inizio della fase di allarme vulcanico, una immediata evacuazione di tutta la popolazione. Sarebbe comunque, come già detto, una scelta non solo sbagliata, ma pericolosa per l’incolumità delle popolazioni, come vedremo analizzando la pianificazione dell’emergenza vulcanica che finora è stata realizzata in Italia.
Tra le nazioni europee, l’Italia è il paese che registra il più alto rischio vulcanico. Sistemi vulcanici attivi sono presenti in aree urbanizzate come quella etnea, i Colli Albani o le isole Eolie, mentre nella provincia di Napoli la presenza di ben tre sistemi vulcanici attivi (Vesuvio, Campi Flegrei, Epomeo) in un territorio popolato da circa quattro milioni di persone determina un elevato livello di pericolo. Nonostante ciò, la pianificazione dell’emergenza vulcanica in Italia sta solo ora muovendo i primi passi e, al di là di quanto si sta facendo per Stromboli e di direttive, che vengono continuamente elaborate, per fronteggiare le eruzioni dell’Etna, gli unici organici piani di protezione civile per emergenza vulcanica finora redatti riguardano l’area flegrea e l’area vesuviana.
Prima di occuparci
di questi piani è, comunque, doverosa una premessa. Nella precedente edizione di
questo libro (la cui stesura si è conclusa nel settembre 2002) ci si augurava
che la nuova «Commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani
di emergenza per l’area flegrea e dell’area vesuviana connessi a situazioni
derivanti da rischio vulcanico», istituita il 25 giugno 2002 provvedesse a
licenziare nuovi piani di emergenza che superassero le davvero sbalorditive
incongruenze che costellavano il Piano Vesuvio (redatto nel 1995) e il Piano
Campi Flegrei (redatto nel 2001). Oggi, a quattro anni di distanza, sono
costretto ad ammettere non solo che quelle speranze si sono rivelate mere
illusioni ma che quell’attenzione per il rischio vulcanico, che negli anni
passati aveva portato a tutta una serie di iniziative (quali ad esempio, i pur
contradditori piani di emergenza o progetti come “Vesuvia”) appare oggi
scomparsa. Complice, forse, la smodata attenzione per il rischio NBC (che ha,
ormai, monopolizzato la pianificazione dell’emergenza in Italia) o un’opinione
pubblica che, a forza di sentirsi ripetere sui mass media il “mantra” della
“Protezione Civile italiana: la migliore del mondo”, ha finito per credere che
in Italia siamo veramente preparati ad affrontare una emergenza vulcanica.
Ciò detto, sperando che l’auspicio di nuovi ed efficaci piani per emergenza vulcanica - qui ribadito - non diventi un leif-motiv occupiamoci dei piani di protezione civile redatti per l’area vesuviana e flegrea.
La pianificazione dell’emergenza bradisismo nei Campi Flegrei.
Il primo marzo 1970 il Ministero dell’Interno ordinava l’evacuazione del Rione Terra di Pozzuoli per fronteggiare un’eruzione che, a dire di alcuni vulcanologi, era inequivocabilmente e inesorabilmente annunciata dal bradisismo che, da alcuni mesi, interessava i Campi Flegrei. La reazione degli abitanti di Pozzuoli fu esemplare di una popolazione che conservava un corretto rapporto con il territorio: ribadirono che il bradisismo era una costante della vita della città, che le stesse eruzioni nei Campi Flegrei, come quella di Monte Nuovo del 1538, non avevano mai avuto quei caratteri di repentinità e di immediata distruttività da rappresentare un diretto pericolo per la vita umana e, soprattutto, contestarono la scelta di sgombrare un solo rione (abitato da famiglie a basso reddito e, per la sua posizione panoramica, ambito da non poche immobiliari) per fronteggiare una eruzione. Il dissenso all’evacuazione ordinata dal governo si trasformò ben presto in contestazione e, quindi, in veri e propri scontri con le forze dell’ordine. La situazione di tensione si protrasse per molto tempo fino a che la pioggia di finanziamenti previsti dalla «Legge speciale per Pozzuoli» e la costruzione di un nuovo quartiere convinse la popolazione di Rione Terra ad abbandonare le abitazioni.
Se ci siamo
soffermati su un evento verificatosi più di trenta anni fa non è certo per
scrupolo filologico ma per ribadire un concetto di fondamentale importanza
nella pianificazione di un’emergenza. Un evento, anche quelli frettolosamente
enfatizzati da mass media come «catastrofico», se si ripropone periodicamente
nella vita di una comunità finisce per creare una «cultura del rischio», una
conoscenza del territorio, consolidate usanze... che limitano i pericoli per le
popolazioni. Va da sé che questa «memoria storica» per preservarsi deve vedere
o il ripetersi periodico di questi eventi o una attenta opera di educazione e di
informazione. Se mancano queste condizioni, le conseguenze possono essere
laceranti. Pozzuoli ne fece triste esperienza nel 1983.
Nel gennaio 1983 i Campi Flegrei erano interessati da un lieve bradisismo, cominciato mesi prima (il suolo si era sollevato di 25 centimetri) e da microterremoti, eventi che non provocarono all’inizio alcuna paura. Sui giornali, però, cominciarono a essere descritti con un’aura sempre più sinistra: piccolissimi tremori venivano presentati come «sordi boati», i microsismi divennero «scosse di terremoto che hanno svegliato nella notte la città di Pozzuoli» mentre si parlava ovunque di «diffusa preoccupazione». Cominciò così quello che sarà il motivo ricorrente degli articoli riguardanti il bradisismo di Pozzuoli: dalle dichiarazioni tranquillizzanti dei vulcanologi (inevitabilmente ripetitive e – quindi – giornalisticamente non interessanti), l’attenzione dei mass media si concentrò su un’opinione pubblica che veniva presentata come «preoccupata» e, come in un gioco di specchi, leggendo gli articoli l’opinione pubblica cominciò a preoccuparsi davvero. Questo determinò nella popolazione un’ipersensibilità patologica: non solo ogni tremolio finì per essere interpretato come un terremoto foriero di morte e distruzione, ma anche la percezione delle vibrazioni determinate dal flusso sanguigno nel corpo sdraiato su un materasso a molle – un fenomeno tipico dello stress da terremoto che viene creato e amplificato dalla tensione nervosa – finì per avere un peso spropositato. Furono, quindi, decine di migliaia le persone che, a Pozzuoli e in altri comuni flegrei, si rassegnarono a passare la notte fuori zona e ciò anche grazie ad un informale «invito», diramato dall’Amministrazione comunale ad abbandonare la città.
Intanto, mentre nell’area
flegrea incontrollate «voci», riprese dai mass media facevano serpeggiare la
paura di un’improvvisa e catastrofica eruzione, presero corpo ineffabili
iniziative, come il «piano di evacuazione» redatto dal Ministero dell’Interno.
Basti dire che dopo aver ribadito più volte che l’evacuazione dei Campi Flegrei
avrebbe preceduto di settimane il verificarsi della paventata eruzione,
candidamente consigliava alle persone in fuga di «coprirsi il capo con cuscini
per proteggersi dall’eruzione...». Ancora peggio, l’esistenza di questo piano di
evacuazione (che per il suo stesso esistere finì per istituzionalizzare la
credenza di un’eruzione come un evento improvviso, imprevedibile e
immediatamente distruttivo) fu inizialmente negata dalle autorità: una decisione
che ribadiva l’estraneità della popolazione da un problema che doveva, invece,
diventare argomento di discussione e di autorganizzazione della comunità.Intanto
la paura che attanagliava Pozzuoli (dove il 4 ottobre un terremoto di modesta
energia aveva fatto riversare precipitosamente la popolazione fuori dagli
edifici provocando due morti per infarto e una trentina di feriti) cominciò ad
estendersi nell’area occidentale di Napoli. Tutto era, dunque, pronto per lo
scatenarsi del panico che si manifestò il 7 ottobre 1983. quando a seguito di
una serie di telefonate annuncianti un imminente eruzione centinania di di
miglia di napoletani (sopratutto dei quartieri Fuorigrotta, Bagnoli, Vomero,
Rione Traiano...) passarono la notte in macchina o accampati per strada.

L’emergenza bradisismo, comunque, svaporò nel giro di qualche mese non senza avere apportato gravi conseguenze al tessuto sociale e produttivo dell’area flegrea e il diffondersi di disturbi psicosomatici, evidenziati da alcune indagini epidemiologiche. La paura dell’eruzione che aveva attanagliato l’area flegrea, ben lungi dal formare una «cultura della prevenzione», si è tradotta in un’indifferenza verso il pericolo vulcanico, testimoniata dal proliferare di edifici abusivi in aree ad elevatissimo rischio. Ma non è solo «l’abusivismo» o la «Camorra» ad aggravare il rischio nei Campi Flegrei. Con buona pace delle valanghe di chiacchiere sulla «prevenzione» che affollano i mass media, si sono sospesi gli abbattimenti inizialmente previsti per restituire al centro di Pozzuoli una densità abitativa compatibile con il rischio vulcanico, si è abolito il vincolo sismico che limitava l’espansione urbanistica, si è «recuperato» Rione Terra, si sono messi in cantiere ben cinque milioni di metri cubi nell’area di Bagnoli (classificata come area di massimo pericolo nei piani di emergenza) … E tutta l’area occidentale di Napoli si avvia a diventare un’altra metropoli destinata a fare inorridire chiunque si occupi di protezione civile e di pianificazione del territorio in aree a rischio.
Se la «lezione» del bradisismo 1983 sembra, quindi, non avere insegnato niente nel campo della prevenzione, è certamente utile domandarsi quali iniziative in quell’occasione avrebbero potuto essere attuate e, quindi, quali iniziative di protezione civile dovrebbero essere messe in atto per fronteggiare una analoga emergenza nei Campi Flegrei. Come già detto, la pianificazione di una emergenza vulcanica si caratterizza sempre per un certo livello di indeterminatezza in quanto non è sempre chiaro quale potrà essere l’evoluzione del fenomeno. In nessun altro tipo di emergenza, quindi, ai responsabili scientifici vengono chieste l’assunzione di responsabilità e di scelte che potrebbero avere conseguenze anche gravi. Nel 1983 questa assunzione di responsabilità da parte delle strutture scientifiche istituzionalmente preposte alla sorveglianza c’è stata; anzi, l’inconsistenza delle strutture di protezione civile, addirittura, trasformò gli scienziati in controparte diretta di una popolazione che non aveva altri riferimenti. Purtroppo la latitanza degli enti locali (che, forse, speravano da una enfatizzazione della situazione di pericolo di ottenere il completamento dei finanziamenti previsti dalla Legge speciale per Pozzuoli del 1970) e una popolazione completamente soggiogata dai mass media, che paventavano una improvvisa e catastrofica eruzione, resero inattuabili le indicazioni su «che fare» provenienti dal mondo scientifico.
Queste indicazioni, che hanno costituito il copione di innumerevoli assemblee che i vulcanologi dell’Osservatorio vesuviano tennero con le popolazioni, scaturivano dal presupposto che il bradisismo e la crisi sismica avrebbero potuto protrarsi per moltissimo tempo; era necessario, pertanto, privilegiare l’autorganizzazione della comunità sul posto per permetterle di affrontare l’inevitabile stress nel migliore dei modi. Bisognava, quindi, sviluppare alcune iniziative.
Intanto, una
capillare campagna di informazione che sottolineasse come, nei Campi Flegrei,
bradisismo e terremoti non sono inevitabili prodromi di una eruzione, ma
fenomeni con i quali le popolazioni hanno convissuto per più di duemila anni. La
stessa paventata eruzione doveva essere vista nella sua giusta luce: un fenomeno
prevedibile e non immediatamente distruttivo e che, quindi, avrebbe potuto
permettere un ordinato allontanamento della popolazione. Sempre nel campo
dell’informazione, bisognava impedire il diffondersi di notizie infondate o
allarmistiche; e questo non ricorrendo a chissà quali misure autoritarie verso i
mass media, ma instaurando con la popolazione un rapporto di fiducia e di
chiarezza. Un altro fondamentale punto riguardava la messa in atto di misure di
protezione civile. Bisognava, pertanto, informare la popolazione su come
comportarsi durante e immediatamente dopo un terremoto e attrezzare per essa
aree di raccolta; investire una emittente privata cittadina del compito di
tenere informata la popolazione; organizzare i dipendenti comunali e di altri
enti locali con un piano di protezione civile che vedesse l’affidamento di un
compito specifico per ognuno di essi immediatamente dopo il sisma. Per quanto
riguarda l’eventualità di una evacuazione, sarebbe stato opportuno allontanare
dai Campi Flegrei non già tutta la popolazione ma, in quella fase, solo alcune
fasce di popolazione (handicappati, anziani senza famiglia, detenuti, malati
gravi…) il cui allontanamento in situazione di reale emergenza avrebbe potuto
comportare gravi problemi. Bisognava, poi, affrettare i tempi di una indagine di
vulnerabilità edilizia; abbattere subito quegli edifici che avrebbero potuto
costituire un pericolo durante un sisma e che ingeneravano e amplificavano il
senso di minaccia ambientale; limitare la circolazione veicolare... insomma
cancellare quella percezione di «trappola per topi» che, durante la crisi
sismica, si viveva in molti quartieri.
Come già detto, l’emergenza bradisismo svaporò senza far decantare alcuna struttura di protezione civile: mandati al macero decine di migliaia di opuscoli che avrebbero dovuto «informare» la popolazione (e sui quali è meglio stendere un pietoso velo di silenzio), smobilitato il Centro Operativo Misto, consumatosi qualche convegno… la pianificazione dell’emergenza nei Campi Flegrei finì nel dimenticatoio; e così pure tutte quelle riflessioni e indicazioni che pure erano state elaborate nei giorni «caldi» dell’emergenza bradisismo 1983.
Il piano di emergenza per i Campi Flegrei.
Occupiamoci ora del nuovo Piano di emergenza per l’area flegrea, così come è prefigurato nel documento, presentato alla Prefettura di Napoli il 20 marzo 2001, «Elementi di base per la pianificazione nazionale di emergenza dell’area flegrea» e redatto dalla «Commissione incaricata di provvedere all’aggiornamento dei piani di emergenza per l’area flegrea e dell’area vesuviana connessi a situazioni derivanti da rischio vulcanico», istituita nel febbraio 1996.
Le prime perplessità suscitate da questo piano riguardano lo scenario sul quale pretende di basarsi. Il vecchio piano per l’area flegrea, redatto nel 1983, se non altro, prevedeva due scenari eruttivi di gravità crescente (una eruzione tipo Monte Nuovo del 1538, una eruzione tipo Agnano Monte Spina del 4.000 a.C.); questo nuovo piano, invece, si basa esclusivamente su un unico, incomprensibilmente catastrofico, scenario eruttivo che, dati alla mano, ha meno probabilità di verificarsi di eventi quali, ad esempio, l’eruzione di Pizzofalcone: un vulcano incastonato nel cuore di Napoli.
Ridurre tutta la
pianificazione dell’emergenza ad una sola arbitraria ipotesi eruttiva tagliando
fuori scenari più circoscritti e, certamente, più probabili (come, ad esempio
quello del 1983, caratterizzato da sciami di terremoti e da bradisismo), così
come già illustrato precedentemente, è una metodologia sbagliata. Anche perché
un piano di emergenza così redatto finisce per determinare direttive davvero
singolari. Ad esempio, cosa dovrebbero fare le centinaia di migliaia di persone
residenti oggi nell’area rossa in situazione di «allarme vulcanico»? La risposta
è riportata a pag. 9 del documento:
«Dallo scenario dell’evento eruttivo si rivela che l’unica possibilità di salvezza per gli abitanti della zona rossa (340.277 persone, 97.373 nuclei familiari) è nell’allontanamento preventivo dell’area e che, per parte di questa zona, si prevedono danni tali da non permettere alla popolazione coinvolta di far ritorno entro breve tempo. La soluzione ritenuta più idonea, dunque, è quella dell’allontanamento della popolazione verso regioni esterne, cioè, al di fuori della Campania, mutuando dal Piano nazionale di emergenza dell’area vesuviana la strategia del gemellaggio (fig. 6)». La figura 6 (pag. 12 del documento) alla quale rimanda il testo sopra riportato prevede, quindi, di evacuare metà della popolazione di Fuorigrotta in Toscana, l’altra metà della popolazione di Fuorigrotta nel Lazio, la popolazione di Pianura in Emilia, la popolazione di Bacoli nelle Marche, la popolazione di Pozzuoli in Abruzzo, la popolazione di Monte di Procida nel Molise, la popolazione di Vomero, Arenella, Chiaia in Puglia, la popolazione di Soccavo in Sicilia, la popolazione di Bagnoli in Basilicata.
Ma quando, in quale fase dell’emergenza, dovrebbe essere attuato questo gigantesco esodo? Il piano che pure (pagg. 5, 6, 7) pretende di articolarsi in quattro livelli di allerta (e che, verosimilmente sembrerebbero essere stati copiati, senza alcun ripensamento, dal Piano Vesuvio, visto che non si capirebbe altrimenti – tabella pag. 5 – a quale «vulcano» si riferirebbero le informazioni prodotte dall’Osservatorio Vesuviano) si guarda bene dal dirlo riportando (pag. 9-10), comunque, una considerazione sulla quale è opportuno soffermarsi:
«Una strategia differenziata verrà invece adottata per la porzione di zona rossa che potrebbe essere interessata dal fenomeno del bradisismo e che coincide, in linea di massima, con il settore meridionale del Comune di Pozzuoli. La popolazione residente in tale porzione (circa 10.000 persone) potrebbe essere ricoverata in strutture fisse della Regione Campania. Infatti una crisi di bradisismo non è necessariamente seguita direttamente da una eruzione e, quindi, come accadde all’inizio degli anni ’70 e degli anni ’80 potrebbe di fatto non evolvere in attività eruttiva, mentre l’attività sismica connessa potrebbe creare danni gravi agli edifici più vulnerabili».
Intanto va detto che i passati bradisismi (e, quindi, verosimilmente i futuri) non hanno interessato solo il settore meridionale di Pozzuoli ma bensì tutto il territorio dei Campi Flegrei; ma, al di là di questa arbitraria delimitazione, l’aspetto più grave di questa affermazione è, il richiamarsi, senza alcun ripensamento, alla gestione dell’emergenza bradisismo del ’70 e dell’83 quasi a voler ribadire che questo sarà il modello che caratterizzerà il futuro piano di emergenza dell’area flegrea.
L’ultimo aspetto del documento (pag. 10) sul quale vale la pena di soffermarsi riguarda l’allontanamento della popolazione:
«Allontanamento
della popolazione. Durante la fase di preallarme, in cui la zona sarà
progressivamente presidiata dal soccorritori, le famiglie che dispongono di un
recapito alternativo presso amici, parenti o altro, ovvero la seconda casa al di
fuori della zona rossa, potranno allontanarsi dopo aver comunicato al Sindaco il
luogo di destinazione. Nella successiva fase di allarme tutta la zona rossa
dovrà essere sgomberata in un tempo massimo di 4 giorni. Anche nel caso in cui
nella fase di preallarme nessun abitante abbia scelto l’allontanamento
spontaneo, il Piano è dimensionato per consentire l’allontanamento di tutta la
popolazione flegrea in condizioni di sicurezza. Data l’impossibilità di
sgomberare nel tempo suddetto i beni mobili di ognuno, i capifamiglia potranno
raggiungere la regione di accoglienza utilizzando la propria autovettura e
portando con sé la parte dei beni personali ritenuta indispensabile; comunque
ciascuno di essi, allontanandosi con il proprio mezzo, dovrà seguire i percorsi
stradali ed utilizzare i cancelli di uscita previsti dai Piani comunali. Per
consentire ciò, si provvederà a garantire l’allontanamento tramite mezzo
pubblico (bus-nave-treno) degli altri membri della famiglia».
Intanto la tracotanza burocratica delle «famiglie (...) che potranno allontanarsi dopo aver comunicato al Sindaco il luogo di destinazione». E perché mai migliaia di famiglie dovrebbero mettersi in chilometrica fila davanti ad un ufficio comunale durante una emergenza vulcanica per ottenere una qualche attestazione del loro nuovo stato di profughi? Ma per attestare questo basterebbe la banale carta di identità o qualche altro documento già certamente in possesso di tutti i cittadini. O forse perché si vuole costituire una sorta di censimento degli esodati? Ma questo, certamente utile, censimento potrebbe essere realizzato molto più razionalmente se i profughi, una volta raggiunta la loro residenza provvisoria provvedessero a registrarsi, poniamo, presso il comune di destinazione. Ancora peggio i successivi punti che prevedono di smembrare le famiglie e lo sgombero coatto di tutta la zona rossa (340.277 abitanti, 97.373 nuclei familiari) in 4 giorni (tra l’altro, non è chiaro perché soli 4 giorni, visto ne sono previsti 15 nella prima stesura del piano Vesuvio e 7 nella seconda stesura di questo). Una evacuazione che il piano garantisce avverrà «in condizioni di sicurezza».
Il Piano Vesuvio
Nel 1995, veniva consegnato
(prima ai giornalisti, il 25 settembre, poi ai sindaci dei comuni vesuviani, il
6 ottobre) il documento «Pianificazione nazionale d’emergenza dell’area
vesuviana». Nel tripudio pressoché generale dei mass media, che
sottolineavano come, finalmente, il Piano Vesuvio, dopo anni e anni, fosse
divenuto realtà, davvero pochi notarono importanti questioni di metodo e,
soprattutto, di merito che inficiavano quel piano il quale, pur celebrato da
coreografiche «esercitazioni» (sulle quali è meglio stendere un ennesimo pietoso
velo) non a caso, ancora oggi, a tredici anni dalla sua approvazione, non ha
prodotto nessuno strumento utile per intervenire in caso di emergenza Vesuvio.

Ma prima di addentrarci nella disamina del Piano Vesuvio, è opportuno soffermarsi su un aspetto della vulnerabilità dell’area vesuviana, caratterizzata, come è noto, da una elevatissima densità urbanistica.
A differenza delle popolazioni vesuviane di qualche decennio addietro che avevano con le eruzioni una certa «confidenza», una «memoria storica», che aveva permesso ad esse di convivere per tre secoli e mezzo con un vulcano in continua attività, oggi le attuali popolazioni, grazie anche alla enfatizzazione operata dai mass media (che, sostanzialmente per motivi di audience assimilano l’eruzione a quella catastrofica del 79 d.C.) leggono una futura eruzione come un immediatamente catastrofico evento, foriero di sicura distruzione e morte. Un evento dal quale salvarsi con la fuga. Nasce da qui il panico che potrebbe scatenarsi oggi nell’area vesuviana alla percezione di un evento sia pure banale per un’area vulcanica come un boato sotterraneo, un terremoto, una vistosa fumarola sul Vesuvio; e gli scenari ipotizzati sono drammatici: vittime per schiacciamenti, infarti, incidenti; risse e conflitti a fuoco agli incroci, ai caselli autostradali, ai distributori di carburante... Di fronte a questo pericolo, fondamentale sarebbe sviluppare una capillare campagna di informazione e un conseguente piano di emergenza per restituire alle popolazioni vesuviane quella «memoria storica» che ha permesso loro di convivere per secoli con le eruzioni del Vesuvio. Invece, la lettura di una eruzione come un evento improvviso, imprevedibile e immediatamente distruttivo viene, ogni giorno di più, cementata dai mass media mentre il Piano Vesuvio, tutto basato sulla promessa di una ordinata e immediata evacuazione da attuare in caso di allarme vulcanico, istituzionalizza questa credenza e genera un comprensibile sarcasmo.
Ma addentriamoci nella disamina del Piano Vesuvio.
Come già detto,
considerata l’indeterminatezza di una dinamica eruttiva, molti piani per
emergenza vulcanica redatti all’estero prevedono una pluralità di scenari e,
quindi, differenti opzioni di intervento. Il Piano Vesuvio, invece (come quello
redatto per i Campi Flegrei), prevede un solo scenario eruttivo – quello
catastrofico dell’eruzione del dicembre 1631 – e, a scopo «preventivo», in caso
di allarme vulcanico, ordina l’evacuazione immediata di tutta la popolazione in
diciotto regioni italiane. Sarebbe stato lecito, a questo punto, attendersi che
l’unicità dello scenario eruttivo discendesse da un qualche studio vulcanologico.
Così non è. Nessuno studio, nessun vulcanologo (neanche quelli che hanno
attivamente collaborato con la Commissione che ha redatto il Piano Vesuvio)
prevede che la futura eruzione del Vesuvio debba seguire l’iter di quella
catastrofica del 1631. In nessun rigo del Piano Vesuvio, l’eruzione «tipo 1631»
viene ritenuta la più «probabile»: essa viene, invece, considerata l’«eruzione
peggiore di questo millennio», divenendo così nel piano E.M.A. (o Eruzione
Massima Attesa). E su questa, e solo su questa, si dimensiona l’intero Piano
Vesuvio.
Ben venga, ovviamente, un
piano che contempli anche lo scenario eruttivo peggiore ma basare solo su questo
tutta la pianificazione dell’emergenza e, in caso di allarme vulcanico, ordinare
una immediata evacuazione preventiva di tutta la popolazione può determinare
situazioni gravissime. Intanto, poniamoci una domanda. E se, nell’area vesuviana
si verificasse una crisi vulcanica di lunga durata e caratterizzata da
situazioni di incertezza, come, ad esempio quella conosciuta dai Campi Flegrei
nel 1982-1983, che si fa? Si disseminano, per anni, in Italia centinaia di
migliaia di cittadini vesuviani? Di certo, una eruzione può assumere dinamiche
catastrofiche per fronteggiare le quali è indispensabile l’allontanamento di
tutta la popolazione ma, vale la pena di ripeterlo, basare su questo scenario, e
solo su questo scenario, tutta la pianificazione dell’emergenza (una
impostazione, come già detto, non legittimata da nessuna valutazione di ordine
vulcanologico ma che sembrerebbe dettata dalla mera esigenza burocratica di
«lavarsi le mani» in caso di allarme vulcanico) rischia di determinare disastri.
Vediamone qualcuno.
Verosimilmente, in una situazione di allarme vulcanico, la prospettiva di essere trasferiti in lontane regioni (dove, tra l’altro, non è stata ancora individuata alcuna struttura per ospitare i profughi) spingerà la popolazione, che non è riuscita a farsi ospitare da parenti o amici, ad accamparsi ai margini dell’area «a rischio». Questa situazione, se l’eruzione non si manifesterà subito e con forme violente, spingerà fasce di popolazione vulnerabile (quali, ad esempio, anziani soli) ad un rassegnato rientro nelle proprie abitazioni. È una situazione pericolosissima in quanto il rapido allontanamento di queste fasce di popolazione (che avrebbero potuto essere le sole ad essere evacuate preventivamente in caso di allarme vulcanico, trovando così per esse situazioni alloggiative adeguate) risulterebbe estremamente difficile in caso di repentino aggravamento della situazione vulcanica, con le conseguenze che è facile immaginare.
Un altro pericolo dell’impostazione del Piano Vesuvio è connesso alla dinamica che potrebbe generarsi nella direzione dell’emergenza. Come è facilmente comprensibile, nell’area vesuviana e, più in generale in tutta la Campania, i danni economici e sociali di un’evacuazione «preventiva» in caso di allarme vulcanico, sarebbero altissimi. Questo potrebbe significare che, avendo a disposizione come unico strumento dell’emergenza l’evacuazione generalizzata e immediata, è verosimile (se non, addirittura, probabile) che verranno sottovalutati segnali di allarme vulcanico che avrebbero dovuto avere, invece, risposte più articolate. In altre parole: in una situazione di notevole incertezza (come quella che caratterizza l’interpretazione della possibile evoluzione di fenomeni vulcanici profondi, intercettati per il momento dalle sole strumentazioni di sorveglianza, quando ancora si spera che la minacciata eruzione rientri senza manifestare all’esterno alcun segnale), quale burocrate o politico avrà il coraggio di diramare l’allarme e ordinare una rovinosa evacuazione generale? E al di là delle verosimili velleità di imporre in questa fase una sorta di «segreto di stato», c’è il rischio che, in assenza di alcuna iniziativa, il manifestarsi di fenomeni improvvisi, come boati o fumarole, oltre a scatenare il panico, faccia crollare come un castello di carte la credibilità delle strutture preposte alla gestione dell’emergenza. Non è fantapolitica. La crisi sismica che interessò l’area vesuviana nel periodo 1995-1996 fu presentata, sui giornali locali, dall’Osservatorio Vesuviano come non allarmante; ma lo stesso Osser-vatorio Vesuviano, nel giugno 1996, dichiarava sul Bullettin of Global Vulcanism che quella era stata «la più forte sismicità rilevata negli ultimi cinquant’anni». Non è una affermazione da poco conside-rando che questa circostanza (pag. 22 del Piano nazionale di emergenza dell’Area Vesuviana) avreb-be dovuto far scattare il livello 1 del Piano e quindi (pag. 88 del Piano) l’incarico per la Prefettura di organizzare «le prime informazioni alla popolazione, unitamente ai Sindaci dei Comuni interessati». Analoghi provvedimenti avrebbero dovuto determinare il terremoto che ha scosso il Vesuvio il 9 otto-bre 1999, il più violento sisma verificatosi nell’area negli ultimi cinquant’anni
Un altro aspetto
singolare dell’Eruzione Massima Attesa, che sta alla base del Piano Vesuvio, è
che debbano intercorrere almeno quindici giorni tra il suo percepimento da parte
delle reti di sorveglianza e il suo manifestarsi all’esterno. In effetti, mai le
eruzioni del Vesuvio si sono manifestate improvvisamente e la stessa eruzione
del 1631 è stata preceduta per mesi da fenomeni (identificati oggi come
«premonitori») e, d’altra parte, un qualsiasi piano di emergenza vulcanica deve
pur basarsi su un certo lasso di tempo nel quale attuare gli interventi. Ma al
di là della legittimità o meno di stabilire a priori un preciso tempo di
preavviso (il dibattito sviluppatosi tra i vulcanologi a seguito dell’eruzione
del Rabaul – un vulcano strettamente sorvegliato che nel 1994 eruttò appena 48
ore dopo i primi «segnali» – non può dirsi certo concluso) l’aspetto più
sorprendente del Piano Vesuvio è che, trasformando l’ipotesi dei 15 giorni in un
dogma, non prevede nessuna possibile variante nell’articolazione
dell’evacuazione. Nasce da qui una scelta davvero inquietante e che non trova
riscontro, per quel che ci è dato sapere, in nessun altro piano di emergenza
vulcanico al mondo: l’assoluta mancanza di un qualsiasi centro smistamento dei
profughi posto all’esterno dell’area minacciata.
Per illustrare la gravità di questa scelta è necessaria una precisazione.
Anche nel caso dell’Eruzione
Massima Attesa (eruzione «tipo 1631») l’area di distruzione sarebbe abbastanza
circoscritta e avrebbe un raggio di qualche chilometro dalle pendici del
Vesuvio. Sarebbe stato lecito, a questo punto, aspettarsi dal Piano Vesuvio che
i cittadini di un comune minacciato dall’eruzione, poniamo Torre del Greco, per
recarsi «in treno e in nave» (come recita il Piano) in Sicilia partissero dal
porto e dalla stazione ferroviaria, poniamo, di Napoli o di Castellammare di
Stabia, comuni fuori dell’area rossa e raggiungibili in pochi minuti con i
trasporti pubblici o con navette. Così non è; il Piano Vesuvio pretende che i
profughi di Torre del Greco debbano aspettare «con calma» un treno o una nave
nel porto e nella stazione di Torre del Greco (magari il quattordicesimo giorno
dei quindici che il Piano Vesuvio garantisce come «sicuri») pur, verosimilmente,
immaginando essi che ogni minuto che passa potrebbe essere l’ultimo della loro
vita. Non è difficile immaginare, a questo punto, il caos che potrebbe
scatenarsi per salire sul primo natante o treno che arriva. Ma, sorvolando su
altre bizzarre direttive del Piano Vesuvio – come quella che prevede che i
profughi, prima di andarsene, dovrebbero preventivamente comunicare la loro
decisione al Sindaco, il quale dovrebbe fornire ad essi una sorta di
“certificato di profugo” del quale non si capisce davvero l’utilità considerando
che ogni cittadino oggi è già in possesso della carta di identità o quella che
prevede che i capifamiglia debbano allontanarsi da soli con la propria
autovettura mentre il resto della famiglia resta in attesa di un qualche
eventuale pullman, treno o nave – occupiamoci ora di una articolazione veramente
sorprendente del Piano Vesuvio: il cosiddetto «gemellaggio comuni-regioni». Il
Piano prevede in caso di emergenza la disseminazione delle popolazioni vesuviane
in diciotto regioni italiane. Una scelta della quale non è chiara la logica. Se
l’esigenza è quella di allontanare i profughi durante la fase più violenta
dell’eruzione, che dura, al più, pochi giorni, perché localizzarli in aree così
lontane e non localizzarli temporaneamente, poniamo, in aree immediatamente a
ridosso dell’area a rischio (pochi chilometri di distanza dal Vesuvio)? Se si
ipotizza, invece, che l’eruzione distruggerà il territorio, perché disperdere le
popolazioni vesuviane in tutta Italia e non pensare già da oggi ad un loro
reinsediamento in aree più vicine, dove sarebbe possibile ricostruire i rapporti
sociali, lavorativi, familiari distrutti dall’eruzione?
Questa ultima considerazione dovrebbe spingere a intraprendere concrete iniziative per ridurre la densità antropica e urbanistica, e quindi la vulnerabilità, nell’area vesuviana spostando, già da adesso, consistenti settori della popolazione in altre aree. Un importante contributo in tal senso è stato dato dal “Progetto Vesuvìa” messo in atto dalla Regione Campania.
Il Progetto Vesuvìa e altre iniziative
Nonostante sia stato sostanzialmente messo da parte, il Progetto Vesuvìa merita di essere attentamente studiato in quanto si tratta della prima iniziativa finalizzata al diradamento della presenza antropica in un’area a rischio realizzata in Italia e una delle pochissime al mondo.
Il Programma Vesuvìa (che, sia detto con un pizzico di vanità, sostanzialmente, riproponeva le stesse direttive di alcuni disegni di legge alla stesura dei quali ha contribuito lo scrivente: disegno di legge n. 328 «Piano Sicurezza Vesuvio» presentato in Parlamento il 27 luglio 2000 dai senatori di Rifondazione Comunista Russo Spena, Co’, Crippa; disegno di legge n. 4765 «Piano Sicurezza Vesuvio», presentato in Parlamento il 27 giugno 2001 dai senatori di Rifondazione Comunista Sodano, Malabarba e Malentacchi; disegno di legge regionale presentato nel maggio 2002 dai consiglieri di Rifondazione Comunista della Regione Campania, Specchio, Maranta e Petrone) puntava ad innescare una nuova fase di sviluppo sostenibile nella cosiddetta “Zona Rossa” del territorio vesuviano: 18 comuni 550.000 abitanti. Tra gli strumenti più rilevanti di questo Programma, una serie di incentivi normativi ed economici rivolti a favorire lo spostamento consensuale della popolazione, a partire da quella storicamente e culturalmente non radicata e/o non era legata al territorio da vincoli economici o lavorativi; a tal fine veniva varato un bando rivolto a tutti i cittadini vesuviani interessati all’acquisto della prima casa in comuni esterni alla zona rossa al quale partecipavano 3276 nuclei familiari. Successivamente, la Regione Campania prevedeva per i cittadini vesuviani il 20% degli alloggi ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) realizzati nel territorio regionale, un contributo (fino a 30.000 euro) per i nuclei familiari che intendevano trasferire la loro residenza fuori dalla Zona rossa e premialità per i comuni esterni all’area vesuviana che riservano alloggi per i cittadini vesuviani. Veniva, inoltre, prevista una riqualificazione del territorio (attraverso la demolizione di parti di edilizia di scarso valore), la rinaturalizzazione del territorio ed il restauro del paesaggio (attraverso gli interventi del Piano di Indirizzo Territoriale - PIT – Vesevo del Parco Nazionale del Vesuvio), la riqualificazione urbana dei centri storici (anche utilizzando gli strumenti del PIT Pompei – Ercolano), la costruzione di un nuovo sistema di mobilità e di vie di fuga (che funzionino, allo stesso tempo, come infrastrutture di collegamento e di interconnessione per favorire la possibilità dei vesuviani di risiedere in zone sicure continuando a lavorare nell’area) e la sperimentazione di un Progetto Pilota, ''Dalla Zona Rossa alla Verde Irpinia'', finalizzato alla decongestione dei comuni vesuviani ed al contemporaneo ripopolamento di alcuni comuni dell'appennino avellinese. Per la realizzazione di queste iniziative veniva intrapreso uno Studio di fattibilità finalizzato ad individuare le caratteristiche di una Società per la trasformazione territoriale.
Nonostante
perseguisse un obbiettivo dichiaratamente accettato da tutti e si fosse dotato
di bene articolati strumenti di intervento, il Progetto Vesuvìa, come già detto
è sostanzialmente naufragato. Tra i motivi di questo fallimento è certamente da
annoverare una questione di metodo. È evidente che un progetto mirante al
diradamento antropico di un’area (e quindi all’inevitabile ridimensionamento
della sua importanza in termini economici e politici) non dovrebbe suscitare gli
entusiasmi degli amministratori locali; proprio per questo, Vesuvìa avrebbe
dovuto vedere il pieno coinvolgimento dei sindaci sin dai suoi esordi. Così non
è stato e nel giugno 2003 i sindaci dei comuni vesuviani, al pari dei loro
concittadini, hanno saputo di Vesuvìa dai giornali. Non potevano non scaturire,
quindi, tutta una serie di prese di posizione dei Comuni che hanno rallentato
non poco il percorso di Vesuvìa.
Per quanto concerne il merito, certamente poco efficace è stata la scelta di Vesuvìa di non concentrare gli interventi in ristrette zone disperdendo, invece, una pioggia di contributi in tutta la Zona Rossa. Questa scarsa “visibilità” dell’intervento (che avrebbe potuto aversi, invece, ad esempio, acquistando interi palazzi ubicati in aree ad elevatissimo rischio e radendoli al suolo) ha finito per sminuire la valenza dell’intervento. Ci sono state poi una serie di prese di posizione che certamente hanno fatto perdere credibilità a Vesuvìa; ad esempio la richiesta di provvedere, intanto, all’immediato abbattimento delle innumerevoli costruzioni abusive (che, sorgendo in aree ad elevatissimo rischio geologico, ai sensi di Legge, non potevano essere condonate) o le perplessità che sorgevano nel momento in cui venivano costruite nella Zona Rossa tutta una serie di strutture pubbliche (quali, nuove scuole e nuove case popolari).
Comunque il principale motivo per il quale è stato accantonato Vesuvìa è stato (oltre ad un cambio della direzione politica dell’Assessorato all’Urbanistica) la crisi finanziaria che, al pari di altri enti locali, ha investito la Regione Campania impedendo, così di continuare a finanziare un progetto così costoso e che, forse, al di là di un plauso generalizzato nel mondo accademico e scientifico, non ha suscitato quegli entusiasmi che si aspettava.
Ma al di là degli strumenti legislativi e urbanistici finalizzati a favorire un diradamento della presenza antropica e urbanistica, resta la irrimandabile esigenza di nuovi ed efficaci piani di emergenza. Speranze in tal senso aveva suscitato il Direttore del Dipartimento della Protezione Civile che, ormai un anno fa, l’otto settembre 2005, a margine di un convegno sui sistemi magmatici del Vesuvio, annunciava l’imminente promulgazione del nuovo Piano di emergenza dell’area vesuviana, basato su alcune modifiche del Piano del 1995 che si direbbe rappresentino un qualche passo in avanti nella pianificazione dell’emergenza. Secondo indiscrezioni trapelate sui giornali, ad esempio, pur permanendo l’evacuazione della popolazione in 18 regioni italiane, vi sarebbe, finalmente, la creazione di aree di smistamento profughi poste a ridosso dell’area da evacuare. Se usiamo il condizionale nel definire le direttive che dovrebbero sovrintendere al nuovo Piano è perché a oggi (settembre 2006) il nuovo Piano (che nel settembre 2005 si annunciava pronto entro la fine di quell’anno), se pure é stato approntato, di certo non è stato divulgato o comunicato alle amministrazioni comunali e agli altri enti che su questo Piano dovrebbero redigere i loro piani particolareggiati.
Permane, tra l’altro, oltre ad una estromissione delle realtà locali - che, dovendo subire il Piano di emergenza, certamente avrebbero il diritto di conoscerlo, ed eventualmente di migliorarlo, nella sua fase preparatoria - una grave situazione che si trascina da dieci anni e cioè l’assoluta inesistenza di una struttura tecnica esclusivamente delegata alla pianificazione dell’emergenza nell’area vesuviana e all’assistenza ai Comuni per la redazione dei piani particolareggiati. Un compito così complesso, infatti, non può essere attuato da una Commissione che si riunisce qualche volta all’anno o da qualche funzionario indaffarato in mille altri impegni. In tal senso è sorprendente che una pubblica amministrazione dalla quale spuntano come funghi Commissariati straordinari che, destinati ad affrontare specifiche emergenze, si perpetuano dando vita ad imponenti burocrazie, non pensi ad una struttura tecnica (fosse anche uno straccio di “Ufficio Piano Vesuvio” o qualche altro nome) delegato a pianificare l’affrontamento di una emergenza così grave quale quella costituita dal risveglio del Vesuvio.